Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 87

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Vide in quest'anno la città di Milano un orrido spettacolo[2369]. _Giovanni Maria Visconte_ duca s'era già tirato addosso l'odio universale del popolo, non tanto per le gravezze imposte, quanto per la sua inaudita crudeltà. Teneva egli de' fieri cani al suo servigio, e con essi facea sbranar le persone, alle quali volea male; talvolta ancora per ispasso li lasciava contra delle innocenti persone. Il Corio[2370] ne racconta varii casi. Fecesi pertanto una congiura contra di lui da varii nobili, alcuni de' quali della stessa sua corte; cioè quei da Bagio, Ottone Visconte, Giovanni da Posterla, quei del Maino, i Trivulzi, i Mantegazi ed altri. Ora mentre il duca nel dì 16 di maggio dalla corte passava alla Chiesa di San Gotardo, per udir messa, oppure mentre udiva messa, gli furono alla vita i congiurati, e con due ferite lo stesero morto a terra. Con questa facilità si sbrigarono essi dal duca, perchè in questi tempi non si trovava in Milano _Facino Cane_ suo governatore e protettore. Si era egli dianzi con potente esercito portato all'assedio di Bergamo, posseduto da _Pandolfo Malatesta_, e dopo la presa de' borghi era vicino a veder anche la città ubbidiente a' suoi cenni. Ma, infermatosi gravemente, si fece portare a Pavia, dove tanto sopravvisse, che apprese la violenta morte data al duca da chi, per la lontananza, s'era arrischiato a fare quel colpo, e ne ordinò a' suoi la vendetta. Giovanni Stella[2371] scrive essere morto Facino nel giorno stesso in cui fu ucciso il duca. Egli era nativo di Santuà del Piemonte: altri dicono di Casale del Monferrato. Secondo la testimonianza del Biglia e del Corio, costui signoreggiava allora in Pavia, Alessandria, Vercelli, Tortona, Varese, Cassano, in tutto il lago Maggiore e in altre terre; ma spirò con lui tanta grandezza, perchè mancò senza prole. Dappoichè fu seguita la morte del duca Giovanni Maria, ed esposto il suo cadavero nel duomo, entrò in Milano con pochi _Astorre_, ossia _Estorre_, bastardo del fu Bernabò Visconte, chiamato _il soldato senza paura_[2372], che avea tenuta mano alla congiura, ed unito co' suoi partigiani, i quali, gridando: _Viva Astorre duca_, s'impadronirono del palazzo ducale, corse la città senza impedimento alcuno, ed assunse il titolo di duca. Ma il castello, di cui era governatore Vincenzo Marliano, per quante promesse e minaccie usasse Astorre, non gli volle prestare ubbidienza. La morte di Giovanni Maria duca, e forse più quella di Facino Cane, richiamò, per così dire, in vita _Filippo Maria Visconte_ suo fratello, conte di Pavia, che, perduto ogni suo dominio, meschinamente vivea in Pavia alla discrezione d'esso Facino, mancandogli talvolta il vitto. Prese egli tosto il titolo di duca di Milano; e giacchè Facino in morte l'avea raccomandato vivamente alle sue milizie, parea che non fosse da dubitare della loro assistenza. Ma queste genti venali voleano danari, e si preparavano di passare, chi al servigio di _Pandolfo Malatesta_ e chi di _Astorre Visconte_. Un ripiego a sì fatti bisogni fu allora trovato da _Bartolomeo Capra_ eletto arcivescovo di Milano, e da Antonio Bozero Cremonese, governator della cittadella di Pavia. Questi, dopo aver ricoverato Filippo Maria in essa cittadella, per sottrarlo alla bestialità delle truppe e alle insidie de' nobili da Beccaria, proposero che Filippo sposasse _Beatrice Tenda_, vedova del suddetto Facino. Vi si accomodò Filippo; Beatrice non solamente vi acconsentì, ma sborsò quattro mila fiorini d'oro, e, dopo essere stata sposata, diede a Filippo in dote altri tesori e le città suddette, benchè tutte non venissero allora alle mani di lui. Rallegrato l'esercito colle paghe di Beatrice, tutto si diede a Filippo Maria, il quale s'inviò con esso alla volta di Milano, dove _Astorre Visconte_, nel medesimo tempo che tenea assediato il castello, attendeva a sollazzarsi in feste e giuochi. Nel dì 16 di giugno introdusse il novello duca delle provvisioni di viveri nel castello, ed entratovi anch'egli, ne uscì poi verso la città, che già s'era mossa a rumore ed acclamava lui per signore. Per questo avvenimento Astorre con _Giovanni Picinino_, figliuolo del già _Carlo Visconte_, uscì di Milano e si ritirò alla nobil terra di Monza, di cui era padrone. Presi alcuni uccisori del duca, ebbero dalla giustizia il premio che si meritavano. Fu dalle genti del duca Filippo Maria assediata Monza, e dopo quattro mesi presa e messa a saccomano. Si rifugiò Astorre nel castello; ma colto un dì da una pietra de' molti mangani che tempestavano quella fortezza, ebbe una gamba rotta, e di spasimo per essa ferita morì. Vidi io, nel 1698, in Monza il suo corpo per accidente disseppellito in quella basilica, tuttavia intero e coll'osso della gamba rotto. Certo che la sua santità non gli avea meritato questo privilegio. Valentina sorella d'Astorre sostenne poi quel castello sino al dì primo di maggio dell'anno seguente, in cui lo consegnò con buoni patti, riferiti dal Corio, a _Francesco Busone_, soprannominato il _Carmagnuola_, che di bassissimo stato pel suo valore e per la sua fedeltà era già salito al grado di consigliere e maresciallo del duca.

