Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 86
Fu cagione la peste entrata in Pisa che _papa Alessandro V_ si ritirasse a Prato verso il fine dell'anno precedente, e poscia a Pistoia[2336]. Quivi ricevette la lieta nuova che Roma era liberata dalle armi del _re Ladislao_. Fecero quanto poterono i Fiorentini per indurlo a portarsi colà, rappresentando che sarebbe più vicino alla guerra che si meditava di fare contra del re Ladislao nel regno di Napoli; ma più forza ebbe l'eloquenza di _Baldassare Cossa_ cardinale legato di Bologna, ai cui cenni ubbidiva il buon papa, quasi come schiavo, perchè da lui principalmente riconosceva il pontificato. Volle il Cossa che Alessandro seco venisse a Bologna, e gli convenne nel furore del verno per montagne piene di ghiaccio e di neve passare a quella città[2337], dove fece entrata nel giorno 12 di gennaio con incredibil gioia del popolo bolognese, per vedere piantata nella lor città la residenza d'un romano pontefice. Quivi nel giovedì santo pubblicò un'ampia bolla contra ai due pretensori del papato _Gregorio_ e _Benedetto_. Quivi ancora ricevette nel dì 12 di febbraio una solenne ambasceria de' Romani; che gli portarono le chiavi della città, e fecero grandi istanze, affinchè egli se ne andasse colà. Ma al cardinal Cossa non parve bene ch'egli si partisse da Bologna. In questo mentre, cioè nel giorno 18 di gennaio[2338], _Giorgio degli Ordelaffi_, essendosi ribellato il popolo di Forlimpopoli al papa, fu chiamato alla signoria di quella città, e nel dì 25 di esso mese furtivamente ancora entrò in quella di Forlì; ma ne fu scacciato da quel presidio. Andò poscia nel dì 8 d'aprile il cardinal Cossa a mettere l'assedio a Forlimpopoli. Essendosi intanto infermato papa Alessandro, ritornò esso cardinale a Bologna nel dì 28 di esso mese. Sino al dì 3 di maggio durò la malattia del pontefice, e di essa morì egli in quel giorno. Fu poi sparsa voce dai nemici del cardinal Cossa, che per veleno fattogli dare da esso cardinale fosse abbreviata la vita a quel degno pontefice; e tal voce maggiormente prese piede, allorchè, siccome vedremo, questo cardinale divenuto papa restò abbattuto dal concilio di Costanza. Dio solo può essere buon giudice di questi fatti. Solea questo buon papa dire, che egli era stato ricco vescovo, povero cardinale e mendico papa[2339]. Unironsi dunque in conclave sedici cardinali, che si trovavano allora in Bologna, e per le raccomandazioni fervorose fatte dagli ambasciatori del _re Lodovico_ duca d'Angiò, fu nel dì 17 di maggio eletto papa lo stesso cardinale di Santo Eustachio _Baldassare Cossa_, che prese il nome di _Giovanni XXIII_. Venne poscia a Bologna a baciargli i piedi il suddetto re Lodovico nel dì 6 di giugno, e seco concertò la guerra, giù destinata contra di Ladislao re di Napoli. Dopo di che, nel dì 23 di esso mese s'inviò alla volta di Firenze. Circa questi tempi _Paolo Orsino_ e _Malatesta_ capitano de' Fiorentini ridussero all'ubbidienza del pontefice le città di Tivoli e d'Ostia[2340]. Fece poi papa Giovanni XXIII nel dì 6 di giugno una promozione di quattordici cardinali, tutti persone di merito o per la loro nobiltà o per lo sapere. Fulminò le censure contro papa Gregorio e contro l'antipapa Benedetto; e Gregorio, che s'era ridotto a Gaeta, non mancò di fare altrettanto contra di lui. Ma si cominciarono ad imbrogliar gli affari di papa Giovanni in Romagna; perciocchè _Giorgio degli Ordelaffi_ nel dì 12 di giugno occupò il castello d'Oriolo, e _Gian-Galeazzo de' Manfredi_, figliuolo del fu Astorre, nel dì 18 di esso mese s'impadronì di Faenza[2341]. Varii altri tentativi fatti dall'Ordelaffo per entrare in Forlì andarono tutti in fumo.
