Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 65
Altro destino ebbe la guerra di Bernabò col marchese estense. _Ambrosio_ suo figliuolo bastardo, scelto per capitano colla sua armata, collegato con _Manfredino signor di Sassuolo_, venne da Reggio a dare il guasto al territorio di Modena[1775]. Gli furono a fronte le genti del marchese, del legato pontificio, del Carrarese e de' Fiorentini, e corsero anche esse a' danni del Sassolese. Poscia nel dì 2 di giugno vennero alle mani le due nemiche armate. La sanguinosa battaglia durò ore quattro continue; voltò in fine la spalle quella de' collegati, con essere rimasti prigionieri _Francesco e Guglielmo da Fogliano_, nobili reggiani, capitani dell'Estense e della Chiesa, e _Giovanni Rod_ Tedesco capitano de' Fiorentini, e circa mille soldati. Nè si dee tacere una delle tante crudeltà di Bernabò. Nel dicembre di quest'anno fece intimar la morte al suddetto Francesco da Fogliano, se non gli consegnava tutte le castella esistenti nel Reggiano. Ma non era in sua mano il darle, perchè v'era guarnigione del papa e del marchese Niccolò; e _Guido Savina_ suo fratello, che in esse castella soggiornava, benchè scongiurato, sempre ricusò di consegnarle. Fece Bernabò ignominiosamente impiccare quel prode cavaliere: barbarie divolgata e detestata per tutta l'Italia. La perdita della battaglia suddetta, che si tirò dietro la presa di Correggio, venne da lì a non molto riparata coll'arrivo di numerose squadre d'armati, spedite dal _cardinal Pietro Bituricense_, venuto nel gennaio a Bologna legato apostolico, e da _Giovanna regina_ di Napoli. Queste impedirono a Bernabò il piantare intorno a Modena due bastie, che gli erano costate sessanta mila fiorini d'oro. Ma perciocchè esso Bernabò, volendo prestar soccorso al fratello _Galeazzo_[1776], contra di cui era marciato con molte forze _Amedeo conte di Savoia_, spedì verso Asti il figliuolo Ambrosio, e buona parte dell'esercito suo[1777]: l'armata de' collegati s'inoltrò sul Reggiano e Parmigiano, dove fece immenso bottino, e rovinò il paese per otto giorni. Oltre a ciò, la compagnia degl'Inglesi, sotto il comando di _Giovanni Aucud_, che militava per Bernabò Visconte, terminata la sua ferma, e disgustata, perchè non le fu permesso di venire a battaglia col conte di Savoia, passò ai servigi del papa e de' collegati; e giunta sul Piacentino, dopo aver prese parecchie castella di quel contado, quivi dolcemente si riposò nel verno alle spese de' miseri popoli. Verso lo stesso territorio di Piacenza si inviò nel novembre il conte di Savoia col disegno di entrar sul Milanese; ma i fiumi grossi e le buone difese fatte dai Visconti fecero abortir le sue idee[1778]. Eransi già ritirate ai quartieri le milizie de' collegati, ed era seguita una tregua con Bernabò per mezzo del re di Francia, quando Ambrosio Visconti, senza saputa del padre (per quanto si fece credere), cavalcò con tutte le sue genti di armi sul Bolognese[1779] nel dì 18 di novembre, dove diede un terribil guasto, e bruciò case e palagi. Arrivò fino alle porte di Bologna all'improvviso, niuno aspettando tal visita in vigor della tregua. Ne menò via ben tre mila buoi, e il danno recato si fece ascendere fino a secento mila fiorini d'oro. In Pavia nel dì 3 di settembre di quest'anno finì di vivere _Isabella_ moglie del giovane _Galeazzo Visconte_ conte di Virtù, e figliuola di _Giovanni re di Francia_, principessa che per le sue rare virtù si truova sommamente encomiata negli Annali di Milano e di Piacenza.
