Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 81

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Intanto in Milano contro la superbia di Francesco Barbavara si eccitò nel dì 25 di giugno una fiera sedizione da _Antonio Visconte_, dagli Aliprandi e da altri malcontenti; di modo che la duchessa col figliuolo _Gian-Maria_ e col Barbavara si ritirò nel castello. Sopraggiunto poi Antonio Porro, crebbe il tumulto del popolo; seguirono moltissimi ammazzamenti; e il Barbavara prese il partito di fuggirsene a Pavia, e più lungi ancora. Il giovinetto _Filippo Maria_ conte di Pavia si trasferì anch'egli a quella città per custodirla dalle rivoluzioni. Mirabil cosa fu il vedere scatenarsi in questi tempi per quasi tutte le città del ducato di Milano le dianzi addormentate fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con fama che gl'industriosi Fiorentini spargessero sì gran fuoco dappertutto coi loro emissarii, e colle promesse d'aiuto a chiunque si ribellasse. _Rolando Rosso_ coi Correggeschi ed altri Guelfi un gran turbine sollevò nel Parmigiano. Nel dì primo di luglio il _marchese Ugo Cavalcabò_ occupò Cremona e poi Crema, ed ebbe soccorso da essi Fiorentini; _Franchino Rusca_ si fece padron di Como; la fazion guelfa s'impadronì di buona parte di Brescia; in Bergamo si scannarono senza pietà le due nemiche fazioni; Lodi, la Martesana, Soncino, Bellinzona, e moltissime altre terre, chi si ribellò al duca, e chi fu sottoposta a gravi omicidii e saccheggi[2216]. Nè andò molto che anche gli _Scotti_, i _Landi_ ed altri nobili di Piacenza, cacciati gli _Anguissoli_, presero in sè il governo di quella città. Tutto in somma era in rivolta. In mezzo a tanto incendio pareano incantati i reggenti di Milano, sennonchè _Ottobuon Terzo_ sostenne Parma, e _Facino Cane_ con _Galeazzo da Mantova_ difese bravamente Bologna dagl'insulti dell'esercito pontificio, il qual di nuovo fece una irruzione nel Parmigiano[2217]. Pur presero essi Reggenti un buon consiglio, e fu di pacificare il papa. Datane la commissione a _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, questi segretamente ne trattò col _cardinal Cossa_ legato apostolico, per mezzo di _Carlo Malatesta_ suo cognato, sì felicemente, che all'improvviso saltò fuori la pace fra loro nel dì 25 d'agosto, per cui furono restituite al papa le città di Bologna, Perugia ed Assisi, senza che il pontefice si prendesse in quella pace cura alcuna de' Fiorentini: del che fecero eglino molte doglianze. A questa pace si oppose, per quanto potè, Facino Cane, e fece gran danno alla città di Bologna; pure in fine se ne andò[2218], e nel dì 2 di settembre entrò il cardinal Cossa trionfante in quella città, di cui gli fu confermata la legazione dal papa. Nell'ottobre Nanne de' Gozzadini, che aveva ordito un tradimento per farsi signore di Bologna, mandò i suoi ad occupare una porta; ma il cardinale, che sapeva già e dissimulava tutto, non si lasciò trovare a letto. Fu preso Bonifazio fratello di Nanne, e questi lasciò la testa sul pubblico palco. Imprigionato ancora Gabbione figliuolo di Nanne, di questo si servì il cardinal legato nell'anno seguente per indurre suo padre a restituir la terra di Cento e la Pieve, minacciando la morte al figliuolo. Nanne promise; ma, non attenendo la parola, tolta fu la vita anche ad esso Gabbione. Parimente in Siena[2219] si sollevarono sul fin di novembre le fazioni, l'una per sottrarsi al duca di Milano, e l'altra per sostenerlo; laonde il vicario duchesco fu in gran pericolo.