Grande sforzo di gente e di navi avea parimente in questi tempi fatto in Provenza il suddetto re Lodovico duca d'Angiò per passare ai danni del re Ladislao. Ma ancor questi pensò al riparo[2342]. Trovati i Genovesi, che per essersi sottratti al dominio franzese, si erano inimicati con quella nazione, assai disposti ad assisterlo contro del re Lodovico, fece armare in Genova cinque navi con suo danaro, comandate da Ottobuon Giustiniani. Spedì ancora a quella volta nove delle sue galee per vegliare agli andamenti de' Provenzali. Comparvero infatti sette navi grosse con assai altre minori del re Lodovico in quei mari nel dì 16 di maggio, conducendo circa otto mila persone; e i Genovesi, senza aspettar le galee di Ladislao che erano indietro, non tardò ad essere ricuperata; e i Genovesi appresso s'impadronirono di cinque delle navi grosse nemiche. Delle restanti due, l'una fuggì, l'altra andò a fondo con tutti gli uomini. Questo colpo sconcertò di molto le misure del re Lodovico. Tuttavia tredici sue galee si lasciarono vedere nel mese d'agosto sulla riviera di Genova, e seguì anche battaglia fra esse e quelle di Genova e di Napoli, ma con restare indecisa la vittoria. Secondati intanto i Genovesi dalla flotta napoletana, fecero tornare alla loro ubbidienza la città di Ventimiglia, che pagò col saccheggio la resistenza sua. Presero anche il porto di Telamone ai Sanesi per tradimento del castellano[2343], ma questo fu ricuperato nel dì 6 di ottobre. Si trasferì a Roma il re Lodovico, e vi fu ricevuto con grande onore nel dì 20 di settembre[2344]. Perchè era scarso di danari, non trovò maniera di danneggiar le terre del re Ladislao; sicchè, dopo essersi trattenuto sino all'ultimo giorno dell'anno, allora prese il cammino alla volta di Bologna, acciocchè la sua presenza desse più calore alle meditate imprese. Mancò di vita in quest'anno sul fine di maggio[2345] _Roberto di Baviera_ re de' Romani, principe eminente nella pietà e clemenza; ma non altrettanto nel valore. Era tuttavia vivente l'inetto _Venceslao_; pure gli elettori, senza far conto di lui, si unirono in Francoforte per dargli un successore. Entrata fra loro la discordia, alcuni elessero nel mese di settembre _Sigismondo re_ d'Ungheria fratello d'esso Venceslao, ed altri _Giodoco marchese_ di Moravia, principe, che, per essere in età di novant'anni, poco godè di questo onore, perchè da lì a tre mesi, senza essere stato coronato, terminò la sua vita, ed aprì la strada a Sigismondo, per esser nel seguente anno ricevuto e riconosciuto da tutti per re de' Romani e di Germania. Era ben egli per le sue singolari virtù dignissimo di sì alto grado. Questi, abbandonato il partito di _papa Gregorio XII_, dianzi avea abbracciato quello di _papa Giovanni XXIII_, il quale volentieri l'accolse, e il favorì per farlo promuovere dagli elettori suddetti.
