Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 7
Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma, con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de' Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria, giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero, che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di Suevia, consigliassero la morte di Corradino. In somma al barbarico sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli, finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime[173]. Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se crediamo a Giovanni Villani[174], finita che fu la lettura, _Roberto_ figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto, presente il re, e non ne fu fatta parola. Lasciò _Corradino_ la testa sul palco, e dopo lui furono decollati _Federigo duca_ d'Austria, il _conte Gherardo_ da Donoratico di Pisa sugli occhi del _conte Galvano_ suo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato. Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato, come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti al più bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di lui gravissime disgrazie. Enea Silvio[175], che fu poi papa Pio II, e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regno _don Pietro_ d'Aragona, marito di _Costanza_, figliuola del fu _re Manfredi_, con altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti dai rei[176], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati. Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò Maleta. _Federigo di Castiglia_ e Corrado Capece sulle navi pisane si salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia, con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de' Barbari.
Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[177], che papa _Clemente IV_, siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo, pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza: tanto è lontano ch'egli consigliasse la morte di Corradino, come sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santo _re Lodovico_, acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta. Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo[178] nella vigilia di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella carica per mezzo d'un suo vicario[179], con aggiugnere a' suoi titoli ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa fu _Margherita di Borgogna_. Negli Annali di Milano[180] è scritto ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso mese giunse a Parma[181]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna. In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a Milano[182] un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla Chiesa romana e col loro arcivescovo _Ottone Visconte_. Se voleano essere liberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia il _marchese Oberto_ Pelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino, Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi[183]; ma era la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi, Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani[184]. Se n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti, essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare, affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre la città di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i patti. Compiè il corso di sua vita in quest'anno _Rinieri Zeno_ doge di Venezia[185], e in luogo suo fu eletto _Lorenzo Tiepolo_ nel dì 25 di luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia[186] fra i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre, dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii. Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso Francesco dalla Torre e _Raimondo vescovo_ di Como suo fratello. Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e Patengolo.
NOTE:
[162] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[163] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.
[164] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[165] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.
[166] Ricordano Malaspina, cap. 191.
[167] Raynald., in Annal. Eccles.
[168] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.
[169] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.
[170] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.
[171] Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.
[172] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[173] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.
[174] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.
[175] Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.
[176] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.
[177] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[178] Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.