Nella città di Bologna, dacchè essa si ribellò a _papa Giovanni XXIII_, le arti e il popolo basso comandavano le feste[2373]. Avvenne che nel dì 25 di agosto i Pepoli, Guidotti, Isolani, Manzuoli, Alidosi, Bentivogli ed altri nobili si levarono a rumore, e, deposto il governo popolare, cominciarono essi a reggere la città. Poscia nel dì 22 di settembre acclamarono la Chiesa, avendo già stabilito accordo con papa Giovanni, le cui armi presero il possesso della città, e nel dì 30 di ottobre arrivò colà per legato il cardinale del Fiesco. Anche la terra di San Giovanni in Persiceto tornò in potere de' Bolognesi, con iscacciarne il dominio de' Malatesti. Ebbero in questi tempi i Genovesi gran guerra coi Catalani[2374], ed avendo spedito contra d'essi una flotta comandata da _Antonio Doria_, recarono loro dei gran danni Per cagione ancora di Porto Venere fu guerra fra essi e i Fiorentini; ma nell'anno seguente ne seguì accordo. Di maggior conseguenza fu la guerra che tuttavia durava tra _Sigismondo re_ de' Romani e di Ungheria, e la _signoria di Venezia_[2375]. Vennero gli Ungheri sino a Trivigi, mettendo tutto quel territorio a sacco. Dacchè se ne furono ritirati, l'armata veneta marciò in Friuli per ricuperar le terre tolte al patriarca d'Aquileia. _Carlo Malatesta_ loro generale vi fece di molte prodezze. Nel dì 9 di agosto venne alle mani l'armata veneta cogli Ungheri, e il combattimento fu duro e sanguinoso per l'una e per l'altra parte; ma in fine ebbero gli Ungheri la peggio, e ne restarono moltissimi prigioni. Tre ferite, ma non mortali, ne riportò esso Carlo Malatesta. _Pandolfo_ suo fratello, chiamato al comando delle armi venete, fece altri progressi, e tutto quest'anno spese in varii incontri e badalucchi. Tal guerra diffusamente narrata si vede da Andrea Redusio[2376]. In questi tempi ancora _Braccio da Montone_, fuoruscito di Perugia, cominciò cogli altri della sua fazione a far guerra alla patria[2377]; ma ebbe una rotta da _Nanne Piccolomini_ e da _Ceccolino_ Perugino: il che gli servì di scuola per far meglio da lì innanzi il mestier della guerra, in cui divenne eccellente.

NOTE:

[2362] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.

[2363] Id., ibid. Corio, Istoria di Milano.

[2364] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2365] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2366] Theodericus de Niem, in Johanne XXIII.

[2367] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2368] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2369] Billius, Hist., lib. 2, tom. 19 Rer. Ital.

[2370] Corio, Istor. di Milano.

[2371] Johan. Stella, tom. 17 Rer. Ital.

[2372] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2373] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.

[2374] Joahnnes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2375] Sanuto, Istoria di Venezia., tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCCXIII. Indizione VI.

