Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 90
Dopo avere _papa Martino V_ imposto fine al concilio di Costanza[2451], nel dì 16 di maggio si mise in cammino alla volta di Sciafusa per calare in Italia, accompagnato dal _re Sigismondo_, da varii principi e da gran folla di gente per un tratto di strada. Arrivò nel dì 11 di luglio a Ginevra, dove gli ambasciatori d'Avignone gli prestarono ubbidienza. Partitosi di là solamente nel dì 3 di settembre per Susa, Torino e Pavia, passò a Milano nel dì 12 d'ottobre, dove il _duca Filippo Maria_ l'avea invitato con gran premura. La magnifica sua entrata in quella città vien descritta dal Corio[2452]. Messosi poi nel dì 17 d'esso mese in viaggio, si trasferì a Brescia, ricevuto con sommo onore da _Pandolfo Malatesta_, e di là marciò a Mantova. Quivi si riposò il resto dell'anno, con attendere in lontananza a rimediare ai disordini dello Stato ecclesiastico, nel quale trovò vacillante la sua autorità. Bologna s'era già rimessa in libertà; Perugia con altre città ubbidiva a _Braccio da Montone_; in Roma tuttavia regnava la discordia, e vi teneva il piede la guarnigione della _regina Giovanna_; in mano finalmente di varii signori era la Romagna e parte della Marca. Per cagione di questo sì sconcertato sistema i vigilanti Fiorentini gli esibirono per istanza di sua sicurezza la stessa città di Firenze o Pisa; ed egli si mostrò disposto ad accettare l'offerta. Inviò ambasciatori a Bologna, richiedendo il dominio temporale di quella città[2453]. Altri ne inviarono a lui i Bolognesi, pregandolo di non s'impicciare nel civile loro governo, e tanto seppero fare, che egli si contentò di lasciarli come erano, con obbligo di pagare annualmente alla camera apostolica il censo di otto mila fiorini d'oro. Non volle per allora sentirsi parlare di Braccio, che pregava di ottenere in vicariato le città da lui possedute. Fu questo l'anno ultimo della vita di _Teodoro II marchese_ di Monferrato, principe rinomato. È riferita dal Corio la sua morte all'anno precedente; ma Benvenuto da San Giorgio[2454] la rapporta al presente; e, siccome più informato degli avvenimenti della sua patria, merita qui maggior fede. Restò signore di quegli Stati _Gian-Jacopo_ suo figliuolo. Diede molto da dire in quest'anno agl'Italiani la morte violenta[2455] che _Filippo Maria duca_ di Milano nel mese d'agosto inferì a _Beatrice Tenda_, già moglie di Facino Cane, e poscia sua. Fu essa imputata di amicizia disonesta con un certo suo familiare, epperò processata e tormentata. Ancorchè ne' tormenti confessasse il fallo, lo negava dipoi al confessore. Ciò non ostante, tagliata le fu la testa. Non si potè cavar di capo alla gente ch'ella altro reato non avesse, se non quello d'aver preso per marito il duca giovinetto, quando essa era d'età troppo disuguale, ed incapace di dar figliuoli. Però universalmente venne detestata, oltre alla crudeltà, l'ingratitudine del duca[2456], a cui questo matrimonio avea portato immensi tesori ed era stato il principio d'ogni sua fortuna. Fece in quest'anno gran guerra esso duca di Milano alla città di Genova[2457], con avere inviato un potente soccorso di gente d'armi agli Adorni, Montaldi, Guarchi ed altri fuorusciti di quella città, tutti rivolti a detronizzare il doge _Tommaso da Campofregoso_. Passò l'esercito loro fin sotto Genova; succederono moltissime zuffe coi cittadini; e furono presi e ripresi varii luoghi forti e castella, ma senza punto prevalere contro la possanza de' Campofregosi. Fu in questa occasione che le armi del duca di Milano s'impadronirono di Gavi, e di quasi tutte le terre e castella de' Genovesi situate di qua dal Giogo. Durò in tutto quest'anno sì fatta guerra sul Genovesato. Se l'intendeva coi Genovesi _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia, e per fare una diversione, uscì in campagna colle sue genti; ma essendosi arrischiato a voler passare l'Adda, quivi restò spelazzato dalle squadre del duca di Milano. In questi tempi _Giovanna regina_ di Napoli procurò di guadagnarsi la grazia del _pontefice Martino_, e strinse lega con lui per mantenerlo nel dominio di Roma, e delle altre terre della Chiesa[2458]. In ricompensa il papa promise di darle la corona del regno.
