Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 68

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Gravido fu d'altri funesti avvenimenti questo infelice anno. Nel dì 29 di novembre diede fine alla sua vita in Praga _Carlo IV imperadore_, principe di molta pietà e buona intenzione, ma di poco valore, che tuttavia fu un eroe a petto del suo successore, cioè di _Venceslao_ suo figliuolo[1863], già eletto re de' Romani, ed approvato poi anche da _papa Urbano_. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 4 di agosto _Galeazzo Visconte_ signor di Pavia, di molte altre città e della metà di Milano. Poco si dolsero di sua morte i sudditi suoi, perchè troppo aggravati da lui in occasion delle guerre passate. Se gli era attaccato ancora nel crescere degli anni il male de' vecchi, cioè l'avarizia; e non pagando egli i suoi soldati, cagione era che seguissero continui furti e rapine. In somma fu uomo cattivo, e considerato piuttosto come tiranno che come signore. Nel dominio de' suoi Stati succedette _Galeazzo_ suo figliuolo, soprannominato _conte di Virtù_, che da lì innanzi fu appellato _Giovan-Galeazzo_[1864]. La doppiezza ed ingordigia di questo novello principe cominciò tosto a scoprirsi nell'anno presente. Imperocchè il popolo d'Asti, malcontento del governo di _Secondotto marchese_ di Monferrato[1865], accordatosi con un fratello del marchese medesimo, che era governatore della città, negò ad esso marchese l'ingresso, allorchè egli ritornava da Pavia colla moglie _Violante_. Gian-Galeazzo, essendo ricorso a lui come cognato, il marchese non mancò d'unire con lui le sue armi; e fatte poi di belle promesse per quetare quel popolo, prese il possesso della città, e mediante una capitolazione cominciò a mettervi il podestà e gli uffiziali a nome del marchese. Ma fu questa una mascherata; per tal via Gian-Galeazzo s'impadronì d'Asti, nè più volle renderlo al cognato; mostrando bene quanto più poderosa sia l'ambizione che la parentela fra i principi. Era Secondotto un umor bestiale e quasi furioso. Per minimi accidenti uccideva di sua mano uomini e fanciulli. Con animo di passare in Monferrato, venne egli nel mese di dicembre a Cremona; ed arrivato a Langirano sul distretto di Parma, mentre era in una stalla, preso dal suo furore, strangolar volle un ragazzo di suo seguito. Allora un Tedesco, per salvar la vita al compagno, sguainata la spada, tal colpo diede sulla testa al marchese, che da lì a quattro giorni miseramente spirò l'anima sua, e fu seppellito in Parma[1866]. Succedette nella signoria di Monferrato _Giovanni Terzo_ suo fratello, tuttavia incapace di governo, il quale nel gennaio seguente costituì governatore de' suoi Stati il _duca Ottone di Brunsvich_ tornato di nuovo apposta da Napoli, siccome fedel tutore di quella casa, per accudire agl'interessi del pupillo principe, e per ricuperare la città d'Asti: il che non gli venne mai fatto. Mosse in quest'anno _Bernabò Visconte_ le pretensioni di _Regina dalla Scala_ sua moglie contra di _Bartolommeo_ ed _Antonio dalla Scala_ signori di Verona e Vicenza. Cioè pretendeva ella, per essere bastardi i fratelli, di dover succedere, siccome legittima e naturale, in quel dominio. Nel dì 18 d'aprile, giorno solenne di Pasqua, entrò all'improvviso il grande sforzo dell'armi di Bernabò sul Veronese, e quivi fabbricate due bastie, diede un gran sacco al paese[1867]. Voce comune fu che a Bernabò non potea mancare la conquista di quelle due città; ma egli avea al suo soldo _Giovanni Aucud_ co' suoi Inglesi, e il _conte Lucio_ co' suoi Tedeschi, cioè due personaggi avvezzi ai tradimenti, perchè troppo facili a lasciarsi corrompere dal danaro. Di questo onnipotente mezzo si servirono gli Scaligeri. Accortosi perciò della trama Bernabò, licenziati e banditi questi due capitani colla lor gente, diede luogo ad un trattato d'accordo. Si convenne che gli Scaligeri pagassero a lui di presente cento sessanta mila fiorini d'oro, e poscia quaranta mila altri ogni anno per lo spazio di sei anni, in tutto quattrocento mila fiorini d'oro. Ma questa pace, siccome dirò, solamente seguì nell'anno susseguente, e diversamente ancora viene raccontato questo fatto dagli Annali Milanesi e da Daniello Chinazzi[1868]. Secondo essi, _Francesco da Carrara_ mandò gagliardi soccorsi agli Scaligeri, e i Veronesi non solamente scorsero tutto il Bresciano, ma anche alzarono quattro bastie intorno a Brescia, di modo che Bernabò conchiuse nel settembre una tregua fino al principio di gennaio.

