Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 70
_Lodovico duca d'Angiò_, che a tempo non era potuto venire in Italia per impedir la caduta e prigionia della _regina Giovanna_, si mise in quest'anno in cuore di liberarla dalle mani del _re Carlo_. A tale effetto raunò un formidabile esercito di Franzesi e d'altre nazioni. Costume è de' popoli, ed anche de' principi, siccome abbiam detto più volte, d'ingrandire a dismisura il ruolo delle armate. Oltre all'autore della Cronica di Forlì[1913], il Gazata[1914], vivente allora, giugne a dire che il di lui esercito ascendeva a sessantacinque mila cavalieri. L'autore degli Annali Milanesi[1915] gliene dà quarantacinque mila. Ma il Cronista Estense[1916] e Matteo Griffoni[1917] con più giudizio scrissero ch'egli entrò in Italia con quindici mila cavalli, e tre mila e cinquecento balestrieri; ed avea seco _Amedeo conte di Savoia_, principe di gran riputazione. Era questo duca d'Angiò, se si ha da credere al Gazata, uomo crudelissimo, e da tutti odiato in Francia. Vantavasi egli di venire in Italia per abbattere _papa Urbano_, giacchè egli riconosceva l'antipapa Clemente per vero papa. Rapporta il Leibnizio[1918] un atto curioso d'esso Clemente, cioè una bolla di lui, colla quale instituisce e dona al suddetto duca d'Angiò e a' suoi discendenti il _regno dell'Adria_, formandolo colle provincie della marca di Ancona e Romagna, col ducato di Spoleti, colle città di Bologna, Ferrara, Ravenna, Perugia, Todi, e con tutti gli altri Stati della Chiesa romana, a riserva di Roma, Patrimonio, Campania, Marittima e Sabina. Dio non permise poi un sì grave assassinio allo stato temporale de' romani pontefici. Quell'atto vien riferito da esso Leibnizio nell'anno presente 1382. Ma ivi si legge: _Datum Spelunga Cajetanae Dioecesis XV kalendas maji, pontificatus nostri anno primo_: note indicanti l'anno 1379. Ma non par molto verisimile che, stando allora l'antipapa nel territorio di Gaeta, ideasse così di buon'ora uno smembramento tale degli Stati della Chiesa. Comunque sia, affine di potere sicuramente passare per gli Stati de' Visconti, _Lodovico_ cercò l'amicizia di _Bernabò_, e si convenne che il Visconte darebbe in moglie _Lucia_ sua figliuola ad un figliuolo d'esso duca, e gli presterebbe quaranta mila fiorini d'oro, con altri patti d'assistenza per la conquista del regno di Napoli[1919]. Negli Annali Milanesi[1920] è scritto avergli Bernabò promesso ducento mila fiorini d'oro a titolo di dote: e lo stesso autore, siccome il giornalista napoletano[1921], ci conservarono il registro dell'insigne nobiltà e baronia che accompagnò esso duca d'Angiò a questa spedizione. Fece Bernabò quante finezze potè all'Angioino nel suo passaggio; passaggio ben greve ai territorii, che tanta cavalleria ebbero a mantenere, e sofferir anche lo spoglio delle case. Furono ben trattati i Bolognesi; e _Guido da Polenta_ signor di Ravenna alzò le bandiere d'esso duca di Angiò[1922].
