Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 92

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Così andavano gli affari di Napoli; nel qual tempo _Filippo Maria_ duca di Milano andava stendendo le ali. La prima sua impresa nell'anno presente fu contra di _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia. Già molte castella di quel distretto erano in mano del duca, e il _conte Carmagnola_ con oste poderosa si preparava a fare del resto. Però, trovandosi troppo inferiore di forze il Malatesta, e stando come bloccato e privo di vettovaglie, capitolò col duca la cessione di quella potente città[2508] per trentaquattro mila fiorini d'oro, che gli furono sborsati. Entrò in Brescia il vittorioso Carmagnola nel dì 16 di marzo, e Pandolfo colla testa bassa se ne tornò a casa sua. Aveano i maggiori del Visconte signoreggiata la città di Genova. A Filippo Maria premeva di non essere da meno; e però in quest'anno si diede più che mai a far pratiche per mettervi il piede; e soprattutto l'animavano all'impresa i fuorusciti che erano ricorsi a lui. Tra le speranze dategli da questi, e il trovarsi non pochi degli stessi abitanti in Genova o per malevolenza o per invidia contrarii al governo di _Tommaso da Campofregoso_, buona disposizione apparve per ottenere l'intento. Ordinato dunque un convenevol esercito sotto il comando del Carmagnola, venuta la state[2509], lo spedì nel Genovesato, premessa la sfida contra del Campofregoso. Non tardò Albenga con altre terre a rendersi. Passò dipoi l'armata sotto Genova, e ne formò da ogni parte l'assedio; ed affinchè non le venisse soccorso per mare, condusse il duca al suo soldo sette galee di Catalani[2510]. Il Campofregoso, che per l'imminente bisogno nel dì 27 di giugno, col consenso de' Genovesi, avea venduto Livorno ai Fiorentini per cento mila fiorini d'oro, non omise diligenza per difendere il suo Stato. Armate ancora sette galee, comandate da Batista suo fratello, le spedì incontro ai Catalani. Ma venuti a battaglia questi legni, ne rimasero sconfitti i Genovesi, e prigione lo stesso Batista: colpo che mise la falce alla radice, e condusse Tommaso a trattar di composizione col Carmagnola, e per mezzo suo col duca. Non ebbe difficoltà il duca di lasciare al Campofregoso il dominio di Sarzana, purchè consegnasse Genova alle sue mani, perchè col tempo non mancano ragioni o pretesti ai conquistatori di ritorsi quello che per misericordia han lasciato sul principio. Promise ancora il duca a Tommaso trenta mila fiorini d'oro, e quindici mila a Spineta Campofregoso altro di lui fratello, acciocchè rendesse la città di Savona, di cui era in possesso. Così nel dì 2 di novembre il Campofregoso non senza lagrime uscì di Genova, e vi fece la sua entrata il conte Carmagnola, che ne prese il possesso a nome del duca, e rimise in casa tutti i fuorusciti e banditi. Di questo passo camminava la fortuna del duca di Milano. Men prosperosa non era quella de' Veneziani[2511]. Essi in quest'anno ricuperarono Drivasto, Antivari, Dulcigno, e quasi tutto il resto dell'Albania. Presero ancora nel Friuli alcune poche castella che avevano resistito fin ora: nella qual congiuntura Filippo degli Arcelli Piacentino, valente lor generale, restò colpito da un verrettone, per cui diede fine ai suoi giorni. E perciocchè il papa fece nuove istanze in favore del patriarca d'Aquileia per la restituzione del Friuli, quel saggio senato rispose che lo renderebbe ogni qual volta fosse rimborsato delle spese della guerra, a cui erano stati forzati dall'inquieto patriarca. Ascendevano queste spese a milioni. Però si venne ad un accordo, per cui fu solamente lasciata allo stesso patriarca la città di Aquileia colle castella di San Daniello e di San Vito. Tutto il rimanente fu, ed è tuttavia, della repubblica veneta, con essere cessata tutta la potenza temporale del patriarca d'Aquileia, il quale in addietro, dopo il romano pontefice, era il più ricco prelato d'Italia.

NOTE:

[2499] Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital.

[2500] Campanus, Vit. Brachii, tom. 18 Rer. Ital.

[2501] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2502] Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.

[2503] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2504] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2505] Bonincontrus, Annal., tom. eod.

