Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 88

Chapter 883,398 wordsPublic domain

Non si potea vedere senza meraviglia la sterminata unione di tanti riguardevoli ecclesiastici e secolari. E tutti ardevano di desiderio di vedere oramai tolto via lo scisma, e pacificata la Chiesa. Invitati ancora colà gli altri due papi, cioè _Gregorio XII_ e _Benedetto XIII_, il primo si scusò con apparenti ragioni, e solamente inviò uno de' suoi cardinali, cioè quel di Ragusi, e _Giovanni Contareno_ patriarca di Costantinopoli, che assistessero per lui. L'altro poi spedì alcuni prelati, che da lì a qualche tempo se ne andarono con Dio, vedendo mal incamminati gli affari pel loro principale[2401]. Comparve ancora nella vigilia del Natale al sacro concilio il _re Sigismondo_ colla _regina Barbara_ sua consorte ad accrescere la magnificenza della funzione, e ad accalorare l'importantissimo negozio della pace della Chiesa. Si era egli fatto coronare re di Germania nel dì 8 dell'antecedente novembre in Aquisgrana. Nulla poi di riguardevole succedette nell'anno presente in Lombardia[2402], se non che il re Sigismondo, tornando in queste parti, e facendo il nemico di _Filippo Maria duca_ di Milano, mosse contra di lui _Gabrino Fondolo_ tiranno di Cremona, _Giovanni da Vignate_ tiranno di Lodi, e _Teodoro marchese_ di Monferrato. Ma in nulla si ridussero i loro tentativi, perchè le forze del duca si andavano ogni giorno più aumentando. Fermossi per due mesi in Piacenza Sigismondo, divisando le maniere di nuocergli. Passò ad Asti, dove contra di lui insorse una sedizione, ed in fine, senza aver altro operato, se ne tornò in Germania. Fiera commozione fu nel dicembre di quest'anno in Genova[2403], essendosi sollevati contra di _Giorgio_ Adorno novello doge i popolari ghibellini, con avere per capo Batista da Montaldo. Durò per tutto quel mese il tumulto con varie civili battaglie, nelle quali nondimeno non si osservò la crudeltà praticata da altre città in simili funeste congiunture. Se non falla il Sanuto[2404], dacchè il suddetto re Sigismondo fu slontanato da Piacenza, Filippo Maria duca spedì colà le sue genti d'armi, e ricuperò quella città nel dì 20 di marzo, e poscia il castello nel dì 6 di giugno. Nel novembre di quest'anno[2405] _Malatesta_ signore di Pesaro mosse guerra agli Anconitani, e diede varie battaglie alla stessa città, credendosi di averla per intelligenza con alcuni di quei cittadini; ma non gli venne fatto. Molti dei suoi restarono in quell'occasione estinti o presi. Pure circa ventinove castella di essi Anconitani vennero in potere di lui. Fu poi rimessa la lor lite nel senato veneto.

NOTE:

[2391] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2392] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2393] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.

[2394] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.

[2395] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2396] Theodoric. de Niem, in Johanne XXIII.

[2397] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2398] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2399] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2400] S. Antonin., Par. III, tit. 22.

[2401] Vita Johannis XXIII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[2402] Corio, Istor. di Milano.

[2403] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXV. Indiz. VIII.

Sede di San Pietro vacante 1. SIGISMONDO re de' Romani 6.