Era attaccato il fuoco al bosco; anche _Francesco da Carrara_ signor di Padova pensò a scaldarsi[2220]. La speranza di fare in suo pro qualche bel colpo in mezzo a sì grande sconvolgimento del ducato di Milano, parea fondatissima; e tanto più perchè una delle fazioni di Brescia gli facea sperar l'entrata in quella potente città. Il perchè, ottenuta permissione dai signori veneziani, che nondimeno il dissuasero non poco da imprendere quella guerra, nel dì 16 di agosto s'inviò colle sue armi unite a quelle di _Niccolò marchese_ di Ferrara suo genero alla volta di Brescia, dove entrò nel dì 18 d'esso mese, e gliene fu dato il dominio. Ma essendo la cittadella costante nell'ubbidienza a Milano, e venuti colà con gran corpo di gente _Jacopo del Verme, Ottobuon Terzo_ e _Galeazzo da Mantova_, non finì la faccenda, che ebbero per grazia le armi padovane e ferraresi di potersi ritirar illese alle lor case. Fece dipoi il Carrarese varie scorrerie sul Veronese, prese alcuni luoghi, vi piantò qualche bastia; ma _Ugolotto Biancardo_ governator di Verona il tenne corto, e il signore di Mantova gli ritolse le torri di Legnago che egli avea preso. Tornando dai principi oltramontani _Manuello imperador_ de' Greci con poco profitto de' suoi interessi, arrivò nel dì 22 di gennaio del presente anno a Genova[2221]. Ricevette grande onore da quel popolo, e dal regio governatore _Bucicaldo_, e se ne andò poscia al suo viaggio, malcontento dei cristiani occidentali. Intanto perchè i Genovesi erano in rotta con _Giano re di Cipri_, armarono nove galee, sette navi e un galeone contra de' Cipriotti. Lo stesso Bucicaldo volle essere in persona capitano della flotta a quella impresa, e sciolse le vele verso Cipri. Questo armamento fu cagione che quel re, dopo avere ricevuto alcuni danni, chiedesse accordo collo sborso di molta pecunia, e colla promessa d'altra ad altro tempo. Il vittorioso Bucicaldo si figurò di poter fare qualche bel colpo in Soria contro gl'infedeli, ma nulla gli riuscì, siccome neppure di ottener pace per li Genovesi dal soldano di Egitto. Contuttociò navigava egli con gran fasto per que' mari, non si sa se per tornarsene a Genova, oppure pel fare qualche tentativo ed insulto contro le terre de' Veneziani nell'Adriatico; quando eccoti uscir di Modone _Carlo Zeno_ generale de' Veneziani, rinomato per molto suo valore non meno in terra che in mare, che con undici galee e due uscieri, cioè navi grosse, teneva d'occhio e seguitava la flotta genovese[2222]. Sulle prime parve amico; ma nel dì 7 d'ottobre scopertosi nemico, venne a battaglia con essi Genovesi. Si combattè con assai bravura dall'una parte e dall'altra; ma in fine Bucicaldo ebbe la peggio, e fu costretto a fuggirsene, con lasciar tre delle sue galee in potere de' Veneziani, i quali insieme colla gente le menarono a Modone. Il Sanuto scrive[2223] che gran sangue si sparse in quel conflitto, e conferma la presa delle tre galee. Nel tornarsene a casa gli sconfitti Genovesi, incontratisi in due galee veneziane, anch'essi se ne impadronirono. Diede molto da parlare per Italia questo fatto, ed incredibile schiamazzo ne fece il borioso Bucicaldo, di maniera che quantunque nell'anno appresso seguisse pace fra i Veneziani e Genovesi colla restituzion de' prigioni, pure Bucicaldo non come governator di Genova, ma come persona privata sparse un manifesto, in cui trattava Carlo Zeno da traditore, sfidandolo a duello in terra ferma, oppure con una galea per parte di cadauno in mare. Se ne rise Carlo Zeno, e il lasciò tempestar quanto volle.

Nè si vuol tacere che sul principio di settembre, sollevatisi i Guelfi d'Alessandria, si ribellarono ai Visconti, ed implorarono aiuto da Genova per sottomettersi al re di Francia. Non fu pigro il vice-governatore di Genova a spedir gente in loro aiuto, con poca fortuna nondimeno; perchè, oltre all'essersi ritirati i Ghibellini nelle fortezze, arrivò colà Facino Cane con molte squadre, che ricuperò quella città, e mise in desolazione tutta la parte guelfa. Un simile orrido giuoco fece _Pandolfo Malatesta_ a Como, dove fu egli spedito per ricuperar quella città. Bolliva in questi tempi gran discordia fra i magnati della Ungheria[2224]. Coloro che non voleano per loro re _Sigismondo_ fratello di _Venceslao_ già re de' Romani, si avvisarono di chiamare a quella corona _Ladislao re_ di Napoli, siccome principe che vi pretendea per le ragioni del _re Carlo_ suo padre e per altri titoli, promettendogli sicuro per lui quel vasto regno. Ladislao non perdè tempo ad imbarcarsi, ed arrivò a Zara. In essa città, correndo il dì cinque d'agosto, fu egli coronato dall'arcivescovo di Strigonia, oppure da _Angelo Acciaiuoli_ cardinal di Firenze[2225], spedito dal papa per dar braccio all'impresa. Ma avendo egli inviato i suoi deputati a prendere il possesso del rimanente del regno, trovò risorto più che mai il partito di Sigismondo, mutati d'opinione que' grandi e se stesso deluso. Il perchè adirato se ne ritornò a Napoli. Ne' Giornali Napoletani[2226] vien riferito questo avvenimento agli anni seguenti; ma, per gli atti che rapporta il Rinaldi e per l'attestato di varii altri scrittori, esso appartiene al presente. _Sigismondo_, siccome dissi, figliuolo di _Carlo IV_ Augusto, si stabilì poscia sul trono dell'Ungheria, ma non senza crudeltà, e divenne col tempo imperador de' Romani.