Di maggiore importanza e strepito fu un'altra guerra che si accese in questo anno: cioè contra dei Veneziani fecero lega insieme i _Genovesi_, _Francesco da Carrara_ signor di Padova, _Lodovico re_ di Ungheria e il _patriarca d'Aquileia_. Tutti aveano motivi o pretesti contra di quella repubblica, la quale in tanto bisogno non contrasse lega se non coi _Visconti_ e col _re di Cipri_, ma poco o niun soccorso ne ricavò dipoi. Non si dee tacere che la scintilla di questa atroce guerra venne dall'Oriente. Nell'agosto dell'anno 1376 i Genovesi, presa la protezione di _Andronico Paleologo_, figliuolo accecato per ordine di _Caloianni_ suo padre _imperadore_ vivente, l'alzarono al trono, con deporre lo stesso suo padre amicissimo de' Veneziani. Per questa scelleraggine Andronico promise loro il castello e l'isola di Tenedo. Era quella una fortezza importantissima a cagione del passo nel mar Maggiore. Ma non ebbero effetto le promesse, perchè quel governatore, fedele a Caloianni, negò di consegnarla ai Genovesi, anzi la diede dipoi a' Veneziani. Montarono in furia per questo i Genovesi, e cominciarono le ostilità per mare contra di loro. Daniello Chinazzi e Andrea Redusio[1869], scrittori esattissimi e minuti di tutti gli avvenimenti di questa rabbiosa guerra, narrano i diversi incontri delle nemiche armate. Favorevole fu in quest'anno ai Veneti la fortuna, e fra le altre imprese _Vittor Pisani_ general di essi diede una rotta a _Luigi del Fiesco_ generale de' Genovesi, costringendolo alla fuga, dopo aver prese cinque loro galee. Maritò _Bernabò_ in quest'anno _Valentina_ sua figliuola a _Pietro Lusignano_ re di Cipri[1870], e nell'aprile coll'accompagnamento di secento quarantasei cavalli per Modena e Ferrara la mandò a Venezia, da dove, scortata da una squadra di navi veneziane, arrivò in Cipri. Ma non riuscì ad essi Veneti di ritorre a' Genovesi Famagosta capitale di quell'isola. Loro bensì venne fatto di obbligare a ritirarsi _Francesco da Carrara_, che avea stretto d'assedio la terra di Mestre. Fu in quest'anno, correndo il mese di luglio, in Firenze la congiura de' Ciompi[1871], cioè della più vil plebe, che saccheggiò e bruciò molti palagi de' nobili. Capo d'essi fu _Silvestro de' Medici_; ma poco durò la sua autorità, e fu dispersa quella canaglia. Ampia descrizione ce ne lasciò Gino Capponi, da me dato alla luce. Stesesi la pessima influenza di questo funestissimo anno anche a Genova. Benchè _Domenico da Campofregoso_ doge di quella repubblica tenesse sempre ai fianchi la prudenza nel governo suo, pure il genio sempre tumultuoso di que' cittadini si mosse a rumore contra di lui, e nel dì 17 di giugno, in concorrenza di _Antonio Adorno_[1872], fu eletto doge _Niccolò di Guarco_, uomo manieroso, ed amico anche de' nobili, che, per assicurarsi della sua signoria, rinserrò tosto in dure carceri il _Campofregoso_ suo predecessore, e _Pietro_ di lui fratello.

NOTE:

[1850] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1851] Leonardus Aretin., Hist., lib. 9.

[1852] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1853] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1854] Raynaldus, Annal. Eccles. Vita Gregorii XI, ubi supra.

[1855] Acta apud Papebrochium.

[1856] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. eod.

