Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 66

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Continuò bensì la guerra in Lombardia, ma assai melensamente, perchè era in piedi un vigoroso trattato di pace[1803]. Nel dì 26 d'aprile l'esercito della Chiesa e di _Niccolò marchese_ d'Este passò su quel di Parma e Piacenza a' danni di quei paesi, e vi stette a bottinare sino al dì 3 di giugno. Copiosamente ancora fornì di gente e di munizioni le castella già ivi conquistate dal papa, e restate in suo potere. Nel ritorno diede il guasto intorno alle castella de' Fogliani di Reggio, perchè _Guido Savina_ da Fogliano, senza curar i nipoti, figliuoli del giustiziato _Francesco_, le avea sottomesse a _Bernabò Visconte_. Fu anche dato il sacco ai contorni di Carpi, per gastigare _Giberto Pio_ che s'era collegato con Bernabò. Nello stesso tempo _Marsilio Pio_ suo fratello stava attaccato al marchese d'Este. Ciò che impedì altre militari imprese fu la pioggia continuata per più settimane, che guastò le biade in erba, nè lasciò fare la raccolta de' fieni. Succedette perciò una gravissima carestia per quasi tutta l'Italia. E con questo malanno si collegò anche la pestilenza, che mirabili stragi fece in Milano, Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Bologna, o, per dir meglio, in quasi tutta la Lombardia[1804]. Si provò lo stesso flagello di carestia e moria in Roma, Firenze, Pisa ed altre città della Toscana, Romagna e Marca, siccome ancora in Avignone ed altri luoghi della Francia; per lo che rimasero spopolate alcune città. Finalmente, giacchè non si potè per ora conchiudere la pace fra la Chiesa e i Visconti, si stabilì almeno, per interposizione dei duchi di Austria, la tregua d'un anno, la quale fu bandita nel dì 6 di giugno. Probabilmente prima di questo tempo le milizie pontificie, che col vescovo di Vercelli assediavano la cittadella di Vercelli, dopo aver impedito i soccorsi che v'inviò _Galeazzo Visconte_, se ne impadronirono: con che tutta quella città restò all'ubbidienza della Chiesa. Se si vuol credere al Rinaldi[1805], in quest'anno i Vigevanaschi, i Piacentini e Pavesi si ribellarono a _Galeazzo Visconte_, e si diedero alla Chiesa: cosa, a mio credere, lontana dal vero, perchè niuna di queste città nel temporale truovo io che facesse mutazione alcuna. Secondo il Corio[1806], _Amedeo conte di Savoia_ non solamente si staccò dalla lega del papa, ma eziandio si collegò con _Gian-Galeazzo conte_ di Virtù, figliuolo di _Galeazzo Visconte_. Ma non appartiene all'anno presente un tal fatto. Solamente nell'anno seguente, per attestato del medesimo storico, Gian-Galeazzo fu emancipato dal padre, ed autorizzato a potere far guerra e pace, con avergli assegnato il governo di Novara, Vercelli, Alessandria e Casale di Santo Evasio. Quanto poi alla concordia col conte di Savoia, il Guichenone[1807] ne rapporta lo strumento, e la fa vedere stipulata nel dì 29 d'agosto del 1378.

