Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 83
Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di Padova[2264]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne dall'essersi staccato da lui suo genero, cioè _Niccolò marchese_ di Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano, nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuova _Francesco da Carrara_; ma come uomo di gran cuore, corse subito colle sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella, mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace. Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito con _Francesco signore di Mantova_ tenea strettamente assediata Verona. Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì 22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitato _Jacopo da Carrara_ figliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno, e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto, fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto spedirono a Padova _Galeazzo da Mantova_ con quelle genti d'armi che non occorrevano più sul Veronese. _Paolo Savello_ lor generale, che già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo, spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este, Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di Padova. Fece bensì _Francesco Terzo_ figliuolo di quel signore con tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percosse i vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago, Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de' Veneziani.
Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo di _Carlo Zeno_; ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze che gli davano i _Fiorentini_ e _Bucicaldo_ di soccorso; ma soccorso che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce, cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a bada, tanto che il popolo padovano, maneggiati i proprii interessi, fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi, se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi all'udienza del _doge Michele Steno_, si prostrarono a' suoi piedi, confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia. Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e furono mandati nelle prigioni, dove era anche _Jacopo_ altro figliuolo d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a Venezia _Jacopo dal Verme_, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de' Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco, ricordando a que' signori: _Che uomo morto non fa guerra_. Il perchè nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoli _Francesco III_ e _Jacopo_ tolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due figliuoli di Francesco II, cioè _Ubertino_ e _Marsilio_, da lui mandati a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturo del territorio padovano nel dì 17 di marzo[2265], preso e condotto a Venezia, lasciò la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese, con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stesso _Carlo Zeno_, che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche vessazioni.
NOTE:
[2246] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2247] Raynaldus, Annal. Eccles. Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2248] Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.
[2249] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2250] Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.
[2251] Theodoricus de Niem, Hist.
[2252] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2253] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2254] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2255] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2256] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2257] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2258] S. Antonin., Par. III, tit. 22, cap. 4.
[2259] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2260] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 16. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist, tom. 16 Rer. Ital.
[2261] Gino Capponi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.
[2262] Corio, Istoria di Milano.
[2263] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.
[2264] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCVI. Indizione XIV.
GREGORIO XII papa 1. ROBERTO re de' Romani 7.