Ma perciocchè gran discordia insorse fra i ministri d'essa regina[2459], aspirando ciascuno al primato, di grandi turbolenze patì in quest'anno la città di Napoli. Il gran siniscalco _Ser-Gianni Caracciolo_, che era allora il primo nobile di quella corte e regno[2460], quantunque Chiara, sorella di Foschino e di Marco Attendoli parenti di _Sforza_, fosse promessa in moglie a _Marino conte_ di Santo Angelo suo fratello, pure cominciò a mirar di mal occhio l'esaltazione di Sforza gran contestabile, massimamente dopo avergli la regina dato in feudo Benevento, non posseduto allora dalla Chiesa romana, e la terza parte delle rendite di Manfredonia. Maritò inoltre esso Sforza il figliuolo _Francesco_ con _Polissena_ della Ruffa, che gli portò in dote la città di Montalto, Cariate e molte altre belle terre in Calabria. Di altri nobili parentadi fecero parimente in quel regno gli altri Cotignolesi parenti di Sforza, che in copia erano già iti a militare sotto sì gran capitano, e tutti godevano distinti gradi nella milizia. Ora crescendo la nemicizia di Ser-Gianni verso del medesimo Sforza, e non potendo questi ottener giustizia di molti torti a lui fatti, anzi udendo che la regina l'avea dichiarato nemico, perduta la pazienza, mise in armi tutti i suoi; ed alzate le insegne, marciò a dirittura alla volta di Napoli, con accamparsi nel borgo delle Corregge, credendosi di riportar colla forza ciò ch'era negato alle giuste istanze sue. Si lasciò egli addormentare dalle lusinghe di Francesco Orsino, a lui spedito dal Caracciolo, perchè promise a bocca larga un amichevol accordo; ma mentre, su queste speranze, se ne sta Sforza poco in guardia, il popolo di Napoli, incitato dal Caracciolo alle armi, furiosamente nel dì 28 di settembre uscì di una porta, e diede addosso alle di lui genti, che disordinate non si aspettavano un tale incontro. Fecero, come poterono, testa, e il combattimento fu aspro, ed in fine fu obbligato Sforza a ritirarsi colla peggio e in rotta a Chiaia, perduto l'equipaggio e gran quantità di cavalli. Servì questa superchieria degli emuli, e il suo sfregio e la perdita patita, a maggiormente attizzarlo contra di che aggirava a suo modo la regina e la città; e però unito coi conti di Caiazzo e della Cerra, si diede a far correre le sue genti sino a Napoli con gravissimo danno e grida dei cittadini. Il perchè tanto i nobili che il popolo, preso il governo della città, nel dì 9 d'ottobre trattarono di pace col nemico Sforza. Egli ottenne la restituzion della roba a lui tolta, la liberazion dei prigioni, e che il gran siniscalco Caracciolo si partisse da Napoli. Il che eseguito, pace vi fu, e Sforza tornò a servir la regina. _Braccio da Montone_ signor di Perugia, che, non diverso da quei capitani de' masnadieri da noi veduti nel precedente secolo, sapea mantener alle spese altrui l'esercito suo[2461], arrivò all'improvviso in quest'anno sul Sanese, e tale paura fece alle castella de' Salimbeni, che ne smunse quattro mila fiorini. Non avrebbono mai sognato i Lucchesi di vedere sul loro territorio Braccio, con cui niuna nemicizia aveano[2462]; ma nel dì 10 di maggio, eccolo comparire colà, mettere a sacco tutta la campagna, con prendere un'infinità di bestiame. Era fuori di quella città _Paolo Guinigi_ signore o tiranno di essa. Giunse a tempo per prepararsi a qualche difesa; nulladimeno, giudicando meglio di chiedere accordo, spedì ambasciatori a Braccio, e fu convenuto di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro, parte in contanti, e parte in lettere di cambio ai banchieri fiorentini. Se queste sieno gloriose prodezze di Braccio, lo diranno i lettori. Portatosi anche a Norcia, e minacciata quella città d'assedio, fu d'uopo che quel popolo si riscattasse con quattordici mila fiorini d'oro. Finalmente, dopo avere presa la terra della Pergola, condusse la sua armata ai quartieri d'inverno.
NOTE:
[2448] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.
[2449] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2450] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.
[2451] Raynald., Annal. Eccles.
[2452] Corio, Istoria di Milano.
[2453] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2454] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2455] Corio, Istor. di Milano.
[2456] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.
[2457] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2458] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2459] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2460] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2461] Campanus, in Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.
[2462] Annali Sanesi, tom. eod. Histor. Sanensis, tom. 20 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXIX. Indiz. XII.