GIOVANNI XXIII papa 4. SIGISMONDO re de' Romani 4.

Di che tenore fossero la fede e i giuramenti di _Ladislao re di Napoli_, era assai noto; eppure _papa Giovanni_ si lasciò attrappolare da un principe così infedele col credere sincera la concordia dell'anno precedente. Dove andasse questa a terminare, se n'avvide egli nell'anno presente. Dimorava esso papa in Roma alla spedizione de' sacri e de' temporali affari; ma non gli mancavano affanni e liti per l'inquietudine de' Romani, e per l'infedeltà di non pochi d'essi. Quando ecco nel mese di maggio s'ode[2378] che il re Ladislao ha spedito l'esercito suo nella marca d'Ancona, e comincia ad impadronirsi di quelle terre. Speditogli contro _Paolo Orsino_, lungi dal reprimere le forze nemiche, restò assediato da _Sforza_ suo nemico in Rocca Contrada. Da questo tradimento conobbe il papa che il malvagio re, voglioso del dominio di Roma, verso quella volta avrebbe indirizzate in breve l'armi sue. Così fu. Allorchè s'ebbe nuova ch'egli s'andava avvicinando, e fu nel dì 4 di giugno, papa Giovanni, dopo avere sgravato il popolo romano dalla terza parte della gabella del vino, chiamati i conservatori e principali romani a palazzo, dopo avergli esortati ad essere fedeli, e a non temere del re Ladislao, lasciò in mano loro il governo. Di magnifiche promesse fecero allora i Romani. Ritirossi nel dì 7 di esso mese il papa con tutta la corte in casa del conte di Monopello, e nella stessa notte, rotta una parte del muro di Roma, entrò _Tartaglia_ condottier d'armi pel re Ladislao nella città, e nel dì seguente si mise senza contraddizione in possesso di Roma, giacchè niuno s'oppose, e non mancava chi tenea buona intelligenza col re. Allora papa Giovanni coi cardinali e con tutta la famiglia fu lesto a fuggire, inviandosi a Viterbo[2379]. Per istrada dai corridori nemici rimasero uccisi o svaligiati non pochi della corte sua. Il cardinale di Bari fu preso ed imprigionato; e in Roma la parte degli Orsini favorevole a papa Giovanni patì non poco danno in tal congiuntura. L'autore della Cronica di Forlì scrive[2380] che questo pontefice dai suoi avversarii era soprannominato per ischerno Buldrino, e ch'egli si ridusse a Radicofani: nel qual tempo corse voce che non si sapeva dove egli fosse. Ma nel dì 17 di giugno egli comparve a Siena, e dopo aver trattato della comune difesa con que' maestrati[2381], nel dì 21 s'inviò alla volta di Firenze. I Fiorentini, che non voleano tirarsi addosso l'indignazione di Ladislao[2382], non vollero per allora lasciar entrare nella città, contentandosi solamente di lasciargli prendere stanza in Santo Antonio del Vescovo fuori di essa città. Entrò il re Ladislao in Roma nel suddetto dì 8 di giugno, e da lì a due giorni si portò ad abitare nel palazzo vaticano, con ordinar poi l'assedio di castello Sant'Angelo, che tuttavia si tenea forte per papa Giovanni. Si sostenne quel castellano sino al dì 23 di ottobre, in cui finalmente rendè alle genti del re quella fortezza con gran festa e galloria de' Romani. Guadagnò egli dodici mila fiorini, co' quali si ritirò nel regno di Napoli. Intanto, inoltratesi le milizie del re Ladislao, ridussero, nel dì 24 del mese di giugno, alla di lui ubbidienza Ostia, e da lì a due giorni Viterbo, e successivamente tutte le altre terre sino ai confini del Sanese. Nel dì primo di luglio imbarcatosi il re in una galea, prese il viaggio alla volta di Napoli.