NOTE:

[2211] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2212] Corio, Istoria di Milano.

[2213] Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.

[2214] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 17.

[2215] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2216] Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2217] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Italic.

[2218] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.

[2219] Histor. Senensis, tom. 20 Rer. Ital.

[2220] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2221] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.

[2222] Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2223] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2224] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2225] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2226] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCIV. Indiz. XII.

INNOCENZO VII papa 1. ROBERTO re de' Romani 5.

Era stato rimesso in libertà nel precedente anno _l'antipapa Benedetto_, e dacchè fu rientrato in pacifico possesso di Avignone, tanto seppe girar gli affari col far credere a chi non per anche assai il conosceva la sua prontezza a dimettere il papato[2227], se si fosse convenuto con _papa Bonifazio_, dipinto da lui come ostinato in mantenere lo scisma, che gli fu restituita l'ubbidienza da' Franzesi. Ora il furbo Spagnuolo, per maggiormente accreditarsi fra quei del suo partito, e dar ad intendere la sua buona volontà per la riunion della Chiesa, spedì in quest'anno verso il fin di settembre due vescovi con tre altri suoi ambasciatori a Roma per proporre a papa Bonifazio, non già, come andò spacciando, la vicendevol cessione del pontificato, ma bensì un abboccamento fra loro in un luogo determinato. Teodorico da Niem, autore molto sospetto agli annalisti pontifizii, scrive[2228] che Bonifazio ricusò ogni partito, con sostenere ch'egli era vero papa, nè dover egli mettere in dubbio la legittima sua dignità. Al che risposero gli ambasciatori che il loro papa non era simoniaco, quasi tacitamente accusando Bonifazio di questo reato: del che egli molto si offese, ed eccessivamente montò in collera. Tale agitazion d'animo, e il mal di pietra, per cui era gravemente da qualche tempo afflitto esso pontefice, accrebbe sì fattamente i suoi incomodi, che nel dì primo d'ottobre diede fine alla sua vita. Non mancavano a Bonifazio delle belle doti, che il faceano degno del sublime suo ministero; ma i tempi disastrosi, ne' quali egli si trovò, cagion furono ch'egli piuttosto distrusse, che edificò. Il bisogno di far fronte all'antipapa, e di difendersi dagli aderenti di lui avversarli suoi, e di ricuperar le terre della Chiesa, l'obbligò a cercar danaro per tutte le vie. Ne' primi anni del suo pontificato, perchè vi erano cardinali zelanti e nemici delle cose mal fatte, andò con qualche riguardo; ma infine si diede a vendere tutte le grazie, tornò in campo, dilatò e stabilì maggiormente il pagamento delle annate per chi voleva vescovati ed altri benefizii. Allora furono in corso le espettative, date talvolta a più persone dello stesso benefizio, e talvolta rivocate per cavar danaro da altri; allora si videro in grande uso le unioni de' benefizii, le dispense anche per li regolari, ed altre invenzioni per raccoglier moneta, delle quali parla Teodorico da Niem, accordandosi con lui anche gli autori della Vita di questo pontefice[2229]. Ebbe madre, fratelli e nipoti. Gli esaltò ed arricchì per quanto potè. L'uno de' fratelli, cioè _Giannello_, creò marchese della marca d'Ancona, l'altro duca di Spoleti. Ad uno di questi fece anche dare dal re Ladislao la contea di Sora con altri Stati. Ma questi, dopo la di lui morte, andarono tutti in fumo; e Giannello non tardò a consegnar Perugia e la marca al nuovo papa. Soprattutto è da dolere che Bonifazio amasse più sè stesso che la Chiesa di Dio. Fece ben egli premura per un concilio, ma non mai s'indusse ad esibirsi per ben della Chiesa pronto a rinunziare la sua dignità. Se fatto l'avesse, avrebbe ognuno abbandonato l'antipapa, qualora anche egli non avesse fatto altrettanto, e si sarebbe venuto alla riunion della Chiesa. Congregaronsi poi in Roma nel conclave i nove cardinali che v'erano, con giurar prima tutti, che chiunque di essi fosse eletto papa, darebbe sinceramente mano ad abolire lo scisma, ed occorrendo, rinunzierebbe il papato. Cadde l'elezione nel dì 17 di ottobre in Cosmo de' Migliorati da Solmona cardinale e vescovo di Bologna, personaggio molto perito nella scienza legale, pratichissimo degli affari della sacra corte[2230], di maniere dolci, ed affabile con tutti, e in gran riputazione presso tutti i principi. Prese il nome _d'Innocenzo VII_ e nel secondo giorno di novembre fu solennemente coronato. Ma prima ancora della sua coronazione cominciarono i suoi guai, che non ebbero mai fine; e questi specialmente per colpa e prepotenza del _re Ladislao_, ingrato ai benefizii ricevuti della santa Sede, e che non vide mai misura alcuna nell'avidità del conquistare[2231]. Corse questo re a Roma con gran copia d'armati, parte per maneggiar ivi in persona i suoi interessi, affinchè non gli venisse pregiudizio nel trattare l'union della Chiesa, e parte per difendere, secondo le apparenze, il papa novello dalle insolenze del popolo romano, il quale sotto Bonifazio IX, pontefice di gran cuore, stette basso, e morto lui, col favore de' Colonnesi, rialzò la testa, movendosi a rumore, con seguirne varii omicidii fra essi e le genti del papa. Ma Ladislao, invece di pacificarlo col pontefice[2232], sotto mano maggiormente l'incitò contra di lui, per rendere se stesso più necessario a trattar dell'accordo. Seguì un tale accordo nel dì 27 d'ottobre, ed è rapportato intero dal Rinaldi, con patti molto vantaggiosi ai Romani (il che fece crescere la loro alterigia), e con aver ottenuto Ladislao di mettere una zampa nella creazione de' loro uffiziali. Aggiunge il Delaito[2233] che nel dì 20 d'esso ottobre Ladislao occupò castello Sant'Angelo, e vi mise sua guarnigione. Dovette fingere di farlo per bene del papa, a cui, secondo Sozomeno, fu riservato San Pietro con esso castello. Tuttociò non di meno fu un nulla rispetto a quello che andremo vedendo.