Ma _Bernabò_, che durante la tregua non potea impiegare i suoi pensieri in imprese di guerra, li rivolse tutti alla caccia. Questo era il suo più favorito divertimento[1808], e per cagion d'esso ancora commise infinite crudeltà: mestiere per altro sempre a lui familiare. Sotto pena della vita e perdita di tutti i beni proibì a chi che sia l'uccidere cignali ed altre fiere; e questa barbarica legge fece eseguire a puntino, anzi stese i suoi processi a chi nei quattro precedenti anni ne avesse ucciso o ne avesse mangiato. In servigio della caccia parimente tenea circa cinque mila cani, e questi distribuiva ai contadini con obbligo di ben nutrirli e condurli ogni mese alla revista. Guai se si trovavano magri, peggio se morti: v'era la pena del confisco dei beni, oltre ad altre pene. Più temuti erano i canetieri di Bernabò che i podestà delle terre. E, quantunque per le guerre, per la carestia e moria fossero i suoi sudditi affatto smunti, accrebbe smisuratamente le taglie e i tributi, per adunar tesori da far nuove guerre. Alla vista e al rimbombo di queste ed altre tirannie di sì disumanato principe tutti tremavano, nè alcuno ardiva di zittire. Due frati minori, che osarono di muover parola a lui stesso di tante estorsioni, li fece bruciar vivi[1809]. Merita ora _Francesco Petrarca_ che si faccia menzione della sua morte, accaduta nel dì 18 di luglio dell'anno presente nella deliziosa villa d'Arquà del Padovano[1810]. Tale era il credito di questo insigne poeta a' suoi tempi, che _Francesco da Carrara_ signor di Padova e copiosa nobiltà vollero colla lor presenza onorare il di lui funerale. Ad esso Petrarca grande obbligazione hanno le lettere, perchè egli fu uno de' principali a farle risorgere in Italia. In questi tempi gran guerra ebbero i Sanesi[1811] coi Salimbeni loro ribelli. E tornato il _duca d'Andria_ nel regno di Napoli con un'armata di Franzesi, Guasconi ed Italiani, in numero di più di quindici mila combattenti, si condusse verso Capoa ed Aversa[1812]. Non dormiva la _regina Giovanna_; anch'ella mise in campo un esercito numeroso. Ma per le esortazioni del conte camerlengo suo zio, il duca lasciò l'impresa, e se ne tornò di nuovo in Provenza. Veggendosi così abbandonate le sue truppe, formarono una compagnia sotto varii capitani, e s'impadronirono di una terra della duchessa di Durazzo. La regina, col regalo lor fatto di dieci mila fiorini, si sgravò di costoro, e rivolse il mal tempo addosso ad altri paesi.

NOTE:

[1802] Cron. Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1803] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1804] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer, Ital.

[1805] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1806] Corio, Istor. di Milano.

[1807] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.

[1808] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1809] Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.

[1810] Tomasini, Petrarca rediviv.

Anno di CRISTO MCCCLXXV. Indiz. XIII.

GREGORIO XI papa 6. CARLO IV imperadore 21.