Dopo tre mesi fu ammesso in Firenze _papa Giovanni_, e quivi dispose con que' maestrati la maniera di far fronte agli ambiziosi pensieri del _re Ladislao_, principe che mostrava di voler la pace, ma guastandone nello stesso tempo ogni trattato colle esorbitanti sue pretensioni. Credette papa Giovanni, fin quando egli si tratteneva in Roma, che, ad assodare il suo stato e a frenare i passi dell'ingordo Ladislao, l'unico mezzo fosse l'intendersi con _Sigismondo re_ de' Romani, d'Ungheria e Boemia, le cui armi in Italia erano vittoriose contro la signoria di Venezia. Per far conoscere a questo principe il suo buon animo verso la pace della Chiesa, divisa allora da tre papi, determinò di proporgli la convocazion d'un concilio generale, e destinò a lui due cardinali legati. Narra Leonardo Aretino[2383], che era allora suo segretario di lettere, essere stata la sua idea che questo concilio si tenesse in luogo dove esso papa fosse il più forte. Ma allorchè fu per ispedire i legali con plenipotenza, lasciò questo punto raccomandato solamente alla loro prudenza. Andarono i legali a trovar Sigismondo; e Dio, che voleva confondere l'umana prudenza, e la fina politica di cui si pregiava papa Giovanni, permise che i medesimi legati convenissero con Sigismondo di raunar questo concilio nella città di Costanza, ubbidiente allora ad esso re, come sito il più comodo per l'intervento delle varie nazioni. Il che saputo da papa Giovanni, n'ebbe incredibil dispiacere, e fin d'allora cominciò a temere l'ultimo suo tracollo. Venne egli da Firenze a Bologna, dove entrò nel dì 12 di novembre[2384]; e, fermatosi quivi sino al dì 23 d'esso mese, s'inviò in quel giorno verso Lombardia, per abboccarsi col suddetto Sigismondo. Era calato questo principe in Italia, e concertato l'abboccamento col papa nella città di Lodi, si portò colà. Vi comparve anche lo stesso pontefice, e da quella città spedì le circolari[2385] per invitar tutti a concorrere ad esso concilio nell'anno seguente. _Giovanni da Vignate_, che era signore ossia tiranno di Lodi, grande onor fece a papa Giovanni e a Sigismondo; e perchè egli colla sua destrezza era divenuto padrone anche di Piacenza, in tal congiuntura, se crediamo al Corio[2386], fece di quella città un dono al re Sigismondo. Voce comune era che esso re de' Romani fosse venuto per prendere la corona ferrea d'Italia; ma odiando egli _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano, niun accordo potè seguir fra loro. E tanto meno dipoi, perchè il duca fece la lega contra di lui coi _Genovesi_, col _marchese di Monferrato_ e con _Pandolfo Malatesta_. Da Lodi, ove celebrarono la festa del santo Natale, passarono dipoi Giovanni e Sigismondo a Cremona, quivi ben ricevuti da _Gabrino Fondolo_ tiranno d'essa città. Si racconta di costui un fatto, di cui non oserei d'essere mallevadore, cioè aver egli detto, prima di morire, d'essere d'una sola cosa pentito. Ed era, che avendo egli condotto papa Giovanni e il re Sigismondo fin sulla cima dell'alta e nobil terra di Cremona[2387], non gli avesse precipitati amendue al basso, perchè la morte dei due principali capi della cristianità avrebbe portata dappertutto la fama del suo nome. Bestialità sì enorme difficilmente potè cadere in mente, se non per burla, ad un uomo si accorto, come egli fu. Tuttavia racconta il Redusio[2388] che tanto il papa che Sigismondo, entrati in sospetto della fede di costui, _insalutato hospite_, si partirono di Cremona. Continuò ancora per li primi mesi di questo anno la guerra fra il suddetto re Sigismondo e i Veneziani[2389]. Si sparsero le genti di lui pel Veronese e Vicentino; succederono ancora molti incontri di guerra colla peggio ora dell'uno ora degli altri; ma in fine, conoscendo Sigismondo che v'era poco da sperare contro la potenza e vigilanza della signoria di Venezia, diede ascolto a proposizioni di tregua. Nel dì 18 d'aprile giunse a Venezia la nuova che s'era conchiusa essa tregua per cinque anni avvenire. _Pandolfo Malatesta_, che con singolar valore e fedeltà aveva servito alla repubblica in questa guerra, dopo aver ricevuto considerabili premii e finezze dai signori veneti, se ne ritornò a Brescia, e cominciò guerra contra del suddetto Gabrino Fondolo tiranno di Cremona, a cui tolse circa diciotto castella, con giugnere fino alle mura di quella città; ma non potè fare di più. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 26 di dicembre, _Michele Steno_ doge di Venezia[2390], e gli succedette poi in quella illustre carica _Tommaso Mocenigo_, nel dì 7 del prossimo gennaio. Questi si trovava allora ambasciatore in Cremona, ed avvisato sen venne segretamente a Venezia. Nel dì 2 di agosto di quest'anno[2391] _Giorgio degli Ordelaffi_ signor di Forlì, per ispontanea dedizion de' cittadini di Forlimpopoli, divenne padrone di quella terra. Troppo fin qui erano stati su un piede i Genovesi, gente allora inclinata troppo alle mutazioni. Loro signore ossia capitano, come vedemmo, era divenuto _Teodoro marchese_ di Monferrato, in ricompensa di averli liberati dal giogo dei Franzesi. Mentre egli si trovava a Savona, per dar sesto ad una sollevazione di quella città, levossi a rumore il popolo di Genova, gridando _libertà_, nel dì 20 di marzo. Fuggirono gli uffiziali del marchese, e venuto a Genova _Giorgio Adorno_, personaggio ben voluto da tutti, fu eletto doge di quella repubblica. Seguì poscia, nel dì 9 di aprile, un accordo col marchese di Monferrato, il quale, contentandosi di ventiquattro mila e cinquecento fiorini d'oro, fece lor fine delle sue pretensioni.

