Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 91

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Le azioni fatte in quest'anno dal _pontefice Martino_ danno assai a conoscere, che non era tanto difficile a mutar pensiero e sistema[2479]. Odiava a morte _Braccio_ signor di Perugia; pure, per maneggio de' Fiorentini, stretti amici di Braccio, s'indusse a riceverlo in grazia, e a lasciargli in vicariato le città di Perugia, Assisi, Jesi e Todi con altre non poche terre da lui occupate, purchè restituisse al pontefice Narni, Terni, Orvieto ed Orta. Sul fine di febbraio comparve a Firenze lo stesso Braccio con accompagnamento magnifico, e fu accolto dal popolo fiorentino con tal plauso e pompa, come se fosse stato un re ed imperadore. Prostrato a' piedi del papa, non solamente riportò l'assoluzion delle censure e il vicariato suddetto, ma divenne ancora campion dello stesso pontefice per riacquistargli Bologna. Già dicemmo che esso papa avea con bei capitoli e privilegii accordata la libertà ai Bolognesi. Nell'anno precedente[2480] era stata in quella città una sedizione e rissa fra _Antonio de' Bentivogli_ e la sua fazione, e _Matteo da Canedolo_ capo di un'altra fazione. Perchè toccò di soccombere all'ultima, fu questa cacciata di città e mandata a' confini, restando il Bentivoglio come padrone della città. Forse le preghiere di questi fuorusciti, e l'udire le divisioni che tuttavia duravano in Bologna, fecero nascer voglia e speranza al papa di sottomettere quella città. Braccio fu scelto per tale impresa. Spedì il pontefice innanzi un arcivescovo ed un abbate per suoi ambasciatori, che, nel dì 28 di febbraio entrati in Bologna, esposero con ornate parole il desiderio di sua santità d'aver egli il governo della città. La risposta poco favorevole fu portata a Firenze dagli ambasciatori bolognesi spediti colà. Però si venne all'interdetto, e poscia alla guerra contra di quel popolo. Anche _Lodovico degli Alidosi_ signor d'Imola mandò la disfida a Bologna. Scrive Matteo Griffoni[2481] che nel dì 5 di maggio venne in quella città _Gabrino Fondolo, olim dominus Cremonae_, per generale delle armi d'essi Bolognesi. Ciò è da notare, siccome dirò più abbasso, perchè, secondo il Corio[2482], Gabrino non era per anche stato spogliato di Cremona. Ci assicura anche il Campano[2483] che il Fondolo venne al servigio de' Bolognesi. Ora nel dì 17 dello stesso maggio comparve esso Braccio colle sue milizie sul territorio di Bologna, avendo seco _Lodovico de' Migliorati_ signore di Fermo, ed _Angelo dalla Pergola_, capitani al soldo del papa. A poco a poco si andarono rendendo le castella de' Bolognesi; di modo che conoscendo quel popolo, benchè provveduto di molta soldatesca, dopo alcune piccole svantaggiose battaglie, l'impotenza a sostenersi, nel dì 15 di luglio vennero nel consiglio generale di quella città alla risoluzione di darsi liberamente al papa. Il che con patti onorevoli eseguito, vi entrò, e ne prese il possesso _Gabriello Condolmieri cardinale_ di Siena, e poscia vi venne per legato _Alfonso cardinale_ di Spagna.