Per la ritirata di _Bucicaldo_ da Milano e per avere i Genovesi scosso il di lui giogo nell'anno precedente, il credito e la forza di _Facino Cane_ era cresciuta a dismisura[2346]. Parve dunque ai consiglieri di _Giovanni Maria Visconte_ duca di Milano che il braccio di costui quel solo potesse essere che mettesse a terra i di lui nemici e ribelli, e restituisse la tranquillità alla città di Milano afflitta da tutte le bande. Si conchiuse dunque con esso una tregua nell'antecedente settembre, e questa diventò poi pace nel dì 3 di novembre: del che gran festa fu fatta in Milano, e Facino dipoi colle sue genti d'armi entrò in Milano. Ma nell'aprile di quest'anno si rivoltarono contra di lui le genti dello sconsigliato duca, di maniera che Facino ebbe fatica a salvarsi alla terra di Rosate. Di nuovo seguì concordia fra loro, e nel dì 7 di maggio rientrò egli in Milano, e gli fu accordato il titolo di governatore per tre anni avvenire con plauso di quel popolo. E perciocchè il duca e Facino erano disgustati forte di _Filippo Maria_ conte di Pavia, contra di lui mossero le armi; ed avendo intelligenza con _Castellino_ ed altri signori della casa Beccaria, il costrinsero a cedere la rocchetta del ponte di Ticino. Fu in questa occasione che, rotto il muro della città di Pavia, v'entrarono le milizie di Facino, ed avendo facoltà di dare il sacco alle case de' Guelfi, menarono del pari ancor quelle de' Ghibellini con grave sterminio di essa città. Che inquieto, che misero stato fosse allora quel dell'Italia, ognun sel vede. Filippo Maria si tenne ristretto in quel fortissimo castello. Questo fatto, secondo il Diario Ferrarese[2347], succedette nel principio dell'anno seguente. Per la morte di _Martino re d'Aragona_ padre di _Martino re di Sicilia_ premorto[2348], si cominciarono dei rumori in Sicilia, perchè Bernardo da Caprera s'impadronì della città di Catania. E non fu quieto il regno di Napoli[2349], essendosi ribellati contra del re Ladislao _Gentile da Monterano_ e il _conte di Tagliacozzo_ di casa Orsina. Mandò il re gente ad assediar la Padula, che era di Gentile, e questo esercito vi stette lungo tempo a campo, tanto che Gentile fu cacciato dal regno. Quanto al suddetto conte di Tagliacozzo, egli andò ad unirsi con Lodovico d'Angiò. Fece anche Ladislao incarcerare in Napoli i fratelli di _papa Giovanni_ della famiglia Cossa.
NOTE:
[2335] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2336] Theodericus de Niem, in Johanne XXIII Papa. Raynaldus, Annal. Eccles.
[2337] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.
[2338] Annal. Mediolan., tom. 22 Rer. Ital.
[2339] Vita Melandri V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2340] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2341] Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2342] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital. Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
[2343] Cronica di Siena, tom. 19 Rer. Ital.
[2344] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2345] Gobelinus, Lang. Cuspinian., et alii.
[2346] Corio, Istoria di Milano.
[2347] Diario Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXI. Indizione IV.
GIOVANNI XXIII papa 2. SIGISMONDO re de' Romani 2.
