Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 80
A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio di Norimberga e _Leopoldo duca_ d'Austria. Già si erano ribellate al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavano _Teodoro marchese_ di Monferrato, il _conte Alberico_ di Barbiano, _Carlo Malatesta,_ _Galeazzo da Mantova, Taddeo del Verme_ ed altri capitani. Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de' Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6 di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca coll'arcivescovo di Colonia[2191]. Son di parere altri storici che la ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzata che gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì 18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre, accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i danari ostinati non voleano venire[2192]: però non si trovava maniera d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova, troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare e sedizioni[2193]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivò_ Giovanni il Meingle_, soprannominato _Bucicaldo_, maresciallo del re di Francia, personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo, che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la fortuna di salvarsi. Bucicaldo in collera fece subito tagliar la testa a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.
Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione[2194]. Gareggiavano fra loro in quella città _Giovanni Bentivoglio_ e _Nanne de' Gozzadini_, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città. L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato con _Astorre_ signor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque essi delle scorrerie sul territorio bolognese nel giugno, menando via gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese, e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno presente[2195] Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria, prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano, a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano[2196] che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti, che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per lo più son le glorie dei principi conquistatori.
NOTE:
[2183] Corio, Istoria di Milano.
[2184] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2185] Bonoli, Istoria di Lugo.
[2186] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2187] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2188] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2189] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2190] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.
[2191] Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2192] Mutius, Histor. Germ., lib. 26.
[2193] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[2194] Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCII. Indizione X.
BONIFAZIO IX papa 14. ROBERTO re de' Romani 3.
Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni di _papa Bonifazio IX_, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra dello Stato di Milano[2197], e Giannello suo fratello con mille e cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco suo gusto. Nè altro sappiamo del _re Ladislao_[2198], fuorchè l'aver egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellata _Maria_, gentile e savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò per qualche tempo il re de' Romani _Roberto_ in Venezia, disputando co' Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue armi in Italia[2199]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano. Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova, e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni del signor di Bologna, che era più che mai infestato da _Alberico conte_ di Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova, e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e valore. Allora si slargò forte il cuore a _Gian-Galeazzo Visconte_, vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò ad eseguire i disegni già conceputi contra di _Giovanni Bentivoglio_ signor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglio a prendere cattiva piega[2200]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca. Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero, Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì 3 di febbraio si ribellò gridando: _Viva la libertà_. Questo popolo dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani. I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano. Acclamò poscia esso popolo per loro signori _Pandolfo_ e _Malatesta_ de' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo al suo bisogno.
Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli mandarono _Bernardone_ lor capitano con alcune centinaia di fanti e cavalli. _Francesco da Carrara_[2201] anch'egli inviò loro cinquecento fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti da _Francesco Terzo_ e _Jacopo_ suoi figliuoli. Andrea Gataro[2202] scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto. Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparvero _Francesco Gonzaga_ signor di Mantova, _Carlo, Pandolfo_ e _Malatesta_ de' Malatesti, _Antonio del Verme_, il _conte Alberico_ da Barbiano, _Jacopo_ e _Taddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane_, ed altri rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio, affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione di Facino Cane _Bernardone_ generale de' Fiorentini e _Francesco Terzo_ da Carrara, e del signore di Mantova _Jacopo_ altro legittimo figliuolo del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del Bentivoglio, ed, occupate le porte[2203], lasciò entrare non solamente i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune brigate d'armati. Essendo nascosto _Giovanni Bentivoglio_, fu nel dì 28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città. Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella. Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna. Scrive il Corio[2204] che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di Bologna[2205] che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio, l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si vuol tacere, che, condotto prigione da Facino Cane _Francesco Terzo_ da Carrara[2206], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura. _Jacopo_ suo fratello prigioniere di _Francesco Gonzaga_ fu menato a Mantova. Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila. Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò un'incredibil allegrezza al padre.
In questo auge di gloria e potenza ora si trovava _Gian-Galeazzo_ Visconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età di cinquantacinque anni pagò il debito della natura; nè mancò chi sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata, magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali di Forlì[2207]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da' codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio[2208], si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca a _Gian-Maria_ suo primogenito _Milano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna_. A _Filippo Maria_ secondogenito legittimo lasciò con titolo di conte _Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno_ e _Bassano_ colla riviera di _Trento_[2209]. A _Gabriello_ suo bastardo, ma legittimato, lasciò _Pisa_ e _Crema_. Andrea Biglia[2210] non parla di Crema, e dice lasciatagli _Pisa_ colla _Lunigiana_ e _Sarzana_. Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di lui vita. Anzi scrivono che lo stesso duca da ciò intese vicina la sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in questo anno da Timur Bech, da noi appellato _Tamerlano_, imperador dei Tartari, al ferocissimo _Baiazette_ sultano de' Turchi, gran flagello della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli Annali di Forlì[2211], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglio _Pino degli Ordelaffi_, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre terre, e a lui succedette nel dominio _Cecco_ suo fratello. Vien lodato esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi compianta la sua morte. In quest'anno ancora morì _Scarpetta degli Ordelaffi_.