Abbiam veduto nel precedente anno _papa Martino_ d'accordo colla _regina Giovanna_: si mutò scena nel presente. Contra di lei cominciò il papa a favorire gl'interessi di _Lodovico III_ duca d'Angiò e conte di Provenza, giovane ch'era poco prima succeduto a _Lodovico II_ suo padre defunto, che avea spediti i suoi ambasciatori a Firenze per prestare ubbidienza a papa Martino[2484]. La cagione, per cui il papa era disgustato colla regina, fu perchè tornato _Ser-Gianni Caracciolo_ gran seniscalco a Napoli, pien di veleno contra di _Sforza_ gran contestabile, cominciò a nimicargli la regina, e la trattenne dall'inviar soccorsi di gente e di danaro a Sforza nella guerra che abbiam veduta poco fortunatamente da lui fatta a _Braccio_ nell'anno antecedente, ancorchè il papa ne facesse calde e frequenti premure. Chiamato a Firenze Sforza, il pontefice Martino gli comunicò in segreto il suo disegno contra della regina; fors'anche vi fu maggiormente acceso da Sforza per vendicarsi del Caracciolo. Venuta dunque la state, si mosse Sforza con quanta gente potè raccogliere; e, passato nel regno di Napoli[2485], andò, nel dì 18 di giugno, ad unirsi col figliuolo _Francesco_, e con Michele e Foschino suoi parenti, che lo aspettavano alla Cerra col resto de' suoi combattenti; ed, inalberate le bandiere di _Lodovico d'Angiò_, si scoprì nemico della regina. Niun danno fece, finchè, avvicinato a Napoli, non le ebbe inviato per due trombetti il bastone e le insegne del contestabilato, e fatto esporre che o trattasse d'accordo coll'Angioino, oppure che si aspettasse la guerra. Manca il verisimile a ciò che scrive il vescovo Campano[2486], cioè che Sforza entrasse in Napoli, e, fatta chiamare la regina ad una finestra di Castello Nuovo, le rinunziasse le insegne, e caricato di villanie da essa, l'obbligasse, con farle tirar contro alcune freccie, a ritirarsi. Accampossi col suo esercito Sforza presso a Napoli nel luogo del Formello, aspettando che giugnesse per mare la flotta di Lodovico d'Angiò, per operar seco di concerto. Intanto precorsa la fama di questo principe, il quale avea assunto il titolo di re di Sicilia, che così continuavano ad intitolarsi i re di Napoli, chiunque era della fazione angioina diede principio alle novità, e si ribellarono non poche terre del regno. Ma prima che venisse Sforza, e si trovassero in questa brutta apparenza di cose, e con timore di peggio, la regina ed il Caracciolo, siccome informati de' preparamenti dell'Angioino, aveano preso lo spediente d'inviar ambasciatori al papa per pregarlo d'interporsi in questa briga, e d'impedire gl'ingiusti insulti che si ammannivano contra di lei dal duca d'Angiò. Non avea peranche il papa alzata la visiera, mostrandosi neutrale in sì fatta turbolenza; ma l'ambasciatore, che fu _Antonio Caraffa_, soprannominato Malizia, uomo accortissimo, non tardò a scandagliar ben l'animo pontificio, e a scorgere che da quella parte non era da sperare alcun sussidio ai bisogni della regina; e in fatti era menato a spasso con sole belle parole. Ossia dunque che nascesse a lui in mente, come alcuni vogliono, un altro ripiego[2487]; oppure che egli ne portasse seco da Napoli l'ordine e la plenipotenza: certo è, che, avendo fatta vista di tornarsene a Napoli, allorchè fu a Piombino, imbarcatosi in una galea, andò a trovare il giovanetto _Alfonso re d'Aragona_, Sardegna e Sicilia, per implorare l'aiuto suo in favore della regina.

