Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 75

Chapter 753,136 wordsPublic domain

Ma eccoti avviso che l'Armagnacco è in Italia, e che viene furioso addosso al conte di Virtù. Tornò in campagna colle sue genti l'Aucud, e s'innoltrò fino sul Cremonese, per darsi mano co' Franzesi, se questi più si appressavano. Era il conte di Armagnacco in gran credito nel mestier della guerra; era parente della real casa di Francia, e seco conducea[2058], chi dice quindici mila, chi dieci mila cavalli, e chi meno, con alcune migliaia di fanti. Venne egli baldanzoso, niun conto facendo de' Lombardi, anzi parlandone dappertutto con vilipendio. Fu il suo primo sforzo contro del Castellazzo, dove Jacopo del Verme generale di Gian-Galeazzo avea messo buon presidio. Usciti un giorno i difensori, diedero ad esso conte delle busse: il che fu cagione che egli s'ostinasse maggiormente a voler per forza quel castello. Come seguisse il resto delle sue imprese, v'ha discordia fra gli scrittori. A me sembra più da attendersi il racconto del Corio[2059]. Venne un dì pensiero all'Armagnacco di riconoscere in persona la città di Alessandria, e con cinquecento de' suoi nobili e migliori cavalieri andò sino alle porte di quella città: e, smontato co' suoi, che andavano gridando: _Fuori, o vilissimi Lombardi_, stava aspettando, se uscivano. Irritato da tali ingiurie Jacopo dal Verme, colà inviato dal Visconte, spinse fuori cinquecento de' suoi più scelti combattenti, che attaccarono una cruda battaglia. Sostennero i Franzesi gran tempo, ma in fine sconfitti presero la fuga; indarno nondimeno, perchè quasi tutti rimasero prigioni. Lo stesso conte venne in poter dei nemici vincitori, e, condotto in Alessandria, tardò poco a dar fine alla sua baldanza e a' suoi giorni, o per ferite, o per troppo essersi riscaldato ed avere bevuto[2060], oppure, come alcuni sospettarono, per veleno. Per questa perdita spaventato il resto delle sue genti, si levò in fretta dall'assedio del Castellazzo; ma inseguiti alla coda dal valoroso Jacopo del Verme, e fra Nizza dalla Paglia ed Ancisa messi in rotta, buona parte d'essi fu uccisa o presa. Gran bottino fu fatto; e, presi gli ambasciatori fiorentini, si riscattarono a caro prezzo, non meno che gli altri nobili. Scrivono altri[2061] che seguì un general fatto d'armi tra i Lombardi e i Franzesi colla sconfitta degli ultimi. Comunque sia, indubitata cosa è che nel dì 25 di luglio una piena e mirabil vittoria ne riportò l'esercito del conte di Virtù, il quale perciò fece dappertutto fare gran festa.