NOTE:

[2376] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2377] Johann. Baudin., Istor. Senens., tom. 20 Rer. Ital.

[2378] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2379] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. S. Antonin., et alii.

[2380] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.

[2381] Cronica di Siena, tom. eod.

[2382] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Ammirato, Istor. di Firenze, lib. 18.

[2383] Leonardus Aretin., ubi supra.

[2384] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2385] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2386] Corio, Istoria di Milano.

[2387] Campi, Istor. di Cremona.

[2388] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital., pag. 827.

[2389] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2390] Idem, ibidem.

Anno di CRISTO MCCCCXIV. Indiz. VII.

GIOVANNI XXIII papa 5. SIGISMONDO re de' Romani 5.

Dopo avere stabilito quanto occorreva pel concilio generale da tenersi in questo anno in Costanza[2392], si separarono _papa Giovanni_ e il _re Sigismondo_. Da Cremona venne il pontefice a Mantova, e di là a Ferrara, dove fece la sua solenne entrata nel dì 18 di febbraio[2393]. In tale occasione tirò al suo partito, oppure maggiormente confermò in esso, _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara, il quale nell'anno precedente, per le persuasioni di _Sforza Attendolo_, s'era lasciato indurre a far lega col re _Ladislao_, e già ne avea ricevuto trenta mila fiorini d'oro, col bastone del generalato. Rinunziò poscia e restituì il danaro. E qui non vo' lasciar di dire che questo principe nell'anno presente, essendosi messo in viaggio per andar alla divozion di San Jacopo di Galizia (era egli stato anche nell'antecedente anno al santo Sepolcro), nel passare, verso i confini del Genovesato, un castello appellato Monte San Michele di uno de' marchesi del Carretto[2394], fu messo prigione da quel castellano per l'unico fine di ricavar danari dal suo riscatto: iniquità praticata non poco dai tirannetti di questi tempi contro il diritto delle genti. Per liberarsi fu il marchese obbligato a promettere gran somma di danaro, la quale non so se fosse poi pagata, e se ne tornò a Ferrara con incredibil consolazione di quel popolo, che quanto l'amava altrettanto aveva deplorata la disgrazia avvenutagli. Giunto a Bologna, nel dì 26 di febbraio, papa Giovanni[2395], quivi attese a rimettere in piedi il castello già smantellato da quel popolo, credendosi di quivi far le radici; ma altrimenti avea disposto la divina Provvidenza. Non mancavano intanto affanni ad esso pontefice, e timori a tutti i suoi cortigiani[2396], perchè Ladislao re di Napoli, e padrone di Roma e d'altre città pontifizie, informato dei negoziati fatti dal papa col re Sigismondo contra di lui, fremendo minacciava di venir fino a Bologna per iscacciarlo di là. A questo fine si portò egli da Napoli a Roma nel dì 14 di marzo[2397], per prepararsi alla spedizione suddetta. A' Fiorentini non piaceano questi andamenti del re per gelosia del loro Stato; e perciò tanto si adoperarono che strinsero pace e lega con lui nel dì 22 di giugno; e Ladislao promise di non molestar Bologna, nè il suo contado. Sul principio di luglio, trovandosi Ladislao in Perugia con _Paolo Orsino_, che sotto la buona fede era a lui venuto, e con _Orso da Monte Rotondo_ ed altri baroni romani, non so per quali sospetti, li fece prender tutti e due, e condurli a Roma incatenati. In Paolo si univa la riputazion d'essere un prode condottier d'armi ed insieme il discredito d'uomo disleale; però la sua prigionia a molti dispiacque, e ad altri più fu gratissima. Ma peggio intervenne al medesimo _re Ladislao_. Mentre era a campo a Narni, s'infermò per male attaccatogli, per quanto corse la fama, da una bagascia perugina nelle parti oscene. Non era allora conosciuto il morbo gallico; ma, per attestato degli antichi medici, si provarono talvolta i medesimi mali influssi dell'incontinenza, ai quali si dava il nome di veleno. Tormentato Ladislao da atroci dolori, fu portato sopra una barella a San Paolo fuori di Roma; e venute due galee di Gaeta, s'imbarcò in una di esse, menando seco incatenato il suddetto Paolo Orsino, e s'inviò per andare a Napoli. Ma cresciuto il suo malore, e fattosi portare al lido, oppure in Castello Nuovo, come si ha dai Giornali Napoletani[2398], quivi, nel dì 6 d'agosto (altri dicono prima, altri dopo), diede fine alla vita, non meno che ai suoi grandiosi disegni di conquistar l'Italia. Di mondana politica era egli senza dubbio ben provveduto, ma più di desiderio di gloria e d'ingrandimento. Nel mestier della guerra pochi gli andavano innanzi: al che non gli mancava coraggio, pazienza e vigilanza. Parve in lui piuttosto ombra che sostanza di religione; minore tuttavia venne provata in lui l'osservanza delle promesse; e sfrenata poi la libidine, per cui, massimamente in Roma, commise molti eccessi, e da cui in fine fu condotto a morte nella metà della ordinaria vita degli uomini.