Benchè dopo la fuga di _papa Innocenzo VII_ da Roma quel popolo tenesse il pieno possesso e dominio di quella città, pure la pazza discordia quivi più che mai imperversava[2266]. Temevano inoltre dell'insaziabil ambizione del _re Ladislao_, dal cui presidio era occupato castello Sant'Angelo. Ma avendo _Paolo Orsino_ messe in rotta le genti d'esso re, e restando accertati i Romani che il buon papa non solamente niuna mano avea avuta nella crudel bestialità di _Lodovico_ suo nipote, ma l'avea al maggior segno detestata, pentiti delle insolenze usate contra del papa medesimo, il mandarono a chiamar da Viterbo. Senza farsi molto pregare, nel dì 15 di marzo si trasferì il pontefice a Roma[2267], ed incredibil onore gli fu fatto. Formò poscia processo contra del re Ladislao siccome perturbatore di Roma e dello Stato ecclesiastico; il dichiarò decaduto dal regno, e privato di ogni privilegio. Strinse parimente d'assedio castello Sant'Angelo. Per le quali cose Ladislao giudicò meglio di pacificare il papa con un accordo, ch'egli poi pensava di non mantenere, e mediatore ne fu Paolo Orsino. In tal congiuntura fu restituito ad esso pontefice il castello suddetto nel dì 9 d'agosto con giubilo universal de' Romani, e Ladislao venne creato gonfaloniere della Chiesa. Ma poco potè poi godere di questo buono stato Innocenzo, perciocchè fu rapito dalla morte nel dì 6 di novembre: pontefice da tutti commendato per la sua mansuetudine, per l'abborrimento alla simonia, e desideroso di far del bene a tutti. Solamente l'aver egli alzato l'immeritevol suo nipote _Lodovico de' Migliorati_ al grado di marchese della marca d'Ancona, che noi vedremo poi signor di Fermo, e il non aver data mano all'estinzion dello scisma, sminuirono non poco la gloria del suo pontificato. Non mancò chi sparse sospetti d'averlo fatto avvelenare il _cardinal Cossa_ per timore di perdere la legazion di Bologna[2268]. Ma in que' tempi era suggetta a simili dicerie la morte di cadauno de' gran signori. Radunatisi nel conclave quattordici cardinali che si trovavano allora in Roma, per desiderio di riunir la Chiesa divisa, e per secondar le istanze di molti re e principi, che faceano premura di levar quello scandalo[2269], tutti a gara si obbligarono con giuramento e voto, che chiunque fossa eletto papa, rinunzierebbe la dignità, qualunque volta anche l'antipapa facesse altrettanto, per devenire unitamente col partito contrario all'elezion d'un indubitato pontefice[2270]: con altri bei capitoli e restrizion di tempo, tutto per ben della Chiesa. Restò dunque eletto nel dì 30 di novembre Angelo Corrano, cardinale di santa Maria, di patria Veneziano, già vescovo di Venezia, ed allora patriarca di Costantinopoli, persona dottissima nella teologia, e tenuta in concetto di santa vita[2271], che prese il nome di _Gregorio XII_. Fu egli creduto più d'ogni altro a proposito per togliere lo scisma, e venne dipoi coronato nel dì 19 di dicembre. Non solamente, fatto che fu papa, confermò il voto e la promessa di promuovere a tutto potere l'union della Chiesa, ma ne scrisse ancora calde lettere ed esortazioni all'antipapa e ai di lui cardinali, affinchè si mettesse fine alla lor deplorabil divisione. Senza far caso dell'accordo fatto nel precedente anno col popolo di Forlì[2272], _Baldassare Cossa_ cardinale legato di Bologna mandò il suo esercito nel gennaio di quest'anno ai danni di quella città. Replicò poi la cosa nel dì 23 d'aprile, tanto che gli riuscì nel dì 19 ossia 29 di maggio[2273] di sottomettere quella città ai suoi voleri, e tosto ordinò che quivi si fabbricasse una cittadella.
Oltre a Parma e Reggio, siccome dicemmo, avea _Ottabuono de' Terzi_ occupata la città di Piacenza, mostrandosi, ciò non ostante, amico di_ Gian-Maria Visconte_ duca di Milano. Anche _Facino Cane_ s'era impadronito d'Alessandria, ma non perciò lasciava di mostrarsi aderente ed unito con _Filippo Maria Visconte_ conte di Pavia. Per ordine di Filippo, a mio credere, prese egli a liberar Piacenza dalla tirannia d'Ottobuono, e a questo fine si mosse egli a quella volta con poderoso esercito nel mese di maggio[2274]. Perchè Ottobuono non credea di aver forze bastanti a resistergli, abbandonò Piacenza, ma col lasciar ivi lunga memoria della sua crudeltà, perchè le fece dar, prima di partirsi, un orrido universal sacco dalle sue genti d'armi, rapportato all'anno seguente dalla Cronica di Bologna[2275], colla morte di molti cittadini e col rubamento di molte zitelle. Giunto colà Facino[2276], dacchè ebbe colla forza costrette alla sua resa tutte le fortezze, si fece proclamar signore di quella città. Brutta scena si vide ancora in Cremona nel dì 31 di luglio. Da _Gabrino Fondolo_ Cremonese restò tradito _Carlo Cavalcabò_ signore di quella città; e fatto prigione