Ora veggendosi egli liberato da questo turbine, v'ha chi scrive, aver egli tosto pensato a rispignere _Giovanni Aucud_, che s'era accampato sul Cremonese, con ispedirgli contro tutta la sua armata. Una delle imprese più rinomate di esso Aucud fu la ritirata ch'egli fece in questa congiuntura con tale prudenza e stratagemmi, che meritò di essere uguagliato ai più gloriosi capitani romani; di modo che, ad onta dei nemici incomparabilmente superiori di numero, e non ostante l'impedimento dei fiumi, diede loro delle percosse, e sano e salvo finalmente si ritirò colle sue milizie a Castelbaldo sui confini del Padovano. Ma ho io accennato due diverse imprese, cioè due ritirate fatte in quest'anno dall'Aucud; pure, ritrovandosi chi ne mette una sola (e forse con più verisimiglianza), desidero io che sia il suo luogo alla verità. Essere può molto bene che l'Aucud, prima che comparisse in Italia l'Armagnacco, sloggiasse dal Cremonese, nè più ritornasse in quelle parti. Così ha specialmente la Cronica Estense[2062], che suol essere più fedele delle altre, perchè scritta da autori contemporanei. Ora il conte di Virtù, volendo vendicarsi de' Fiorentini, che coi lor maneggi e danari aveano messo a repentaglio il suo dominio[2063], spedì alla volta di Sarzana _Jacopo del Verme_, con ordine di assalire il distretto di Firenze, giunto che fosse sul Pisano, comandando nello stesso tempo alle altre sue genti alloggiate in Siena d'uscir anche elle coi Sanesi dall'altra parte a' danni de' Fiorentini. Preveduto questo colpo, fu richiamato frettolosamente da Padova in Toscana Giovanni Aucud colle sue soldatesche, e si provvidero i Fiorentini d'altre genti d'armi. Unitosi il Verme nel mese di settembre co' Sanesi, penetrò nel cuore del territorio fiorentino: ma gli fu sempre a fronte e a' fianchi l'accortissimo Aucud. Seguirono varii scontri fra loro, ora favorevoli ed ora sinistri, colla morte e prigionia di molti; ma niun riguardevole fatto d'armi accadde. Non si dee però tacere che la Cronica di Piacenza[2064] racconta che nel dì 16 di dicembre, conducendo i Fiorentini da Pisa un gran convoglio di mercatanzie e vettovaglie, questo cadde in mano delle genti del Visconte, restando prese circa due mila some, e da secento cavalieri, che servivano di scorta ad esso convoglio. Nel mese di settembre, credendo il Visconte di trovare indebolito _Francesco da Carrara_ per la partenza del suddetto _Giovanni Aucud_[2065], inviò _Ugolotto Biancardo_ con un altro esercito per infestare il Padovano. Piantò esso Ugolotto due bastie intorno a Castelbaldo. Ma il _conte da Carrara_, sopravvenuto col popolo di Padova, il fece, suo malgrado, ritirare, con dargli anche una pizzicata, e distrusse dipoi le inalzate bastie. Per testimonianza di Sozomeno[2066], in quest'anno i Sanesi, che già erano sotto il patrocinio di _Gian-Galeazzo Visconte_, per maggiormente impegnarlo a sostenerli contro la potenza dei Fiorentini, lo elessero per loro signore; e cassati gli anziani ed altri magistrati, riceverono per loro governatore _Andrea Cavalcabò_ a nome d'esso Visconte. Entrò in quest'anno _Giovanni Sciarra_ col braccio della sua fazione in Viterbo, e, fatta strage di ducento di que' cittadini, e, cacciata fuor di città la parte contraria, violentemente s'impadronì di quella città.

NOTE:

[2042] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2043] Ammirato, Istoria di Firenze, lib. 15.

[2044] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2045] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2046] Raynald., Annal. Eccles.

[2047] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2048] Guichenon, Histoir. de la Maison de Savoye.

[2049] Vita Clementis antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2050] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2051] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[2052] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2053] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.

[2054] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2055] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod. Chron. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.

[2056] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2057] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2058] Idem, ibid., Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediolanenses, tom. eod.

[2059] Corio, Istor. di Milano.

[2060] Poggius, Hist., lib. 3.

[2061] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2062] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2063] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 15.

[2064] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2065] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2066] Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXCII. Indiz. XV.

BONIFAZIO IX papa 4. VENCESLAO re de' Romani 15.

Dispiaceva forte _papa Bonifazio_ l'arrabbiata guerra che si facea tra il conte di Virtù e i Fiorentini collegati col Carrarese[2067]. Affine di smorzar questo fuoco, avea spedito _Ricciardo Caracciolo_, gran maestro dell'ordine di Rodi, a Firenze e Pavia per indurre le parti alla pace. E perciocchè anche _Antoniotto Adorno_ doge di Genova con zelo avea fatte le medesime proposizioni, furono mandati a Genova gli ambasciatori delle potenze interessate; e, dopo grandi dibattimenti nel gennaio di quest'anno, si conchiuse una tregua di trent'anni fra loro[2068]. Rinunziò _Gian-Galeazzo_ alle sue pretensioni sopra Padova, con che _Francesco Novello_ pagasse cinquecento mila fiorini d'oro al Visconte in cinquanta anni, dieci mila per anno. Andrea Gataro scrive[2069], essere stati promessi solamente sette mila fiorini l'anno per anni trenta. Promesse sì lunghe sperava bene il Carrarese che non avrebbono effetto col tempo. Di _Francesco il vecchio_ suo padre, che era prigione in Como (altri scrivono in Monza) nulla si parlò, figurandosi il figliuolo di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità di Gian-Galeazzo, se pure egli si curò molto di riaverlo vivo. Gli altri capitoli della tregua, che fu pubblicata nel dì due di febbraio, si leggono presso il Corio, e son anche riferiti negli Annali del Bonincontro[2070]. Disputandosi in quell'accordo, chi ne sarebbe garante, _Guido Tomasi_, ambasciator fiorentino, la finì con dire[2071]: _La spada sarà mallevadrice per tutti_. Ma poco fidandosi i potenti d'Italia del Visconte, principe che colle forze grandi univa poca fede per la cocente voglia di dilatar le fimbrie, vollero assicurarsi in avvenire contra i di lui tentativi. _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova quegli fu che più degli altri si mosse. Andò a Roma, Firenze, Pisa, Bologna e Ferrara, e fermò una segreta lega di tutte queste potenze, la qual conchiusa in Bologna nel dì 11 d'aprile, accresciuta nel progresso, finalmente nel dì 8 di settembre fu gridata in Mantova, e si scoprì che v'erano entrati anche _Francesco Novello da Carrara_, ed _Astorre_ ossia _Eustorgio de' Manfredi_ signore d'Imola. N'ebbe gran rabbia Gian-Galeazzo Visconte, il quale in questi tempi attese a fabbricare il fortissimo castello, che tuttavia sussiste nella città di Milano, ed ebbe nel dì 23 d'esso mese la consolazione di veder nato da Caterina sua moglie un secondogenito, a cui fu posto il nome di _Filippo Maria_[2072]. Nè si vuol tacere che di molte insidie furono tese al suddetto Gonzaga nel suo ritorno da Roma; il perchè fu necessitato a venir per mare in Toscana, e di là a Firenze e Bologna. Gli facea la caccia il conte di Virtù.