[179] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[180] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[181] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[182] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.
[183] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[184] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.
Anno di CRISTO MCCLXIX. Indizione XII.
Santa Sede vacante. Imperio vacante.
Altro non rimaneva in Puglia che la città di Lucera ossia Nocera, nido degli infedeli, cioè de' Saraceni, la quale al _re Carlo_ ricusasse ubbidienza. Ne imprese egli l'assedio[187], e tanto vi stette sotto, che quel popolo, dopo essersi ridotto a pascersi d'erba, e dopo aver perduta gran gente, si diede a discrezione nelle mani d'esso re. Divise egli i sopravvissuti per varie provincie, affinchè non potessero più alzare la testa e raunarsi; e molti d'essi abbracciarono, almeno in apparenza, la fede di Gesù Cristo[188]. Furono diroccate le muraglie di quella città, e quanti cristiani disertori ivi si trovarono furono senza misericordia tutti messi a filo di spada. Giunta a Napoli la nuova _regina Margherita_ di Borgogna, moglie del re Carlo, si solennizzò il suo arrivo con incredibil magnificenza ed allegrezza. Ne lasciò una descrizione Saba Malaspina. Festa si fece ancora in Toscana per li prosperi avvenimenti de' Guelfi[189]. Erano venuti nel mese di giugno al castello di Colle in Valdelsa i Sanesi colle masnade de' Tedeschi, Spagnuoli, Pisani, e coi rinforzi degli usciti di Firenze e d'altri Ghibellini, sotto il comando di Provenzano Selvani governatore di Siena, e del conte Guido Novello. A questo avviso si mosse Giambertoldo, vicario del re Carlo in Firenze, co' suoi Franzesi, co' Fiorentini e con altri aiuti delle terre guelfe di Toscana; e, dato loro battaglia, li ruppe e sconfisse, con grandissima perdita dei Sanesi. A messer Provenzano, che restò preso, fu mozzo il capo e portato sopra una lancia per tutto il campo. Andarono poscia i Fiorentini in soccorso de' Lucchesi contro ai Pisani; fu preso da loro per forza il castello d'Asciano; giunsero sino alle porte di Pisa, e quivi i Lucchesi per vergogna de' Pisani fecero battere moneta. Ma nello stesso anno l'acque del fiume d'Arno per disordinato diluvio, e perchè i legnami condotti da esse fecero rosta al ponte di Santa Trinita, crebbero tanto, che allagarono la maggior parte di Firenze, e si levarono finalmente in collo quel ponte e l'altro alla Carraia. Cessò di vivere nel mese di maggio il _marchese Oberto_ Pelavicino in uno dei suoi castelli, se crediamo al Sigonio, senza cercar l'assoluzione dalle scomuniche. Ma ci assicura l'autore della Cronica di Piacenza[190], dopo varii elogi della sua prudenza, affabilità e potenza, ch'egli ricevette tutti i sacramenti della Chiesa, e con grande esemplarità morì fra le braccia dei religiosi, ridotto, dopo la signoria di tante città, in assai basso stato. Continuarono nulladimeno Manfredi suo figliuolo, e i di lui nipoti a posseder molte castella, e lungamente sostennero di poi il decoro di quell'antica e nobil famiglia. Peggior condizione fu quella di Buoso da Doara[191], che tanta figura aveva anch'egli fatta nel mondo negli anni addietro. Iti nel mese di luglio i Cremonesi coll'oste loro alla Rocchetta, dove egli soggiornava, il costrinsero in fine a capitolarne la resa. Fu diroccata quella fortezza, ed egli ritiratosi nelle montagne, fece ben varii sforzi per ringambarsi, ma infine dopo qualche anno poveramente terminò i suoi giorni. È considerabile una notizia a noi conservata dalla suddetta Cronica di Piacenza. Le mire del re Carlo tendevano alla signoria di tutta la Italia, secondato in ciò per amore o per forza dai papi. A questo fine mandò suoi ambasciatori alle città di Lombardia, e questi ottennero che si tenesse in Cremona un gran parlamento, in cui fu esposto il desiderio d'esso re di ottenere il dominio di tutte le città che seguitavano la parte della Chiesa, ossia la guelfa, con promettere a tutti protezione e molti vantaggi. Concorrevano a darsegli i Piacentini, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, Ferraresi e Reggiani. Ma di contrario parere furono i Milanesi, Comaschi, Vercellini, Novaresi, Alessandrini, Tortonesi. Torinesi, Pavesi, Bergamaschi, Bolognesi e il marchese di Monferrato, consentendo bensì di averlo per amico, ma non già per signore. Per questa discordia finì il parlamento, senza che il re Carlo riportasse alcun frutto delle sue alte idee. Il popolo di Piacenza nell'anno presente, ricevuti dei rinforzi da Milano e da Parma, si portò all'assedio della rocca di Bardi, posseduta dal conte Ubertino Lando, e vi consumò intorno di molta gente. Dopo cinque mesi l'ebbero a patti, e vi posero un buon presidio. Ma il conte Ubertino virilmente seguitò più che prima a far guerra a Piacenza, e le tolse alcune castella, uccidendo e menando prede in gran copia.
