Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 69
Andava sempre più avvalorandosi lo incendio dello scisma. _Papa Urbano_ pien di bile contro di _Giovanna regina_ di Napoli[1890], principal promotrice, o almeno fomentatrice della deplorabil divisione insorta nella Chiesa di Dio, nel dì 21 d'aprile la dichiarò con bolla solenne scismatica, eretica, rea di lesa maestà, privata di tutti i suoi dominii, confiscati tutti i di lei beni, assoluto ogni suo suddito dal giuramento di fedeltà. Fulminò ancora le censure e la sentenza di deposizione contro _Bernardo da Caors_ arcivescovo di Napoli, per aver egli prestata ubbidienza all'_antipapa Clemente_. E diede per pastore a quella chiesa _Luigi Bozzuto_ nobile napoletano, che fu per questo aspramente perseguitato dalla regina Giovanna. Ma i suoi principali maneggi furono con _Lodovico re d'Ungheria_ e _Polonia_, offerendogli il regno di Napoli, acciocchè colle sue armi calasse in Italia. Lodovico, siccome quegli che da gran tempo temea che Giovanna chiamasse alla successione di quel regno qualche straniero, ed insieme amava _Carlo dalla Pace_ sopra mentovato, principe suo nipote; non volle già egli, per essere vecchio, accudire in persona a quell'acquisto, ma bensì condiscese che esso Carlo, sbrigato che fosse della guerra co' Veneziani, marciasse alla volta di Napoli colle sue armi, per detronizzar la regina. Ora papa Urbano, per effettuar questo disegno, trovandosi scarso di danaro, e conoscendo la necessità di averne, giacchè la pubblicazion della crociata poco fruttava, non lasciò indietro mezzo alcuno per raunarne alle spese della Chiesa romana e delle altre ancora[1891]. Perciò riservò a sè stesso le rendite di tutti i beneficii vacanti; vendè a' cittadini romani assaissimi stabili e diritti delle chiese e dei monisteri di Roma, con ricavar da tali alienazioni più di ottanta mila fiorini di oro. Passando anche più innanzi, a misura dei bisogni, vendè poscia o convertì in moneta insino i calici d'oro e d'argento, le croci, le immagini de' santi, e gli altri mobili preziosi d'esse chiese[1892]. Diede inoltre nel dì 30 di maggio di quest'anno facoltà a due cardinali d'impegnare o alienare i beni mobili ed immobili delle altre chiese, ancorchè contraddicessero i prelati, i capitoli e i titolari de' benefizii. Poco meno faceva in Francia l'antipapa Clemente. Tutto era ben impiegato per sostenere il loro impegno. La causa di Dio si allegava da entrambi, ma ognuno teneva per consigliera anche l'ambizione. Intanto in Napoli non s'ignorava il disegno del papa e di _Carlo dalla Pace_, anzi dappertutto se ne discorreva senza riguardo alcuno[1893]. Però la _regina Giovanna_ pensando alla propria difesa, e sperando assai nell'aiuto della Francia, dappoichè Dio non le avea data successione, e il figliuolo suo già condotto in Ungheria dovea essere mancato di vita; nel dì 29 di giugno dell'anno presente adottò per suo figliuolo _Lodovico duca di Angiò_, fratello di _Carlo V re_ di Francia, soprannominato il Saggio, e ciò fece con partecipazione ed assenso dell'antipapa Clemente; affrettando quel principe ad accorrere in aiuto suo, prima che arrivasse il turbine che la minacciava dalla parte dell'Ungheria. Ma perchè nel settembre terminò il suddetto re Carlo i suoi giorni, cotal mutazione ritardò poi di troppo la venuta di esso Lodovico d'Angiò in Italia.
Continuarono i Veneziani con gran vigore per alcuni mesi ancora ad assediare la città e il porto di Chiozza, dove erano rinserrati i Genovesi[1894]; nel qual tempo seguirono molti fatti d'armi e di singolar bravura dall'una e dall'altra parte. Ma sempre più veniva mancando agli assediati la provianda; e quantunque da Genova fosse venuta un'armata nuova di ventitrè galee e di alcuni altri legni minori per dar loro soccorso, niuna via trovò questa per mettere gente in terra e sovvenire al bisogno de' suoi nazionali; tante erano le guardie e i passi presi dai Veneziani. Finalmente, vinti dalla fame, i Genovesi, nel dì 21 di giugno mandarono ambasciatori al _doge Contareno_, e si renderono a discrezione. Circa quattro mila d'essi e di altri loro ausiliarii rimasero prigioni, e furono condotti alle carceri di Venezia. Nel dì 24 il doge trionfante entrò in Chiozza. Vennero alle mani dei vincitori diciannove galee, assaissimi burchi e barche colle lor munizioni, e copiosa quantità di sale. Tutto il rimanente, secondo le promesse, fu lasciato in preda alle soldatesche. Ed ecco dove andò a terminare il grave pericolo della nobilissima città di Venezia e la albagia de' Genovesi. Erasi intanto l'armata navale d'essi Genovesi, che navigava nell'Adriatico, accresciuta sino a trentanove galee, e sei galladelle. Con queste forze essi nel dì primo di luglio presero la città di Capo d'Istria, e la donarono al patriarca d'Aquileia, a cui i Veneziani la ritolsero nel dì primo di agosto per valore di _Vittor Pisani_, il quale con quarantasette galee ben armate fu inviato colà. Ma nel calore di queste imprese caduto infermo esso Pisani, nel dì 13 del mese suddetto gloriosamente diede fine alla sua vita[1895]. Impadronironsi poscia i Genovesi della città di Pola, e la consegnarono alle fiamme. Ribellossi ancora alla signoria di Venezia Trieste nel dì 26 di giugno, e si sottomise al patriarca d'Aquileia. Tralascio altri fatti; ma non debbo tacere che _Francesco da Carrara_ nel maggio e nei seguenti mesi tornò a stringere d'assedio la città di Trivigi, e l'avea ridotta quasi agli estremi per mancanza di vettovaglie. Fecero sforzi grandi i Veneziani per soccorrerla di viveri, e riuscì loro di introdurvene, ma non tanto da assicurarla per l'avvenire; e massimamente peggiorò lo stato di quella città, dacchè il Carrarese nel novembre e dicembre s'impossessò di Porto Buffaledo e di Castelfranco. Perciò anche dopo la liberazion di Chiozza, seguitò la repubblica veneta ad essere in mezzo a gravissime burrasche.