MARTINO V papa 3. SIGISMONDO re de' Romani 10.
Ottennero l'intento loro i saggi Fiorentini con indurre _papa Martino V_ ad andarsene nell'anno presente alla lor città, e a fissar ivi la sua residenza[2463]. Mossosi egli adunque da Mantova, arrivò a Ferrara nel dì 8 di febbraio, e con sommo onore vi fu introdotto dal _marchese Niccolò_ Estense. Quivi accordò la libertà e molti privilegii ai Bolognesi; ma non si sa il perchè non volle poi passar per Bologna. Probabilmente nudriva fin allora de' pensieri diversi contro quella città; nè tarderemo a vederne gli effetti. Fece egli il viaggio per la Romagna, e nel dì 18 del suddetto mese di febbraio entrò con gran pompa in Forlì[2464], da dove poi si trasferì a Firenze. Nel dì 26 d'esso mese fece egli la sua entrata in quella città. La magnificenza fu grande, suntuosi i regali, tenendosi ben caro i Fiorentini, dopo tante rotture colla santa Sede, d'avere in lor casa un papa, e papa che parea risoluto di far quivi una lunga posata. E certamente non tardarono a provare i buoni influssi di questo gran pianeta; perciocchè, nel dì 2 di maggio[2465], il papa onorò della dignità archiepiscopale la chiesa di Firenze. Era fuggito dalle carceri di Germania Baldassare Cossa, già _papa Giovanni XXIII_. Gli facea la caccia papa Martino, credendo egli non mai sicuro il suo pontificato, finchè questo uomo si trovava in libertà e in istato di far nuovi imbrogli[2466]. Scrivono altri che per le raccomandazioni di papa Martino, e col danaro d'alcuni mercatanti fiorentini, egli fu liberato. Ora il Cossa, o per consiglio di saggia politica, o per ispirazione di Dio, oppure per concerto già fatto, prese la risoluzione di umiliarsi al legittimo pontefice, e di metter fine per conto suo ai guai della Chiesa. Ottenne per mezzo de' Fiorentini, amici suoi, salvocondotto, e nel dì 13 di maggio venuto a Firenze, si gittò a' piedi di Martino, riconoscendolo per vero ed unico papa, e rinunziando liberamente ad ogni sua pretensione sul papato. Questo atto, di cui mirabilmente si rallegrò il pontefice, servì a lui di motivo per crear di nuovo cardinale, e primo tra' cardinali, esso Cossa. Ma non terminò l'anno che anche venne meno la vita di questo personaggio, famoso per la varietà della sua industria e fortuna, essendo egli morto nel dì 22 di dicembre. Nè sussiste, per attestato dell'Ammirati[2467], che _Giovanni de' Medici_, padre di _Cosimo il Magnifico_, si arricchisse coi di lui tesori, perchè il suo testamento chiaramente pruova esser egli morto piuttosto povero che ricco. Ebbe in quest'anno[2468] esecuzione l'accordo e la lega, già conchiusa fra esso papa Martino e _Giovanna Seconda_ regina di Napoli. Promise la regina ai ministri pontificii di consegnare al papa castello Sant'Angelo, Ostia e le altre fortezze di Roma, città in cui regnavano tuttavia molte discordie fra i Savelli e gli Orsini. E nell'accordo suddetto non dimenticò già il papa l'esaltazione della propria casa, secondo l'uso de' suoi tempi. Avendo egli spedito a Napoli _Giordano Colonna_ suo fratello, ed _Antonio_ suo nipote, si vide la regina profondere le sue grazie sopra d'esso Antonio, con crearlo duca d'Amalfi e di Castello a mare, e con donargli poscia il principato di Salerno: di modo che pubblica credenza fu che vi fosse stato maneggio di far succedere questo nipote del papa nel regno di Napoli, allorchè mancasse di vita la regina.
