Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 9
I Reggiani, siccome amici de' Bolognesi, permisero che molti de' suoi privatamente venissero in soccorso de' Modenesi, _Obizzo marchese_ d'Este anch'egli con tutte le forze de' Ferraresi fu in armi, per sostenere i loro interessi. O sia che questo gagliardo armamento do' Modenesi facesse mutar pensiero ai più savii de' Bolognesi, oppure che la fazion guelfa de' Geremii se l'intendesse co' Modenesi, certo è che essi Geremii non si vollero muovere contra di Modena, e fu gran lite fra essi e i Lambertazzi. Temendo dunque gli ultimi che, se uscivano di Bologna, la fazion contraria introducesse in quella città Obizzo Estense signor di Ferrara, restarono, ed altro non seguì per conto di Modena. Anzi si ottenne dipoi che quel decreto e marmo pregiudiziale ai Modenesi fosse abolito. Carlo re di Sicilia, che nullameno sotto l'ombra di paciere andava macchinando il dominio di tutta l'Italia, scoprì in quest'anno l'animo suo verso la città di Genova[236]. Col mezzo del _cardinale Ottobuono_ del Fiesco fece venire alla corte pontificia tutti i banditi e confinati di quella città, col pretesto di promuovere la concordia d'essi cogli ambasciatori di Genova, i quali si trovavano anch'essi in Roma. La conchiusione fu, che tutti que' nobili banditi, i Grimaldi specialmente e i Fieschi col cardinale suddetto, per quanto era in loro potere, suggettarono la lor patria ad esso re Carlo. Fu segreta la capitolazione, e non ne traspirò notizia agli ambasciatori suddetti; ma gli effetti poco appresso la scoprirono. Cominciarono que' nobili fuorusciti delle ostilità contro la patria; e il re Carlo in un determinato giorno, senza far precedere sfida alcuna, fece prendere quanti Genovesi si trovarono in Sicilia e Puglia colle loro mercatanzie e navi. Per buona ventura si salvarono due ricche navi che erano approdate a Malta, non essendo riuscito alla furberia dell'uffiziale del re Carlo di mettervi l'unghie addosso. Fu afflitta da grave carestia in quest'anno ancora la Lombardia.
NOTE:
[218] Annales Veteres Mutinens.
[219] Annal. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[220] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[221] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 306.
[222] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[223] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[224] Ptolom. Lucens., in Annalib. Brev., tom. 11 Rer. Ital.
[225] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.
[226] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.
[227] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[228] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[229] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[230] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[231] Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[232] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[233] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[234] Pippin, Chron. Bononiens., tom. eod.
[235] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.
Anno di CRISTO MCCLXXIII. Indizione I.
GREGORIO X papa 3. RIDOLFO re de' Romani 1.
L'opere del santo pontefice _Gregorio X_ fecero ben conoscere in quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempo in rotta buona parte dell'Italia[237], e sempre più le fazioni e civili discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re de' Romani, senza attendere quella del tuttavia vivente _Alfonso re_ di Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi, _Ridolfo conte_ di Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia, principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte pontificia, _Odoardo_ nuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defunto _re Arrigo_ suo padre[238]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto rigoroso processo contra del _conte Guido_ da Monforte per l'empio assassinamento del principe _Arrigo_ d'Inghilterra. Infatti il papa sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi[239], cioè la fazion guelfa de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio, se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato concilio generale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a Firenze[240] nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta[241] una bella parlata che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace, dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora il _re Carlo_ in Firenze, nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze, con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello presso il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini, portando seco non lieve sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio[242], e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte usate da _Napo_ ossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque di promuovere al patriarcato d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ di lui fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchi godevano il riguardevol principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo stabilimento nell'arcivescovato di Milano[243]. Tale e tanta dovette essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende il Corio[244] che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da Tolomeo da Lucca[245] che in quest'anno il primogenito di _Ridolfo re_ de' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.
Erano forte in collera con _Carlo re_ di Sicilia i Genovesi[246], dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini, Pistoiesi ed altri popoli le diede principio nella Riviera orientale, e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi, perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città d'Asti[247]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea, Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti, siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa, ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni presi da _Jacopo_ e _Manfredi marchese_ del Bosco a Cossano. Perciò gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì 24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo per la liberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi, se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca. Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato, nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi, che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo. Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto marchese di Monferrato _Guglielmo_. Ma è ben da stupire come il santo pontefice _Gregorio X_[248] per cagione di questa lega fulminasse la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe. Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in Ferrara[249] nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidere il _marchese Obizzo_ d'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita, trucidato dalla famiglia del signore.
NOTE:
[236] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[237] Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal. Eccles.
[238] Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.
[239] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[240] Ricordano Malaspina, cap. 198.
[241] S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.
[242] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[243] Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 309.
[244] Corio, Istor. di Milano.
[245] Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.
[246] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.
[247] Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.
[248] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[249] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXIV. Indizione II.
GREGORIO X papa 4. RIDOLFO re de' Romani 2.
