Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 79

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Avea _papa Bonifazio_ restituito all'anno centesimo il giubileo romano, il quale perciò fu con gran solennità e concorso di gente celebrato nell'anno presente. Scrive Bonincontro[2166], che avvicinandosi il tempo d'aprire esso giubileo, i Romani spedirono ambasciatori al papa, che dovea essere fuori di Roma, pregandolo di venire alla gran città. Rispose che verrebbe, purchè eleggessero in senatore _Malatesta_ figliuolo di _Pandolfo Malatesta_, e cassassero il magistrato de' Banderesi. Tutto fecero i Romani, perchè lo richiedeva il loro interesse: laonde Bonifazio riacquistò il pieno dominio di Roma: e fortificato castello Sant'Angelo, vi mise un buon presidio[2167]. Fu, dissi, gran concorso di gente a Roma da molte parti della cristianità, e fin dalla Francia, benchè lo vietasse quel re ai suoi sudditi, sapendo essi che solamente in Roma si poteano guadagnar le indulgenze concedute dal vero pontefice Bonifazio IX. Ma durante la guerra del papa contra del conte di Fondi, male passava per li pellegrini, battendo le genti di esso conte le strade, e svaligiando chiunque in lor si incontrava. Entrò inoltre la peste in Roma, mietendo le vite non solo dei divoti stranieri, ma anche dei cittadini. Non si volle muovere di Roma papa Bonifazio[2168] per timore di perdere quel dominio. Nè già gli mancavano de' nemici. Fra gli altri _Giovanni_ e _Niccolò dalla Colonna_ signori di Palestrina, avendo intelligenza con molti Romani malcontenti, entrarono una notte nel gennaio di quest'anno in Roma con un corpo di cavalleria e fanteria, gridando:_ Viva il popolo, e muoia papa Bonifazio IX tiranno_. Penetrati sino alla piazza del Campidoglio, tentarono di espugnare quel palazzo ben fortificato; ma veggendo non farsi movimento alcuno da que' Romani[2169] che erano di concerto con loro, per la paura che la congiura fosse stata scoperta, venuto il giorno, si ritirarono. De' loro uomini trentuno caddero in mano degli uffiziali del papa, e caldi caldi furono impiccati per la gola. Formato il processo contro d'essi Colonnesi e loro seguaci, fulminò poi Bonifazio le scomuniche ed altre pene nel dì 14 del seguente maggio. E messi insieme due mila cavalli, mandò il popolo romano a dare il guasto alle terre d'essi Colonnesi.

A quest'anno (ma pare spettante al precedente) riferisce il Rinaldi[2170] l'avere il pontefice proibito l'accesso a Roma, o almeno la permanenza in essa, alle compagnie divote de' Bianchi, con riprovare eziandio il loro movimento, come non istituito colle dovute licenze de' superiori ecclesiastici; e molto più perchè fra i buoni si trovavano mischiati degl'impostori e degli ipocriti, che fingevano dei miracoli. Ma chi degli scrittori portava affezione a quella pia novità, fu d'avviso che Bonifazio si servisse di sì fatti pretesti per non volere in Roma tante migliaia di persone, che aveano cominciato il moto loro dalla Provenza, per sospetto dì qualche mina fabbricata sotto colore di pietà dall'avversario antipapa. Per conto de' miracoli, che si dicono allora accaduti, certamente in simili bollori facile è che la malizia inventi o la semplicità si figuri delle soprannaturali avventure, che ben esaminate si truovino poscia insussistenti. Sicchè cessò la correria de' Bianchi, restandone solo nelle città l'istituto. E perciocchè la misera natura umana ha troppo pendio al male, colla stessa facilità, con cui tanti e tanti all'aspetto d'essi abbracciata aveano la penitenza, e data a' nemici la pace, colla medesima tornarono ben tosto ai vizii e peccati primieri, e seguitò il secolo ad essere pieno d'iniquità, d'abusi, di risse e guerre, come prima. Nè la peste, che in quest'anno ancora portò l'eccidio a moltissime città, e massimamente nella Toscana, fu bastante a far migliorare i costumi sregolati dei popoli. In quest'anno il re Ladislao, divenuto pacifico possessore di Napoli[2171], mosse anch'egli le armi sue contra di _Onorato Gaetano_ conte di Fondi, e gli tolse alcune castella. Da tale sbigottimento e doglia fu preso il conte, uomo dianzi sì potente e temuto, che se ne morì, e tutto il suo Stato pervenne alle mani del re. Per questo guadagno, e per gli altri suoi vantaggi, tornato Ladislao a Napoli, ordinò giostre e tenne corte bandita.