Chiunque mirava _Giovanni XXIII_ papa nel maestosissimo concilio di Costanza, come romano pontefice, riverito da _Sigismondo re_, ossequiato da tanti cardinali, vescovi, prelati e nobili, e assiso sul trono alla testa di quella grande assemblea[2406], l'avrebbe chiamato il più felice e glorioso uomo del mondo. Ma non credea già così sè stesso papa Giovanni, perchè tormentato da un continuo batticuore di dover scendere da quella beata cattedra, in cui era seduto finora. In effetto da che si videro ostinati gli altri due papi in anteporre la loro ambizione al desiderato ben della Chiesa, quei padri cominciarono in disparte a scappar fuori con proposizioni di astrignerli colla forza alla cessione. Non vi mancarono Italiani che diedero ad essi padri in segreto nota di tutte le crudeltà, simonie ed altre iniquità dello stesso Giovanni. Ma non mancavano a lui spioni, perchè in abbondanza ne avea condotto seco; e questi gli andavano rivelando tutti i segreti de' cardinali e de' vescovi. Lasciossi egli indurre a promettere la cessione del pontificato, purchè anche Angelo Corrario e Pietro di Luna, cioè gli altri due pretendenti al papato, facessero la stessa rinunzia. Ne fu fatta gran festa nel concilio. Ma perchè una tal condizionata promessa sarebbe rimasta senza effetto, stante la già conosciuta durezza degli altri due; cotante istanze furono fatte a papa Giovanni, che giunse insino ad obbligarsi alla cessione, quando altra maniera non vi fosse di unire la Chiesa. Oh, allora sì, che ottenuto questo importante punto, s'empierono di giubilo i padri del concilio. Ma, fatto ciò, se ne pentì ben presto Giovanni; ed avendo segretamente trattato con _Federigo duca_ di Austria, nella notte del dì 29 di marzo prese così ben le sue misure, che se ne fuggì vestito da villano, e si ridusse a Sciafusa negli Svizzeri, dove ritrattò le promesse fatte. Gran rumore fu per questo nel concilio. Tralascio io i lor decreti, le loro istanze per farlo tornare, e le cabale di Giovanni per sottrarsi al fulmine che gli soprastava, bastandomi di dire, avere il re Sigismondo, unito con altri principi, usate le preghiere, le minaccie, e in fin le armi, per indurre il suddetto duca Federigo a prendere e consegnare il suddetto papa Giovanni, che si era ritirato a Brisacco. Tanto egli fece[2407], che il duca, da rigorosi editti costretto, e già spogliato di moltissime sue terre e città, si ridusse a consegnarlo nel mese di maggio, e il fece condurre nelle vicinanze di Costanza, dove fu ritenuto sotto buona guardia[2408]. Gli furono intimati i capi delle accuse, e nel dì 29 di maggio si procedette contra di lui alla sentenza della deposizion dal papato, e alla prigionia, per far ivi penitenza. Portato a lui questo decreto, vi si acquetò, e promise di non appellarsene mai. Nella stessa maniera fu pubblicata la sentenza di deposizione contra di _Gregorio XII_ e _Benedetto XIII_, siccome papi anch'essi dubbiosi e perturbatori della Chiesa. A questo avviso esso _papa Gregorio_, che avea buon fondo di virtù, nè finora si era mai indotto a rimediare al bene della Chiesa, perchè troppo assediato e ritenuto dalle contrarie insinuazioni de' suoi parenti, allorchè ebbe intesa la caduta di Baldassare Cossa, appellato finora papa _Giovanni XXIII_, conoscendo oramai disperato il caso anche per sè, e ricevuto buon lume da Dio, spedì a Costanza _Carlo de' Malatesti_ con plenipotenza e con autentica cessione del papato. Arrivato colà il Malatesta nel dì 4 di luglio, con giubilo universale dei padri del concilio lesse e pubblicò la solenne rinunzia fatta da esso Angelo Corrario, al quale per questo lodevole spontaneo atto fu lasciata la porpora cardinalizia, e conceduto, sua vita natural durante, il governo della marca d'Ancona. Ed egli dacchè ebbe intesa la cessione sua accettata nel concilio, trovandosi in Rimini, fatto un solenne concistoro, generosamente la confermò, e depose la sacra tiara e tutti gli ornamenti pontificali, ripigliando il titolo di cardinale vescovo di Porto.

Vi restava da vincere Pietro di Luna, chiamato _Benedetto XIII_. Ritirato costui a Perpignano, quivi se ne stava esercitando la sua autorità sopra coloro che seguitavano a tenerlo per papa, come gli Aragonesi e Castigliani. Tanto egli, quanto _Ferdinando re_ di Aragona e di Sicilia, pregarono con loro lettere il re _Sigismondo_ di voler portarsi a Nizza, dove anch'essi si troverebbono, per tener ivi un congresso e trattar della maniera di pacificar la Chiesa. Sigismondo, principe piissimo, e principal promotore di questa grand'opera, assunse il carico di passare colà, non badando al suo grado, nè a spese, a disastri e pericoli, purchè ne venisse del bene alla Chiesa di Dio. Menando seco alquanti prelati e teologi, come ambasciatori del concilio, passò per la Francia, e giacchè era svanita la proposizione dell'abboccamento in Nizza, andò sino a Narbona, dove il venne a trovare il re Ferdinando, benchè infermo. Non si potè trar fuori di Perpignano il malizioso Pietro di Luna; e però furono a trovarlo colà i due re nel dì 18 di settembre[2409]. Ma Pietro (tanto può la forza dell'ambizione e della vanità) mostrava bensì di voler cedere il papato, ma sfoderava nello stesso tempo esorbitanti condizioni e proposizioni tendenti a guadagnar tempo, che davano abbastanza a conoscere non si accordar le di lui parole col cuore. Le preghiere e le minaccie a nulla servirono. Scappò anche segretamente da Perpignano, e si ritirò a Colliure; ma fu quivi assediato; e perciocchè i suoi cardinali l'abbandonarono, trovò la maniera di fuggirsene e di ritirarsi a Paniscola, cioè ad un fortissimo suo castello sul mare, non molto lungi da Tortosa, dove si rinserrò, risoluto di morire senza dimettere le insegne del preteso suo pontificato. Allora fu che i re Sigismondo e Ferdinando, irritati dall'ambiziosa ostinazione di questo mal uomo, l'abbandonarono, sottraendogli ogni ubbidienza[2410], e nel dì 15 di dicembre stabilirono nella città di Narbona alcuni articoli, affinchè unitamente coi prelati della Spagna si procedesse poi contra di Pietro di Luna. Nel suo passaggio per la Francia Sigismondo s'interpose per mettere pace fra i re di Francia ed Inghilterra, ch'erano alle mani fra loro, e solamente ritornò nell'anno seguente al concilio di Costanza.