Dacchè restò depresso _Jacopo di Borbone_ conte della Marca, marito d'essa regina, se ne stette egli sempre malcontento. Ossia che fin d'allora fosse custodito sempre dalle guardie, oppure che, volendo fare delle novità, fosse messo in prigione: certo è che furono fatti premurosi uffizii per la liberazione di lui da alcuni re e principi, ma sempre indarno. All'autorità del pontefice riuscì di fargli ricuperare la libertà, nel dì 15 di febbraio dell'anno presente, con varii patti per la sicurezza e pel decoro suo. Parve rimessa la buona armonia fra lui e la moglie regina; ma perchè ella non cacciava di corte alcuni tristi, indispettito per vedersi poco prezzato, sul fine di maggio[2469], imbarcatosi in una nave, all'improvviso se ne andò a Taranto. Fu ivi assediato da _Maria regina_, già moglie di _Ladislao_, che per _Gian-Antonio Orsino_ acquistò quel principato. Laonde Jacopo per disperazione fuggì, e di là si ridusse a Trivigi, e poscia in Francia, portando seco un immortale sdegno contro la regina e i Napoletani. Fecesi poi frate francescano, e i Sammartani scrivono[2470] ch'egli morì nel 1438. Spediti dal papa, nel mese di gennaio a Napoli il _cardinal Morosino_ vescovo d'Arezzo ed _Angelo vescovo_ di Anagni, questi solamente nel dì 28 di ottobre eseguirono la coronazion della _regina Giovanna_; per la qual funzione due mesi continui il popolo di Napoli fece feste e bagordi senza fine. Come possa stare che dopo tali atti lo stesso papa sul fine di quest'anno[2471], per quanto vogliono alcuni, con sua bolla riconoscesse i diritti di _Lodovico duca d'Angiò_ sul regno di Napoli, non si sa bene intendere. Certo è che _Ser-Gianni Caracciolo_, come esiliato, spedito dalla regina a Firenze, maneggiò con vigore i di lei interessi, ed ottenne quanto dimandò. Ma il Caracciolo era l'anima della regina Giovanna, di modo che i suoi nemici sparlavano, attribuendo ad amendue un illecito commercio. Nè potendo essa sofferire la di lui lontananza, voluta dallo _Sforza_, tanto s'industriò, che, placato lo Sforza, fece ritornare il suo caro, e riconciliollo con lui. Oltre al grado di gran contestabile del regno, ebbe in quest'anno Sforza da _papa Martino_ quello di gonfaloniere della Chiesa, giacchè di lui si volea il pontefice servire per far guerra a _Braccio_, sommamente da lui odiato, perchè occupator di tante terre dello Stato ecclesiastico. E volentieri la regina e i Caracciolo diedero mano all'impresa, per allontanare Sforza da Napoli e dal regno[2472]. Troppo mi dilungherei se volessi tener dietro ai passi di questo valoroso capitano. Brevemente dirò ch'egli andò coll'esercito suo ad accamparsi fra Viterbo e Montefiascone. Gli venne incontro il non men prode Braccio, che poco prima s'era impadronito d'Assisi e della città, ma non della rocca di Spoleti[2473]. Vennero alle mani nel dì 20 di giugno, quando il _conte Niccolò Orsino_, il quale fu poi imputato di segreta intelligenza con Braccio, essendo tenente della cavalleria di Sforza, dato di sprone al cavallo, si ritirò in Viterbo. L'esempio suo si trasse dietro il resto del campo sforzesco, il quale, inseguito da Braccio sino alle porte della città, diede a lui campo di far prigioni mille de' cavalli sforzeschi[2474]. Stando in Viterbo Sforza, benchè mal ubbidito dai traditori, e colla peste entrata fra i suoi, non lasciò per questo di far molte prodezze contro al nemico Braccio, finchè giunse _Francesco_ suo figliuolo con un buon rinforzo di gente. Allora, teso un aguato, fece assaltar dal figliuolo i Bracceschi, e nel combattimento ebbe prigionieri più di cinquecento cavalli. Per questo si ritirò Braccio indietro, e benchè seguissero varii altri incontri, poco vantaggio ognuno d'essi ne riportò. Ma singolar guadagno fece Sforza per altro verso, perchè riuscì alla di lui industria, o piuttosto ai segreti maneggi e all'oro del papa, di staccare _Tartaglia_ da Braccio; da Braccio, dissi, pel cui ingrandimento tanto s'era fin qui affaticato esso Tartaglia. Mosse il pontefice contra di lui anche _Guido Antonio da Montefeltro_, signore d'Urbino e di Gubbio. Tolse questi bensì a Braccio la città d'Assisi, ma non già il castello. Accorsevi Braccio, e colla morte e prigionia di molti Urbinati la ricuperò. Non andò così pel castello di Spoleti assediato da un corpo di gente di Braccio, già divenuto padrone della città. Essendovi stato spedito da Sforza un rinforzo, che si unì colla guarnigion del castello, restarono sconfitti i Bracciani, e quella città tornò all'ubbidienza del papa. Intanto Braccio, per vendicarsi di Tartaglia, fece che gli Orvietani trattassero con lui di dargli quella città. Portossi colà Tartaglia con trecento cavalli ed altrettanti fanti, credendosi di avere fra le unghie la preda; ma, assalito da Braccio, vi lasciò quasi tutti i suoi prigioni, ed egli con pochi appena si salvò mercè del buon cavallo e degli sproni.