Non cessava _Gian-Galeazzo_ duca di Milano di lavorar con doni e promesse per mezzo de' suoi ambasciatori affine di indurre i Perugini ad accettarlo per loro signore[2172]. Ne guadagnò molti, e massimamente il principal d'essi, cioè _Ceccolino de' Michelotti_ fratello del già ucciso _Biordo_; in guisa che nel dì 30 di gennaio dell'anno presente dalla maggior parte di quel popolo gli fu data la signoria della città, ed egli vi mise il suo vicario. Da lì a non molto, cioè d'aprile, le genti sue, sotto il comando di _Ottone de' Terzi_ Parmigiano, occuparono anche Assisi, pretendendolo come dipendenza di Perugia. Con questi passi di fortuna politica ogni dì più andava crescendo la potenza del duca. Aveva egli prima oppressi i _marchesi Malaspina_ coll'armi, e tolta loro tutta la Lunigiana. E, secondo il Corio[2173], nell'anno presente s'impossessarono le di lui milizie di Nocera e di Spoleti, del che sommamente s'alterò _papa Bonifazio_, e spavento sempre più s'accrebbe a' Fiorentini. _Facino Cane_, allora capitano d'esso duca, non so se a nome di lui, oppure di _Teodoro marchese_ di Monferrato, che era in guerra con _Amedeo di Savoia_ principe d'Acaia, tolse ad esso principe alcune castella, e diede il guasto alle di lui terre sino ai borghi d'Ivrea. Da per tutto stendea le mani l'ingordo Visconte[2174]; e giacchè non potè ridurre alla sua ubbidienza la città di Lucca, diede almeno appoggio a _Paolo Guinigi_ nobile della medesima, che con truppe a lui inviate da esso duca, e raccolte nella Garfagnana, mosse per forza quel popolo a dichiararlo capitano delle armi, e da lì a poco anche signore della città, dove per sua sicurezza diede principio ad una rocca. Temendo intanto, e con ragione, i Fiorentini dell'insaziabil ambizione di questo principe, condussero al loro soldo cinquecento lancie. Trattavasi in questi tempi in Venezia di convertire in una pace la tregua dianzi stabilita fra esso duca e i collegati suoi avversarii. Il duca, mostrandosi sempre voglioso della medesima, condusse nondimeno sì destramente i suoi affari, che con buone condizioni la conchiuse nel dì 21 di marzo, e fu questa poi pubblicata nel dì 11 d'aprile[2175]. Svantaggiose furono le condizioni d'essa per li Fiorentini; ma convenne loro accettarla qual era, per non potere di più. E fin qui era stato detenuto prigione in Faenza il _marchese Azzo Estense_, già preso nella rotta di Porto. Faceva _Astorre de' Manfredi_ signore di quella città costar ben caro a _Niccolò marchese_ la custodia di questo importante prigioniere, non cessando mai di domandar danari e di minacciare. Stanchi i Ferraresi di questa musica, allorchè _Gian-Galeazzo_ figliuolo d'esso Astorre in compagnia della moglie di _Carlo Malatesta_ passava travestito in nave per Po, il presero nel dì 3 di giugno, e il condussero nel castello di Ferrara[2176]. Grandi smanie e lamenti fece per questo a Milano e a Venezia Astorre. Interpostisi finalmente i signori veneziani, fu pattuito che Astorre consegnasse al senato veneto il marchese Azzo da mandarsi a' confini in Candia, pel cui sostentamento il marchese pagasse annualmente tre mila fiorini d'oro. Con ciò il figliuolo d'Astorre, menato a Venezia, fu rimesso in libertà nel dì 23 di agosto. Mancò di vita in quest'anno _Antonio Veniero_ doge di Venezia nel giorno 23 di novembre[2177], e in luogo suo fu sublimato a quella dignità _Michele Steno_.