Per la tregua fatta coi Visconti, e per la disposizione ancora ad una pace, pareva che omai si dovesse sperar la quiete in Italia. Ma eccoti dalla Lombardia passare l'incendio della guerra negli Stati della Chiesa. _Gregorio XI_ era buon papa, ma buoni non erano gli uffiziali oltramontani da lui mandati al governo d'Italia[1813]. Tutti attendevano a divorar le rendite della camera pontificia, e tutti a cavar danari per ogni verso, nè giustizia era fatta da loro: di maniera che i pastori della Chiesa (così erano chiamati), oltre al discredito, aveano guadagnato l'odio e la disapprovazione di tutti. Trascorre in questo argomento con molte esagerazioni l'autore della Cronica di Piacenza[1814], assai ghibellino, per quanto si vede, di cuore. _Guglielmo cardinale_ legato di Bologna ebbe, in questi tempi, un trattato segreto per occupar la bella terra di Prato ai Fiorentini, e, mostrando di non poter più mantenere le soldatesche, delle quali s'era servito contro i Visconti, le spinse alla volta di Toscana. Ne fu gran mormorio e sdegno in Firenze; e que' maggiorenti, i più allora inclinati al ghibellinismo, dal desiderio della vendetta si lasciarono trasportare ad esorbitanti risoluzioni contra del buon pontefice, tradito da' suoi ministri. Perciò si fornirono di gente d'armi, e a forza di danaro seppero ritenere _Giovanni Aucud_, che, entrando nel loro distretto co' suoi Inglesi, non facesse acquisto alcuno. La Cronica di Siena[1815] ha, che gli pagarono centotrenta mila fiorini d'oro, de' quali gravarono i cherici loro per settantacinque mila. Qui non finì la faccenda. Cominciarono ancora con segrete congiure a sommuovere le città della Chiesa a ribellione, promettendo a cadauna favore ed aiuto, acciocchè ricuperassero la perduta libertà. Nello stesso tempo fecero lega con _Bernabò Visconte_. Anzi abbiamo dal suddetto cronista sanese che lega fu fatta fra _Bernabò Visconte_, la _reina Giovanna_, i _Fiorentini, Sanesi, Pisani, Lucchesi_ ed _Aretini_, _per riparare agl'iniqui cherici_. La prima città che alzò la bandiera della libertà colle spalle de' Fiorentini, nel mese di novembre fu la città di Castello oppure Viterbo, Monte Fiascone e Narni. Il _prefetto da Vico_, avuto Viterbo, in pochi dì s'impadronì anche della rocca[1816]. Successivamente nel dicembre si ribellarono Perugia, Assisi, Spoleti, Gubbio ed Urbino: della qual ultima città s'impadronì _Antonio conte di Montefeltro_, siccome ancora di Cagli. _Rinaldino da Monteverde_ si fece signore di Fermo. Ecco già un grande squarcio fatto agli Stati della Chiesa romana. Verso quelle parti inviò il legato _Giovanni Aucud_ colla sua forte compagnia d'Inglesi, che era al soldo della Chiesa. Ma quel furbo maestro di guerra nulla fece di rilevante, e lasciò che i Perugini tutti in armi divenissero padroni anche delle due fortezze della loro città. Mangiava costui a due ganascie, perchè segretamente tirava una pensione da' Fiorentini. In somma in pochi giorni si sottrassero al dominio della Chiesa ottanta fra città, castella e fortezze, nè si trovò chi facesse riparo a sì gran piena.

Giunse in quest'anno nel dì 17 oppure 19 d'ottobre al fine de' suoi giorni _Can Signore dalla Scala_ signore di Verona e Vicenza[1817]. Suo fratello _Paolo Alboino,_ siccome legittimo, avrebbe dovuto succedere in quella signoria, ma egli era detenuto prigione in Peschiera, e Cane, pensando più al mondo da cui si partiva, che all'altro a cui s'incamminava, prima di morire, il fece barbaramente strangolare, affinchè, senza contrasto, succedessero nel dominio i due suoi figliuoli bastardi Bartolomeo ed Antonio, i quali già avea fatto proclamar signori, dappoichè vide disperata la sua salute. Fu pubblicamente esposto il cadavero d'Alboino, e per questo cessò ogni pericolo di commozione. Ma, essendo i suddetti suoi figliuoli in età meno di sedici anni, corse _Galeotto Malatesta_, lasciato insieme con _Niccolò marchese_ di Ferrara per loro curatore; ed esso marchese e _Francesco da Carrara_ vi spedirono gente per lor sicurezza. In questi tempi trovandosi vedova _Giovanna regina_ di Napoli per la morte già seguita dell'infante suo terzo marito, pensò di passare a nuove nozze[1818], consigliata a questo o da' suoi ministri, o dal timore di _Lodovico re_ d'Ungheria e Polonia, che tuttavia andava mantenendo, anzi producendo le sue pretensioni sopra quel regno, o sopra il principato di Salerno e la contea di Provenza. Dava ancora molto da sospettare alla regina _Carlo di Durazzo_, figliuolo del già _Luigi_ suo zio, il quale allora si trovava a' servigi del suddetto re Lodovico in Ungheria. Ancor questi aspirava al regno pel diritto del sangue. Mise dunque Giovanna gli occhi, benchè in lontananza, addosso ad _Ottone duca di Brunsvich_, e a lui diede la preminenza nella scelta d'un marito[1819]. Per nobiltà, se si eccettuavano i re della schiatta franzese, niuno gli andava innanzi, perchè discendeva dall'antica e nobilissima linea estense guelfa di Germania, che avea prodotto illustri duchi e un imperadore. Pochi poi il pareggiavano nel valore e nella saviezza. Da alcuni anni in qua egli dimorava in Monferrato, lancia e scudo ai teneri figliuoli del fu _marchese Teodoro_ suo parente. Per li suoi importanti servigi unitamente con essi figliuoli era investito delle città d'Asti e d'Alba, e della terra di Montevico, e non men d'essi dichiarato vicario generale dell'imperio in quelle parti da _Carlo IV Augusto_. Accettò questo principe l'offerta del regal matrimonio, e nell'anno seguente si diede compimento al contratto, ma colla condizion che la reina gli farebbe comune il letto, ma non il trono.