Aveva il _re Carlo_ spedito il _conte Alberico da Barbiano_ con trecento uomini d'armi per opporsi a questo passaggio. Per tale, benchè picciolo, aiuto Forlì e Cesena tentate dal duca si sostennero, e vi furono solamente bruciate alcune ville. Anche _Galeotto Malatesta_ negò la vettovaglia. Ciò non ostante, e quantunque Alberico avesse dato il guasto a tutto il foraggio del paese di là da Forlì, pure l'armata angioina nel mese d'agosto passò oltre, ed essendosegli data Ancona, arrivò finalmente nel regno di Napoli. L'autore della Cronica di Rimini scrive[1923] d'aver veduto passar quest'armata, e parve a lui e ad altri vecchi pratici della guerra di non essersene mai veduta una sì grossa, nè di più bella gente, di modo che comunemente si credeva che fossero più di quaranta mila cavalli. Intanto il re Carlo, sentendo qual turbine terribile romoreggiasse contra di lui, secondo la mondana politica credette non essere più da lasciare in vita l'imprigionata _regina Giovanna_. Sui principii la trattò egli con assai umanità, le fece anche delle carezze, sperando d'indurla a cedere in suo favore non solo il regno di Napoli, ma anche la Provenza[1924]. Tale nondimeno era l'odio che in suo cuore covava essa regina contra di questo ladrone (così ella il chiamava), che mai non volle consentire. Arrivate le galee di Marsiglia, siccome dissi, troppo tardi in aiuto suo, allora il re Carlo rinforzò le batterie, acciocchè essa confessasse d'essere trattata da madre, e comandasse ai Provenzali di ricevere esso re Carlo per signore. Finse ella di acconsentire, ma come furono condotti alla presenza sua gli uffiziali di quelle galee, da donna magnanima disse loro quanto potè di male del re Carlo, ordinando che si sottomettessero, non mai a quell'assassino, ma bensì a _Lodovico duca d'Angiò_, eletto da lei per suo erede; e che per conto di lei ad altro non pensassero se non a farle il funerale, e a pregar Dio per l'anima sua. Da ciò venne che il _re Carlo_ la fece chiudere in dura prigione; ed allorchè intese che con tante forze era per venire il duca d'Angiò per liberarla, nel dì 12 di maggio, siccome hanno i Giornali di Napoli[1925], oppure nel dì 22, come ha il testo di Teodorico di Niem[1926], o col veleno, oppure, come fu voce e credenza più accertata, con laccio di seta la fece privar di vita, e poscia esporre il suo cadavero, acciocchè fosse veduto da tutti. Tal fine ebbe la misera regina, la cui fama di molto restò annerita per la morte del suo primo marito Andrea, in cui certo è che ebbe mano. Tristano Caracciolo, scrittore di gran senno ed onoratezza, da lì a cent'anni fece assai conoscere che nel resto delle azioni sue fu principessa giusta, saggia e degna di lode, benchè con fine sì ignominioso miseramente terminasse la vita.
Entrato il _duca d'Angiò_ per la parte d'Abruzzo nel regno di Napoli, fu messo in possesso dell'importante città dell'Aquila, datagli da _Ramondaccio Caldora_. Ebbe Nola, Matalona, ed altre città e terre. Seco fu una gran frotta di baroni napoletani, che aveano tutti sposato il partito di lui e dell'infelice regina. Veggonsi essi ad uno ad uno annoverati dal Buonincontri ne' suoi Annali[1927]. E quindi nacque la fazione _angioina_, che lungo tempo durò poi, e tenne diviso quel regno. Per mediazione di _papa Urbano_ condusse il _re Carlo_ al suo soldo _Giovanni Aucud_ con due mila e ducento cavalli[1928], che nel dì 22 d'ottobre giunse a seco unirsi. Così venne egli ad avere quattordici mila cavalli al suo servigio; ma il _duca d'Angiò_ ne contava molte migliaia di più. Avrebbe il re potuto venire ad un fatto d'armi, siccome bramavano gli avversarii franzesi; ma, per consiglio del saggio _conte Alberico da Barbiano_, volle star sempre alla difesa, sperando che vedrebbe a poco a poco dissiparsi e venir meno le soldatesche del principe nemico, siccome in fatti avvenne. Portata al duca d'Angiò la nuova che l'Aucud era venuto a militare contra di lui, considerandolo tuttavia come capitano dei Fiorentini, ordinò che in Provenza fossero prese tutte le merci de' Fiorentini: ordine che fu puntualmente eseguito con grave danno di quella nazione[1929]. Verità o finzione fosse, certo è che i Fiorentini l'aveano casso. Nel