Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 8
L'anno fu questo in cui _Lodovico IX_ santo re di Francia volle compiere il secondo voto della spedizione sua contro gl'infedeli[199]. Sul principio di marzo si mise in viaggio col cardinale d'Albano legato apostolico; e con un fiorito esercito passò in Provenza, dove solamente ne' primi giorni di luglio imbarcata la gente, sciolse le vele. Battuta quell'armata da una furiosa tempesta, approdò a Cagliari in Sardegna, e di là poi dirizzò le prore verso L'Africa. Perchè il bey ossia il re di Tunisi gli avea fatto sperare di volersi convertire alla fede di Cristo, e per altri motivi, prevalse il motivo di sbarcare colà. Si trovò che quel Barbaro avea tutt'altro in cuore che d'abbracciar la religion cristiana; anzi coll'arrivo dei Franzesi fece metter ne' ferri tutti quanti i mercatanti e gli schiavi cristiani di Tunisi, che erano alquante migliaia. Fu dunque determinato di usar la forza, e non si tardò a prendere il castello di Cartagine, dove il santo re si trincierò, aspettando intanto l'arrivo di _Carlo re_ dì Sicilia colla sua flotta, che dovea portar un poderoso rinforzo di gente, di munizioni e di viveri. Ma il re Carlo oltre l'espettazione tardò un mese ad arrivar colà: nel qual tempo, per gli eccessivi caldi, per la diversità del clima e per la penuria dell'acqua dolce, s'introdusse nella regale armata il flusso di sangue con febbri maligne, che cominciarono a fare ampia strage dell'alta e bassa gente. Vi perì _Giovanni Tristano_ conte di Nivers, figliuolo del re, e poco appresso il _cardinale legato Radolfo_, con altri nobili. Ed infermatosi lo stesso re santo _Lodovico_, nel dì 25 d'agosto con ammirabil costanza d'animo, rassegnazione al volere di Dio e atti di soda pietà, volò a ricevere in cielo quella corona ch'egli amò e desiderò più che l'altra della terra, lasciando in una total costernazione l'armata sua. Arrivato in questo tempo il re Carlo con una potentissima flotta, rincorò gli animi abbattuti, e fatto dichiarare re di Francia _Filippo_ figliuolo primogenito del defunto re, ottenne che si strignesse d'assedio la città di Tunisi. Durò circa tre mesi questa impresa con varie scaramuccie; e veggendo il re saraceno l'ostinazion de' cristiani, si ridusse in fine a pregar di pace o tregua[200], e questa fu conceduta, per potersi tirar con onore da quel paese. L'accordo fu stabilito, con obbligarsi colui di sborsare cento cinque mila fiorini d'oro, oppure oncie d'oro, da pagarsi la metà di presente, e l'altra fra due anni; di liberar tutti gli schiavi cristiani; di permettere l'esercizio libero e la predicazion della religione di Cristo; e finalmente di pagar da lì innanzi annualmente al re di Sicilia quaranta mila scudi di tributo. Il che fatto, nel dì 28 di novembre tutto l'esercito franzese e siciliano s'imbarcò, e voltò le prore alla volta della Sicilia. Il non avere il re Carlo mostrato alcun pensiero di soccorrere Terra santa, al quale oggetto s'erano imposte tante contribuzioni ai popoli e alle chiese, e tanti aveano presa la croce, diede motivo ad una universal mormorazione, gridando tutti ch'egli unicamente per suo vantaggio, e per rendersi tributario il regno di Tunisi, avea promossa la crociata, ed eccitato il santo re fratello a fermarsi colà. Soprattutto se ne stomacò, e ne fece dell'aspre doglianze _Edoardo principe_ d'Inghilterra, il quale nel tempo dello stesso trattato arrivò a Tunisi, e veleggiò poscia verso di Accon, per dare un vero compimento al suo voto. Ma nell'ultimo giorno di novembre arrivata la flotta franzese e siciliana alla vista di Trapani in Sicilia, fu sorpresa da sì orrida tempesta, che la maggior parte o restò preda del mare, o andò a rompersi in terra colla morte, chi dice di quattro, chi di molte più migliaia di persone, e colla perdita del danaro pagato dai Saraceni, e d'altri innumerabili arnesi. Il Continuatore di Caffaro, allora vivente, scrive che vi perirono infiniti uomini. Trovavansi in quell'armata ben dieci mila Genovesi, parte per combattere colle lor navi contra degl'infedeli, e parte per armare le galee franzesi. Commise il re Carlo in sì funesta congiuntura un'azione delle più nere che si possano immaginare; imperciocchè di tutto quello che si potè salvare e ricuperar dal naufragio, egli si fece padrone, allegando un'empia legge del re Guglielmo, e una lunga, ma infame consuetudine, che tutte le robe dei naufraganti erano del fisco. Nè giovò ai Genovesi il dire che per servigio della crociata e di lui stesso erano venuti, nè il produrre le convenzioni seguite con lui, per cui era promessa sicurezza alle lor persone e robe, in casi ancora di naufragio. Nel tribunale di quell'avido principe riuscì inutile ogni ragione e doglianza.