[2506] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2507] Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2508] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[2509] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2510] Ammirato, Istoria Fiorentina, lib. 18.

Anno di CRISTO MCCCCXXII. Indiz. XV.

MARTINO V papa 6. SIGISMONDO re de' Romani 13.

Anno di pace per l'Italia fu questo, e però niuno importante avvenimento viene somministrato alla storia. Veggendo il pontefice in gran declinazione gli affari del re _Lodovico d'Angiò_, e rincrescendogli ormai di gittar tanto danaro per voler sostenere un edifizio che da troppe parti minacciava rovina, prese il partito di trattare un accordo[2512]. Pertanto di nuovo spedì a Napoli i due cardinali legati, se pure n'erano essi partiti, con istruzioni nuove, affinchè trovassero temperamento all'emulazione e guerra dei due re. _Alfonso_, oltre alla sua naturale accortezza, avea in mano di che far guerra al papa: cioè minacciava tuttodì di far risorgere il tuttavia vivente Pietro di Luna, già _Benedetto XIII_, condannato dal concilio di Costanza, e di farlo riconoscere di bel nuovo per papa nell'Aragona, Sardegna, Sicilia e regno di Napoli. Perciò fu d'uopo che papa Martino facesse il latino come volle Alfonso. Indusse dunque Lodovico d'Angiò nel mese di marzo a rimettere in mano de' legati Aversa e Castello-a-mare: luoghi che poi da lì a qualche tempo furono da essi cardinali consegnati alla _regina Giovanna_. Se ne tornò Lodovico a Roma senza danari, senza credito, a vivere, come potè, di ciò che il papa gli diede. Venuto l'aprile, il re Alfonso andò sotto Sorrento e Massa, e gli ebbe a patti, volendo che si rendessero a lui, e non alla regina: azione che alla medesima dispiacque non poco, cominciandosi a conoscere che il figliuolo adottivo s'istradava a far da padrone e ad occupar la signoria. Ma più se ne alterò il suo favorito, cioè _Ser Gianni Caracciolo_ gran senescalco, il quale già mirava in aria il precipizio dalla sua autorità, qualora il re Alfonso crescesse nella potenza e nel comando. Il perchè tanto egli quanto la regina si diedero sotto mano a tirare nel loro partito _Sforza Attendolo_[2513]; anzi persuasero al medesimo re che util cosa sarebbe il guadagnare questo insigne capitano, perchè tuttavia molti conti e baroni del regno tenevano la fazione angioina, alla quale, con levarle Sforza, si sarebbono tagliate le penne maestre[2514]. _Braccio_ fu quegli che ebbe l'incombenza di trattarne, proponendo un colloquio con esso Sforza. In fatti, confidato Sforza nell'onoratezza di Braccio, animosamente l'andò nella state a trovar nel suo campo. Rinnovarono allora questi due valorosi emuli l'interrotta amicizia, e per due ore ebbero insieme una conferenza, in cui dicono che Braccio sinceramente rivelò all'altro le trame da lui fatte col _conte Niccolò Orsino_ e con _Tartaglia_ contra di lui. Quivi ancora fu conchiuso che Sforza fosse rimesso in grazia di Giovanni e d'Alfonso, cedendo loro l'importante luogo della Cerra. Ciò fatto, si restituì Braccio sollecitamente a Perugia, invogliato di sottoporre al suo impero Città di Castello, dove era invitato dai fuorusciti. Comparve d'avanti a quella città colle sue milizie, e giacchè i Fiorentini, suoi singolari amici, chiudevano gli occhi alle di lui conquiste, ne imprese l'assedio. Si sostennero que' cittadini finchè videro tutto preparato per un generale assalto, ed allora esposero bandiera bianca; e così Braccio n'entrò senza maggiore sforzo in possesso. Scrive il Buonincontro, ed è seco Leodrisio Crivello, che in tal congiuntura Braccio fece un'irruzione in quel di Norcia, e poi del Lucchese, ricavandone grandi somme d'oro. Ma, per conto del tempo, può essere che s'ingannino. Abbiamo già veduto appartenere agli anni addietro il danno da lui recato a que' due territorii. Intanto perchè la peste era entrata in Napoli, e la regina col re Alfonso ritiratasi a Gaeta, quivi soggiornava colla sua corte, Sforza si portò colà, e fu ben ricevuto sì da lei, come dal gran senescalco Caracciolo. Non così dal re Alfonso, che in questo prode uomo trovava un impedimento ai disegni della sua ambizione. Le apparenze dell'accoglimento fattogli da esso re furono belle, ma si stette poco a scoprire ch'egli il mirava di mal occhio; e però tanto più la regina e il Caracciolo si strinsero collo stesso Sforza. Andavano pertanto ogni giorno più crescendo le loro gelosie, ed erano da amendue le parti gli animi turbati; laonde fu di mestieri venire ad una composizione, per cui si dichiarò che Sforza servisse di difensore del regno non meno alla regina, che al re, ed egli fosse tenuto a prendere le armi pel primo d'essi che il chiamasse in suo aiuto. Dopo di che Sforza colle sue genti andò a passare il verno a Villafranca presso Benevento, e poscia alla città di Troia.