[1857] Thomas de Acerno, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1858] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[1859] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1860] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1861] Thomas de Acerno, Part. II, tom. eod.

[1862] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1863] Albert. Argent., Chronic., Trithem. et alii.

[1864] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[1865] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[1866] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[1867] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1868] Chinazzi, Istoria, tom. 15 Rer. Ital.

[1869] Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Italic.

[1870] Cronica Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1871] Gino Capponi, del tumulto de' Ciompi, tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 14. Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1872] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXIX. Indiz. II.

URBANO VI papa 2. VENCESLAO re de' Romani 2.

Erasi, come abbiam detto, dichiarata in favore dell'_antipapa Clemente Giovanna regina_ di Napoli, a ciò animata dal re di Francia, per li motivi politici, ma non cristiani, che abbiamo accennato di sopra. Però Clemente, affin di confermare nel suo partito i Napoletani, si portò per mare a quella città[1873]. Fu accolto dalla regina colle maggiori dimostrazioni d'ossequio, come se fosse stato legittimo papa; ma non l'intese così il popolo, siccome quello che per _Urbano_, creduto da essi vero papa, e riguardato come compatrioto, nudriva più affetto, mirando per lo contrario in Clemente un assassino della Chiesa di Dio. Fecesi perciò una gran sollevazione contra di lui, di maniera che la regina Giovanna, temendo anche di sè stessa, il fece sloggiare ben presto, e ritornare a Fondi. Perch'egli non si teneva quivi sicuro, nel mese di maggio s'imbarcò co' suoi scomunicati cardinali, a riserva di due, che lasciò in Italia ad accudire a' suoi interessi; e, dopo aver corso varii pericoli per le tempeste di mare, nel dì 10 di giugno arrivò a Marsiglia, e poscia andò a piantare la sua residenza in Avignone. Fece anch'egli de' nuovi cardinali, fece de' processi contra di _papa Urbano VI_, scomunicò i di lui cardinali; e siccome Urbano non men colle armi spirituali che colle temporali avea mossa guerra a lui e a' suoi aderenti, anch'egli altrettanto praticò, con inviar quei soccorsi di gente e di danaro che potè alla _regina Giovanna_, al _conte di Fondi_ e al _prefetto da Vico_, ch'erano della sua fazione. E qui cominciò a vedersi un mostruoso sconvolgimento nella Chiesa di Dio, con darsi dall'uno e dall'altro i medesimi vescovati e benefizii[1874]: dal che nacquero private e pubbliche guerre e stragi. E i grandi, secondochè l'ambizione o l'interesse consigliava, aderivano a chi dei due contendenti più loro offeriva, sposando ora l'uno ora l'altro partito, e prevalendo quasi sempre i cattivi sopra i buoni, e toccando le chiese a persone indegne con sommo esterminio della disciplina ecclesiastica tanto ne' secolari che ne' regolari. Molti ancora dei prelati e preti aderenti ad Urbano furono presi, uccisi od annegati dai Clementini; e saccheggi, incendii ed ammazzamenti furono parimente fatti dall'altra parte[1875]. Gran noia e danno recava intanto ai Romani fedeli di _papa Urbano_ castello Sant'Angelo, perchè tuttavia detenuto da un uffiziale dell'antipapa; e per questo il papa non potea abitare al Vaticano. L'assedio vi fu posto, e nel dì 29 d'aprile venne costretta quella fortezza alla resa colla fame, o piuttosto con danaro. N'ebbe non poca gioia il pontefice, il quale nello stesso mese fece predicare la crociata contra dell'antipapa e della regina Giovanna, e prese al suo soldo la compagnia di San Giorgio, composta di masnadieri italiani e tedeschi. Spese bene il suo danaro, perchè costoro diedero una fiera rotta alla compagnia de' Bretoni, che era a' servigi dell'antipapa, facendone grande strage, e prigioni quasi tutti i caporali della medesima[1876]. Succedette questo fatto sotto Marino nel dì 28 d'aprile. _Alberto conte di Barbiano_, ossia di Cuneo, era il condottiere d'essa compagnia di San Giorgio, a cui si unirono anche le soldatesche romane. Questo fu il colpo che maggiormente affrettò l'antipapa a fuggirsene d'Italia. Dopo questi fatti la regina Giovanna, per placare il popolo, si mostrò inclinata ad abbandonar l'antipapa, e mandò anche suoi ambasciatori a Roma. Per colpa di chi avvenisse, nol so dire; ben so che nulla ne seguì; e tornati gli ambasciatori, continuarono le ostilità fra essa e papa Urbano, il quale intanto inviperito cercava le vie di torle il regno, siccome in fatti avvenne dipoi, per quanto vedremo. I Bolognesi[1877], prevalendosi, di tali sconcerti, si rimisero maggiormente in libertà; e, per meglio sostenersi, fecero lega coi comuni di Firenze, Perugia e Siena, sempre nondimeno aderendo ad _Urbano VI_, papa legittimo.