Fu in quest'anno una strepitosa sollevazione in Genova, città sempre piena di mali umori in que' tempi, cioè di fazioni, parzialità e discordie. Per cagione della podesteria di Ventimiglia si venne all'armi nel dì 28 di ottobre. I Doria e gli Spinola, famiglie potentissime, insorsero contra i Grimaldi e Fieschi, e s'impadronirono del palazzo del podestà. Questi si rifugiò nelle case de' Fieschi; ma quivi ancora perseguitato, fu preso, e poi licenziato colla paga a lui dovuta di tutto l'anno. In quello stesso giorno furono proclamati capitani di Genova[201] con mero e misto imperio _Oberto Spinola_ e _Oberto Doria_, che presero il partito dei Ghibellini, ossia dell'imperio; nè luogo alcuno si contò che non si sottomettesse alla loro autorità: il che produsse pace e quiete per tutto il Genovesato. Non cessava intanto la guerra fra il popolo di Brescia signoreggiante nella città e i nobili fuorusciti[202]. Quivi si trovava un messo del re Carlo per nome Ugo Staca. Costui con una gran turba di cittadini, dopo essere stato a Gambara, se ne tornava alla città. Nella villa di Leno fu assalito improvvisamente dagli usciti, che moltissimi uccisero del seguito suo. Questo colpo fece risolvere i cittadini di alzar le bandiere del re Carlo, e di acclamarlo per loro signore nel dì 30 di gennaio. Carlo vi mise per governatore l'arcivescovo di San Severino, e spedì ad essa città una compagnia d'uomini per lor sicurezza. Ciò non ostante, continuarono gli usciti a far guerra, ma con loro svantaggio, alla città. Nell'anno presente i Pisani[203], oramai conoscendo di non poter contrastare colla possanza del re Carlo e de' Guelfi di Toscana, fecero pace co' Lucchesi, e cercarono ed ottennero la grazia del medesimo re. Un pari accordo seguì fra i Sanesi[204] e i Fiorentini, per cagion del quale ritornarono in Siena i Guelfi usciti; ma non passò gran tempo ch'essi Guelfi, nulla curando i patti fatti, scacciarono dalla città i Ghibellini: sicchè non restò in Toscana città che non si reggesse a parte guelfa. E i Fiorentini sotto alcuni pretesti disfecero il castello di Poggibonzi, che era de' più belli e forti della Toscana, e ridussero quel popolo ad un borgo nel piano. Cominciò in questo anno la guerra fra i Veneziani[205] e Bolognesi. Aveano i Ferraresi, Padovani e Trivisani negato al doge di Venezia soccorso di grani in tempo di grave carestia, avendone bisogno per loro stessi. Sdegnato egli, impose delle nuove gabelle alle mercatanzie, e fece guardare i forti dell'Adriatico, acciocchè niuno conducesse vettovaglie, se non a Venezia, nè passava sale in terra ferma. Se ne disgustarono forte i Bolognesi, perchè loro ne veniva gran danno; e quantunque inviassero ambasciatori a dolersene, non ne riportarono se non delle amare risposte. Era allora al sommo la potenza dei Bolognesi, giacchè comandavano alla maggior parte della Romagna. Però, adunato un esercito di circa quaranta mila persone, andarono al Po di Primaro, e quivi piantarono un castello ossia fortezza, secondo l'uso di que' tempi. Venne pertanto spedita da Venezia una flotta di molte navi per impedir quel lavoro, con trabucchi e mangani dall'altra riva del Po; ma i Bolognesi non restarono per questo di compierlo, nè si attentarono i Veneziani di sturbarli. Dopo la morte di Aldigieri Fontana, avendo tentato in vano i suoi parenti, potente famiglia di Ferrara[206], di torre il dominio di quella città ad _Obizzo marchese_ d'Este, se ne fuggirono, ritirandosi sul Bolognese, a Galiera, da dove cominciarono a danneggiare il territorio di Ferrara. Ottennero poscia perdono dal marchese, purchè andassero a' confini nelle città ch'egli loro assegnò.