Di novità e peripezie non poche abbondò in quest'anno il regno di Napoli[2411]. Avea la _regina Giovanna Seconda_, appena salita sul trono, alzato al grado di conte camerlengo _Pandolfo Alopo_, uomo di vil prosapia, e talmente da lei favorito, che corsero sospetti d'amicizia poco onesta fra loro. Costui con ismoderata autorità girava a suo talento gli affari della corte e del regno. Fece anche imprigionare _Sforza Attendolo_, il più valente condottier d'armi, che la regina avesse allora al suo servigio; e solamente dopo quattro mesi per le istanze di varii baroni il rimise in libertà con patto ch'egli sposasse la di lui sorella Caterina Alopa. Data esecuzione a questo trattato, Sforza fu poi creato gran contestabile del regno. Non mancavano torbidi in quel regno, e baroni ribelli e città sollevate. Persuase dunque il consiglio alla regina di eleggere un marito, col cui braccio potesse più sicuramente tener le redini del governo; ed ella fra molti scelse _Jacopo conte della Marca_ del real sangue di Francia, che accettò ben volentieri l'esibizion di quelle nozze. Sul fine di luglio arrivato questo principe nel regno di Napoli, la regina gli mandò incontro gran copia di baroni, e fra gli altri il suddetto Sforza gran contestabile, con ordine di non gli dare altro titolo che quello di principe di Taranto e duca di Calabria: che così s'era convenuto negli articoli del contratto matrimoniale, già eseguito per via di un mandato colle cerimonie della Chiesa, come io vo credendo. Ma Jacopo, a' cui fianchi si misero tosto dei baroni desiderosi d'abbattere _Sforza_ e _Pandolfello_, il consigliarono di levarsi d'attorno questi due potenti ostacoli, perchè in tal guisa si sarebbe aperta la strada ad essere re. In fatti nella città di Benevento fu preso Sforza, e cacciato in una dura prigione; nè andò esente da questa disavventura _Francesco_ suo figliuolo con altri parenti del medesimo Sforza. Arrivato Jacopo a Napoli nel dì 10 d'agosto, consumato che ebbe il matrimonio, usurpò il titolo di re, oppure, come vogliono alcuni, ciò eseguì con consenso della medesima regina. Fece poi nel dì 8 di settembre mettere le mani addosso a Pandolfello; e l'infelice processato e condannato lasciò la testa sul palco nel dì primo d'ottobre. Passando poi più oltre, cominciò a tenere ristretta e come prigioniera la regina, con attribuire a sè stesso tutta l'autorità, e senza lasciarne a lei un menomo uso, e neppur permettendole che fosse visitata da alcuno dei nobili. _Paolo Orsino_ uscì in questi tempi di prigione per grazia del re Jacopo, da cui fu mandato a Roma, per imbrogliar quella città, mentre castello Sant'Angelo stava tuttavia alla divozione di Napoli, e colle bombarde facea guerra e danno al popolo romano[2412]. Arrivò egli colà nel dì 28 di novembre, e cominciò ad inquietare il cardinale di Sant'Eustachio, legato, e fece prigione _Francesco degli Orsini_ con altre novità.