Per la morte data dai Bolognesi nel precedente anno a _Giovanni conte di Barbiano_ e ad altri di quella casa, non potea darsi pace il vecchio _conte Alberico da Barbiano_, soprannominato il gran contestabile, e celebre condottier d'armi in questi tempi[2178]. Era egli ai servigi del duca di Milano, e da lui impetrò un corpo di armati per voglia di vendicarsi. Ma contra de' Bolognesi ragion volea che no, perchè era stata abbattuta la fazione, da cui furono condannati alla morte i signori da Barbiano, e dominava allora la contraria. Lo sdegno dunque d'Alberico si rivolse contra di Astorre de' Manfredi signor di Faenza, ad istigazione di cui i suoi parenti lasciarono il capo sul palco. Gli stessi Bolognesi, che aveano preso per loro generale _Pino degli Ordelaffi_ signor di Forlì, si collegarono col conte Alberico, e fecero viva guerra ad Astorre per tutto quest'anno, e tennero bloccata la città di Faenza, avendo ivi piantata una bastia. Un bel che fare avrebbe chi prendesse a descrivere tutte le rivoluzioni seguite in quest'anno nella troppo facilmente tumultuante città di Genova. A me basterà di accennare[2179], che, mossa sedizione da una parte di quel popolo contra di _Colardo_ governatore pel re di Francia nel dì 12 di gennaio, tal paura gli fecero, che se ne fuggì a Savona. Fu eletto per governatore _Batista Boccanegra_ con titolo di capitan delle guardie del re di Francia; eppure egli si diede a far guerra al castelletto presidiato da' Franzesi. Presero per questo le armi gli Adorni ed altri nobili; e, prevalendo la loro fazione e possanza, dopo molti combattimenti, rimase abbattuto il Boccanegra, e a lui fu sostituito _Battista de' Franchi_ Lusiardo nel grado di capitano. Non cessarono per questo le risse e sedizioni fra quei di Guarco, di Montaldo, gli Adorni e Campofregosi. Tuttavia tenne saldo il suo grado il suddetto Batista fino al fine dell'anno presente. Videsi intanto comparire a Venezia _Manuello Paleologo_ imperador de' Greci, che fu ivi con rara magnificenza accolto. Passò a Padova[2180], dove con grande onore incontrato da _Francesco da Carrara_ e da _Niccolò marchese_ di Ferrara, che s'era apposta portato colà, se n'andò poscia a Pavia[2181] a trovare _Gian-Galeazzo_ Visconte duca di Milano, e di là poi si trasferì in Francia. Il motivo del suo viaggio era per chiedere soccorso ai principi cristiani d'Occidente contro la potenza dei Turchi, la quale minacciava oramai lo sterminio totale all'imperio de' Greci. Poco profitto ne ricavò egli. Sua fortuna fu che il gran _Tamerlano_ imperador dei Tartari il liberò dall'oppressione di _Baiazette_ imperador de' Turchi. L'anno ancora fu questo[2182], in cui contra di _Venceslao re de' Romani_ si sollevò buona parte degli elettori e de' principi dell'imperio. Era egli venuto in disprezzo a tutti, non avendo mai atteso ad altro che ad imbriacarsi fra continui banchetti, perduto nell'amore d'una mulinaia, sprezzatore d'ogni legge, e solito per leggeri motivi a far morire persone di merito, e fin dei vescovi. Perciò fu presa la risoluzion di deporlo come persona inetta al governo. Si pretendeva ch'egli avesse pregiudicato all'imperio col creare duca di Milano Gian-Galeazzo Visconte, e molto più per avere abbandonata l'Italia, permettendo che esso duca l'andasse a poco a poco ingoiando. _Papa Bonifazio IX_ anch'egli si dichiarò contra di lui, perchè non si dava pensiero alcuno, come protettor della Chiesa, per estinguere lo scisma. Fattene anche varie doglianze dagli elettori al papa, l'avea questi più volte paternamente ammonito a mutar vita; ma, vedendo che predicava al deserto, finalmente lasciò in libertà gli elettori di provvedere, come avessero creduto il meglio. Pertanto, dopo le citazioni, nel dì 20 d'agosto raunati i principi, esposero la dappocaggine e tutti gli altri di lui reati, e poscia vennero alla sentenza della deposizione, con eleggere in sua vece re de' Romani _Federico duca_ di Brunsvich, il quale non giunse alla corona germanica, perchè da una congiura gli venne tolta la vita. Si passò all'elezione d'un altro, e questa cadde in _Roberto conte Palatino_ del Reno e duca di Baviera, principe valoroso e ben degno di quella carica. Era egli nipote di _Lodovico il Bavaro. Venceslao_, saputa la sua deposizione, come era d'animo abbietto, benchè molti seguitassero a tenere per lui, e massimamente in Italia il duca di Milano, pure si ritirò nel suo regno di Boemia, continuando a menar la vita di prima. Per le sue tirannie fu dipoi posto dai Boemi in prigione nel 1403. Fuggito di là, ebbe maniera di ricuperare il regno, in cui commise nuove crudeltà, finchè nell'anno 1418 morì d'apoplessia, da niuno compianto, e abborrito da ognuno.