Strepitosa fu nell'anno presente la guerra de' Veneziani e Genovesi. Il racconto di essa esigerebbe più carte ma io, seguitando la brevità, ne accennerò solamente i fatti più importanti, rimettendo per gli altri men riguardevoli il lettore a Daniello Chinazzi[1878], al Caresino[1879], ai Gatari[1880] e al Redusio[1881]. Di molte prodezze avea fatto _Vittor Pisani_ coll'armata navale veneta nell'Adriatico; ma questa armata si trovò molto sminuita e snervata per li patimenti del verno e per mancanza delle vettovaglie, indarno richieste e indarno aspettate da Venezia. Tuttavia, essendo sopraggiunta a Pola, dove egli si trovava, l'armata navale de' Genovesi, comandata dal valoroso _Luciano Doria_, il Pisani, sopraffatto dalle istanze de' suoi, benchè alcune delle sue galee gli mancassero, perchè non peranche spalmate, andò ad assalirla. Crudelissima fu la battaglia nel dì 5 oppure 6 di maggio; sul principio vi restò morto da un colpo de' nemici il _Doria_ generale de' Genovesi, e presa la capitana. Ma sopraggiunte dieci altre galee genovesi, poste dianzi in aguato, non potè reggere la flotta veneta. Quindici galee rimasero in potere de' vincitori con più di due mila prigioni, parte dei quali fu decapitata dagli inumani Genovesi in vendetta dell'ucciso generale. Vittor Pisani con sette altre galee salvatosi, andò a presentarsi al consiglio in Venezia; e quasichè la sfortuna e l'evento sinistro di un fatto d'arme fosse un delitto, fu, senza ascoltar sue scuse, cacciato in prigione. Ora per tal vittoria insuperbiti i Genovesi, si misero in pensiero di procedere innanzi per espugnar, se poteano, l'inespugnabil città di Venezia. Gran coraggio facea loro a tale impresa anche _Francesco da Carrara_ signor di Padova lor collegato, ed implacabil nemico dei Veneziani. Venne anche loro un abbondante rinforzo di legni, d'armati e di munizioni da Genova, condotto da _Pietro Doria_, nuovo generale di tutta l'armata. Pertanto nel dì di Pentecoste comparvero i Genovesi al porto di San Niccolò di Lido; entrarono in Chiozza picciola, ed unitisi con loro i ganzaruoli, legni sottili inviati dal Carrarese, nel dì 16 d'agosto diedero un furioso assalto di molte ore alla stessa città di Chiozza grande, e se ne impadronirono colla morte di circa ottocento sessanta Veneziani, e prigionia di circa tre mila e ottocento. Fu data a sacco la misera città. A tale conquista tenne dietro quella di Loreo, della torre delle Bebbe e d'altri siti; e la vittoriosa armata scorreva sino a Malamocco, abbandonato da' Veneziani. Non si può esprimere la costernazione che tal perdita e il brutto aspetto di peggiori conseguenze cagionarono nell'animo dei Veneziani, gente in tante altre disavventure sempre coraggiosa e costante. _Andrea Contareno_ doge non lasciò di far cuore ad ognuno, e fu risoluto nel consiglio d'inviare ambasciatori a _Pietro Doria_ per trattar di pace, con un foglio in bianco, per accettar le condizioni anche più dure, purchè fosse in salvo la libertà di Venezia. Il signor di Padova, siccome uomo saggio, consigliò di accettar la pace. Ma il Doria non altra risposta diede agli ambasciatori, se non la seguente: _Alla fè di Dio, signori Veneziani, non avrete mai pace da noi, se prima non mettiamo la briglia a quei vostri cavalli sfrenati che stanno sopra la porta della chiesa di san Marco. Imbrigliati che sieno, vi faremo stare in buona pace_. E ricusati i prigioni genovesi, con dire, che sperava di venir presto in persona a liberarli, con sì aspre maniere li licenziò. L'alterigia genovese fu la salute di Venezia[1882]. Molto ancora a salvarla contribuì l'ambizione ed avarizia loro; perciocchè se avessero rilasciata Chiozza al Carrarese, che ne faceva istanza, per attender essi colla loro armata a maggiori imprese, forse diverso esito avrebbe avuta la presente guerra. Ma si può credere che Iddio volesse salva in mezzo a tanti pericoli la nobilissima città di Venezia.