NOTE:
[197] Platina. Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.
[198] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[199] Nangius., Monach. Patavinus, in Chron. Guilielmus de Podio, Gesta S. Lodovici, et alii.
[200] Caffari, Annal. Genuens., lib. 96, tom. 6 Rer. Ital.
[201] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[202] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[203] Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 2 Rer. Ital.
[204] Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.
[205] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXI. Indizione XIV.
GREGORIO X papa 1. Imperio vacante.
_Filippo_ nuovo re di Francia e _Carlo re_ di Sicilia suo zio sen vennero a Viterbo, affine di sollecitare i discordi cardinali all'elezione di un papa. Avvenne che colà ancora si portò il _conte Guido_ di Monforte, vicario allora per esso re Carlo in Toscana[207]. Nudriva costui un immenso odio contro la real casa d'Inghilterra, perchè il _conte Simone_ suo padre era stato ucciso, e ben giustamente, per gli suoi demeriti, dal re d'Inghilterra. Per questo mal talento commise esso conte Guido una delle più abbominevoli azioni che possano cadere in mente di uomo e cristiano. Imperocchè, avendo trovato in chiesa attento alla sacra messa _Arrigo_, figliuolo di_ Riccardo d'Inghilterra_ re de' Romani, ch'era venuto coi suddetti due re dalla crociata di Tunisi, crudelmente quivi uccise quell'innocente principe. Nè di ciò contento, perchè gli fu ricordato che suo padre era stato strascinato, tornò indietro, e, preso pe' capelli quel cadavero, lo strascinò fuori di chiesa. Sotto gli occhi, per così dire, di quei due re fu commesso questo esecrabil fatto, e non se ne vide risentimento alcuno, non senza gravissimo lor biasimo; se non che il re Carlo gli levò il vicariato della Toscana. Se ne fuggì questo empio assassino; ma il colse a suo tempo la mano di Dio, perchè finì malamente i suoi dì nelle prigioni di Sicilia. Benchè nulla avessero operato le premure dei suddetti re per indurre il collegio de' cardinali ad accordo, di maniera che attediati si partirono da Viterbo; pure da lì ad alcuni mesi si applicarono essi cardinali daddovero a dare un nuovo papa alla Chiesa di Dio[208]. Di grave scandalo era stato ai popoli cristiani il vedere che da tanto tempo non aveano saputo i quindici cardinali accordarsi nell'elezione di alcun di essi; colpa della loro ambizione, che anteponeva il privato interesse a quel della repubblica cristiana. Fecero essi adunque un compromesso nel dì primo di settembre in sei cardinali, i quali senza perdere tempo nominarono papa _Tedaldo_, appellato ancora _Tebaldo_, della nobil casa de' Visconti di Piacenza, non cardinale, non vescovo, ma solamente arcidiacono di Liegi[209], personaggio nondimeno di santi costumi, che si trovava allora in Accon, ossia in Acri di Soria, dove faticava in servigio della cristianità. Parve maravigliosa questa elezione, perchè egli neppure era conosciuto da alcuno dei cardinali; eppur tutti consentirono in lui, e se ne applaudirono bene a suo tempo: così bella riuscita fece questo degnissimo successore di san Pietro. Spedì il sacro collegio ambasciatori ad Accon a notificargli la sua promozione. Accettò egli l'elezione, e prese dipoi il nome di _Gregorio X_ con incredibil giubilo de' cristiani orientali, che concepirono di grandi speranze d'aiuti per la ricuperazione di Terra santa, stante il piissimo zelo già sperimentato di questo insigne personaggio per li progressi della crociata. Si dispose egli intanto pel suo ritorno in Italia: del che parleremo all'anno