NOTE:

[1811] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1812] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[1813] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. eod.

[1814] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1815] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1816] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1817] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1818] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXVI. Indiz. XIV.

GREGORIO XI papa 7. CARLO IV imperadore 22.

Sempre più andarono peggiorando in quest'anno gli affari temporali della Chiesa romana in Italia. Pareva che tutti i popoli, anche delle più minute terre, andassero a guadagnar indulgenza, ribellandosi al papa loro legittimo signore. Ascoli si rivoltò; Civita Vecchia, Ravenna ed altre città non vollero essere da meno. _Guglielmo cardinale_ legato apostolico tenne colla sua presenza per quanto potè in ubbidienza la città di Bologna[1820]; ma quel popolo al vederne tanti altri, che, scosso il giogo, aveano ripigliata la libertà, segretamente ancora stuzzicato da' Fiorentini, autori di tutte queste sedizioni, finalmente nella mattina del dì 20 di marzo, mostrando sospetto che il cardinale fosse dietro a vendere Bologna a _Niccolò marchese_ di Ferrara[1821] per mancanza di danari (che neppur un soldo veniva da Avignone), levarono rumore, e presero il palazzo. Fuggì travestito il legato, e poscia se ne andò a Ferrara. Fu dato il sacco a tutto il suo avere e a tutta la famiglia sua. Poscia, dacchè si furono que' cittadini impadroniti del castello di San Felice, che furiosamente fu smantellato, formarono governo popolare, e mandarono a Firenze per aver soccorso. Prima di questo avvenimento, cioè sul fine di dicembre, anche la città di Forlì[1822], dopo avere scacciata la fazione guelfa, si sottrasse alla signoria della Chiesa, e nel dì dell'Epifania dell'anno presente acclamò per suo signore _Sinibaldo_, figliuolo di _Francesco degli Ordelaffi_, il quale nell'anno 1373 era mancato di vita in servigio de' Veneziani.

