Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 77

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In quest'anno ancora molti passi furono fatti per tentare la riunion della Chiesa dai re di Francia, Inghilterra, Aragona e Castiglia. Il mezzo più proprio sembrava quello della cessione, cioè che amendue i pretendenti rinunziassero la dignità, per divenire all'elezione d'un solo. Ma abborrendo troppo l'oramai scoperto ambizioso _antipapa Benedetto_ questo ripiego, l'università di Parigi appellò da lui al papa futuro legittimamente eletto[2118]. Furono anche spediti ambasciatori a _papa Bonifazio_ per esortarlo alla cessione; trovarono anche lui più alieno dell'altro da questa risoluzione. Tornarono in quest'anno i Perugini all'ubbidienza d'esso pontefice, e in grazia di lui fu rimesso _Biordo de' Michelotti_, che avea occupata quella città, Orvieto ed altri luoghi. Vien ciò riferito da Sozomeno[2119], con aggiungere che Biordo ritenne Todi, Orvieto ed altre terre, con pagare l'annuo censo alla Chiesa romana. Seguitò nel regno di Napoli la guerra, ma senza impresa degna di menzione. In Sicilia il _re don Martino_ giovane continuò ad abbassar la fazione contraria, che aderiva al partito di papa _Bonifazio IX_, giacchè quel re favoriva l'antipapa; ed essendo mancato di vita _Giovanni re d'Aragona_, Martino, padre d'esso Martino giovane, fu chiamato alla successione di quel regno; il che fu cagione che (non so se in questo o nel seguente anno) con quella corona di nuovo si riunisse la Sicilia. _Giovanni dall'Aceto_[2120] impadronitosi della città di Fermo, talmente colle sue crudeltà fece perdere la pazienza al popolo, che sul principio di giugno si mosse a rumore contra di lui. Rifugiatosi egli nel castello, chiamò aiuto dal _conte di Carrara_. Entrato questi nella fortezza, piombò poi addosso ai cittadini colle sue genti, e li mise in rotta, molti uccidendone. Il resto si sottrasse colla fuga al furore del tiranno: laonde quella città rimase desolata. Fu in quest'anno, nel dì 16 ovvero 17 di maggio, stabilita pace e lega in Firenze fra il _duca di Milano, Fiorentini, Pisani, Sanesi, Perugini, Bolognesi, Lucchesi_, il _marchese di Ferrara_, i signori di _Padova_, di _Mantova_, di _Faenza_ e d'_Imola_, i _Malatesti_ ed altri. Con questi artifizii _Gian-Galeazzo_ cercava di tener a bada e addormentare chi poteva opporsi ai suoi segreti disegni; ma non gli venne fatto, come s'era figurato[2121]. Conchiusero i sempre vigilanti Fiorentini nel dì 24 ossia 29 di settembre una lega con _Carlo VI re_ di Francia, in cui furono compresi gli altri lor collegati, cioè i _Bolognesi_, il _marchese di Ferrara_, e i signori di _Mantova_ e di _Padova_. Pensarono con ciò di metter freno alle voglie di Gian-Galeazzo duca di Milano; e il re vi consentì volentieri, pel motivo che fra poco accennerò.