Altro non si sa che facesse in questo anno _Filippo Maria_ duca di Milano, se non empiere di sospetti i rettori di Firenze[2515] sì per l'acquisto fatto di Genova, come per gli altri patti stabiliti con _Tommaso da Campofregoso_, che non potesse vendere se non ai Genovesi Sarzana. Teneva inoltre al suo soldo _Angelo dalla Pergola_, rinomato condottier di armi, che stanziava in questi tempi col suo corpo di gente su quel di Bologna. Crebbero perciò le gelosie de' Fiorentini, gente che sapea adoperare il microscopio negli affari del mondo. Venuto in oltre a morte nel dì 25 di gennaio[2516] _Giorgio Ordelaffi_ signore di Forlì, con lasciar successore nel dominio _Tebaldo_ suo figliuolo in età d'anni nove, la cui tutela fu assunta da Lucrezia sua madre, figliuola di _Lodovico Alidosio_ signore d'Imola; corse a mischiarsi negli interessi di quella città il duca di Milano. Di più non ci volle per accrescere sempre più le gelosie de' Fiorentini; e però, quantunque il duca spedisse a Firenze ambasciatori per dissipare queste ombre, e proporre una lega, nulla ne seguì. Rincrebbe ancora ai Fiorentini l'aver esso duca trattata e conchiusa lega col cardinale legato di Bologna. Nel dicembre di quest'anno inviò il medesimo duca per governatore di Genova[2517] il valoroso suo generale _conte Carmagnola_, ed intanto attendeva a far gente: lo che mise in sospetto anche i Veneziani. Scrive il Sanuto[2518] che Asti, non so come, venne in quest'anno in potere di esso duca. Merita eziandio di esser fatta menzione che nell'anno presente si cominciarono per la prima volta a vedere in Italia i cingani o cingari, gente sporca ed orrida di aspetto, che contava di molte favole della sua origine, fingeva di andare a Roma a trovare il papa, e che intanto viveva di ladronecci. Capitarono costoro a Bologna[2519] nel dì 18 di luglio, e poscia a Forlì[2520] col loro capo, a cui davano il titolo di duca. Motivo oggidì potrà essere di ridere, se dirò che costoro diceano d'avere per patria l'Egitto, che il re d'Ungheria, dopo aver presa la lor terra, volle che andassero nello spazio di sette anni pellegrinando pel mondo. Spacciavano le lor donne l'arte d'indovinare; e chiunque si dimesticava di farsi strologar da esse, vi lasciava il pelo. Sappiamo altronde che questa canaglia si sparse per la Germania, e andò fino in Inghilterra, e tuttavia ne dura la semenza in Italia. Furono in quest'anno travagliate dalla peste molte città d'Italia. Niuna buona guardia, come ho detto altrove, si faceva allora dai disattenti Italiani per impedire l'ingresso o tagliare il corso a questo morbo micidiale; e però, entrato in un luogo, agevolmente si dilatava per gli altri.

NOTE:

[2511] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2512] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2513] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2514] Cribell., Vita Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital. Vita Brachii, tom. eod.

[2515] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 18.

[2516] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirat., ubi supra. Poggius, Hist., lib. 5, tom. 20 Rer. Ital.

[2517] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXIII. Indiz. I.

MARTINO V papa 7. SIGISMONDO re de' Romani 14.