mese d'ottobre del presente anno mancò di vita _Lodovico da Gonzaga_ signor di Mantova[1930], e andò a rendere conto a Dio dei due suoi fratelli _Ugolino_ e _Francesco_ uccisi per ordine suo. Aveva atteso a mettere insieme gran danaro. Gli succedette nel dominio _Francesco_ suo figliuolo, che avea per moglie una figliuola di _Bernabò Visconte_. L'ultimo anno ancora della vita di _Lodovico re d'Ungheria e di Polonia_ fu questo, cioè di un principe che abbiam veduto mischiato non poco negli affari d'Italia, e che lasciò dopo di sè una memoria gloriosa per la sua pietà e per le sue memorabili imprese[1931]. Di lui non restò prole maschile. Solamente ebbe due figliuole, cioè _Maria_, che ereditò il regno d'Ungheria, e coronata prese il nome di re, e non di regina. Ad _Edvige_, altra sua figliuola, toccò il regno di Polonia. A questa grande eredità aspirava _Carlo di Durazzo_ re di Napoli, pretendendo dovuti quei regni a sè, come maschio e parente stretto; ma per ora, trovandosi egli troppo occupato dalla guerra col _duca d'Angiò_, con dissimulazione se la passò. In vigor della pace fra i Veneziani e Genovesi, dovea essere consegnato ad _Amedeo conte di Savoia_ l'importante castello di Tenedo[1932]. Spedirono essi l'ordine, ma _Zanachi Mudazzo_ capitano di quella fortezza si ostinò in non volerla consegnare. Creduto ciò un'invenzione de' Veneziani, fu fatta in Genova gran rappresaglia e sequestro delle merci che erano ivi de' Fiorentini, perchè questi erano entrati mallevadori della consegna e distruzione di Tenedo. I Veneziani, che operavano con sincerità, furono obbligati a spedire uno stuolo di galee e d'altri legni colà, che, assediato quel castello, l'astrinsero nell'anno seguente alla resa, e dipoi lo smantellarono, portando altrove tutti gli abitanti. Venne a morte nel dì 5 di giugno _Andrea Contareno_ doge di Venezia[1933], principe glorioso per aver salvata la patria in mezzo a tanti pericoli. Ebbe per successore _Michele Morosino_, eletto doge nel dì 10 d'esso mese. Ma poco potè egli godere di quell'eccelsa dignità, di cui era sì meritevole per le sue rare virtù, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 15 d'ottobre. Però l'elezione di un altro doge, fatta nel dì 24 di novembre, cadde nella persona di _Antonio Veniero_.
NOTE:
[1911] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1912] Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.
[1913] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[1914] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1915] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[1916] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1917] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1918] Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 106.
[1919] Corio, Istoria di Milano.
[1920] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1921] Giornal. Napolet., tom. 15 Rer. Ital.
[1922] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.
[1923] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1924] Tristanus Caracciolus, Opusc., tom. 22 Rer. Ital.
[1925] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1926] Theodoricus de Niem, Histor.
[1927] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[1928] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[1929] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1930] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1931] Cromerus et Bonfinius, de Reb. Hungar.
[1932] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1933] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXIII. Indiz. VI.
URBANO VI papa 6. VENCESLAO re de' Romani 6.