A sì fatti sconcerti vennero dietro in breve innumerabili mali in Italia. Soggiornava in Faenza il vescovo d'Ostia, conte della Romagna; e perciocchè _Astorre_ ossia _Astorgio de' Manfredi_ teneva pratiche per far ribellare ancor quella città, nè mancavano ivi risse e tumulti, chiamò colà _Giovanni Aucud_, che co' suoi Inglesi era all'assedio di Granaruolo[1823]. Entrato che fu l'Aucud colla sua gente, cominciò a fare istanza per le sue paghe. Perchè era vota la borsa del ministro pontificio, trovò l'iniquo inglese la maniera di pagarsi alle spese dell'infelice città[1824], oppur ciò fu a lui ordinato, come fama corse, dallo stesso conte della Romagna, ch'era il peggior uomo del mondo. Col pretesto dunque che meditassero ribellione, trecento de' principali cittadini cacciò in prigione; spinse fuor di città gli altri (erano circa undici mila persone dell'uno e dell'altro sesso), con ritener solamente quelle donne che piacquero a lui ed ai suoi. Tutta la città con inudita crudeltà fu interamente data a sacco, e vi restarono trucidate circa trecento persone, massimamente fanciulli. Ecco quai cani tenessero allora al suo servigio in Italia i ministri pontificii. Nel mese d'aprile anche Imola si sottrasse all'ubbidienza del papa, e ne divenne poco appresso padrone _Beltrame degli Alidosi_. Di Camerino parimente e di Macerata in queste rivoluzioni s'impadronì _Ridolfo da Varano_, personaggio di gran valore. Chiaramente conobbe allora _papa Gregorio XI _a quanti malanni avessero non men egli che i suoi predecessori esposta l'Italia, e soprattutto gli Stati della Chiesa colla lor lontananza. Perciò allora fu che prese la risoluzione di trasportar la corte di qua da' monti per timore di perdere tutto, giacchè Roma stessa tutta era in confusione, e buona parte de' baroni romani in rivolta. Ma conoscendo che la presenza sua sarebbe riuscita un inutile spauracchio, se non veniva fiancheggiata dall'armi, assoldò in breve tempo un esercito di Bretoni sì poderoso, che, secondo il comune uso d'ingrandir sempre il numero de' combattenti e i successi delle battaglie, fama fu che ascendesse a quattordici mila cavalli. Alcuni dicono dodici mila. Buonincontro[1825] non li fa più di sei mila cavalli, ed altri non più di quattro. Certo non furono solamente ottocento, come ha il Corio[1826]. Diede il pontefice il comando di quest'armata a _Roberto cardinale_ della basilica de' dodici Apostoli, fratello del conte di Genevra, cioè ad un mal arnese, che zoppicava d'un piede, e maggiori vizii nascondeva nel petto.

Costui, dichiarato legato apostolico, calò in Italia, e sul principio di luglio arrivò con quella perfida e bestial gente sul Bolognese[1827]. Dopo essersi impadronito di Crespellano, Monteveglio ed altri luoghi, cominciò delle fiere ostilità contra de' Bolognesi; ma più si applicò a dei trattati segreti per ricuperar Bologna. _Ridolfo da Camerino_, generale de' Fiorentini, che ivi si trovava, uomo accorto, non mai volle uscire a battaglia. Proverbiato per questo, rispondeva: _Io non voglio uscire, perchè altri entri_. Nel dì 11 di settembre scoperte le mine tenute da esso cardinale in Bologna, ne pagarono il fio alcuni nobili che teneano mano alla congiura, coll'esserne stati alcuni decapitati, ed altri banditi. Continuò poi per tutto l'autunno la guerra sul Bolognese, commettendo i Bretoni ogni maggior crudeltà, con desolar tutto, e incendiar molte migliaia di case. Il Cronista Bolognese[1828] ce ne lasciò una lagrimevol descrizione, accompagnato da gravi doglianze contro i pastori della Chiesa. _I Fiorentini_ e _Bernabò Visconte_ non dimenticarono di dar soccorso in questi pericoli a Bologna. Ma _Niccolò marchese di Ferrara_ favoriva la parte del papa, e fu creduto che il cardinale gli volesse vendere quella città. Intanto il papa conchiuse pace con _Galeazzo Visconte_[1829], rilasciando a lui la città di Vercelli, Castello San Giovanni, e circa cento altre castella sul Piacentino, Pavese e Novarese: con che Galeazzo sborsasse in varie rate ducento mila fiorini d'oro. Ma ripugnando il vescovo di Vercelli a restituire Vercelli, Galeazzo ne entrò in possesso solamente nell'anno seguente, essendo stato tradito il vescovo da' suoi, e fatto prigione. Allo sdegno del papa contra de' Fiorentini, i quali aveano eccitato sì grave incendio negli Stati della Chiesa, parve poco il mettere l'interdetto a Firenze, il fulminare contra di quei magistrati le più terribili scomuniche ed altre pene. Stese ancora il gastigo contra di qualunque Fiorentino che si trovasse in Europa, dando facoltà a cadauno di farli schiavi, e di occupar le loro mercatanzie ed ogni loro avere; e però in qualche luogo di Francia ed Inghilterra[1830], quasi fosse un enorme delitto l'essere Fiorentino, fu mirabilmente eseguita la concession papale, benchè si trattasse di tante persone innocenti, le quali niuna relazion aveano colle risoluzioni prese in Firenze: cosa che può far orrore ai nostri giorni, e dovea farlo anche allora. Furono cacciati da Avignone, e ne fuggirono da altri paesi per paura di tali pene tanti Fiorentini, che, venuti in Italia, poteano formare un'altra città. Fu posto l'interdetto a Pisa e a Genova, perchè que' popoli non aveano scacciato i Fiorentini.