La mancanza di questo re senza figliuoli aprì la strada a _Giovanna_ di lui sorella per succedergli nel regno di Napoli. _Giovanna Seconda_ si truova essa chiamata nelle storie. Era vedova di _Guglielmo_ figliuolo di _Leopoldo III duca_ d'Austria, dopo la cui morte senza figliuoli se n'era tornata alla casa paterna. Non tardò essa ad essere riconosciuta da tutti per regina. Alzavano quasi tutti le mani al cielo per la gioia in Roma, Firenze ed altri luoghi, al vedersi liberati da questo re sì manesco e perfido; ma più d'ogni altro ne fece festa _papa Giovanni XXIII_, il quale sempre era in pena per così potente avversario[2399]. _Jacopo degl'Isolani_, creato cardinale per guiderdone d'avergli fatto ricuperar Bologna, fu poscia spedito da lui alla volta di Roma a fine di ricuperar quegli Stati. Ed appunto nell'ottobre se gli diedero Monte Fiascone e Viterbo. Per conto poi di Roma, quella nobiltà e popolo nel sopraddetto mese d'agosto, dato le armi, si levarono dall'ubbidienza della regina Giovanna; e quantunque _Sforza_ con altri capitani di essa regina entrassero in quella città, non vi si poterono sostenere contra le forze de' Romani. Non di meno castello Sant'Angelo si conservò fedele ad essa regina. Entrò poscia in Roma il cardinale di Sant'Eustachio, cioè l'Isolano, legato di papa Giovanni, nel dì 19 d'ottobre, e prese il governo di quella città. Nel cuore intanto di esso pontefice stava fitto il desiderio di portarsi a Roma, e non già all'incominciato concilio di Costanza. L'abborriva egli per timor di cadere, nè s'ingannò nel presagio. Tanto dissero, tanto fecero i cardinali, che lo smossero; laonde nel dì primo d'ottobre, come biscia all'incanto, da Bologna s'inviò a quella volta. Credesi ch'egli si fosse prima assicurato della protezion di _Federigo duca_ d'Austria. Giunto a Costanza, fece l'apertura del concilio generale, rappresentante la Chiesa universale, nel dì 5 di novembre. Da tutte le parti della Chiesa latina concorsero colà vescovi, abbati, teologi e gli ambasciatori dei principi cristiani, e innumerabile nobiltà, che andò poscia di mano in mano crescendo[2400].