Qui è da sapere che il re Alfonso, in cui non so se maggior fosse l'elevatezza della mente o il desiderio della gloria, un gran valore e una mirabile attività, avea già pensato a segnalarsi per tempo coll'acquisto della Corsica. Perciò nel precedente anno con una flotta di trenta galee e quattordici navi passò nel suo regno di Sardegna[2488], e finalmente piombò sopra il porto di Bonifazio, luogo fortissimo e il più caro che si avessero i Genovesi. Stupendo, ostinato fu quell'assedio, di cui ci lasciò una descrizione Pietro Cirneo[2489], e durò ben nove mesi. Era già ridotto quel castello all'agonia, quando _Tommaso da Campofregoso_ doge o governatore di Genova, armate sette navi sotto il comando di Batista suo fratello, le spinse in Corsica, per salvare un sito di tanta importanza. Fecero delle maraviglie i valorosi Genovesi, e dopo fiero combattimento riuscì loro, non ostante la terribile resistenza de' Catalani, d'introdurre, sul principio di gennaio, un bastevol soccorso in Bonifazio, in guisa che fu costretto il re Alfonso a ritirarsi da quell'assedio. Non so dire s'egli fosse tuttavia in Corsica, oppure altrove, allorchè se gli presentò il Caraffa per impegnarlo al soccorso della regina, qualora il duca d'Angiò movesse l'armi contra di lei. Fece sulle prime Alfonso lo schivo; ma pensando che il regno di Napoli sarebbe una bella giunta al suo regno di Sicilia e agli altri suoi Stati, per consiglio ancora de' suoi cortigiani si lasciò vincere, e diede mano al trattato. Passò qualche mese per digerirlo in lontananza, e per istabilir le condizioni, non essendosi dimenticato Alfonso di richiederle ben vantaggiose alla sua corona. Restò dunque convenuto che egli fosse adottato per figliuolo dalla _regina Giovanna_, affine di succedere dopo la di lei morte; e che intanto egli fosse dichiarato duca di Calabria, e per sicurtà de' patti mettesse presidio in Castello Nuovo e Castello dell'Uovo. Ora mentre queste cose si trattavano, _Lodovico d'Angiò_, fatte armare in Genova sei navi comandate da Batista da Campofregoso, unì con esse sette sue galee, e ben provveduto di viveri e di gente, nel dì 15 d'agosto, felicemente arrivò al porto di Napoli[2490]; pagò circa quaranta mila fiorini d'oro alle truppe di _Sforza_, al quale si diede, in questi tempi, la città d'Aversa, conquista di gran momento per la guerra. Maggiormente allora fu da lui e da Sforza stretta d'assedio Napoli, ed in essa furono anche una notte vicini ad entrare per tradimento; ma eccoti comparire al lido, nel dì 6 di settembre[2491], dodici galee e tre galeotte del _re Alfonso_; dicono altri che egli si trasferì colà in persona. Per trovarsi inferiori i legni de' Genovesi, prima che egli giugnesse, se n'erano tornati a casa. Sforza col duca d'Angiò gran battaglia diede per impedire lo sbarco de' Catalani; ma in fine fu astretto a battere la ritirata e condursi ad Aversa. Sbarcato Alfonso, la regina il riconobbe per suo figliuolo adottivo, gli consegnò Castello Nuovo, il creò duca di Calabria. Così terminò l'anno presente nel regno di Napoli, ma con essersi molte terre e baroni levati dall'ubbidienza della regina.