Memorabile si rendè l'anno presente per l'insigne concilio generale tenuto da papa _Gregorio X_ in Lione[250], al quale intervennero circa cinquecento vescovi, settanta abbati e mille altri fra priori, teologi ed altri ecclesiastici dotati di qualche dignità. Gli fu dato principio nel dì 7 di maggio, e quivi si fece la riunion de' Greci colla Chiesa latina; il che recò estrema consolazione ad ognuno. _Michele Paleologo_, imperador de' Greci, uomo accorto, paventando forte la crociata de' popoli d'Occidente, promossa con zelo inesplicabile dal buon papa Gregorio, e vivendo ancora in non poca gelosia delle forze e dell'ambizione di _Carlo re_ di Sicilia, si studiò con questo colpo di rendere favorevole a sè stesso il pontefice e i principi latini. Furono eziandio fatti molti dei regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, e si trattò con vigore della ricupera di Terra santa. E perciocchè le maggiori speranze del papa erano riposte nel nuovo eletto re de' Romani _Ridolfo_ conte di Habspurch, che avea presa la croce, si studiò egli di pacificare _Alfonso_ re di Castiglia, il quale continuava le sue pretensioni sopra il regno d'Italia, e solennemente ancora confermò l'elezione d'esso Ridolfo. Questi, all'incontro, confermò alla Chiesa romana tutti gli Stati espressi ne' diplomi di Lodovico Pio, Ottone I, Arrigo I e Federigo II, e si obbligò di non molestar il re Carlo nel possesso e dominio del regno di Sicilia, con altri patti che si possono leggere negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Due gran lumi perdette in quest'anno l'Italia e la Chiesa di Dio. Il primo fu _Tommaso da Aquino_ dell'ordine de' Predicatori, della nobilissima casa de' conti d'Aquino, ingegno mirabile ed angelico, teologo di sì profondo sapere, che dopo sant'Agostino un altro simile non aveva avuto la cristiana repubblica[251]. Da Parigi, nella cui università era egli stato con infinito plauso pubblico lettore, venuto a Napoli nell'anno 1272, s'era ivi fermato per ordine del re Carlo, affinchè vi leggesse teologia. Ma dovendosi tenere il concilio, in cui sarebbe occorso di disputar coi Greci, papa Gregorio comandò ch'egli venisse a Lione per così importante affare. Misesi fra Tommaso in viaggio; ma infermatosi per via, giacchè non v'era vicino convento alcuno del suo ordine, si fermò nel monistero dei Cisterciensi di Fossanova nella Campania. Quivi dopo qualche mese passò a miglior vita nel dì 7 di marzo dell'anno presente in età di soli quarantanove anni, o al più cinquanta, con ammirarsi tuttavia, come egli tante opere, ed opere insigni, potesse compiere in un sì limitato corso di vita. Io non so qual fede si possa prestare a Dante[252], che cel rappresenta tolto dal mondo con lento veleno, fattogli dare dal re Carlo, per timore che non facesse dei mali uffizii alfa corte pontificia a cagion della persecuzione da lui fatta ai conti d'Aquino suoi fratelli. Fu egli poi canonizzato e posto nel catalogo de' santi, e dopo molti anni trasportato a Tolosa il sacro suo corpo. Gran perdita parimente si fece nella persona di fra _Bonaventura da Bagnarea_ dell'ordine de' Minori[253], insigne teologo anche esso, già creato cardinale della santa romana Chiesa, e vescovo d'Albano. Trovavasi egli al concilio di Lione; quivi nel dì 15 di luglio terminò il corso della vita terrena, e ducento anni dipoi fu canonizzato, senza intendersi perchè la festa sua si celebri nel dì precedente, se forse egli non morì nella notte fra l'un giorno e l'altro: il che suol produrre diversità di contare presso gli storici. Secondo le storie milanesi[254], _Napo dalla Torre_ signor di Milano spedì una solenne ambasceria a riconoscere per re dei Romani e d'Italia Ridolfo, con offerirgli il dominio della città. Fu gradito non poco quest'atto dal re Ridolfo, e però dichiarò suo vicario in Milano esso Napo, e mandogli il conte di Lignì con un corpo di truppe tedesche per difesa sua contra de' Pavesi e de' nobili fuorusciti. _Cassone_ ossia _Gastone_, figliuolo di Napo, fu poi dichiarato capitano di tali truppe.