Se crediamo al Rinaldi[2521], terminò i suoi giorni in quest'anno _Pietro di Luna_, già antipapa _Benedetto XIII_, ostinato nello scisma, e sprezzatore dei decreti e delle censure della Chiesa universale raunata nel concilio di Costanza. Morì nella fortezza di Paniscola nel regno di Valenza; e l'avviso di sua morte avrebbe recata somma allegrezza a papa Martino e alla corte romana, se non fosse soppraggiunta un'altra nuova, che i due soli restanti cardinali di lui aveano osato di eleggere un nuovo antipapa, cioè _Egidio Mugnos_ o Mugnone, canonico di Barcellona, a cui diedero il nome di _Clemente VIII_. Ma il Rinaldi anticipò di un anno la morte di costui, e però dirò il resto all'anno seguente. Basterà per ora sapere che _Alfonso re d'Aragona_ quegli fu che per suoi politici motivi tenne sempre vivo l'antipapato di Pietro di Luna per avere uno spauracchio da valersene contra di papa Martino, a cui non cessava di chiedere esenzioni e grazie. Anche nell'anno presente fece egli istanza per l'investitura del regno di Napoli, giacchè la _regina Giovanna_ l'avea adottato per figliuolo. Ma non mancò fermezza al pontefice per negargliela, asserendo egli di non poter far questo torto a _Lodovico d'Angiò_, a cui competevano giusti titoli sopra quel regno. Avea esso pontefice, per adempiere i decreti del concilio di Costanza, intimato il concilio generale da tenersi in questo anno a Pavia. E in effetto si diede principio a quella sacra assemblea in essa città, ma con meschino concorso di prelati. Entrata colà la peste, fu il concilio trasferito a Siena. Neppur quivi andò innanzi, siccome diremo, perchè il suddetto re volea mettere in campo le pretensioni di Pietro di Luna per far dispetto al papa: lo che obbligò papa Martino a differire a miglior tempo la tenuta del destinato concilio. Di questa sua perversa politica s'ebbe ben presto a pentire Alfonso. Quanto più in questo principe cresceva l'avidità d'impadronirsi del regno di Napoli, tanto più egli scorgeva crescere la diffidenza della regina, ed essergli contrario il gran senescalco Caracciolo. Ora, giacchè buona parte del regno per valore di _Braccio_ era venuta alla di lui divozione, determinò di fare il resto col mezzo della violenza, e di ridurre la _regina Giovanna_ nello stato in cui già la vedemmo sotto _Jacopo conte_ della Marca. Gli storici a lui parziali attribuiscono la risoluzione alle insolenze e ai maligni consigli del suddetto gran senescalco Caracciolo, che ruppe ogni buona armonia fra lui e la regina[2522]. Fatto dunque chiamare a sè il medesimo Caracciolo, benchè vi andasse armato di salvocondotto, pure il trattenne prigione nel dì 22 di maggio, ed immediatamente cavalcò al castello di Capuana per far lo stesso giuoco alla regina, che ivi dimorava. Per buona fortuna prevenuta essa da un segreto avviso di un suo familiare dell'imminente pericolo, ebbe tempo di far chiudere la porta del castello in faccia ad Alfonso, e non tardò a spedir più messi l'un dietro all'altro, a _Sforza_, allora dimorante fuor di Napoli a Mirabello, implorando il suo aiuto. Diede alle armi Sforza, e, raunati quanti potè de' suoi, si mise in viaggio alla volta di Napoli, e, giunto al Formello, trovò circa quattro mila tra cavalli e fanti del re Alfonso, inviati per impedirgli il passo. Erano gli Aragonesi tutti ben a cavallo, tutti superbamente vestiti, e superiori troppo di numero, perchè quei di Sforza si trovavano mal vestiti, e con cavalli magrissimi, e poco più di mille tra fanti e cavalli. Pure egli animosamente si spinse innanzi, ed attaccò la zuffa nel dì 30 di maggio. Fu atroce, fu lungo il combattimento; ma finalmente essendo sbaragliati gli Aragonesi, circa cento venti dei più nobili, oltre a moltissimi ordinarii soldati, rimasero prigionieri; di modo che quei di Sforza si rimisero bene in arnese sì di abiti che di cavalli e d'armi.