Quali imprese facesse in quest'anno _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano, non bisogna chiederlo al Corio. Egli poco ne seppe. Differisce questo scrittore all'anno 1422 la conquista di Cremona; ed essa succedette nel presente anno, ciò ricavandosi da Matteo Griffonio[2492], e insieme da Andrea Biglia[2493] e da Marino Sanuto[2494]. _Gabrino Fondolo_ tiranno di quella città, veduta già perduta la maggior parte delle sue castella, e che poco capitale potea farsi del soccorso degli alleati, non si volle aspettare addosso, all'aprirsi della campagna, l'esercito del Carmagnola. Perciò nel gennaio di quest'anno prese accordo col duca di Milano, lasciandogli Cremona per trentacinque mila fiorini d'oro, e con patto di ritenere per sè Castiglione, e di poter godere di quanti beni egli possedea. Non gli mancavano dei tesori, e certo li vagheggiava con gran cupidità il duca; pur questi la fece per ora da galantuomo, e gli osservò la parola della franchigia a lui accordata, aspettando di fare il resto ad altro tempo. Andò poscia costui, siccome dicemmo, al servigio de' Bolognesi. Era in collera esso duca con _Pandolfo Malatesta_ per l'aiuto dato in addietro a Gabrino, pretendendo rotta ingiustamente da lui la tregua o pace stabilita da papa Martino. Infatti, essendo ricorso Pandolfo al papa per aiuto, non ne riportò se non de' rimproveri, per avere mancato ai patti. Nè i Fiorentini si vollero mischiare ne' fatti di lui. Vi restavano i Veneziani, creduti protettori del Malatesta. Ma, oltre al trovarsi eglino impegnati in questi tempi nella guerra del Friuli, erano essi disgustati per la morte data dai Malatesti a Martino da Faenza lor capitano, come accennammo all'anno 1416. Laonde l'accorto duca seppe così ben fare, che gl'indusse nel febbraio dell'anno seguente ad una tregua vicendevole per anni dieci, con promettere i Veneziani di non impacciarsi negli affari di Pandolfo. Altro dunque non vi fu che _Carlo Malatesta_ signor di Rimini, e fratello d'esso Pandolfo, che gl'inviò in quest'anno un poderoso aiuto di tre mila cavalli e di molta fanteria, sotto la condotta di _Lodovico Migliorati_ signore di Fermo; cosicchè Pandolfo giunse a formare un'armata di circa otto mila combattenti. Già il _conte Francesco Carmagnola_ colle milizie duchesche era in campagna sul territorio di Brescia, quando nel dì 8 di ottobre si azzuffarono gli eserciti nemici. Il valore e la fortuna del Carmagnola furono superiori, e vi restò con altri nobili di conto prigioniere lo stesso signor di Fermo, al quale poco appresso il duca non solamente restituì la libertà, ma vi aggiunse ancora di molti regali. Fu particolare in _Filippo Maria Visconte_ una tal magnanimità, e ne vedremo degli altri esempli. Questa vittoria e la tanto cresciuta potenza del duca fecero oramai conoscere al _marchese Niccolò_ d'Este signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma che il duca, voglioso di ricuperar tutto ciò che aveano posseduto i suoi maggiori, e massimamente il _duca Gian-Galeazzo_ suo padre, per le due ultime città gli avrebbe mossa guerra[2495]. Per ischivarla mosse da saggio un trattato di accordo, per cui si convenne nel mese di novembre che il marchese, cedendo al duca per sette mila fiorini d'oro Parma, riterrebbe in suo dominio la città di Reggio; e fu eseguita questa convenzione. Durarono poi le ostilità del Carmagnola sul Bresciano, e restò maggiormente bloccata Brescia dalle armi del Visconte; ma niuna importante impresa ne seguì nell'anno presente.

Intanto più che mai felicemente procedeva la guerra de' Veneziani in Dalmazia, in Friuli e nelle vicinanze[2496]. Conquistarono essi Cataro, Traù, Spalatro ed altri luoghi in Dalmazia; si rendè loro la città di Feltro, Spilimbergo, Valvasone ed altre terre in Friuli. Ma ciò che maggiore risalto diede all'armi loro fu l'acquisto della città d'Udine, dove il valoroso lor generale Filippo degli Arcelli fece la sua entrata nel dì 7 di giugno. Tralascio altri progressi dei Veneziani, che in così poco tempo ricuperarono quasi tutta la Dalmazia, e divennero per la prima volta padroni della bella provincia del Friuli. Allora il patriarca Lodovico, trovandosi per le sue sconsigliate bravure spogliato di quel nobile Stato, ricorse a papa Martino, il quale spedì a Venezia legati per sostenere gl'interessi del patriarcato. Ma quei legati non erano cannoni, e però non fecero breccia alcuna nello animo de' veneti vittoriosi, che si teneano ben cara un'estensione sì rilevante della loro signoria. Fin qui era dimorato in Firenze il romano pontefice, onorato e servito da tutti[2497]. Accadde, che quando Braccio venne in quella città, alcuni suoi fautori attaccarono in diversi canti delle strade alcuni versi in lode di Braccio e disprezzo del papa. V'era fra le altre cose:

PAPA MARTINO NON VALE UN QUATTRINO.

E i ragazzi l'andavano cantando per le strade. Il papa, in vece di sprezzare, come fanno i principi di animo grande, questi latrati plebei, o di cercarne provvedimento proprio, talmente se ne indispettì, che fin d'allora determinò di mutare stanza; e per quanto gli fosse poi detto, non si potè tenere. Adunque nel dì 9 di settembre[2498] si partì di Firenze con grande onore, e nel dì 20 fu in Siena. Di là passò a Viterbo, e giunse nel dì 28 a Roma, dove nel dì 30 fece magnificamente la sua entrata con plauso di tutto il popolo romano.