NOTE:

[2166] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2167] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2168] Theodoricus de Niem., Hist.

[2169] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2170] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2171] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2172] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2173] Corio, Istor. di Milano.

[2174] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2175] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2176] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2177] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2178] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.

[2179] Georg. Stella, Annal. Gen., tom. 17 Rer. Ital.

[2180] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[2181] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[2182] Gobelinus. Theodericus de Niem. S. Antonin., et alii.

Anno di CRISTO MCCCCI. Indizione IX.

BONIFAZIO IX papa 13. ROBERTO re de' Romani 2.

Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti. Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi. Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo secolo quintodecimo si dilatò sì fattamente lo studio delle lettere in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura, cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti, Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade. Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi. Spezialmente in questi tempi fioriva _Alberico conte di Barbiano_, dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato in Cotignola della Romagna[2183] nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il Bonincontro[2184], il padre Bonoli[2185] ed altri non pochi scrivono, essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli, zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi, gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava, di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romani _villano da Cotignola_. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata, partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.

Abbiamo dal Rinaldi[2186] che circa questi tempi _papa Bonifazio_, portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli alcuni feudi già spettanti alla sua casa nello Stato pontifizio. Ma l'avversario suo, cioè l'_antipapa Benedetto_, che tuttavia era sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in quest'anno di guadagnare _Lodovico duca d'Orleans_ reggente del regno. Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone. Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi tempi[2187] Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò alle genti di _Lodovico d'Angiò_, con andarsene dipoi in Provenza. Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne il Bonincontro[2188] che in questo medesimo anno Ladislao cacciò da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e al vescovo di Biseglia. Che mal verme fosse Ladislao, di qui si può cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì[2189] l'oppressione de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione di _Roberto di Baviera_ re dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in Colonia da quell'arcivescovo _Federigo_, e traspirò l'inclinazione sua di calare in Italia contra di _Gian-Galeazzo duca_ di Milano[2190], che i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in altre rate. Ben volentieri, ed apertamente, _Francesco da Carrara_ signore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa lega. Ma _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara, lungi dall'entrare in questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la corona d'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le città dell'imperio indebitamente da lui possedute. _Gian-Galeazzo_ gli mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendo _Venceslao_ legittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino Cane e da Ottobon Terzo.