egli, Andrea e quattro altri di quella nobil casa, tutti furono crudelmente privati di vita nelle carceri, impadronendosi in tal guisa il tiranno del dominio di quella città. Fu in quest'anno[2277] afflitta di molto la città di Genova dalla peste. Predicava nello stesso tempo in quella città fra _Vincenzo Ferreri_ dell'ordine de' Predicatori, che poi fu aggiunto al catalogo dei santi. Arrivò la moria anche a Savona, e cagion fu che _Benedetto antipapa_ ivi dimorante scappasse a Monaco, indi a Nizza, e finalmente a Marsilia. Abbiamo il suo Itinerario, da me dato alla luce[2278]. Erasi intanto partito, perchè disgustato, dal servigio de' Veneziani _Galeazzo da Mantova_, uno de' più prodi condottieri d'armi che si avesse allora l'Italia, e che già vedemmo aver terminata la guerra di Padova in favor d'essi Veneziani[2279]. Acconciatosi col duca di Milano, fu spedito a soggiogare i villani di una valle di Bergamo, oppur della Riva di Trento, che s'erano ribellati. Vi lasciò la vita ucciso da quella gente; e i Padovani credettero ciò vendetta di Dio, per aver egli, come diceano, sotto la parola tradito Francesco da Carrara già loro signore. Secondochè abbiamo dagli Annali di Lorenzo Bonincontri[2280], essendo morto _Raimondo Orsino_ potente principe di Taranto, con lasciar dopo di sè _Gian-Antonio_ e _Gabriello_ figliuoli di tenera età e una figliuola, il _re Ladislao_ nella primavera di questo anno volle profittar di tale occasione, e andò a mettere il campo intorno a Taranto. Prese tutte le castella di quel territorio. Impadronissi ancora di Conversano e di Sant'Angelo. Dopo lunga difesa entrò per tradimento anche nella città di Taranto. Si ritirò allora co' figliuoli nel castello _Maria_ vedova del suddetto Raimondo. Possedeva ella un gran tesoro, ed anche era dotata di rara bellezza e di distinta nobiltà. Perciò Ladislao, volonteroso di dar fine a quella guerra, e di mettere le mani in quell'oro, si esibì di prenderla per moglie. Accettata la proposizione, egli la sposò, e da lì a due mesi la condusse a Napoli, dove con grande onore fu ricevuta. Da Sozomeno[2281], dall'autore de' Giornali Napoletani[2282] e dalla Cronica di Bologna[2283] tali nozze son differite all'anno seguente. Il testo del Bonincontro è slogato in questi tempi.
Dappoichè i Fiorentini ebbero fatto un copioso ammasso di genti d'armi e provvigione di viveri per l'impresa di Pisa[2284], nel dì 4 di marzo andarono a piantar l'assedio intorno a quella città, città mal preparata, perchè per varii sinistri avvenimenti le erano mancati i soccorsi di gente per terra, e quelli della vettovaglia per mare. Tuttavia i cittadini per l'inveterato odio verso de' Fiorentini si accinsero ad una valorosa difesa. _Luca del Fiesco_ era generale de' Fiorentini. _Sforza da Cotignola_ con Micheletto suo parente, e Tartaglia, condottieri di gente, erano anch'essi al loro servigio. Un dì che i Pisani aveano fatta una sortita, esso Sforza e Tartaglia con tal vigore, benchè inferiori di gente, gli assalirono e sbaragliarono, che non venne lor voglia da lì a molto tempo di uscire dalla città. Insorse poi discordia, anzi implacabil nemicizia fra questi due capitani, e convenne separarli. Mandò intanto il duca di Borgogna ad intimare a' Fiorentini che Pisa era sua; ma questi se ne risero, nè lasciarono per questo di continuar le offese e gli assalti. Cresceva di dì in dì maggiormente la fame nella misera città, e giunse a tal segno, che per difetto di cibo mancava di vita la povera gente per le strade. Ora _Giovanni Gambacorta_, doge ossia capitano del popolo, pensò allora a profittar per sè stesso nella rovina della patria; e segretamente inviata persona a trattar coi Fiorentini, vendè lor Pisa per cinquanta mila fiorini d'oro, oltre ad alcune castella, che doveano restare in suo dominio, con altri suoi vantaggi[2285]. Pertanto nel dì 9 d'ottobre aperta una porta di Pisa, quel popolo, senza essere prima informato del contratto, vide entrare a bandiere spiegate l'esercito fiorentino, e prendere il possesso della città con sì buona disciplina, che niuno sconcerto ne seguì; ed arrivate poi carrette di pane, attesero tutti a cavarsi la fame, per cui la maggior parte erano divenuti scheletri. In questa maniera l'antica e già sì possente città di Pisa giunse a perdere la sua libertà, ma col guadagno di veder cessate le tante sue gare civili, e con accrescimento grande di gloria e potenza dalla parte dei Fiorentini. Da orribil pestilenza fu in quest'anno afflitta la città di Milano[2286]. Quivi, oltre a ciò, tutto era in disordine per la discordia de' Guelfi e Ghibellini.