Ebbe _Filippo Maria duca_ di Milano molte faccende in quest'anno[2413], cioè guerra con _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia, nel qual tempo la fazion dei Ghibellini di Alessandria, che, essendo fuoruscita, avea impetrata poco prima la grazia di ripatriare, si mosse a rumore, e diede quella città in mano a _Teodoro marchese_ di Monferrato. Per buona fortuna del duca, in quel medesimo giorno _Francesco Carmagnuola_ suo generale avea stabilita col Malatesta, per interposizion de' Veneziani, una tregua di due anni: laonde le armi sue ebbero la comodità d'accorrere ad essa città d'Alessandria, e di entrare per una porta nella fortezza, che tuttavia si mantenea, e di ricuperar la città. Per questo fatto il Carmagnuola fu dal duca Filippo creato conte di Castelnuovo[2414]. Non andò così per Piacenza. _Filippo degli Arcelli_, nobile di quella città, nel dì 25 di ottobre usurpò il dominio con trucidar la guarnigione del Visconte. Pretende il Rivalta[2415], storico piacentino, ch'egli le desse il sacco, e commettesse grandi crudeltà contra dei cittadini, e massimamente contra di _Alberto Scotto_ conte di Vigoleno. Fece egli lega dipoi col _marchese Niccolò_ di Ferrara, e coi signori di _Brescia_, _Cremona_ e _Lodi_, in maniera che cominciò a dar da fare al duca di Milano. Per attestato del Bonincontro[2416], in quest'anno _Malatesta_ signor di Cesena fece viva guerra a _Lodovico de' Migliorati_ signore di Fermo, e lo spogliò di molte castella. Di peggio sarebbe intervenuto a Lodovico, se non fosse giunto avviso a Malatesta che _Braccio da Montone_, capitano insigne di questi tempi, metteva a ferro e fuoco il contado di Cesena[2417]. Perciò, fatta tregua fra loro, corse alla difesa della propria casa. Guerra eziandio mosse in quest'anno il medesimo Malatesta a _Ridolfo Varano_ signore di Camerino; ma non gli andò fatta, come s'era egli figurato. Genova, per la sollevazione cominciata nell'anno addietro, era tuttavia in armi[2418], continuando le battaglie fra i cittadini, il bruciamento o smantellamento delle case. Per quanto si studiasse il clero con divote processioni, gridando misericordia e pace, di frenar sì pazzo bollor delle fazioni, stettero gl'inferociti animi saldi nelle risse fino al dì 6 di marzo, in cui, essendo stati eletti nove arbitri, proferirono l'accordo, consistente in permettere che _Giorgio Adorno_ sino al dì 27 di quel mese ritenesse la sua dignità, e poi la dimettesse, con goder da lì innanzi di molte esenzioni e sicurezze. Furono deposte le armi, cessò tutto il rumore; e dappoichè l'Adorno lasciò vacante la sedia, nel dì seguente, giorno 28 d'esso mese, fu eletto doge _Barnaba da Goano_. Coll'elezione di cotesto prudente personaggio parea che s'avesse a godere quiete in Genova; ma troppo erano in quei tempi facili a scomporsi gli animi di quella focosa gente. Nel dì 29 di giugno gli Adorni e Campofregosi presero le armi contro del duca novello per deporlo. Perciò si fu di nuovo alle mani fra gli emuli e i loro aderenti; nè potendo resistere il Goano alla potenza degli avversarii, rinunziò la bacchetta del comando. In luogo suo nel dì 4 di luglio di comune consenso del popolo restò eletto doge _Tommaso da Campofregoso_: con che si restituì la pace alla scompigliata città.

NOTE:

[2404] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2405] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2406] Theodor. de Niem, in Johan. XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.

[2407] Gobelinus, in Cosmodr.

[2408] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII.

[2409] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Raynaldus, Annal. Eccles.

[2410] Labbe, Concilior., tom. 12.

[2411] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[2412] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.

[2413] Corio, Istoria di Milano.

[2414] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2415] Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2416] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2417] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Italic. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2418] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXVI. Indizione IX.

Sede di San Pietro vacante 2. SIGISMONDO re de' Romani 7.

