Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 82
Durava tuttavia l'odio di _Alberico conte_ di Barbiano contra di Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo sterminio di lui[2238]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico, ceduta Faenza al _cardinal Cassa_ legato di Bologna per venticinque mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto la protezione di _Carlo Malatesta_ suo parente; poscia ad Urbino, dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana[2239] i Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti, entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti cittadini. Signore allora di Pisa era _Gabriello Maria Visconte_ figliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea coraggio _Bucicaldo_ spinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di Pisa. Aveano già i Sanesi[2240] ricuperata in parte la lor libertà; ma solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziare _Giorgio del Carretto_ governatore in addietro di quella città, e stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno il suddetto Bucicaldo governatore di Genova[2241], che indusse buona parte di quel popolo a dare ubbidienza all'_antipapa Benedetto_; e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile dell'anno presente[2242] _Antonio conte d'Urbino_, di Cagli e di Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successore _Guido Antonio_ suo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno, tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa da _Francesco da Carrara_ signore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio[2243]. Nel mese di gennaio i Vicentini condotti da _Taddeo del Verme_ fecero un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento. Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di lui _Facino Cane_. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro, mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome abbiam detto che succedette.
Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra, senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per trattare di pace.
A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova seco _Guglielmo_ bastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoli _Brunoro_ ed _Antonio_, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30 di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero suo _Niccolò Estense_ marchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie; e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna, che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella città, gridando: _Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala. Ugolotto Biancardo_ e _Bartolomeo da Gonzaga_ capitani del duca di Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu immantinente posto l'assedio. _Guglielmo dalla Scala_, benchè fosse, se crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella, Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse la vita. In luogo suo furono eletti signori di Verona _Brunoro_ ed _Antonio_ suoi figliuoli. Nel qual tempo _Francesco Gonzaga_ signor di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre queste cose accadevano in Verona, _Francesco III_ primogenito del Carrarese andò col popolo di Padova a stringere d'assedio la città di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso: azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza, quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi con rabbia immensa, egli ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia il _marchese Niccolò d'Este_ per intendere in che disposizione fosse quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese, e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.
Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani. Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio. Fu preso per generale dai Veneziani _Malatesta de' Malatesti_ signore di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condusse _Paolo Savello_, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad una arrabbiata guerra[2244]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde anch'egli, preso al suo soldo il _gran contestabile_ e _Manfredi conte_ di Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece, fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra. Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino, all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante, esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de' Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova; perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa[2245]. Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona, i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara, colla prigionia di due mila e secento persone. Il Delaito, autore più esatto[2246] del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de' suoi nemici.
NOTE:
[2227] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2228] Theodoricus de Niem, Hist.
[2229] Vita Bonifacii IX, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2230] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2231] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[2232] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.
[2233] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2234] Corio, Istoria di Milano.
[2235] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2236] Redus., Chronic., tom. eod.
[2237] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2238] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2239] Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2240] Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.
[2241] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2242] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2243] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2244] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2245] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCV. Indizione XIII.
INNOCENZO VII papa 2, ROBERTO re de' Romani 6.
Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in quest'anno che nel precedente[2247]. Stavasene assai quieto _papa Innocenzo_ nel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non erano già quieti i Romani, irritati spezialmente da _Giovanni dalla Colonna_ nemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora da _Ladislao re di Napoli_, principe ambizioso, che ardea di voglia di ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi Romani[2248], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò[2249]. Ma ritornandosene costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove era alloggiato _Lodovico dei Migliorati_ nipote del pontefice, ed uomo bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltà li fece tutti tagliar a pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino[2250], scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da Teodorico di Niem[2251], dal Bonincontro[2252], da Sozomeno[2253] e da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa, nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio, ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar gente a prendere il possesso di Roma[2254]; e però nel dì 20 d'agosto ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso da _Paolo_ ossia da _Antonio Orsino_. Finalmente con iscorno e danno se ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo, di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza d'esso re. Intanto _Baldassare Cossa cardinale_ legato di Bologna tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute della Chiesa[2255]. Mosse primieramente guerra al _conte Alberico_ gran contestabile, e al _conte Manfredi_ da Barbiano. Gli addormentò con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro; ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco, nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto anche venir con inganno a Faenza _Astorre de' Manfredi_, già signor di quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar la testa dal busto. Morì in quest'anno[2256] dopo lunga malattia a' dì 8 di settembre _Cecco_, cioè _Francesco degli Ordelaffi_, signore di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito[2257] scrive che Cecco malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominio _Antonio_ suo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno. Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito, pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con un trattato[2258], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare l'annuo censo alla camera apostolica.
Dacchè riuscì al prepotente regio governator di Genova _Bucicaldo_ d'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papa _Innocenzo VII_, per sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'_antipapa Benedetto XIII_, ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia[2259]. Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo che _Gabriello Maria Visconte_ non avea nè forze nè testa per sostenersi in quel dominio[2260]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbono tutti accudire a salvar dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo. Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini, i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini d'oro. Gino Capponi[2261], che ci lasciò una diffusa descrizione di tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici. Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze, chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente da varie parti, ed eleggere per lor generale il _conte Bertoldo degli Orsini_. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue genti d'armi[2262], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì, sbaragliò, e quasi tutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed essere stato _Lodovico de' Migliorati,_ nipote di papa Innocenzo, che a requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano[2263]. Ma nel dì 22 d'ottobre _Giovanni de' Gambacorti_, levato rumore coi suoi, si fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti, saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa. _Gabriello Visconte_ restò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso diremo.