Accadde in quest'anno[192], che _Napo_, ossia _Napoleone_, signor di Milano e di Lodi, essendosi portato a quest'ultima città, fu insultato dalla potente famiglia de' Vestarini, gittato da cavallo e vilmente trattato. Tornossene a Milano, pieno di confusione e vergogna, ma più dello spirito della vendetta. Nè differì il farla. Con potente esercito andò colà, ed, espugnata la città nel dì di santa Margherita, mandò nelle prigioni di Milano Sozzino de' Vestarini; due suoi figliuoli fece crudelmente morire; ordinò la fabbrica di due fortezze in quella città, ed esaltò la famiglia guelfa di Fissiraga, la quale col tempo usurpò quel dominio. Fecero oste nell'anno presente i Modenesi colla lor fanteria e cavalleria nel Frignano contro Guidino da Montecuccolo, per cagione d'un castello da lui tolto ai Serafinelli[193]. Ma sopraggiunto il conte Maghinardo con gran quantità di cavalleria bolognese, si venne ad una fiera zuffa, in cui rimase sconfitto l'esercito modenese, e quasi tutti i Reggiani, accorsi in aiuto d'essi Modenesi, vi lasciarono la vita. Covando i Torriani signori di Milano un fiero sdegno contra de' Bresciani[194], ostilmente nell'anno precedente erano entrati nel loro territorio, ed aveano prese le terre di Capriolo e Palazzuolo, mentre i Bresciani si trovavano all'assedio di Minervio. Per comporre questa discordia, si erano interposti _Filippo arcivescovo_ di Ravenna e legato pontificio, _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara e _Lodovico conte_ di San Bonifazio, con riuscir loro di far ritirare le armi de' Torriani, e di liberar Minervio dall'assedio. Ma perciocchè insistevano i Torriani che fossero rimessi in Brescia i fuorusciti, al che consentivano i nobili della città, si sollevò il popolo di contrario parere nel dì 28 d'agosto d'esso anno contra dei nobili, e parte di loro spinse fuori della città, e parte presi ritenne nelle carceri. Il perchè in questo anno il re Carlo, che facea l'amore a questa sì potente città, v'inviò suoi ambasciatori per mettervi pace, e v'andarono quegli ancora de' Bolognesi. Fu in fine conchiuso che i prigioni fossero inviati a' confini nella città d'Alba, di cui, siccome ancora d'altre terre nel Piemonte, era allora signore il re Carlo[195]. Ma nel viaggio da frate Taione e da Buoso da Doara, che era ancor vivo, furono liberati, con restar prigioni cento cavalieri che li scortavano. Nè mancarono novità in Verona. Vi fu ucciso Turisendo dei Turisendi[196], uno de' maggiorenti; ed essendo fuggiti dalla città molti ivi detenuti prigioni, s'impadronirono essi delle terre di Legnago, Villa Franca, Soave e d'altre castella. Fatta anche lega con Lodovico conte di San Bonifazio, e cogli altri usciti di Verona, cominciarono contra di _Mastino dalla Scala_ signor di Verona un'aspra guerra, che durò per più di due anni. Furono cagione cotali novità che la maggior parte de' nobili veronesi, de' quali ci conservò Parisio da Cereta il catalogo, furono cacciati da Verona e banditi: con che Mastino maggiormente assodò la sua signoria sopra il popolo di quella città, e ricuperò poscia l'una dietro l'altra le terre predette. Circa questi tempi anche in Mantova avvennero funeste dissensioni per la rivalità delle potenti famiglie[197]. I conti di _Casalalto_ aiutati da _Pinamonte de' Bonacolsi_, ossia _de' Bonacossi_, fecero colla forza sloggiare i nobili _Zanicali_ con tutti i loro aderenti; e poscia Pinamonte, avendo proditoriamente prese l'armi col popolo, ne scacciò gli stessi conti, ed arrivò a farsi proclamar signore di Mantova: in quali anni precisamente seguissero tali mutazioni, nol so io dire. Il Platina nella Storia di Mantova, che le descrive, e mostra mischiato in quelle turbolenze _Obizzo marchese_ d'Este, siccome quegli che aspirava al dominio di Mantova, non ne assegna gli anni: difetto non lieve della storia sua. Ma veggasi all'anno 1272. Cessar dovette in questi tempi anche la potenza di _Lodovico conte_ di S. Bonifazio, sostenuta per molti anni nella città di Mantova. Che l'anno presente i Piacentini, i Milanesi e parecchi altri popoli di Lombardia giurassero fedeltà a _Carlo re_ di Sicilia e Puglia, e il prendessero per loro signore, lo scrive l'autore della Cronica di Piacenza[198]. Ma quest'ultima partita non par molto sussistente. Verisimilmente altro non fecero che dichiararsi aderenti al re Carlo, e mettersi sotto la di lui protezione, ma non già sotto la di lui signoria.
NOTE:
[185] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[186] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[187] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 20,
[188] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[189] Ricordan. Malaspina, cap. 194.
[190] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[191] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[192] Gualvan. Flamma, cap. 305.
[193] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[194] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[195] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.
[196] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXX. Indizione XIII.
Santa Sede vacante. Imperio vacante.