Nel gennaio dell'anno presente[2234] la duchessa di Milano, che si era ritirata in quel castello, fatti a sè venire con belle parole Antonio e Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione, fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava, essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio avvenne nel rimanente dello Stato[2235]. I principali condottieri d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale tempesta e naufragio. Questi erano _Pandolfo Malatesta, Ottobuono de' Terzi_ da Parma e _Facino Cane_. Tutti dimandavano paghe e ricompense Vedeano[2236] che _Giorgio Benzone_ avea occupato Crema; _Giovanni Picciolo_, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de' Coleoni. _Ugo_ ossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi, nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato da _Astorre Visconte, Carlo Cavalcabò_ suo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente, _Giovanni da Vignate_ s'era impossessato di Lodi. Tutto insomma andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei condottieri di meritar molto più. Per ciò anche _Facino Cane_ prese la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di tenerle a nome del conte di Pavia. _Pandolfo Malatesta_ insistè così forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che anch'esso colla forza ne occupò il dominio. _Ottobuono de' Terzi_ neppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi con _Pietro de' Rossi_, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì 16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono, questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli. Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e n'erano divenuti padroni gli _Scotti_. Portossi colà Ottobuono colle sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche il _marchese Niccolò_ _Estense_ signor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio, desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore, e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il giovinetto _duca Giovanni Maria_ e _Caterina duchessa_ sua madre, già figliuola di _Bernabò Visconte_. Ritiratasi questa a Monza, Francesco Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata, che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra, prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno. Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò che _Pandolfo Malatesta_, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza, non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da Sozomeno[2237] che anche il giovinetto _Filippo Maria Visconte_, che già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo anche _Teodoro marchese_ di Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil signoria de' Visconti.