Neppure in quest'anno si provò quiete negli Stati del _marchese di Ferrara_[2122]. _Francesco signor di Sassuolo_, nemico di esso marchese, dopo essersi compromesso in _Astorre de' Manfredi_, e aver depositata in mano di lui quella nobil terra, per tradimento se la ripigliò. E _Giovanni conte di Barbiano_ con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, assistito dai nobili Grassoni, venne fino a Vignola ed, essendosi impadronito di quella terra nel dì primo d'ottobre, coll'assedio forzò anche la rocca a rendersi a patti, senza però mantener egli la parola data a quella guarnigione. Maggiori furono le inquietudini in Toscana[2123], perchè fra i _Lucchesi_ e _Pisani_ seguirono varie ostilità. Erano i Lucchesi protetti ed aiutati dai Fiorentini, e stavano uniti con loro i _Gambacorti_ banditi di Pisa. Laonde _Jacopo d'Appiano_ signore ossia tiranno di Pisa, che stava attaccato forse al duca di Milano, gli dimandò soccorso. Fece vista il duca, colle sue solite arti, di licenziar il conte _Alberico da Barbiano_, e questi nel novembre con alcune migliaia di cavalli si portò nel territorio di Pisa[2124]. Colà ancora passò pel Sanese il _conte Giovanni di Barbiano_ con altre genti, di maniera che, comprendendo vicina la guerra, i Fiorentini assoldarono nuovi armati, ne ottennero dai lor collegati, e crearono general dell'armata loro _Bernardone_ Spagnuolo, oppur di Guascogna, che menò seco seicento cavalli e ducento fanti. I fatti di Genova diedero in quest'anno molto da parlare all'Italia[2125]. _Antoniotto Adorno_ doge di quella repubblica, trovandosi in mezzo a varie fazioni e a molti avversarii, troppo ben vedea che traballava il suo trono. Teneva ben egli a' suoi servigi quattro mila fanti e mille cavalli, ma poco era questo al bisogno, stante il trovarsi egli mal sicuro in casa, ed essendo fuor di Genova continuamente in armi _Antonio da Montaldo_ ed _Antonio di Guarco_, dogi deposti, e suoi fieri nemici. Il peggio fu che questi due ricorsero per avere aiuto a _Gian-Galeazzo_ duca di Milano, principe che in ogni imbroglio d'Italia sapeva aver mano; e tanto più s'interessò in questo, perchè, sperando di arrivare all'acquisto di quella potente città, contribuì loro un grosso corpo di combattenti. Conobbe allora l'Adorno che a guarire i mali della patria sua occorreva un più potente rimedio; e questo altro non poteva essere che quel di sottomettere Genova a qualche gran principe, la cui possanza ed autorità, volere o non volere, riunisse i discordi animi de' cittadini. Co' suoi consiglieri dunque ed aderenti mise in consulta l'affare. Furono proposti _Lodovico duca d'Orleans_, padrone d'Asti, e il _duca di Milano_; anzi lo stesso duca, penetrato questo disegno, spedì colà i suoi ambasciatori per accudire al mercato. Ma le inclinazioni di Antoniotto Adorno erano verso il _re di Francia Carlo VI_, e la vinse in fine la di lui volontà.

Mandò egli a Parigi un suo deputato a farne l'offerta. Era Carlo VI principe dotato di bellissimi talenti, ma suggetto ad un deplorabil incomodo di sanità, perchè di tanto in tanto cadeva in alienazione di mente, anzi in frenesia, per cui, se non si fosse provveduto, avrebbe ucciso i suoi più cari. Godeva nondimeno degl'intervalli quieti, ne' quali si dava a conoscere savio ed amabilissimo principe. Fu accettata l'esibizione con patto segreto di pagare all'Adorno quaranta mila fiorini d'oro, e di dargli due castella in Francia, e con altri pubblici patti in favore della città, espressi nello strumento stipulato in Genova stessa nel dì 25 d'ottobre, che si leggono negli Annali Genovesi. Ora nel dì 27 di novembre _Antoniotto Adorno_, col rinunziare la sua dignità, lasciò entrare in possesso di quel dominio gli uffiziali del re di Francia, ritenendo nondimeno per qualche tempo ancora quel governo col titolo di governatore regio. Sommamente dispiacque a _papa Bonifazio_, e non meno increbbe al _duca di Milano_ la risoluzion di quel popolo, al veder deluse le sue speranze, e di più a' suoi confini un sì potente monarca; ma gli convenne dissimular la rabbia con applicarsi a sfogarla altrove. Guerra fu in quest'anno[2126] fra _Teodoro marchese_ di Monferrato ed _Amedeo principe_ della Morea, assistito da _Lodovico conte_ di Savoia. Durò essa un anno. Per tradimento fu occupata al Monferrato dal principe suddetto la bella terra di Montevico, oggidì appellata Monreale, città non più da lì innanzi restituita. All'incontro, _Facino Cane_ Casalasco, che già avea cominciato ad acquistar grido nelle armi, tolse ai principi savoiardi due castella, ed inferì non pochi danni al Piemonte. Fecero poi questi principi nell'anno seguente un compromesso delle lor differenze nel _duca di Milano_, il quale differì molto, anzi non mai pronunziò alcun laudo, così esigendo la sua fina politica.

NOTE:

[2118] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2119] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Hist. Aretin. Hist. Florentin.

[2120] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2121] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.

[2122] Delayto, ut supra.

[2123] Bonincontrus, Annales, tom. 21 Rer. Ital.

[2124] Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2125] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXCVII. Indizione V.

BONIFAZIO IX papa 9. VENCESLAO re de' Romani 20.

Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani per indurre _papa Bonifazio_ alla cession del papato[2127]. Così bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre, i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro[2128], in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice. Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti, e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastante pericolo. I Giornali Napoletani[2129], che raccontano questo ed altri fatti fuori del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de' quali si trovarono le bandiere del _conte di Fondi_, autore di essa congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi di _Lodovico d'Angiò re_ dimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva al _re Ladislao_, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora. Procurò _Gian-Galeazzo_ duca di Milano di tirare al suo servigio tutti quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso esercito di cavalieri e fanti[2130], all'improvviso, parte per terra e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso a _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova, con far precedere le ragioni, che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare l'aver il Gonzaga data la morte a _Caterina Visconte_ figliuola di Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò al _conte Alberico da Barbiano_ suo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano, con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.

Quanto a questa guerra della Toscana, aveano creduto i Fiorentini di poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano tirate in Toscana le armi lombarde[2131]. Ma si trovarono ingannati. Il duca volea la guerra anche in quelle parti; e _Jacopo d'Appiano_ signor di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze, saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; e _Bernardone_ lor generale con _Paolo Orsino, Giovanni Colonna_ ed altri condottieri d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di Milano _Biordo Perugino_ con cinquecento lancie del seguito suo. Comparì ancor qui qual fosse la fede del _conte Giovanni da Barbiano_. Era egli condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente passava la guerra in Lombardia[2132]. Con potentissimo esercito di cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprile _Jacopo del Verme_ generale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro esercito si mosse a quella volta _Ugolotto Biancardo_, governator di Verona per esso duca.

Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi, siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di Faenza. _Niccolò marchese_ di Ferrara, che era allora giunto all'età di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglie _Gigliola_, figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della lega _Carlo Malatesti_, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche impedito il passaggio del Mincio ad _Ugolotto Biancardo_, il quale poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga, lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto, entrarono nel dì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato il _Gonzaga_, che era ivi alla difesa con _Malatesta de' Malatesti_ ed altri valorosi uffiziali. Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si credeano ivi sicuri.

Per questo terribil colpo ebbe a disperarsi _Francesco Gonzaga_[2133]; e tanto più perchè non tardò _Jacopo del Verme_ a mettere un forte assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di Verona coll'altro suo esercito _Ugolotto Biancardo_, e v'intervenne per Po anche la flotta navale del duca. Ma il generoso _Carlo Malatesta_, dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono il _conte Giovanni da Barbiano_ con cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia, quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo[2134], assalì l'armata d'_Ugolotto Biancardo_, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese, dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere tempo, nel dì 28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza; perchè l'esercito grande di _Jacopo del Verme_, accampato nel serraglio contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi[2135] che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta da _Francesco Gonzaga_: del che molto s'afflisse il duca di Milano.

Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara, e nel dì 27 di settembre racquistata. Ma _Gian-Galeazzo Visconte_ era un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette, si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia il _conte Alberico_ da Barbiano col più della sua armata[2136], prese al suo soldo _Facino Cane_ da Casale con cinquecento lancie; rifatta, anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29 d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova, spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara, Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava, diede impulso alla _repubblica di Venezia_ per entrar anch'essa nella lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e Fiorentini di tirare al soldo loro il _duca di Austria_ con alcune migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco, i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.

Contuttochè Genova si governasse a nome del _re di Francia_, e paresse che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete[2137], pur, come prima, continuava ad essere in tempesta. _Antonio di Montaldo, Antonio di Guarco_ non cessavano di farle guerra, nè mancavano altri nemici entro e fuori di casa. Perciò, o sia che _Antoniotto Adorno_, veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo, o che tali fossero i patti: _Carlo re di Francia_ mandò colà a reggere quella città _Valerando di Lucemburgo_, conte di Lignì e di San Paolo. Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere. Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella città _Pietro vescovo di Meaux_. Fu essa peste anche in altre città d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì[2138] che, trovandosi al soldo di _papa Bonifazio_ _Mostarda_ forlivese condottier d'armi, costui furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di quei cittadini.

NOTE:

[2126] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital. Corio. Istor. di Milano.

[2127] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2128] Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.

[2129] Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.

[2130] Corio, Istor. di Milano.

[2131] Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.

[2132] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2133] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[2134] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2135] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[2136] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 16. Corio, Istor. di Milano.

[2137] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCXCVIII. Indiz. VI.

BONIFAZIO IX papa 10. VENCESLAO re de' Romani 21.