In quest'anno ancora vennero trecento uomini d'armi a Pavia[255], inviati dal _re Alfonso_ di Castiglia. Con questi e con tutto il loro sforzo i Pavesi, gli Astigiani e _Guglielmo marchese_ di Monferrato andarono a dare il guasto al territorio d'Alessandria, e stettero otto giorni addosso a quel popolo. Non sapendo gli Alessandrini come levarsi d'attorno questo fiero temporale, chiesero capitolazione, e fu convenuto ch'essi rinunziassero al dominio del re Carlo, con che cesserebbono le offese. Nel mese poscia di giugno passarono ai danni della città di Alba e di Savigliano. Presero Saluzzo e Ravello: il che diede motivo a _Tommaso marchese_ di Saluzzo di abbandonar la lega del re Carlo, e di unirsi cogli Astigiani. Tornati nel distretto d'Alba, diedero il guasto al paese sino alle porte di quella città, e gli Astigiani fecero quivi correre al pallio nel dì di San Lorenzo in vitupero de' nemici. Vollero gli uffiziali del re Carlo far pruova della lor bravura, e diedero battaglia, ma con riportarne la peggio, essendo rimasto ferito in volto Filippo siniscalco d'esso re, e Ferraccio da Sant'Amato maresciallo con circa cento quaranta Provenzali. Per queste traversie il suddetto siniscalco si ritirò in Provenza, e lasciò ad Alba, Cherasco, Savigliano, Mondovico, ossia Mondovì, e Cuneo, di levarsi di sotto alla signoria del re Carlo, il cui dominio in Piemonte si venne in questa maniera ad accorciare non poco. Vi conservò egli nulladimeno alcune città[256]. S'impadronirono gli Astigiani anche del castello e della villa di Cossano, i cui signori andarono in Puglia a cercar da vivere alle spese del re. Miglior mercato non ebbe esso re Carlo nella guerra contra de' Genovesi[257]. Presero bensì le sue galee in Corsica il castello d'Aiaccio, fabbricato e fortificato quivi dal comune di Genova; ma i Genovesi, messo insieme uno stuolo di ventidue galee, andarono in traccia delle provenzali, nè trovandole in Corsica, passarono a Trapani in Sicilia, e bruciarono quanti legni erano in quel porto. Iti i medesimi a Malta, diedero il sacco all'isola del Gozzo, e poi, venuti a Napoli, dove soggiornava lo stesso re, per ischerno suo alzarono le grida, e sommersero in mare le regali bandiere; e, nel tornare a Genova, presero molti legni d'esso re Carlo. Quindi nella riviera di Ponente gli ritolsero Ventimiglia. Seguì poscia una zuffa fra essi e il siniscalco del re al castello di Mentono, dove rimasero sconfitti essi Genovesi; ma nulla potè fare contra di essi la potente flotta di lui, che era venuta sino in faccia del porto di Genova.
In Modena[258] divampò nell'anno presente un grave incendio, che durò poscia gran tempo. Prevalendo la fazione de' Rangoni e Boschetti, furono obbligati i Grassoni, quei da Sassuolo e da Savignano coi loro aderenti di uscire della città. Ingrossati poscia i fuorusciti, vennero sino al Montale, ed accorsi i Rangoni col popolo, attaccarono battaglia. Vi fu grande strage dall'una parte e dall'altra; ma la peggio toccò ai Rangoni. Più strepitosi sconcerti succederono in Bologna nel mese di maggio[259]. Vennero alle mani i Geremii, cioè la fazione guelfa, coi Lambertazzi, seguaci della parte dell'imperio, e si fecero ammazzamenti e bruciamenti di case non poche per parecchi giorni. In soccorso de' Guelfi si mosse la milizia di Parma[260], Cremona, Reggio[261] e Modena. Era appena giunta al Reno questa gente, che i Lambertazzi giudicarono meglio di far certi patti colla fazion contraria; e però, cessato il rumore e bisogno, se ne tornarono indietro i collegati. Ma che? Da lì a pochi giorni si ricominciò la danza di prima, e la concordia andò per terra. Il perchè la parte della Chiesa richiese le sue amistà, e in aiuto suo marciarono i Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Ferraresi e Fiorentini. All'avviso di tanti soccorsi che venivano, i Lambertazzi sloggiarono senza contrasto nel dì 2 di giugno. Secondo altri, vi fu gran battaglie, e ferro e fuoco si adoperò; ma in fine, non potendo reggere i Lambertazzi alla forza superiore de' Guelfi, uscirono della città vinti, e si ritirarono a Faenza, con lasciar prigionieri molti del loro partito. Furono atterrati varii palagi e case de' fuorusciti; e il Ghirardacci scrive[262] che quindici mila cittadini ebbero, in tal congiuntura, il bando. Nel mese d'ottobre il popolo di Bologna, rinforzato dai Guelfi circonvicini, fece oste contra le città della Romagna che si erano ribellate. Scacciò d'Imola i Ghibellini, e vi mise un buon presidio. Passò dipoi sotto Faenza, e diede il guasto a quelle contrade; ma ritrovando ben guernita e rigogliosa la città per gli tanti usciti di Bologna, se ne ritornò a casa senza far maggiori tentativi. Secondo il Corio[263], fu guerra in quest'anno fra i Pavesi e Novaresi collegati, e il comune di Milano.
NOTE:
[250] Raynaldus, in Annal. Eccl. Labbe, Concil. Ptolomaeus Lucens. et alii.
[251] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl. lib. 22, tom. 11 Rer. Ital.
[252] Dante, Purgator., can. 20.
[253] Bolland., Act. Sanct., ad diem 14 jul.
[254] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 310. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[255] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[256] Ptolom. Lucens., Hist. Ecclesias., lib. 23, cap. 29.
[257] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[258] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[259] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[260] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[261] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[262] Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[263] Corio, Istor. di Milano.
Anno di CRISTO MCCLXXV. Indizione III.
GREGORIO X papa 5. RIDOLFO re de' Romani 3.