Spirata la speranza della pace, ad altro non pensarono i saggi Veneziani che a prepararsi per una gagliarda difesa. Ma ritrovarono il popolo mal disposto, perchè tutti bramavano per capitano di mare il valoroso ed innocente _Vittor Pisani_, e questi era nelle carceri[1883]. Fu dunque presa la determinazione di metterlo in libertà, con pregarlo di dimenticar le ingiurie, e di avere per raccomandata la patria: il che non solo promise egli di fare, ma fece in effetto da lì innanzi con una gloriosa intrepidezza e costanza. L'allegria e il coraggio per questo si diffuse nel popolo tutto; ed essendo stato proposto di armare quaranta nuove galee, con promettere la nobiltà a chi maggiormente impiegasse uomini e denari in soccorso del pubblico, mirabil cosa fu il vedere la gara de' benestanti che andavano ad offerir sè stessi, i lor figliuoli, oppur somme rilevanti di danaro; di modo che in breve tempo fu rimessa in piedi una fiorita armata di legni e di gente, tutta pronta a dare il suo sangue in aiuto della patria. Leggesi nelle Storie del Chinazzi e dei Gatari il ruolo di coloro che generosamente contribuirono ad armare la suddetta flotta. Capitan generale di essa volle essere lo stesso doge _Andrea Contareno_; ammiraglio ne fu dichiarato _Vittor Pisani_. Intanto avendo _Lodovico re d'Ungheria_ inviati a _Francesco da Carrara_ dieci mila de' suoi combattenti[1884], sotto il comando di _Carlo_ figliuolo del già _duca di Durazzo_, spedì esso Carrarese _Francesco Novello_ suo figliuolo colle altre sue forze all'assedio di Trivigi, lasciando che i Genovesi a lor talento si regolassero nella guerra. Trivigi fece bella difesa, e deluse tutti gli attentati de' nemici. Moltissimi fatti d'armi, parte favorevoli, parte contrarii, accaddero dipoi fra i Veneziani e Genovesi, ch'io tralascio, ristringendomi a dire, che accidentalmente attaccato il fuoco ad una cocca all'imboccatura del porto di Chiozza, questi si affondò, e chiuse la bocca di esso porto, con serrare nello stesso tempo in quella città i Genovesi. Fecero ben questi delle incredibili prodezze; ma non minori furono quelle de' Veneziani, i quali finalmente misero il formale assedio alla città di Chiozza. Prima di questi tempi, cioè nel giugno di quest'anno, era stato spedito _Carlo Zeno_ valente capitano dai Veneziani in corso per infestare i Genovesi con nove galee. Diede egli il sacco alla riviera di Genova; fece di ricchissime prede; e sopra tutto nel dì 17 di ottobre prese una cocca de' Genovesi appellata la Bichignona, la maggiore e più ricca che allora solcasse il mare, in cui trovò merci di valore immenso, ascendente, per quanto fu detto, a più di cinquecento mila fiorini d'oro. Ma avvisato finalmente il Zeno de' bisogni della patria, lasciò il gustoso mestiere di corsaro, e se ne tornò a Venezia, conducendo seco quattordici galee, perchè in viaggio s'era accresciuto il suo stuolo. Con gran giubilo de' suoi concittadini arrivò nel dì primo di gennaio, e ritrovò che seguitava l'assedio di Chiozza non senza gran mortalità dall'una e dall'altra parte. Anch'egli fatto condottiere dell'armata, s'applicò ad obbligar quella città alla resa.