La guerra del regno di Napoli tuttavia durava, ma fiaccamente era condotta non meno dal _re Carlo_ che da _Lodovico duca d'Angiò_. Ora _papa Urbano VI_, uomo focoso, non potendo sofferire così gran lentezza, determinò di passare alla volta di Napoli[1934]. Più nondimeno lo spigneva a quel viaggio la brama d'indurre il re Carlo all'osservanza delle promesse, giacchè questi s'era obbligato di conferire il ducato di Capoa e d'Amalfi con altre terre a _Francesco da Prignano_ suo nipote, soprannominato Butillo[1935]. A questa sua risoluzione s'opposero sei o sette de' cardinali; ma questo papa, sì pieno di pensieri secolareschi, era uomo cocciuto, nè volea consigli, nè chi gli contraddicesse. Fu a Ferentino nel settembre, e mandò ordine a que' cardinali che venissero a trovarlo, perchè volea continuare il viaggio a Napoli. Se ne scusarono con allegare la lor povertà, e la poca sicurezza delle strade infestate dai Bretoni, soldati dell'antipapa. Urbano, sempre pieno di diffidenza, prese questo rifiuto per un disegno di ribellione, e con una scandalosa bolla li minacciò di deporli, se non ubbidivano tosto. Portatosi ad Aversa, fu a fargli riverenza il _re Carlo_, il quale mal volentieri vide questa visita fatta a' suoi Stati, nè però mancò di onorarlo in tutte le maniere convenienti all'alta di lui dignità e sovranità. In quella stanza poco gusto ebbe il papa. Contuttociò unito col re entrò nel dì 9 d'ottobre in Napoli, ricevuto dal clero e popolo con gran solennità ed ossequio. Gli fu dato l'alloggio in Castel Nuovo, e sotto specie di onore gli furono posti molti corpi di guardia, acciocchè poco potesse trattar co' Napoletani, giacchè il re Carlo, conoscendo il di lui umore, poco se ne fidava. Tuttavia scrive l'autore de' giornali napoletani che il re promise allora, o confermò la dianzi fatta promessa di dare a Butillo nipote del papa il principato di Capoa, il ducato di Amalfi, Nocera, Scafato ed altre terre. Pareva al papa di star male e come in prigione in quel castello. Tanto si maneggiò, che gli fu permesso di passare all'arcivescovato. Avvenne dipoi che Butillo suo nipote, uomo perduto nella sensualità, e dato unicamente ai piaceri, rapì di monistero di Santa Chiara una nobil monaca professa, e seco la tenne per alquanti giorni. Fu processato, e citato d'ordine del re Carlo; e perchè non si presentò, uscì contra di lui la condannagion della testa. Il papa, che scusava il nipote per la sua giovanezza, tuttochè egli fosse in età di quarant'anni, ne fece gran doglianza. Andò perciò in nulla il processo. Butillo fu messo in possesso degli Stati suddetti, e il papa conchiuse ancora il maritaggio di due sue nipoti con due de' primi baroni. Queste erano le grandi occupazioni del pontefice!
Per conto della guerra poco sangue si sparse in quest'anno. Ma un'altra guerra si facea dalla peste, la quale nel precedente anno risvegliata in Italia, inferocì nel Friuli[1936], e portò al sepolcro nella sola Venezia circa cinquantasei mila persone. Provossi questo terribil flagello nell'anno presente in Padova, Verona, Bologna, Ferrara, Mantova e nella Romagna. Passò a Firenze, Siena e ad altri luoghi della Toscana, spopolando le terre; e strage non poca fece anche nel Piemonte, in Genova e nel regno di Napoli. Ne patì a dismisura l'armata del _duca d'Angiò_. Fra i più riguardevoli gran signori che perirono allora, non so se per la peste o per altro malore, si contò ancora _Amedeo VI conte di Savoia_, che militava in favor d'esso duca: il che sommamente conturbò l'Angioino, perchè egli era il principal suo campione in quella gara, principe per molte sue belle doti ed imprese stimatissimo dappertutto, ed uno de' più illustri di quella nobilissima casa[1937]. Accadde la sua morte nel dì primo ovvero nel dì secondo di marzo, con aver egli prima riconosciuto per vero papa _Urbano VI_. Ebbe per successore _Amedeo VII_ suo figliuolo; e il corpo suo fu portato in Savoia. Gli tennero dietro le soldatesche sue. Per tali disavventure restò il duca d'Angiò smunto di forze; quel suo fioritissimo esercito era calato di troppo. Spedì dunque suoi messi a _Carlo VI re_ di Francia suo nipote, pregandolo istantemente d'aiuto; e in vano non furono le sue preghiere[1938]. Avendo la peste ridotta a mal termine la città di Ravenna, _Galeotto Malatesta_, signor di Rimini, Cesena ed altre città, valendosi del pretesto che _Guido da Polenta_ avesse assistito il _duca d'Angiò _contra di _Urbano papa_, si avvisò di far buona caccia. Non ebbe già Ravenna, alla cui difesa accorse _Guido_ signor della terra, ma bensì occupò al medesimo la città di Cervia. Pareva che dopo essere caduta in mano di _Leopoldo duca d'Austria_, principe potentissimo, la città di Trivigi, dovesse oramai essere sicura dagl'insulti di _Francesco da Carrara_ signor