Giunto a Bologna nel dì 16 di gennaio il _re Lodovico_ d'Angiò[2350], non lasciò indietro esortazioni e ragioni per condurre a Roma il pontefice _Giovanni XXIII_. Dopo averlo disposto a questo viaggio, sul principio di marzo s'inviò egli innanzi a quella volta. Nel dì ultimo di esso mese gli tenne dietro il papa, con lasciare al governo di Bologna il cardinal di Napoli. Nel dì 11 d'aprile giunse nelle vicinanze di Roma[2351], e fece dipoi la sua solenne entrata in San Pietro col re Lodovico, che l'addestrava, nel sabbato santo. La festa del popolo romano fu grande. Fatti i preparamenti dell'armata, e benedette le bandiere, uscì il re Lodovico in campagna, incamminandosi nel dì 28 d'aprile verso il regno di Napoli, accompagnato da insigni condottieri d'armi, cioè da _Paolo Orsino_, _Sforza Attendolo_, _Braccio da Montone_ Perugino, _Gentile da Monterano_, dal _conte di Tagliacozzo_ e da una fiorita nobiltà. Circa dodici mila cavalli e numerosa fanteria seco condusse[2352]. Sul principio del maggio venne a mettersi a fronte di lui il _re Ladislao_ con esercito quasi eguale a Roccasecca. Stettero guardandosi le due armate sino al dì 19 d'esso mese[2353], in cui, avendo innanzi il re Ladislao mandato il guanto della disfida, si azzuffarono. Crudele fu la battaglia, e piena in fine la sconfitta di Ladislao colla perdita delle bandiere, tende e bagaglio, e con restar prigionieri il legato del deposto papa _Gregorio XII_, _conte da Carrara_, i _conti d'Aquino_, _di Celano_, _d'Alvito_, e molti altri de' principali baroni di Napoli. Si salvò Ladislao, e con fatica, a piedi a Roccasecca, e come potè il meglio attese a fortificarsi per impedire i progressi dell'armata vincitrice: il che gli venne fatto. Fu creduto[2354] che l'aver egli guadagnato sotto mano _Paolo Orsino_, questi andasse tanto tergiversando, che il re si rimise in forze, e fece poi testa a' nemici. S'aggiunse un altro fatto, per cui maggiormente venne calando la bella apparenza di detronizzar Ladislao. Lo scrivo sulla fede di Bonincontro[2355], perchè a me resta dubbio essere lo stesso che quel dell'anno antecedente. Avea spedito il re Lodovico otto navi grosse e venti galee verso il regno di Napoli, acciocchè per mare secondassero l'impresa della sua armata di terra. Quasi nello stesso tempo che seguì la battaglia poco fa narrata, furono anche assalite le dette navi angioine dalla flotta di Ladislao, consistente in sette galee e sei navi, e furono prese. Giunto questo doloroso avviso alle galee di Lodovico, se n'andarono in Calabria per assistere a Niccolò Ruffo, che s'era in quelle parti insignorito di varie castella, e nel cammino espugnarono Policastro. A nulla poi si ridussero tali conquiste, perchè il re Ladislao, tornato che fu in forze, mandò le sue genti in Calabria, che ricuperarono Crotone e Catanzaro, con obbligare Niccolò Ruffo a salvarsi in Provenza, da dove era venuto. Intanto il re Lodovico, trovati chiusi i passi per inoltrarsi nel regno di Napoli, e mancandogli danaro e viveri per mantenere l'armata, dolente la ricondusse a Roma nel dì 12 di luglio[2356], e poscia nel dì 5 d'agosto imbarcatosi, spiegò le vele verso la Provenza. Fortunato senza dubbio fu in sì disastrosi tempi il re Ladislao; ma molto contribuì a sostenersi contra di quel minaccioso torrente, l'aver egli nell'anno precedente procurato di staccare dalla lega del papa i Fiorentini, i quali stanchi erano omai di tante spese[2357]. Infatti, nel gennaio del presente anno furono sottoscritti i capitoli della pace fra loro, il più importante de' quali fu, ch'egli per sessanta mila fiorini d'oro vendè a' Fiorentini la città di Cortona: del che grande allegrezza fu fatta in Firenze per questo accrescimento di potenza. Dopo aver papa Giovanni nel dì 5 di giugno creati tredici cardinali, tutte persone di merito, grandi processi fabbricò dipoi contra del re Ladislao[2358]; e nel dì 9 di settembre il dichiarò scomunicato e privato di tutti i suoi titoli e dominii: armi che contra d'un principe tale, poco curante della religione, si trovarono affatto spuntate.