Cominciò in quest'anno il giovinetto _re Ladislao_ a tentar sua fortuna contra dell'emulo suo _re Lodovico_[2073]. Nel dì 10 d'aprile spedì le sue genti allo sterminio della potente casa de' Sanseverini, che teneva gran signoria in Calabria. Andarono ben fallati i suoi conti; imperciocchè, sentendo questa mossa i Sanseverini, cavalcarono un dì e una notte con fare settanta miglia (se tanto si può fare), e sull'alba assalirono il campo nemico, che a tutt'altro pensava, con isbarattarlo, far molti prigioni e guadagnar buon bottino. Si contarono fra i prigioni _Ottone_ duca di Brunsvich principe di Taranto, ed _Alberico_ conte di Barbiano. Costò al primo il riscatto non più di duemila fiorini d'oro; non più di tre mila all'altro, ma colla promessa di non militare per dieci anni contra di loro. Assai danaro si ricavò dalle altre persone di taglia, se vollero conseguire la libertà. Lorenzo Bonincontro[2074] riferisce più tardi questo sinistro avvenimento, per cui il conte Alberico venne poi a militare in Lombardia. Andò il _re Ladislao_ a Roma nel dì 30 di maggio, dove immensi onori gli furono fatti. E perciocchè la _regina Costanza_ già era venuta in isprezzo ad esso re, ed era successivamente mancato di vita _Manfredi di Chiaramonte_ Siciliano suo padre, Ladislao propose in Roma l'annientamento del suo matrimonio (secondo alcuni, non peranche consumato) con essa regina, allegando di avervi consentito senza la necessaria età, e come per forza, e ne riportò sentenza favorevole: perlochè la sfortunata principessa, deposti i titoli regali, e trattata qual privata femminuccia, fu poi collocata in matrimonio ad altri, siccome diremo. Tornato a Gaeta Ladislao, uscì finalmente per la prima volta in campagna coll'esercito de' suoi baroni, a' quali la _regina Margherita_ teneramente colle lagrime sugli occhi il raccomandò. S'impadronì dell'Aquila, e fece prigione il _conte di Monopoli_. Fu attossicato in Capoa, e durò fatica a salvare la vita. Costrinse ad abbracciare il suo partito _Tommaso Marzano_ duca di Sessa, ammiraglio del regno, e _Stefano Sanseverino_ conte di Matera. Mise anche in rotta i nemici a Monte Corvino, luogo che in quella congiuntura andò a sacco.