La speranza intanto di rimediare a tanti sconvolgimenti di cose parea riposta nella venuta del pontefice; nè mancarono persone pie, e, fra l'altre, santa _Caterina da Siena_, che con lettere calde il sollecitarono a tal risoluzione, promettendogli cose grandi, se si lasciava vedere in Italia[1831]. Perciò, venuto egli a Marsiglia nel dì 22 di settembre, e servito dipoi dalle galee della _regina Giovanna_, de' _Genovesi_ e _Pisani_, s'imbarcò nel dì 2 d'ottobre, e nel dì 18 arrivò a Genova, dove si fermò alquanti giorni, a cagion del mare grosso, che per tutto il viaggio gli fu contrario, di modo che per quella fortuna si affogò il vescovo di Luni, e si ruppero molti legni. Finalmente giunse a Corneto, e, quivi sbarcato, celebrò poi le feste del santo Natale. Accorsero gli ambasciatori romani[1832] a complimentarlo, e gli diedero con uno strumento il pieno ed assoluto dominio di Roma, conservando nondimeno varii loro usi e privilegii. Guerra fu in questo anno fra _Leopoldo duca_ d'Austria e i _Veneziani_ per segreti impulsi, come fu creduto, di _Francesco da Carrara_[1833]. Possedeva il duca le città di Feltro e di Belluno. Di colà a dì 15 di maggio spedì egli senza disfida alcuna tre mila cavalli addosso al territorio di Trevigi, che fecero in quelle parti un gran guasto, e piantarono dipoi due bastie a Quero. Forniti che si furono di gente i Veneziani, espugnarono quelle bastie, e il lor generale _Jacopo de' Cavalli_ Veronese passò fin sotto Feltro, e vi mise l'assedio, ma poi se ne ritirò. Succedette anche un fatto d'armi colla peggio de' Veneziani. Interpostosi finalmente mediatore _Lodovico re _d'Ungheria, seguì fra loro una tregua di due anni, che fece depor l'armi ad amendue le parti. Arrivato a Napoli[1834] nel dì 25 di marzo dell'anno presente_ Ottone duca di Brunsvich_, solennemente sposò la _regina Giovanna_. Riuscì parimente in quest'anno[1835] a _Carlo IV imperadore_ di far eleggere _Venceslao_ suo figliuolo re de' Romani: il che seguì nelle feste di Pentecoste; ma gli convenne comperar questa elezione dagli elettori con esorbitante somma di danaro; cioè con promettere a cadaun di essi venti mila fiorini. Ne scarseggiava egli assaissimo, e però impegnò loro i dazii e le rendite dell'imperio.

NOTE:

[1819] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 22 Rer. Ital.

[1820] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffon., Chron., tom. eod.

[1821] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1822] Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.

[1823] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[1824] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1825] Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.

[1826] Corio, Istoria di Milano.

[1827] Matth. de Griffon., Chronic., tom. 18 Rer. Ital.

[1828] Cronica di Bologna, tom. eod.

[1829] Gazata, Chron., tom. eod.

[1830] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.

[1831] Vita Gregorii XI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1832] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCLXXVII. Indiz. XV.

GREGORIO XI papa 8. CARLO IV imperadore 23.