Spesero i Padri del concilio di Costanza questo anno in varii regolamenti spettanti alla disciplina ecclesiastica, in trattati per istaccar la Castiglia dall'antipapa _Benedetto_, e in citare lui stesso al concilio, e in processar gli eretici ussiti, senza parlare dell'elezion d'un nuovo romano pontefice, premendo loro, se mai si potea, di riportar la cessione d'esso antipapa, per procedere poi più francamente a dare un indubitato papa alla Chiesa di Dio. Ma l'ambizioso Pietro di Luna, che sì belle sparate avea talvolta fatto d'essere pronto alla cessione, quanto più mirava abbattuti i due suoi competitori, tanto più si confermava nella risoluzione di voler morire papa. Intanto non mancavano all'Italia guerre e rivoluzioni. _Braccio da Montone_, capitano del già papa _Giovanni XXIII_, avea tenuta fin qui a freno la città di Bologna colle armi sue[2419]. Ma dacchè s'intese la caduta d'esso pontefice, ripigliarono i Bolognesi l'innato desiderio della lor libertà. Nel dì 5 di gennaio dell'anno presente diedero esecuzione ai loro disegni, coll'avere _Antonio_ e _Batista de' Bentivogli_, e _Matteo da Canedolo_ levato rumore, per cui tutto il popolo corse all'armi. Fu lasciato uscire il vescovo di Siena, che v'era governatore per la Chiesa; ma andò tutto il suo avere a saccomano. Udita questa nuova, Braccio, che si trovava a castello San Pietro, s'avviò tosto alla volta di Bologna colle sue genti, credendosi di ingoiarla, e d'arricchir colla preda i suoi. Trovati i cittadini bene in punto, e risoluti di difendere il ricuperato libero stato, capitolò con essi, e forse anche prima era d'accordo con loro; e dopo aver da essi ricevuto in termine di tre mesi un donativo di ottantadue mila fiorini d'oro, li lasciò in pace, e andossene a portar la guerra contro la sua patria Perugia, di cui con altri nobili era fuoruscito. Allora fu che rientrò in Bologna una gran copia di nobili cacciati in esilio sotto il rigoroso pontificio governo precedente, e cessarono le gran faccende che in addietro avea il carnefice in quella città. Nel dì 6 d'aprile ebbero il castello della porta di Galiera per dieci mila fiorini, dati a messer Bisetto da Napoli parente del fu papa Giovanni XXIII, e non perderono tempo a smantellarlo. Furono loro restituite anche le castella che teneva Braccio. Gran festa ed allegria si fece per più dì in Bologna per questa mutazione di stato.

Marciò intanto il valoroso Braccio alla volta di Perugia sua patria con quattromila cavalli e molta fanteria, per rientrar colla forza in quella città. Molte battaglie, molti assalti succederono, avendo i Perugini della fazion contraria fatto ogni sforzo per la loro difesa. Gian-Antonio Campano vescovo di Teramo diffusamente, ma non senza adulazione, lasciò scritte tutte le imprese di questo celebre capitano[2420], col difetto ancora comune a molti altri storici di quel secolo, cioè di non accennar gli anni: cosa di molta importanza per la storia. Si trovavano alle strette i Perugini; e conoscendo di non poter oramai più resistere a sì feroce nemico, misero le loro speranze in _Carlo Malatesta_ signor di Rimini, accreditato condottier d'armi di questi tempi. L'offerta di molto danaro, e molto più l'avergli fatto credere che il prenderebbono per loro signore, cagion fu che egli s'impegnò a sostenerli contro del loro concittadino. Raunata dunque la maggior copia di cavalli e fanti che potè, si mosse a quella volta, avendo seco _Angelo dalla Pergola_ con altri capitani, ed aspettando ancora che _Paolo Orsino_ con altra gente venisse ad unirsi con lui. Era giunto su quel d'Assisi, e in vicinanza del Tevere, quando Braccio, sotto di cui militava _Tartaglia_, rinomato condottier d'armi, premendogli non poco che il Malatesta non arrivasse a darsi mano coi Perugini, gli andò incontro a bandiere spiegate, e nel dì 7 di luglio (il Bonincontro scrive[2421] nel dì 15) gli presentò la battaglia. Durò questa sette ore con bravura memorabile d'entrambe le parti; ma perchè, secondo alcuni, era inferiore, non già di coraggio, ma di gente l'armata di Carlo Malatesta, ad essa toccò di soccombere. Rimase prigione lo stesso Carlo, con Galeazzo suo nipote e molti altri nobili[2422]. Il Campano scrive che circa tre mila cavalieri prigionieri vennero alle mani di Braccio. Dio sa se neppure tanti ne avea condotti in campo il Malatesta, al quale fu imposta la taglia di cento mila fiorini d'oro, e trenta mila a suo nipote. Dopo molti mesi, a nulla avendo servito le raccomandazioni dei Veneziani, si riscattò Carlo con pagarne settanta mila. Il Sanuto scrive solamente trenta mila[2423]. Ma egli trovò la maniera di far danaro, con apporre a Martino da Faenza, uomo ricchissimo e che militava per lui, un reato di tradimento, per cui lo spogliò non solo del contante, ma anche della vita. _Pandolfo Malatesta_ signor di Brescia suo fratello, giacchè era seguita tregua fra lui e il duca di Milano, con quattro mila cavalli e molti pedoni si portò a Rimini; ma a nulla giovò il suo arrivo colà, se non ad impedire che Braccio non occupasse più castella ai Malatesti di quel che fece.