NOTE:
[2265] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2266] Raynaldus, Annal. Eccles. Aretinus, Histor. sui temp., tom. 19 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Histor.
[2267] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.
[2268] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2269] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Theodor. de Niem, Histor. Gobelinus.
[2270] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2271] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.
[2272] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Delayto, Annal., tom. eod.
[2273] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2274] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2275] Cronica di Bologna, tom. eod.
[2276] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2277] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2278] Itinerar. Benedicti Antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2279] Annal. Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.
[2280] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2281] Sozomen., Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2282] Giornal Napolet., tom. 23 Rer. Ital.
[2283] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2284] Gino Capponi, Istor., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Poggius et alii.
Anno di CRISTO MCCCCVII. Indizione XV.
GREGORIO XII papa 2. ROBERTO re de' Romani 8.
Una speciosa apparenza di vedere in quest'anno il termine dello scisma diedero amendue i contendenti del papato[2287]. A udir le loro parole, lettere ed ambascerie, si scorgevano pronti cadauno a spogliarsi del manto pontificio. _Papa Gregorio XII_, per ben accertare il pubblico della sua buona intenzione, spedì _Antonio vescovo_ di Modena suo nipote con altri due ambasciatori a Marsilia[2288] per convenire coll'_antipapa Benedetto_ del luogo, dove s'avea a tenere il congresso fra loro. Si stabilì che amendue venissero alla città di Savona; e Teodorico da Niem[2289] rapporta i capitoli formati per la maniera con cui doveano gli emuli venire, stare e regolarsi nel progettato loro abboccamento. Furono accettati e confermati da papa Gregorio, il bello fu che questo futuro viaggio a Savona servì ad esso pontefice di colore e pretesto per intimar le decime a tutto il clero d'Italia, Sicilia, Dalmazia, Ungheria ed altri paesi, come costa dai documenti rapportati dal Rinaldi. E perciocchè i prelati per le lunghe passate guerre trovandosi impoveriti, allegavano l'impotenza di pagare, non erano ascoltate le lor querele e ragioni; la pena della privazion degli uffizii, intimata a chiunque fosse renitente, obbligò ciascuno a soddisfare. Moltissimi perciò venderono i vasi e paramenti sacri delle lor chiese, come attesta l'autore della Vita d'esso pontefice. Teodorico da Niem aggiugne che le chiese e i monisteri di Roma furono obbligati ad impegnare od alienare le lor sacre suppellettili e molti dei loro poderi. Servì poi questo ammassamento di danaro a far vivere lautamente e splendidamente esso papa, la comitiva de' suoi nipoti, e la sua gran famiglia, di modo che consumava egli più in zucchero che non aveano fatto i suoi predecessori in vitto e vestito. E da lì a pochi mesi si videro i di lui nipoti secolari abbandonarsi ad ogni forma di lusso con pompa di numerosa servitù e di cavalli. Ingrato ancora verso _Innocenzo VII_ suo predecessore, che lo avea esaltato, cacciò di corte la di lui famiglia e il nipote. Privò della marca di Ancona _Lodovico de' Migliorati_ altro di lui nipote, il quale, con raccomandarsi alla protezione del _re Ladislao_, occupò Ascoli e Fermo. Tolse ancora la camerlengheria ad un altro nipote d'esso Innocenzo, e la conferì ad _Antonio_ suo nipote. Bene è che il lettore sappia tutte queste particolarità, acciocchè, vedendo poi deposto questo papa dai cardinali zelanti, comprenda che fu abbassato uno, il quale in apparenza era uomo santo, ma senza che i fatti corrispondessero a sì vantaggioso concetto.