Dopo sì lieto successo _Sforza_ si presentò alla regina, che l'accolse come suo angelo tutelare, e nel castello rassegnò tutti i prigioni. Poscia, senza perdere tempo, marciò colle sue genti alla volta d'Aversa, dove trovò quel vice-castellano catalano[2523], il quale, sbigottito per la nuova della rotta data al re suo padrone, oppure guadagnato con quattro mila fiorini, da lì a non molto capitolò la resa di quella città. Ora, mentre Sforza stava a quell'assedio, giunsero nel dì 11 di giugno a Napoli otto navi grosse e ventidue galee di _Alfonso_, nelle quali destinava il re di mandar la _regina Giovanna_ prigioniera in Catalogna[2524]. Ne fu avvertito Sforza, e spedì tosto Foschino Attendolo con cinquecento cavalli a fin d'impedire lo sbarco; ma non bastò la resistenza di così piccolo numero di gente a sostener la forza troppo superiore dei Catalani, i quali entrarono nella città. Neppur lo stesso Sforza, che colà arrivò il giorno seguente, contuttochè bravamente combattesse più ore, potò respignerli; anzi toccò a lui d'abbandonar Napoli, e di ritirarsi nei borghi, dove si accampò. In questa occasione il _re Alfonso_, per intimorire ed occupare i Napoletani, temendo che si sollevassero, bruciò quella parte della città che è contigua al Castello Nuovo. Allora Sforza, veggendo in istato sì pericoloso gli affari, tratta fuori del castello di Capuana la regina, la condusse alla Cerra, e di là ad Aversa. Col cambio poi di varii dei suoi prigionieri riscattò _Ser-Gianni Caracciolo_, il quale non lasciò per questo il suo mal animo verso del benefattore Sforza; al contrario della regina, la quale per ricompensa donò a Sforza Trani e Barletta, due città della Puglia. Tornato che fu il gran senescalco alla corte in Aversa, la _regina Giovanna_, preso consiglio da lui, da Sforza e da varii giurisconsulti, dichiarò il _re Alfonso_ decaduto dal diritto della figliuolanza per colpa della sua ingratitudine, ed elesse per suo figliuolo _Lodovico duca d'Angiò_, il quale usava anche il titolo di re, allora abitante in Roma. Venne il duca ad Aversa a trovar la regina, che l'accolse con buon cuore; ma intanto il castello di Capuana si rendè al re Alfonso; con che egli restò interamente padrone di Napoli. Con tutto ciò, perchè l'adozione del suo avversario, pubblicata per tutta l'Europa, facea gran rumore, e chiaro appariva che vi avea avuta mano _papa Martino_, Alfonso, diffidando del popolo di Napoli, pensò di tornarsene in Catalogna; e tanto più, perchè era minacciato di guerra in quelle parti per la nemicizia dei Castigliani, e in oltre s'udiva allestirsi in Genova un gagliardo stuolo di legni contra di lui per ordine di _Filippo Maria duca_ di Milano, che dianzi s'era collegato colla regina Giovanna e con papa Martino. Pertanto mandò lettere a _Braccio_, ch'era allora all'assedio dell'Aquila, pregandolo di venir colle sue forze a Napoli; ma Braccio, che avea altri disegni, sperando di far sua la ricca città dell'Aquila, muovere non si volle, e solamente gl'inviò _Jacopo Caldora_ con un corpo di gente che parve bastante unito coi Catalani a tenere in freno i Napoletani[2525]. Ora il re Alfonso nel dì 15 d'ottobre, avendo lasciato per governatore di Napoli l'infante _don Pietro_ suo fratello, con dieciotto galee si mise in mare, e nel viaggio prese e saccheggiò l'isola d'Ischia. Fece ancora di peggio. Nel passare avanti a Marsilia, città allora del duca d'Angiò nemico suo, per vendicarsi di lui, all'improvviso tentò un'impresa che parve temeraria, eppure gli riuscì: tanto era egli ardito e sprezzator de' pericoli. Se ne stavano i Marsiliesi senza guardia, perchè senza apprension di nemici all'intorno, quando ecco Alfonso sopravvenir colla sua flotta, rompere la catena del porto, sorprendere quanti legni ivi si trovarono, ed attaccato il fuoco a parte della città, mettere tal terrore in essa, che il popolo corso all'armi non potè durarla contro di lui. Per tre giorni andò tutta a sacco quella ricca città; immensa fu la preda, e fra le altre cose tutti i vasi preziosi delle chiese, e tutte le reliquie del corpo di san Lodovico vescovo furono asportate a Barcellona e Valenza, verso dove Alfonso continuò il suo viaggio, perchè conobbe di non poter tenere quella città.