Dacchè il popolo di Bologna vide partito il papa, da cui in addietro, quando era solamente cardinale, era stato governato con mano assai pesante, sentì risorgere il desiderio dell'antica sua libertà. Scoppiò questo tumore nel dì 12 di maggio[2359]. Corsero que' cittadini all'armi, gridando: _Viva il popolo e le arti_; e il cardinale legato si ritirò nel castello, oppur nella casa d'un mercatante, e fu dato il sacco al suo palazzo. Assediato il castello, si tenne saldo sino al dì 28 del mese suddetto, in cui si rendè ai cittadini, salva la roba e le persone, e fu poi disfatto. Sul principio di giugno _Carlo Malatesta_, gran protettore di papa _Gregorio XII_, arrivò colle sue genti d'armi a San Giovanni in Persiceto, terra da lui posseduta, ed assediata inutilmente nel precedente aprile dai Bolognesi: il che inteso da essi, tornarono nel dì 11 d'esso giugno a mettervi il campo. Ritrovato l'osso duro, fu giudicato meglio di far pace col Malatesta, il quale non solo restò padrone di San Giovanni, ma ancora si fece pagar trenta mila lire da essi Bolognesi. Anche il popolo della città di Forlì, udita la rivoluzion di Bologna, si levò a rumore, e, scacciati gli uffiziali del papa, acclamò per suo signore _Niccolò marchese_ di Ferrara[2360], il cui capitano Guido Torello ivi si trovava con un corpo d'armati. Ma entrati in essa città _Giorgio_ ed _Antonio degli Ordelaffi_ nel dì 7 di giugno con due mila pedoni, ne presero il possesso, e dopo qualche tempo costrinsero alla loro ubbidienza la rocca e la cittadella. Poco profittò Antonio di tal acquisto, perchè macchinando di levare il comando, e fors'anche la vita a Giorgio, scoperto il trattato (se pur fu vero), nel dì 30 di agosto venne preso e confinato in prigione da esso Giorgio, il quale restò solo padrone. Allora i Forlivesi per opera di Carlo Malatesta si partirono dall'ubbidienza di papa Giovanni, e aderirono a papa Gregorio. Nel dicembre ancora di quest'anno[2361] si accese guerra fra _Sigismondo re de' Romani_, d'Ungheria e Boemia, e i Veneziani, pretendendo il re che gli fosse restituita Zara colla Dalmazia. Entrati gli Ungheri nel Friuli, presero Udine, Marano e Porto Gruaro, talmente che il patriarca d'Aquileia scappò a Venezia. Impadronitisi ancora di Cividal di Belluno, Feltro e Serravalle, minacciavano di peggio; se non che i Veneziani, con incredibil diligenza formato un copioso armamento, e tolto al loro servigio per generale _Carlo Malatesta_, ruppero il corso alle conquiste di que' Barbari. Nella state di quest'anno[2362] _Niccolò marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma, essendo molestato da _Orlando Pallavicino_, che tenea occupato Borgo San Donnino, spedì colà il valoroso suo capitan _Uguccion de' Contrarii_ con due mila cavalli e molta fanteria. Varie castella tolse Uguccione ad Orlando, e il ridusse a tale che fu obbligato a cedere la nobil terra di Borgo San Donnino al marchese, il qual, fattolo venire a Ferrara, il prese al suo servigio con decorosa provvisione. Era già entrato Facino Cane in Pavia[2363], nè altro più restava a _Filippo Maria Visconte_ che quel fortissimo castello, dove s'era chiuso. Ma postovi l'assedio da Facino, gli convenne capitolare e rendersi. Fra i capitoli vi fu che Filippo Maria ritenesse il titolo di conte di Pavia, ma conte solo di nome, perciocchè Facino mise sua gente nel castello, ed era padron di tutto, dando al misero principe quanto gli bastava per vivere e mantenere una scarsa corte. Dopo questo andò Facino a far guerra a _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia, ma senza apparir sulle prime se fosse guerra vera o da burla.
NOTE:
[2348] Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.
[2349] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2350] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rerum Italic.
[2351] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2352] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2353] Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. S. Antonin., et alii.
[2354] Ammirato, Istor. Fiorentina, lib. 18.