NOTE:

[2478] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2479] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 18. Campan., Vita Brachii., tom. 19 Rer. Ital. Cribellus, Vita Sfortiae, tom. eod.

[2480] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2481] Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod.

[2482] Corio, Istoria di Milano.

[2483] Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2484] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2485] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2486] Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.

[2487] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2488] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2489] Petrus Cyrnaeus, Histor. Corsic., tom. 24 Rer. Ital.

[2490] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.

[2491] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2492] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2493] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.

[2494] Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2495] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.

[2496] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2497] Leonardus Aretinus, Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2498] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

Anno di CRISTO MCCCCXXI. Indiz. XIV.

MARTINO V papa 5. SIGISMONDO re de' Romani 12.

Gran copia di aderenti avea _Lodovico III_ duca d'Angiò nel regno di Napoli[2499]. Spezialmente prevaleva la sua autorità nella Calabria, dove pendevano dai suoi cenni le città di Cosenza, Bisignano, Rossano, Santa Severina, San Marco, Crotone, Policastro ed altre terre, al governo delle quali inviò _Francesco_ figliuolo di _Sforza_. Non erano molte le forze della _regina Giovanna_ e del _re Alfonso_ per resistere a questo avversario, sostenuto dal papa e dall'invitto Sforza. E quand'anche avessero potuto resistere, ne mancavano loro per cacciarlo fuori del regno. Durante dunque il verno fra le maniere di fortificare la lor fazione, fu creduta la migliore e più spedita di chiamare in loro aiuto _Braccio_, la cui riputazion nel mestier delle armi era celebre in questi tempi per tutta l'Italia. Pertanto gli spedirono l'invito con ingorde promesse di ricompensa[2500]. Braccio, dopo aver fatto il ritroso per maggiormente avvantaggiar le sue cose, finalmente condiscese a condizione che la regina lo investisse e metesse in possesso della città di Capoa e del suo principato, boccone da principe; e che il creasse contestabile del regno[2501]. Tutto gli fu accordato; e dacchè egli ebbe spedita gente a prendere il possesso di Capoa, (benchè il Campano sembri credere ciò seguito più tardi) tutto allegro cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue genti, colle quali in fine si inviò in persona alla volta del regno di Napoli, avendo prima voluto sicurezza dalla regina di ducento mila fiorini d'oro per pagare le truppe. Essa parte ne fece sborsare, parte diede per mallevadori i mercatanti fiorentini[2502]. Mentre queste cose si trattavano, il re Alfonso, nel mese di febbraio diede una scorsa al suo regno di Sicilia, ch'egli non avea peranche veduto. Sbarcò a Palermo, e poscia andò visitando Messina e le altre città di quel fiorito regno: il che fatto, se ne tornò a Napoli per assistere alla regina contro gli sforzi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Entrò ancora nel regno colle sue forze il prode Braccio, e sulle prime s'impadronì di Solmona, di Sangro e d'altre terre. Poscia speditamente marciò ad Aversa per sorprender ivi, se potea, l'Angioino, sapendo che Sforza col meglio dei suoi era lungi di là. Ma non gli andò fatta. Sforza corse ad Aversa, ed, assicurata con buon presidio la città, rendè inutili i disegni dell'avversario. In questi tempi _Jacopo Caldora_, uno di quei baroni che avea prese l'armi contro la regina Giovanna, ed abbondava di coraggio e di soldatesche, allorchè Sforza si credeva di avere in lui il più fedel collegato, venne a scoprirsi di fede instabile, guadagnato da Braccio, con cui unì in fine le forze sue: colpo che sconcertò non poco gl'interessi di Lodovico d'Angiò e di Sforza. Braccio intanto col Caldora se n'andò a Napoli, e vi giunse nel punto che anche il re Alfonso con bella flotta e buon rinforzo d'armati nel dì 26 di giugno sbarcò in quel porto. Incredibile fu in Napoli l'allegrezza per la venuta di questi campioni, e favoritissimo fu l'accoglimento fatto a Braccio dalla regina e dal re.