seguente. Cominciò in quest'anno a declinar la potenza de' Torriani[210]. Dopo essere stati i Comaschi sotto il loro governo per dieci anni, si ribellarono, e preso Accursio Cotica, vicario di _Napo dalla Torre_, tanto il ritennero, che fu rilasciato Simone da Locarno, il quale per nove anni era stato detenuto prigione in una gabbia di ferro in Milano. Rivoltatesi ancora contra de' Torriani le due nobili famiglie milanesi Castiglioni e Birago, si unirono co' nobili fuorusciti: del che sdegnato forte Napo Torriano, ostilmente entrò nel Seprio, e vi prese e diroccò il castello di Castiglione. In molte angustie si trovava il popolo di Piacenza[211] per l'aspra guerra che gli faceva il conte Ubertino Lando coi nobili fuorusciti di quella città. Il perchè trattarono nel loro consiglio di darsi a Carlo re di Sicilia. Gran dibattimento, gran discordia fu ne' partiti; ma finalmente la vinse l'affermativa, e si giurò fedeltà ad esso re, con lasciare libertà a tutti i banditi di ritornare in città nel termine d'un mese, purchè si sottomettessero al re. La maggior parte d'essi vi ritornò.
Passò in quest'anno per Reggio di Lombardia[212] _Filippo re_ di Francia, conducendo seco l'ossa del santo genitore _Lodovico IX_ e di _Giovanni Tristano_ suo fratello. Correvano tutti i popoli a venerar la cassa del re defunto, riguardandolo tutti come un principe santo; e questa si deponeva nelle chiese con molti doppieri accesi all'intorno. E però restò in queste parti una distinta divozione verso di lui, tenendosi tuttavia care le di lui monete, per appenderle al collo dei figliuolini. Nel dì primo d'aprile arrivò esso Filippo a Parma; ed avendo le sue soldatesche bruciate quindici case a Colorno[213], rifece quel danno con adeguato pagamento. Grave carestia patirono in quest'anno i Reggiani e Parmigiani: ciò non ostante fecero oste al castello di Corvara, dove dimorava con assai banditi Jacopo da Palù, e presolo dopo tre mesi di assedio, poco dappoi lo smantellarono. Continuando la guerra fra i Veneziani e Bolognesi[214] al Po di Primaro, nel primo dì di settembre vennero alle mani i due nemici eserciti, e toccò la peggio ai Veneziani. Confessa il Dandolo[215] che i suoi lasciarono in preda ai Bolognesi le lor tende e bagagli; ma che sopraggiunti altri capitani con gente assai, uccisero molti de' Bolognesi, e fortificarono il castello di Sant'Alberto, posto sul Po d'Argenta. Fecero guerra i potenti Bolognesi anche al comune di Modena, contro il tenor della pace, nel mese d'agosto, per l'ingiusta lor pretensione che i Modenesi nulla avessero da possedere di là dal fiume Panaro. Presero all'improvviso il castello di San Cesario[216]: il che udito in Modena, si diede tosto campana a martello, e il popolo tutto in armi corse a quel castello, e impetuosamente superate le fosse, quanti Bolognesi vi trovarono, o fecero prigioni, oppure uccisero. Presero anche i Bolognesi le castella di Savignano, di Montecorone e Monteombraro, e le atterrarono. Nè di ciò contenti, vennero coll'esercito fino al ponte di Santo Ambrosio e al ponte di Navicello; ma dai Modenesi, accorsi alla difesa, virilmente furono rispinti. In tal congiuntura accorsero i Parmigiani, amici sempre fedeli, in aiuto di Modena[217]. Ma neppur Bologna era esente da guai. Mali trattamenti faceano i nobili al popolo, specialmente togliendo loro le donne. Si afforzarono per questo i popolari, e formata un'unione fra loro, che fu appellata la lega o compagnia della giustizia, mandarono a' confini ottanta d'essi nobili: il che diede principio all'abbassamento di Bologna, città che allora si trovava in una grande auge di potenza, fortuna e ricchezze. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Malgrate per sagacità di Jacopino Rangone da Modena[218] lor podestà, il quale per questo fatto fu confermato nella podesteria dell'anno seguente. In Ferrara[219] Giacomaccio dei Trotti, con altri aderenti alla fazion ghibellina del fu Salinguerra, fecero una congiura contra di _Obizzo marchese_ di Este, signore della città; ma essendo questa venuta alla luce, lasciarono costoro il capo sopra d'un palco. Portossi nell'anno presente in Ispagna _Guglielmo marchese_ di Monferrato, quivi prese per moglie _Beatrice_ figliuola di _Alfonso re_ di Castiglia, soprannominato l'Astrologo, con varii patti, de' quali fa menzione Benvenuto da San Giorgio[220]. Se s'ha da prestar fede a Galvano Fiamma[221], Alfonso, siccome eletto re de' Romani, dichiarò suo vicario in Italia esso marchese, e mandò ottocento cavalieri con esso lui, i quali fecero guerra a Milano; ma rimasero in breve sterminati da _Napo Torriano_. Per questo si accese un odio grande fra esso Napo e il marchese.
NOTE:
[206] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[207] Raynaldus, Annal. Eccles. Ricordano Malaspina, cap. 196.
[208] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[209] Ptolomeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Sabas Malaspina, lib. 5, cap. 8.
[210] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 307. Annales Mediolanense, tom. 16 Rer. Ital.
[211] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[212] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[213] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.
[214] Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[215] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[216] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[217] Memorial. Potest. Regiens.
Anno di CRISTO MCCLXXII. Indizione XV.
GREGORIO X papa 2. Imperio vacante.
Nel primo giorno di gennaio dell'anno presente approdò a Brindisi il nuovo pontefice eletto _Gregorio X_, venendo di Soria[222]. Arrivato che fu a Benevento, quivi fu ad inchinarlo il _re Carlo_, che poscia con magnificenza ed onore l'accompagnò nel resto del viaggio. Fu incontrato a Ceperano da molti cardinali, e dagli ambasciatori di Roma, che il pregarono di trasferirsi a quella città. Ma egli continuò il cammino sino a Viterbo. Portatosi poi a Roma, nel dì 27 di marzo fu consecrato; con gran solennità ricevè la tiara pontificia, il giuramento di fedeltà e d'omaggio dal re Carlo. Venuto poscia ad Orvieto, principalmente si applicò ai soccorsi di Terra santa. Intimò a questo fine un concilio generale da tenersi in Lione, e fece maneggi coi popoli di Venezia, Pisa, Genova e Marsilia, per ottenere da essi la lor quota di galee per quella sacra impresa[223]. Ma perciocchè i Veneziani aveano guerra co' Bolognesi in terra, e per mare co' Genovesi, spedì l'arcivescovo d'Aix con titolo di legato apostolico, acciocchè trattasse di pace fra loro; e non potendola egli conchiudere, ordinasse a quei comuni d'inviare i lor plenipotenziarii alla corte pontificia. Dalle memorie rapportate dal Rinaldi vegniamo in cognizione, che tuttavia i Sanesi e Pisani ricusavano di riconoscere il re Carlo per vicario della Toscana, e gli ultimi aveano occupati alcuni luoghi in Sardegna. Intimò loro il pontefice le censure, e la privazione del vescovato[224], se nel termine prefisso non ubbidivano. Fece poscia una promozione di cinque cardinali, uno de' quali fu _san Bonaventura_, ministro generale dell'ordine de' Minori, insigne dottore della Chiesa. Trovandosi tuttavia alla corte pontificia _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano[225], si presentò al papa implorando il suo aiuto contro la prepotenza de' Torriani signori di Milano, che lui e tanti nobili teneano banditi dalla patria. Intanto essi Torriani faceano gran guerra, e i nobili fuorusciti, i quali nondimeno cresciuti in forze per l'assistenza de' Comaschi faceano testa, elessero per loro capitano Simone da Locarno, uomo di grande sperienza nei fatti di guerra. Abbiamo dalla Cronica di Parma[226], che Guido e Matteo da Correggio parmigiani, dopo essere stati per lungo tempo come signori di Mantova, furono in quest'anno scacciati da quella podesteria per opera di _Pinamonte dei Bonacossi_ Mantovano loro nipote. Costui non solamente occupò quel dominio, ma si unì co' Veronesi a parte ghibellina, esiliò la maggior parte de' Guelfi di quella città, e cagion fu di non pochi altri mali. Fecero i Pavesi oste contro la terra di Valenza, e fu in loro aiuto il conte Ubertino Landò[227] con cinquanta uomini di armi. Portatosi a Brescia il suddetto arcivescovo d'Aix[228] per trattar di concordia fra quel comune e i Torriani di Milano, così saggiamente condusse l'affare, che nel mese d'ottobre nella villa di Gocaglio, dove si trovarono i deputati delle parti, stabilì pace fra loro, con pagare la città di Brescia sei mila e trecento lire imperiali ai Torriani. Rimasero sacrificati, in tal congiuntura, i nobili ghibellini usciti di quella città, perchè lasciati alla discrezion del re Carlo, e mandati furono a' confini. Loro ancora furono tolte varie castella, e distrutte dal popolo di Brescia, fra' quali si contarono Seniga, gli Orci, Palazzuolo e Chiari. Dopo tanti anni di prigionia in Bologna[229] arrivò al fine di sua vita nel di 14 di marzo _Enzo re_ di Sardegna, e con grande onore data gli fu sepoltura nella chiesa de' frati predicatori. Ma insorsero in quella città gravi discordie fra le due fazioni de' Geremii guelfi e de' Lambertazzi ghibellini. Gli Annali di Bologna[230] e il Ghirardacci[231] ne parlano all'anno seguente, ma fuor di sito, a mio credere. L'antica Cronica di Reggio[232], e, quel ch'è più, Ricobaldo[233], storico di questi tempi e fra Francesco Pippino[234] ne danno relazione sotto il presente anno. Aveano ed han tuttavia i Bolognesi scolpito in marmo un privilegio, che dicono conceduto da Teodosio minore Augusto nell'anno 455 dopo Cristo alla lor città, e fu da me dato alla luce[235], che è la più sconcia impostura che si trovi fra le tante dei secoli ignoranti. Perchè in esso i territorii del territorio bolognese si fan giugnere fino al fiume Scultenna ossia Panaro verso il distretto di Modena, quel potente comune volle finalmente far valere le sue ragioni fondate sopra quel documento, ridicoloso bensì, ma da essi, per malizia o per goffaggine, tenuto qual incontrastabil decisione contra dei Modenesi, antichi possessori di varie castella di là dal suddetto fiume, e di molti più ne' secoli precedenti. Ah ignoranza dei barbarici secoli, di quant'altre novità e disordini sei tu stata la madre!
Fecero dunque i Bolognesi un decreto, in cui obbligarono qualsisia lor podestà di ricuperare il territorio sino al Panaro, e lo fecero intagliare in marmo e giurare ad ogni nuovo podestà. E nell'anno presente, prevalendo il partito dei Lambertazzi, fu presa la risoluzione di procedere ai danni de' Modenesi, coll'adunare un grosso esercito, e menar in piazza il carroccio, per dar principio alla guerra. A questo avviso, i Modenesi ricorsero alle loro amistà per aiuto. Cento uomini d'arme da tre cavalli per uno mandarono i Cremonesi. Due mila fanti e molti cavalieri vennero da Parma.