Intanto _Carlo dalla Pace_, nipote del re d'Ungheria, con consentimento, oppure coll'ordine d'esso re, sul principio d'agosto si mosse da Verona con mille lancie di buoni combattenti ungheri, e cinquecento arcieri (negli Annali di Milano[1896] è scritto che avea seco nove mila Ungheri), premendo più a lui il suo disegno per la conquista del regno di Napoli, che i vantaggi della lega contra de' Veneziani; e per gli Stati del marchese d'Este arrivò sul Bolognese[1897], dove la sua gente, benchè amica, trattò il paese da nemico. Andò sino a Rimini, ed era per continuare il viaggio da quella parte, quando i fuorusciti fiorentini, che erano molti e potenti in questi tempi, l'indussero a cangiar cammino[1898]. Aveano essi fatto prima venire la compagnia di San Giorgio, comandata da _Alberico conte_ di Barbiano, sul Pisano, Sanese e Fiorentino, sperando di obbligare i cittadini dominanti a rimettergli in città. Ma _Giovanni Aucud_, preso per loro generale dai Fiorentini, e il _conte Averardo di Lando_ lor capitano gli aveano fatti tornare indietro con poco lor gusto. In Toscana parimente era capitata la compagnia scemata di molto de' Bretoni, ma fece anche essa poche faccende. Le speranze dunque date da essi fuorusciti a Carlo dalla Pace gli fecero prendere il viaggio per la Toscana, figurandosi egli, se non potea conquistar terre, almeno di esigere ricche contribuzioni da quelle contrade. Gubbio se gli diede. Città di Castello fu vicina a far lo stesso, se non che, scoperto a tempo ch'egli veniva non per bene altrui, ma solo per pagar la sua gente colla libertà dei saccheggi, restò rotto il contratto. Arrivò egli nel settembre alla città d'Arezzo. I Bostoli ed Albergotti, dopo aver cacciati i loro avversarii, signoreggiavano dianzi in quella città, e vi aveano già ricevuto gli uffiziali di esso principe Carlo, ma con provar ben tosto gli effetti della lor balordaggine in aver messa la città e la fortezza in mano di gente barbara e senza fede, perch'essa da lì a non molto fece balzar le teste agli stessi Bostoli suoi benefattori ed amici. Siccome padrone assoluto di quella città, _Carlo dalla Pace_ fece ivi battere sua moneta, e cominciò a martellare i Sanesi per aver danaro. Ne smunse due mila fiorini d'oro e molta vettovaglia. A sommossa poi de' banditi fiorentini minacciava la città di Firenze, ed uscì anche in campagna co' suoi Ungheri e colla compagnia dei Bretoni; ma essendosi postato a' confini Giovanni Aucud, generale de' Fiorentini e gran maestro di guerra, con un bell'esercito, gli fece tosto perdere la voglia di passar oltre. Mise dunque, pel suo meglio, in trattato d'accomodamento le controversie, e, lasciando burlati i fuorusciti, stabilì un accordo co' Fiorentini, da' quali ricavò, sotto lo specioso titolo di prestito, quaranta mila fiorini d'oro, e promessa di non dar aiuto alla _regina Giovanna_, con altri patti. Non gli era mai d'avviso di levarsi di Toscana: tal paura gli era saltata addosso. Però, lasciata la città di Arezzo in cattivo stato, cavalcò alla volta di Roma, dove giunse prima che terminasse l'anno corrente, ricevuto con gran festa da _papa Urbano VI_[1899], che il dichiarò senatore di Roma, e seco andò facendo le disposizioni per assalire nell'anno vegnente il regno di Napoli.