Nell'anno presente[2075] _Maria regina_ di Sicilia, condotta in addietro per forza in Aragona dalla fazione aragonese, e maritata a _don Martino_ della real casa d'Aragona, venne col marito in Sicilia, correndo il mese di febbraio. Dopo avere oppressa, anzi spiantata la fazione contraria de' Chiaramontesi, Palermo, Catania ed altre città, vennero alla loro ubbidienza: al che si può credere che influisse non poco l'aver essi abbracciato il partito del vero _pontefice Bonifazio IX_. Ma essendo i medesimi da lì a qualche tempo tornati a riconoscere l'antipapa _Clemente_, si risvegliò una fiera ribellione in quell'isola, di modo che, a riserva di Messina, Siracusa e la rocca di Catania, tutto il rimanente si sottrasse al loro dominio. Non mancavano in tanto a papa Bonifazio turbolenze ne' suoi Stati, e cresceva l'impegno di sostener la guerra contra del nemico _re Lodovico d'Angiò_ in favor dell'amico _re Ladislao_. Grande era il bisogno di danaro, ed egli per questo continuò ad impegnare i beni delle chiese di Roma, e ad erigere la metà delle annate per la collazion de' benefizii; del che furono universali le doglianze del clero, nè minori si sentirono per le decime imposte dall'antipapa al clero di Francia, e pur convenne pagarle. Grave discordia e guerra civile avea in addietro lacerata la città di Perugia per le fazioni de' Beccarini e Raspanti. S'invogliò quel popolo di chiamar colà _papa Bonifazio_, il quale, già disgustato delle insolenze a lui fatte dai Banderesi romani, non ebbe discaro di accettar quella città per sua residenza[2076], con esigere innanzi che in mano sua fossero rimesse le porte e le fortezze. Si portò egli colà nel dì 17 d'ottobre, e si studiò di rimettere la pace fra i cittadini, pace nondimeno che, secondo l'abuso di quei tempi, non fu di lunga durata.

Dominava in Pisa da gran tempo _Pietro Gambacorta_, governando, secondo varie Croniche, umanamente e saviamente quel popolo. Racconta all'incontro ne' suoi Annali il Tronci[2077], esser egli venuto in odio a tutti i cittadini di Pisa, non già per le azioni sue, ma per la prepotenza e per le insolenze de' suoi figliuoli, e d'altri della famiglia medesima. Somma confidenza aveva egli data a _ser Jacopo d'Appiano_, ossia _da Pisano_, uomo, benchè vile di nascita, benchè malvagio in eccesso, pure suo segretario favorito, di modo che per mano di costui passavano tutti gli affari più importanti di quell'illustre città. La bandita fazion de' Raspanti manteneva segrete corrispondenze con questo mal arnese; anzi lo stesso _Gian-Galeazzo Visconte_ per fini suoi politici nascostamente fomentava stretta amicizia con lui; nè il Gambacorta seppe mai prestar fede ai Fiorentini e ad altri che gliel mettevano in sospetto. Per effettuare i suoi scellerati disegni l'Appiano, vecchio allora di settant'anni, occultamente introdusse in Pisa molte centinaia d'uomini suoi parziali, chiamati specialmente da Lucca e dalla Garfagnana[2078]. Venuto il dì 21 di ottobre, uccise _Jacopo Rosso de' Lanfranchi_, uno de' primarii cittadini: fatto, per cui tutta la città fu in armi. Ancorchè non apparisse disposizione alcuna dell'ingratissimo Appiano contra del suo signore, pure Pier Gambacorta si afforzò con Lorenzo e Benedetto suoi figliuoli, e co' suoi provisionati. Ma non cessando di fidarsi dell'Appiano, restò miseramente ucciso egli, feriti e presi i suoi figliuoli, anch'eglino furono tolti dal mondo. Dopo di che il traditore Appiano ebbe seguito e forza per farsi proclamare signor di Pisa: colpo che sommamente increbbe ai Fiorentini, i quali, perduto un buon amico, ebbero da lì innanzi un dichiarato nemico in costui, siccome creatura di Gian-Galeazzo Visconte, che all'aperta si diede poscia a conoscere gran protettore di lui. I fuorusciti allora rientrarono tutti in Pisa; ne uscirono i parziali de' Gambacorti, e non pochi altri de' migliori cittadini, e fra gli altri lo stesso _arcivescovo Lotto Gambacorta_. Di gravi molestie soffrì ancora in quest'anno la Toscana dalla compagnia di masnadieri raunata da _Azzo da Castello_ e da _Biordo de' Michelotti_[2079]. Per liberarsene furono obbligati i Fiorentini a sborsare quaranta mila fiorini d'oro, sette mila i Sanesi, dodici mila i Pisani, otto mila i Lucchesi. Ecco se sapeano dare dei buoni salassi questi assassini. Altra via di cacciar costoro non ebbero i Perugini, che d'invitare alla lor città il papa, siccome abbiam già detto. In Genova gran commozione fu nell'anno presente contro ad _Antoniotto Adorno_ doge di quella istabile repubblica[2080]. _Antonio Viale vescovo_ di Savona nel dì 19 d'aprile fu il primo ad entrar coll'armi nella città; ma preso e cacciato in un'orrida prigione fu costretto per qualche tempo a far penitenza dell'attentato sconvenevole ad un pari suo. Altro sforzo fu fatto nel maggio, ma con poco successo, contra di esso doge. Finalmente nel dì 16 di giugno i Guelfi tutti, prese le armi, fecero battaglia cogli avversarii, costrignendoli alla fuga, di modo che anche l'Adorno segretamente si ritirò fuori della città, e in luogo suo fu creato doge _Antonio di Montaldo_, parente del medesimo Adorno, benchè in età di soli ventitrè anni.