di Padova[1939]. Ma il Carrarese, oltre l'essersi impadronito delle castella del Trivisano, e all'avere in varii siti di quel distretto fabbricate delle forti bastie, era uomo di petto e di mirabil accortezza. Messosi in testa di volere stancare il duca, nell'aprile spedì le sue genti sino alle porte di Trivigi, e queste entrate nel borgo di Santi Quaranta, vi attaccarono il fuoco. Teneva il Carrarese occupata una torre in vicinanza di quella città, e di là recava ad essa continuamente molestia, ed impediva l'introdurvi vettovaglie. Venne in persona lo stesso _duca Leopoldo_ con circa otto mila cavalli verso il fine di maggio, e condusse molte carra di viveri in Trivigi; prese la bastia di Nervesa, ma non potè espugnar la torre suddetta. Si trattò più volte di pace, e nulla in quest'anno si conchiuse. Il Carrarese troppo era innamorato di quella città, e la volea a tutti i patti. Se ne tornò il duca in Germania, lasciando più che mai Trivigi in cattivo stato. Le conseguenze di questa pugna le vedremo ben presto. Lungo tempo non potea durar la pace nell'inquieta città di Genova[1940]. Nel marzo di quest'anno, perchè si volea mettere l'aggravio d'un denaro per libbra di carne, si sollevarono i beccai contra di _Niccolò di Guarco_ lor doge, e contra del governo. Per più giorni tutta fu in tumulto la città. Parte del popolo, dopo aver preso il palazzo, e fatto fuggire il Guarco, acclamava per doge _Antoniotto Adorno_, che era corso a Genova. L'altra parte volea _Leonardo da Montaldo_ legista. Prevalsero questi ultimi nel dì 7 di aprile, e, creato doge esso Leonardo, cessò tutto lo strepito popolare.
NOTE:
[1934] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Raynald., Annal. Ecclesiast.
[1935] Theodoric. de Niem, Histor.
[1936] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1937] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.
[1938] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn.
[1939] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXIV. Indiz. VII.
URBANO VI papa 7. VENCESLAO re dei Romani 7.
Il guasto grande che la peste avea fatto nell'armata del _duca d'Angiò_ accrebbe l'animo a _Carlo re di Napoli_ per finalmente uscire in campagna con tutte le sue forze: al che nello stesso tempo l'incitava _papa Urbano_, a cui troppo stava a cuore l'abbattere questo potente protettore dell'antipapa[1941]. Maggiore impulso venne ancora dalle nuove che era in moto un altro esercito di cavalleria, che il re di Francia spediva in rinforzo del duca suo zio. Ascendeva l'armata del _re Carlo_ a sedici mila cavalli e a molta fanteria; e seco erano assaissimi baroni napoletani, la lista de' quali si legge ne' Giornali da me dati alla luce. Nel dì 12 d'aprile arrivò il re Carlo con queste genti a Barletta, e fece prigione _Raimondello Orsino_, uno dianzi de' suoi più potenti e più prodi partigiani, probabilmente per sospetti di sua fede, ma non finì il mese stesso che questi ebbe la fortuna di fuggirsene e di passare all'armata del duca d'Angiò, il quale con grandi carezze il ricevette, e diedegli, mercè d'un matrimonio, il contado di Lecce. Ora trovandosi il re Carlo in Barletta, mandò nello stesso dì 12 al duca d'Angiò il guanto della disfida. Accettollo il duca di buon cuore, e diede per risposta, che fra cinque dì sarebbe alle porte di Barletta. Nulla più desiderava egli che di decidere la contesa con una battaglia. Ma il re Carlo, apprendendo poscia il rischio, a cui con quella disfida avea esposto sè stesso e la corona, fece venire al campo _Ottone duca di Brunsvich_, già marito della regina Giovanna, fin qui stato prigione nel castello di Molfetta, per consigliarsi seco, ben conoscendolo un capitano di rara sperienza e saviezza. Ottone, ben pesate le cose, fu di parere che il re tenesse a bada per alquanti giorni il nemico, e si guardasse da battaglia, perchè il duca d'Angiò non potea tener la campagna, e da per sè si andrebbe disfacendo. Però, a riserva di qualche scaramuccia vantaggiosa pel re Carlo, fatto di armi non seguì, e l'Angioino deluso e malcontento se ne ritornò indietro. Allora il re, per ricompensa del buon servigio, mise in libertà il duca di Brunsvich, e questi lieto se n'andò a trovare il papa.