[2355] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2356] Antonii Petri Diarii, tom. 24 Rer. Ital.
[2357] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 18.
[2358] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.
[2359] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod. Diario Ferrar., ubi supra.
[2360] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital. Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.
[2361] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXII. Indizione V.
GIOVANNI XXIII papa 3. SIGISMONDO re de' Romani 3.
Tenne _papa Giovanni_ nell'aprile di quest'anno un concilio nella basilica vaticana[2364], e nel dì 19 di giugno si partì dal di lui servigio colle sue genti d'armi _Sforza_ da Cotignuola, divenuto già uno de' più prodi condottieri che s'avesse allora l'Italia; e a nulla servì l'avergli il papa donata o venduta la terra stessa di Cotignuola. I danari e le promesse del _re Ladislao_ privarono il papa di questo campione. Allegava egli per iscusa di non vedersi sicuro con _Paolo Orsino_, suo nemico ed uomo di buono stomaco. Di tal fuga, a cui fu dato nome di tradimento, e massimamente per esser egli passato al soldo di un nemico della Chiesa, si chiamò tanto offeso il papa[2365], che fece in varii luoghi dipignere Sforza impiccato pel piede destro, con sotto un cartello, in cui Sforza fu pubblicato reo di dodici tradimenti, con tre rozzi versi, il cui primo fu:
IO SONO SFORZA VILLANO DALLA COTIGNUOLA.
Venne dipoi il medesimo Sforza col conte di Troia, conte da Carrara ed altri capitani, e con assai squadre d'armati verso Ostia, e quivi si accampò, ma senza che male alcuno ne seguisse Intanto papa Giovanni colla nemicizia di Ladislao, fomentatore dell'avversario _Gregorio_, mirava il suo stato non assai fermo; e dall'altra parte anche Ladislao paventava de' nuovi insulti da papa Giovanni, che proteggeva il di lui emulo _Lodovico di Angiò_. O l'un dunque o l'altro fecero muover parola di aggiustamento, e trovarono amendue il loro conto a conchiuderlo. Tanto più agevolmente vi concorse il pontefice, perchè intese che s'era maneggiata, fors'anche stabilita, da Ladislao una lega co' signori della Marca e Romagna contra di lui. Per attestato di Teodorico da Niem[2366], comperò papa Giovanni quella pace con isborso di cento mila fiorini, segretamente pagati a Ladislao. Altre più vantaggiose condizioni, e maggior somma di danaro accordata a quel re ne' capitoli della concordia, si leggono presso il Rinaldi[2367]. Ora Ladislao, per dar più colore al cangiamento che giù destinava di fare, chiamata a sè una congregazion di vescovi e d'altri dotti ecclesiastici, loro espose gli scrupoli della sua solamente in questa occasione delicata coscienza, per aver finora aderito a papa _Gregorio XII_, quando quasi tutta la cristianità riconosceva per vero papa il solo _Giovanni XXIII_. La disputa andò a finire in favor d'esso papa Giovanni. Ciò fatto, si portò Ladislao a Gaeta a visitar papa Gregorio. De' di lui trattati segreti non era allo scuro Gregorio, e però immantenente gliene dimandò conto. Negò Ladislao, ma nel dì seguente gli fece intendere che si levasse da' suoi Stati in un determinato tempo, perchè non potea più sostenerlo. Trovossi allora in grandi affanni Gregorio e la corte sua; ma per buona ventura capitate colà due navi mercantili veneziane, in una d'esse s'imbarcò, e girando pel mare Adriatico fra molti pericoli e timori d'essere colto dalle insidie di papa Giovanni, arrivò in fine nel mese di marzo a Rimini, dove con ossequio e festa ben ricevuto dai Malatesti pose la sua residenza[2368]. Fu assai che Ladislao nol sagrificasse alla politica sua e ai desiderii del pontefice Giovanni di lui avversario. Si pubblicò questa pace nel mese d'ottobre.