NOTE:

[2067] Corio, Istoria di Milano.

[2068] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2069] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[2070] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2071] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.

[2072] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2073] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2074] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2075] Raynald., Annales Ecclesiast. Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.

[2076] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2077] Tronci, Annal. Pisani.

[2078] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXCIII. Indizione I.

BONIFAZIO IX papa 5. VENCESLAO re de' Romani 16.

Mentre _papa Bonifazio_ dimorava in Perugia[2081], co' suoi buoni maneggi trasse alla sua divozione il popolo d'Ancona, dianzi attaccato all'antipapa. Per guadagnarsi l'affetto de' Bolognesi[2082], accordò loro quanti privilegii e grazie seppero addimandare, confermando loro, fra le altre cose, il supposto privilegio di Teodosio imperadore. Acconciò ancora i suoi affari con altre città della Marca, lasciando ad esse la libertà, purchè pagassero un annuo censo. Viterbo, occupato da _Giovanni Sciarra_, gli era tuttavia contrario; ma i Romani, antichi nemici di quella città, ostilmente usciti contro alla medesima, obbligarono colla forza l'usurpatore a ricorrere alla clemenza del pontefice. Camerino, Jesi, Fabriano, Matelica ed altri luoghi occupati da varii signori, anch'essi gli ubbidirono, salva la signoria di que' potenti, che promisero censo anche essi. Ma nel mese d'agosto ebbe fine la quiete di Perugia, e la residenza del pontefice in quella città. Ne era esclusa la fazione de' Raspanti, ed, unitasi questa alla compagnia de' masnadieri di _Biordo de' Michelotti_, Perugino di patria, si portò sotto Perugia. Trattossi d'accordo, e, il papa, credendo alle promesse di que' fuorusciti, permise loro l'ingresso nella patria. Male per la fazion contraria de' Beccarini, contra dei quali non tardarono ad incrudelire col ferro i nuovi entrati; e non potendo il pontefice frenar così fatto furore, si ritirò ad Assisi. Entrò poscia Biordo in quella città, rimasta desolata, e tirannicamente ne prese il dominio. La partenza del papa da Perugia fu cagione che i Romani s'invogliarono di farlo ritornare a Roma. Spedirongli a questo fine ambasciatori; e giacchè non ebbero difficoltà a prendere quelle leggi che loro prescrisse il papa, il videro comparire a Roma, prima che terminasse l'anno presente. Ma non terminarono in quest'anno le violenze di Biordo[2083]. Avea papa Bonifazio, secondo l'uso del nepotismo d'allora, creato marchese della Marca _Andrea_ suo fratello di casa Tomacelli. Biordo l'assediò in Macerata; per interposizione de' Fiorentini si salvò Andrea[2084], con avergli i Maceratesi pagata la somma di mille fiorini d'oro. Diversamente scrive Bonincontro, con dire che Biordo l'ebbe prigione, e ciò viene confermato da Teodorico di Niem[2085]. Fu poi riscattato con danari dal papa, e Biordo s'impadronì di varie città e castella della Marca. Anche i Malatesti, cioè _Carlo_ e _Pandolfo_, nel mese d'agosto coll'oste loro andarono fin sotto Forlì saccheggiando il paese. Poco vi mancò che non facessero prigioni _Francesco_ e _Pino degli Ordelaffi_, i quali poi colla valevole applicazion del danaro liberarono per ora dalle forze de' nemici il loro paese.