Era passato da Napoli esso pontefice a Nocera, città di suo nipote, nel dì 16 di maggio, dove la sua corte patì di molti disagi. Nel giugno s'infermò di peste, o d'altro pericoloso male, il _re Carlo_, e con gran fatica la scampò. Ma per lo stesso malore essendo morto il contestabile del regno, conferì questa carica al _conte Alberico da Cunio_, ossia da Barbiano. Diversa ben fu la sorte del suo avversario, cioè di _Lodovico duca d'Angiò_, principe già intitolato re di Napoli. O sia che egli fosse attossicato, o preso dalla peste, oppure, come abbiamo dai giornali suddetti, ch'egli si riscaldasse troppo nel voler impedire il sacco già incominciato da' suoi soldati nella città di Biseglio, che spontaneamente se gli era data: certo è, aver egli terminata in Bari la carriera del suo vivere[1942] nel dì 10 d'ottobre. Nella Cronica di Forlì[1943] è riferita la di lui morte a' dì 11 di settembre. Tramandò egli a _Lodovico_ suo figliuolo di tenera età in questi tempi la signoria della Provenza e degli altri suoi Stati di Francia, e le sue pretensioni sul regno di Napoli. Per questo colpo d'inaspettata fortuna rimase senza maggior fatica il re Carlo vincitore, perchè le milizie angioine a poco a poco andarono sfumando per ridursi al loro paese, e non ne restò che una parte, la quale si mise sotto gli stendardi di _Raimondello Orsino_, valoroso continuator della guerra in quel turbatissimo regno. Erasi partito nella state dell'anno presente, siccome dianzi accennammo, per ordine del re di Francia Engerame sire di Cussì, ossia Coucy, con copiosa moltitudine d'uomini d'armi, per venire in aiuto del duca d'Angiò Lorenzo. Buonincontro[1944] li fa ascendere a quindici mila cavalli; ma l'autore della Cronica Estense[1945] ed altri[1946] neppure contano la metà. Fecero costoro gran danno al Piacentino in passando, con avervi bruciate e saccheggiate varie ville. Per la via di Pontremoli passarono a Lucca. In gran timore ed affanno furono per questo i Fiorentini; ma il buon uso de' regali e di una ambasceria li difese. Altrettanto fecero i Sanesi[1947]. I nobili Tarlati da Pietramala cogli altri Ghibellini usciti d'Arezzo di tal congiuntura si prevalsero per levar la signoria di quella città a _Carlo re di Napoli_. Nella notte del dì 29 di settembre il sire di Cussì colle sue brigate, avendo scalate le mura d'Arezzo, v'entrò, e restò di nuovo messa a sacco quell'infelice città. Si ridussero bensì nel castello le genti del re Carlo e i Guelfi, ma immantenente furono quivi assediati dai Franzesi. Allora i Fiorentini, che non poteano mirar di buon occhio gli oltramontani in quel nido, trattarono di far lega co' Sanesi, Perugini e Lucchesi, e intanto spedirono l'esercito loro ad assediare la città di Arezzo. Ma eccoti giugnere la nuova che _Lodovico duca d'Angiò_ avea chiusi gli occhi a questa vita: il che fece risolvere il sire di Cussì a vendere quella spopolata città, per ritornarsene alle sue contrade. Data l'avrebbe ai Sanesi par venti mila fiorini d'oro[1948]. Non seppero questi abbracciare così buon partito. I Fiorentini, più presti e sagaci, conchiusero essi il contratto colla spesa di cinquanta mila fiorini, e con far paura di guerra ai Sanesi, se non lasciavano quel maneggio. Così la città d'Arezzo, ma desolata, venne, ossia ritornò per suo meglio alle mani de' Fiorentini nel dì 20 di novembre, e da lì a pochi giorni anche il cassero, ossia la fortezza, fu loro consegnata da _Jacopo Caracciolo_ vicario del re Carlo. Gran festa si fece per tale acquisto a Firenze[1949]. I Tarlati con un manifesto spedito a tutti i principi d'Europa pubblicarono per traditore il sire di Cussì, perchè contro ai patti e giuramenti avea venduta quella città.