NOTE:
[2195] Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[2196] Annales Mediolan., tom. eod.
[2197] Sozomenus, Chron., tom. eod.
[2198] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2199] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2200] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.
[2201] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[2202] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2203] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2204] Corio, Istoria di Milano.
[2205] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2206] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[2207] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2208] Corio, Istoria di Milano.
[2209] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.
[2210] Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCIII. Indizione XI.
BONIFAZIO IX papa 15. ROBERTO re de' Romani 4.
Cominciaronsi in quest'anno a provar gli effetti della morte di _Gian-Galeazzo _duca di Milano, cioè si cominciò a sfasciar la monarchia con tante guerre e fatiche da lui stabilita. Già fra i suoi figliuoli si era questa divisa; ma passò più oltre la malattia, con giugnere sino al cuore dello stesso dominio. Erano tuttavia i due figliuoli suoi, cioè _Gian-Maria_ e _Filippo_, in età incapace di governo; e però il padre nel suo testamento, se crediamo al Corio[2212], avea lasciata la reggenza a _Caterina_ sua moglie, a _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, al _conte Antonio d'Urbino_, a _Jacopo del Verme_, a _Pandolfo Malatesta_, al _conte Alberico_ da Barbiano, e a _Francesco Barbavara_ Novarese. Andrea Biglia, autore di questi tempi, scrive[2213] essere stati i principali tutori _Pietro di Candia_ arcivescovo di Milano, _Carlo Malatesta_ e _Jacopo del Verme_. Entrò ben presto la discordia fra i reggenti. La troppa autorità, che si attribuiva il Barbavara, unitissimo colla duchessa, suscitò l'invidia e l'ambizione nei colleghi; crebbero i disgusti, e i migliori consigli erano ben di rado abbracciati. Il peggio fu in questi primi tempi l'odio e lo spirito della vendetta di chi era rimasto nemico della casa de' Visconti[2214]. Si procurò di trattar pace co' _Fiorentini_; nulla si potè ottenere. _Papa Bonifazio IX_ per le città dello Stato ecclesiastico usurpate, dopo aver pazientato in addietro per paura del potentissimo Biscione, ora determinò daddovero di ricuperare il suo. Il primo colpo ch'egli fece, fu di staccar da Milano e di prendere al suo servigio il _conte Alberico_, soprannominato il gran contestabile, tassato d'ingratitudine dagli storici milanesi perchè dimentico di tanti benefizii che gli aveva compartiti Gian-Galeazzo, e molto più perchè contra dei di lui figliuoli impugnò la spada in questo anno. Già era il papa collegato co' Fiorentini, ed ora con esortazioni e comandamenti trasse ancora nella stessa lega[2215] _Niccolò marchese_ d'Este signor di Ferrara, creandolo capitan generale dell'esercito della Chiesa. Dai reggenti di Milano furono spediti ambasciatori a Padova per quetare _Francesco da Carrara_, e si conchiuse che il Visconte l'assolverebbe da ogni debito, e inoltre cederebbe a lui Feltro e Cividal di Belluno. Mancò a tali promesse il governo di Milano, e perciò il Carrarese si cominciò ad armare per far guerra ai due fratelli Visconti. Molto più di lui si preparavano i Fiorentini per la medesima danza. Spedì il papa a Ferrara _Baldassare Cossa cardinale_ con titolo di legato di Bologna, acciocchè accudisse col marchese estense alla riduzion di Bologna. Sul fine dunque di maggio l'esercito pontifizio, comandato dal marchese e da Uguccion de' Contrarii, premessa la sfida, entrò nel Bolognese ostilmente. Col marchese erano il gran contestabile, Carlo e Malatesta de' Malatesti, Pietro da Polenta, Paolo Orsino ed altri capitani di grido. Dopo aver preso alcuni luoghi del Bolognese, improvvisamente marciò quell'armata pel Modenese e Reggiano ai danni del Parmigiano, e grosso bottino vi fece. Indi, ritornata sul Bolognese, attese ad altre conquiste.