Per dar qualche aiuto a' Veneziani suoi collegati, _Bernabò Visconte_ in quest'anno condusse al suo soldo[1885] la compagnia della Stella, composta di masnadieri. Capo di essi era _Astorre de' Manfredi_ signor di Faenza, che indarno avea tentato di penetrar nel Modenese e Bolognese. Spinse il Visconte costoro all'improvviso nel dì 2 di luglio addosso ai Genovesi. Si fermarono essi a San Pier d'Arena in numero di circa quattro mila armati, buona parte cavalleria, e fecero un netto del paese. Perchè in Genova si dubitava di discordia e di cattive intelligenze, _Niccolò di Guarco_ doge col suo consiglio giudicò meglio di adoperare l'esorcismo dell'oro per dissipare il mal tempo. Con diciannove mila fiorini d'oro gl'indusse ad andarsene con Dio. Andarono; ma che? Siccome gente di niuna fede, nel dì 22 di settembre eccoli comparir di nuovo nella villa d'Albaro presso alla città. Allora i Genovesi irritati da questo tradimento, presero le balestre e l'altre armi, e nel dì 24 usciti della città sul far del giorno, coraggiosamente gli assalirono, li ruppero, e ne fecero prigionieri assaissimi, con prendere tre bandiere di Venezia e Milano. Astorre Manfredi fatto prigione, con aver promessa buona somma di danaro a due Genovesi, in abito da contadino ebbe la fortuna di salvarsi. Fu intrapreso in quest'anno, siccome dissi, l'assedio di Trivigi da _Francesco da Carrara_ signor di Padova[1886], e colà arrivò _Carlo_, soprannominato _dalla Pace_, figliuolo del fu _duca di Durazzo_, della prosapia di _Carlo II re_ di Napoli, che seco, per ordine del re d'Ungheria, condusse dieci mila cavalli. Nella Cronica Estense[1887] non si parla se non di otto cento cavalli. Da Venezia gli furono spediti ambasciatori per trattare di pace. Nulla si conchiuse di questo; ciò non ostante, si lasciò egli corrompere dalla sete del denaro, e permise che i Veneziani introducessero quanta vettovaglia lor piacque in quella città e in varie castella: il che fu cagione che i Padovani, trovandosi traditi da chi men lo dovea, sciogliessero lo assedio di Trivigi. Intanto _papa Urbano VI_ maneggiava un segreto trattato per condurre esso _principe Carlo_ alla conquista del regno di Napoli: impresa molto desiderata da _Lodovico re_ d'Ungheria, il cui odio contro la _reina Giovanna_ non mai s'era rallentato. Per dispor meglio le cose, se ne tornò Carlo in Ungheria, risoluto di procedere nell'anno vegnente alla volta di Napoli. Bench'io abbia raccontata nel precedente anno la discordia di _Bernabò Visconte_ coi fratelli _Scaligeri_ signori di Verona e Vicenza, pure[1888] vien creduto che solamente in quest'anno nel dì 13 di maggio seguisse, se non la guerra, almen la pace fra loro. Vi s'indusse Bernabò, perchè avendo spedito _Giovanni Aucud_ co' suoi Inglesi, e il _conte Lucio_ Lando co' suoi Tedeschi ai danni del Veronese, se ne ritirarono dopo venti giorni con loro perdita: il che fu preso per un tradimento da Bernabò[1889]. Nè volendo egli per questo pagarli, que' masnadieri fecero di gran saccheggio e bottino sul Bresciano e Cremonese. Li bandì Bernabò, e pubblicò una taglia contra di loro, ma ciò fu creduto una finzione. Andarono poi costoro in Romagna, e di là in Toscana.

NOTE:

[1873] Clementis VII Vita, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[1874] Theodoricus de Niem., Histor.

[1875] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Vita di santa Caterina da Siena.

[1876] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1877] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1878] Chinazzi, Istor., tom. 15 Rer. Ital.

[1879] Caresin., Chron., tom. 13 Rer. Ital.

[1880] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[1881] De Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[1882] Caresin., Chron., tom. 12 Rer Ital.

[1883] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[1884] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[1885] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.

[1886] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[1887] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXX. Indiz. III.

URBANO VI papa 3. VENCESLAO re de' Romani 3.