Niuna memoria ci resta sotto questo anno degli affari di Genova negli Annali di quella città. Ma si raccoglie abbastanza dal Sanuto[2475] e dal Corio[2476] che _Tommaso da Campofregoso_ doge altra maniera non seppe trovare per liberarsi dalla persecuzion del duca di Milano e de' suoi emuli, che di comperare a caro prezzo la pace dal medesimo duca nel mese di febbraio. Si convenne dunque di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro presentemente, e nel termine di anni quattro altri cento cinquanta mila; siccome ancora di deporre il titolo di doge, assumendo quello di governatore; e di lasciar entrare in città i fuorusciti, eccettochè tre casate. Ciò fatto, _Filippo Maria_ ordinò al _Carmagnola_ di rivolgere l'armi contra di _Gabrino Fondolo_ tiranno di Cremona. V'andò, e prese la maggior parte delle castella di quel territorio. Avea il _pontefice Martino_, fin quando era in Mantova, conchiuso un accordo fra il duca di Milano e _Pandolfo Malatesta_, signore di Brescia e di Bergamo, in vigore del quale doveano ricadere al duca quelle due città dopo la morte d'esso Pandolfo, che non avea figliuoli, con altri patti, e con lega offensiva e difensiva fra loro. Ma Pandolfo, al vedere l'amico Gabrino in pericolo, e temendo dopo la rovina di lui la propria, fingendo che Gabrino avesse a lui venduta Cremona, prese le armi per aiutarlo; con che impedì la caduta di Cremona. Allora il Carmagnola marciò coll'esercito suo a Martinengo nel dì 20 di giugno, e collo sborso di dodici mila fiorini vi mise dentro il piede, e poscia imprese l'assedio di Bergamo. Si sostenne quella città sino alla notte precedente al dì 24 di luglio, festa di san Jacopo apostolo. Quei che poterono, della guarnigion di Pandolfo, si salvarono nella cittadella; ma con poco frutto, perchè nel dì 26 si renderono a discrezione. Cita il padre Celestino[2477] la conferma fatta in quest'anno dal duca della capitolazione e de' privilegii della città di Bergamo. Dopo tale acquisto l'infaticabil Carmagnola continuò il corso della vittoria sul distretto di Brescia, portando seco il terrore, ma più il credito d'essere uomo osservator della parola, e di tenere in freno la licenza dei suoi soldati. Occupò gli Orci nuovi e vecchi, Palazzuolo, Pontoglio, Rovatto e molte altre castella: colle quali imprese gloriosamente terminò la campagna. Anche i Veneziani continuarono in quest'anno[2478] la guerra nel Friuli contra di _Lodovico_ patriarca d'Aquileia, senza lasciarsi muovere dal loro proponimento per l'interposizione del papa che mandò apposta a Venezia il cardinale di Spagna con titolo di legato per trattare d'accordo. Aveano il vento in poppa. Filippo Arcelli, già signor di Piacenza, creato lor generale, sapea eccellentemente il mestier della guerra; ogni dì più facea progressi nel paese nemico. Tanto egli operò che Cividal di Belluno si arrendè alla reppublica nel dì 7 d'aprile. Anche Sacile venne all'ubbidienza de' Veneziani verso la metà di agosto. Così fecero anche Prata, Serravalle ed altri luoghi. Nel medesimo tempo faceano i Veneziani guerra in Dalmazia alle città di Traù e di Spalatro, che erano occupate da _Sigismondo re_ dei Romani e d'Ungheria, il quale, per la morte di Venceslao suo fratello, già re de' Romani, era divenuto padrone anche della Boemia, e per mezzo di _Pippo_, ossia _Filippo degli Scolari_ Fiorentino, suo generale, riportò in quest'anno una mirabil vittoria contra di trecento mila Turchi.
NOTE:
[2463] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2464] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2465] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.
[2466] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Vita Martin. V, P. III, tom. 3 Rer. Ital.
[2467] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2468] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. eod.
[2469] Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.
[2470] Sammarthan., Généal. de France, tom. 2.
[2471] Raynaldus, Annal. Eccles. ad ann. 1420.
[2472] Cribell., Vit. Sfort., tom. 19 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.
[2473] Campanus, Vita Brachii, lib. 4. tom. 19 Rer. Ital.
[2474] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2475] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2476] Corio, Istor. di Milano.
[2477] Celestino, Istor. di Bergamo.
Anno di CRISTO MCCCCXX. Indiz XIII.
MARTINO V papa 4. SIGISMONDO re de' Romani 11.