Attendeva in questi tempi _papa Martino V_, già restituito a Roma, a dar sesto a quella città. Ma non sapeva egli digerire, che la _regina Giovanna_, senza farne consapevole il romano pontefice suo sovrano, non che senza chiederne il consenso, avesse adottato in figliuolo il re _Alfonso_, la cui mente e potenza già gli facea paura. Molto più si accese di sdegno allorchè vide _Braccio_ suo vassallo impugnar le armi contra del duca d'Angiò da sè favorito, e cominciar la fabbrica di maggiore ingrandimento, che potea essere un dì troppo pregiudiziale agli Stati della Chiesa. In questi tempi venne il duca di Angiò a Roma, per rappresentare al papa lo stato assai dubbioso, se non anche pericoloso, de' suoi affari, e per chiedere aiuto. Gli diede il pontefice quel rinforzo che potè di denaro; ed ordinò a _Tartaglia_, che era al suo soldo, di andarsi ad unire a _Sforza_ con cinquecento cavalli e qualche fanteria di sua condotta. Scrisse ancora un breve nel dì 29 di giugno[2503] ai signori sì ecclesiastici che secolari del regno di Napoli, comandando loro di non pagare alla regina i tributi, e di non ubbidire ai di lei ministri; ma non tralasciò intanto di procurare aggiustamento fra le parti[2504]. A questo fine inviò a Napoli nel settembre i cardinali di Sant'Angelo e del Fiesco, che trovarono l'osso troppo duro; e pare che se ne andassero senza aver nulla fatto. Il bello era che ne' medesimi tempi cominciò la regina a pentirsi di aver chiamato ed adottato il re Alfonso[2505], e per via di Bernardo Arcamone cominciò a trattar segretamente con Lodovico d'Angiò e Sforza: il che penetrato dal re Alfonso, gli diede un'incredibil gelosia. Per questa dubbietà di animi nulla di riguardevole succedette nel resto dell'anno fra le due nemiche armate, le quali, dopo varii movimenti, saccheggi e scaramuccie, si ridussero ai quartieri d'inverno. Si credeva ognuno di goder ivi la quiete[2506], quando all'improvviso il re Alfonso e Braccio, per levarsi l'impaccio della Cerra, luogo già occupato da Sforza, otto miglia lungi da Napoli, vi andarono a mettere l'assedio, e cominciarono colle bombarde ed altre macchine a bersagliar quella terra. Accorsovi Sforza con cinquecento cavalli, vi spinse dentro Santoparente ed altri dei suoi bravi parenti Cotignolesi con ottanta cavalli, i quali fecero tal difesa, che, disperando il re di vincere la pugna, ascoltò volentieri proposizioni d'accordo. Per onor suo fu ritrovato il ripiego che gli assediati esponessero la bandiera del papa, per la cui riverenza il re mostrò di ritirarsi. Scrive bensì il Campano[2507] che Cerra gli si rendè, ma verisimilmente in ciò egli prese abbaglio. Soggiornando intanto il duca d'Angiò e Sforza in Aversa, e trovandosi con esso loro _Tartaglia_, antico nemico, e poco fa divenuto amico di Sforza, insorsero sospetti di mala fede contro di lui, e che egli avesse tenuto intelligenza di un tradimento con Braccio. Se fossero veri o falsi cotali sospetti, nol saprei dire. Sappiamo di certo ch'egli fu preso, e posto ai tormenti, nei quali dicono che confessò il delitto; laonde gli fu tagliata la testa. Confessa il Campano che Braccio trattava male qualunque dei soldati di Sforza che restasse prigioniere; regalava all'incontro e rimandava quei di Tartaglia: stratagemma forse usato da lui per metterlo in diffidenza col duca d'Angiò e con Sforza, siccome infatti avvenne. Ma costò caro al duca, perchè la maggior parte de' soldati di Tartaglia, credendo ucciso a torto il lor condottiere, a poco a poco desertando, si andarono ad arrolare nel campo di Braccio.