Due matrimonii seguirono nell'anno presente in Milano[1900], amendue colla dispensa di papa Urbano, cioè quello di _Violante_, sorella di _Gian-Galeazzo_ conte di Virtù, e già vedova di due mariti, con _Lodovico Visconte_, suo cugino carnale, perchè figliuolo di Bernabò. Anche lo stesso Gian-Galeazzo nel dì 2 d'ottobre prese per moglie _Caterina_ figliuola del medesimo Bernabò, sua cugina carnale. Nè si dee tacere che due anni prima, trovandosi il regno di Sicilia diviso fra due fazioni, ed essendo la principessa _Maria_, erede di quel regno, come in prigione[1901], aspirò Gian-Galeazzo alle nozze della medesima, e ne seguirono anche gli sponsali, con patto che il Visconte spedisse colà un corpo di combattenti per mettere in libertà quella principessa, e ricuperar le terre occupate dai baroni; e similmente, ch'egli nel termine di un anno passasse in persona in Sicilia. Ma, scoperto questo trattato, il _re d'Aragona_, che, oltre all'avere in quell'isola il suo partito assai forte, non sapea digerire che un sì bel regno uscisse fuori della sua real casa: inviò nel precedente anno tre galee nel mare di Pisa ad aspettare che gli uomini d'armi del Visconte uscissero di Porto Pisano in navi, per andare in Sicilia. Seguì battaglia fra loro, e rimasero fracassati i Lombardi. Per questo accidente sinistro andò a monte il divisato matrimonio colla principessa, ossia regina di Sicilia[1902], la qual prese dipoi per marito _Martino_ della schiatta dei re aragonesi. Conseguentemente anche Gian-Galeazzo si accoppiò con _Caterina_ sua cugina, sperando col mezzo di tale unione di allontanare il suocero e zio Bernabò da pensieri maligni contra di lui e de' suoi stati.
NOTE:
[1888] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1889] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1890] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1891] Theodericus de Niem., lib. 1, cap. 22.
[1892] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1893] Vita Clementis Antipap., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1894] Chinazzi Istor., tom. 15 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.
[1895] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1896] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1897] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1898] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 15.
[1899] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1900] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.
[1901] Corio, Istor. di Milano.
Anno di CRISTO MCCCLXXXI. Indizione IV.
URBANO VI papa 4. VENCESLAO re de' Romani 4.
In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per mare[1903]; e _Carlo Zeno_, valente generale de' primi, fatti quanti danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai Veneziani. _Francesco da Carrara_ continuava l'assedio o blocco di Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato, che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loro avversarii, cioè i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono dunque _Pantaleon Barbo_ a _Leopoldo duca d'Austria_, offerendogli Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che fu una stoccata al cuore di _Francesco da Carrara_, il quale, dopo aver ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo, giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli, e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria, con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interposto _Amedeo conte di Savoia_, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore e compromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero a Torino le ambascerie del _re d'Ungheria_, de' _Veneziani_, de' _Genovesi_, del _signore di Padova_, e del _patriarcato d'Aquileia_, che, per la morte del patriarca _Marquardo_, succeduta in quest'anno, si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino[1904], in cui decretò che il castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi, ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò escluso _Bernabò Visconte_. Non si può abbastanza esprimere l'universale allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta famiglie popolari.
Era già pervenuto a Roma _Carlo dalla Pace_ colla sua armata, siccome avvertimmo di sopra[1905]. Il _pontefice Urbano_ non solamente l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire il principato di Capoa a _Francesco Prignano_ nipote di lui, cioè la miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè allora fu specialmente[1906], che spogliò chiese ed altari per fornir di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe potè, e colla sua benedizione l'inviò contro la _regina Giovanna_. Avea questa riposte le sue speranze nel valore di _Ottone duca di Brunsvich_ suo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani[1907]. Ma era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina, altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi[1908]. Inoltratosi il re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto, ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato ucciso _Giovanni marchese di Monferrato_, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel dominio dei suoi stati _Teodoro II_ suo minor fratello), e lo stesso duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito (non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. La _regina Giovanna_ rendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice. La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel dì primo di settembre arrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a Napoli _Margherita_, moglie del _re Carlo_, con _Ladislao_ e _Giovanni_ suoi figliuoli nel dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.
Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo[1909]. Avea il _re Carlo_ inviato colà per suo vicario _Giovanni Caracciolo_. I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli esercitava[1910], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di San Giorgio il conte _Alberico da Barbiano_, cioè, come già dissi, il più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città, e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per sostenersi in vita. Un'altra funesta scena succedette in quest'anno in Verona[1911]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardi _Bartolomeo_ ed _Antonio dalla Scala_. La matta voglia di non aver compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbe _Francesco da Carrara_, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più. Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli con altre terre del Piemonte[1912]. _Clemente VII_ antipapa, dacchè intese conquistato dal _re Carlo_ il regno di Napoli, ed imprigionata la _regina Giovanna_, investì d'esso regno _Lodovico duca_ d'Angiò, zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.
NOTE:
[1902] Fazellus de Reb. Siculis.
[1903] Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1904] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1905] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1906] Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.
[1907] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[1908] Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.
[1909] Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.
[1910] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXXII. Indiz. V.
URBANO VI papa 5. VENCESLAO re de' Romani 5.