Non ostante che s'interponessero gli ambasciatori del legato pontificio, dei Fiorentini e Pisani, per impedir la guerra che s'andava preparando fra i _Veneziani_ e _Francesco da Carrara_ signor di Padova, maniera non si trovò per quetar le differenze[1780]. Severamente furono gastigati alcuni nobili veneti amici del Carrarese, che gli rivelavano i segreti del consiglio. Ma ciò che maggiormente irritò il senato veneto, fu l'avere scoperta un'indignità del Carrarese, il quale segretamente avea spediti a Venezia alcuni suoi sgherri per levar di vita certi altri nobili suoi nemici, perchè attraversavano i trattati della concordia. A molti di quegli assassini costò la vita lo scoprimento del disegno; e per questo si venne all'armi. Gli avvenimenti di essa guerra, in cui fu assistito il Carrarese da _Lodovico re_ d'Ungheria, furono varii, e veggonsi diffusamente descritti dal Caresino, dal Redusio e dai Gatari. Fino poi a questo anno erano durate le fiere nemicizie e guerre fra i re di Napoli Angioini e i re di Sicilia Aragonesi[1781]. Dacchè il _re Pietro_ tolse al _re Carlo I_ la Sicilia, non mai durevol pace seguì fra loro; nel presente anno finalmente stabilirono un accordo _Giovanna regina_ di Napoli e don _Federigo d'Aragona re_ di Sicilia, essendosi indotto l'ultimo a riconoscere dalla regina in feudo quell'isola, e di pagarle annualmente a titolo di censo tre mila once d'oro, cadauna delle quali valeva cinque fiorini d'oro, e per conseguente quindici mila fiorini d'oro per anno: somma veramente pesante; e di usare il titolo di re di Trinacria, e non già di Sicilia, riserbato alla regina Giovanna. Il Fazello[1782] con error grave fa mancato di vita il re Federigo nell'anno 1368. Gli Atti pubblicati dal Rinaldi il comprovano vivo in quest'anno, ed autore della suddetta concordia, la quale fu approvata dal papa. Diede bensì fine al suo vivere nel dì 11 di luglio dell'anno presente[1783] _Malatesta Unghero_ signore di Rimini, e, secondo la Cronica di Bologna[1784], _della sua morte fu gran danno, perchè era prode uomo, come sono stati sempre i Malatesti_. Il dominio degli Stati rimase a _Galeotto_ suo zio e a _Pandolfo_ suo fratello, il quale nell'anno appresso fece anch'egli fine a' suoi giorni. Facendosi in quest'anno la coronazione di _Pietro re_ di Cipri, a cagion della precedenza fra i balii o consoli, insorse gran rissa fra i Veneziani e Genovesi[1785]. In favore de' primi furono i Cipriotti: laonde alquanti Genovesi vennero uccisi, oppure precipitati dai balconi. Portata questa disgustosa nuova a Genova, si sollevò gran rabbia e tumulto in quel popolo, nè tardò quel doge _Domenico da Campofregoso_ a mettere in ordine una possente armata marittima, di cui fu ammiraglio _Pietro da Campofregoso_, fratello del doge, per passare in Cipri a farne vendetta. Questo accidente risvegliò l'antica gara ed odio fra le due nazioni veneta e genovese, onde ne seguirono poi sconcerti e guerre implacabili.
NOTE:
[1769] Gatari, Ist. Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1770] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.
[1771] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1772] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria di Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[1773] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1774] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.
[1775] Annales Mediolan., tom. 16 Rerum Italic. Chronic. Placentin., tom. eod. Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1776] Corio, Istor. di Milano.
[1777] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1778] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1779] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1780] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Andreas de Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1781] Raynaldus, Annal. Eccles.
[1782] Fazell., de Reb. Sic., lib. 9, cap. 6.
[1783] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[1784] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXIII. Indiz. XI.
GREGORIO XI papa 4. CARLO IV imperadore 19.
Per continuare la guerra contro i Visconti _papa Gregorio XI_, come si usava in questi sì sconcertati tempi, impose le decime nell'Ungheria, Polonia, Dania, Svezia, Norvegia ed Inghilterra. L'oro indi raccolto servì ad accrescere le due armate, destinate l'una in Piemonte contra di _Galeazzo Visconte_, e l'altra sul Modenese contra di _Bernabò_, di lui fratello; i quali Visconti erano stati di nuovo scomunicati nella pubblicazion della bolla _In Coena Domini_. La vendetta che ne fece Galeazzo[1786], fu di spogliar gli ecclesiastici sottoposti al suo dominio, e di esiliarli. Più discreto in questo fu Bernabò, quantunque opprimesse i suoi anche egli con esorbitanti gravezze. Ora giacchè era finita la tregua, senza che si fosse potuto intavolar pace fra i Visconti e i collegati, _Bernabò_ nel dì 5 di gennaio spedì parte del suo esercito ai danni del Bolognese[1787], cioè mille uomini d'armi da tre cavalli l'uno, e trecento arcieri. Questa masnada pervenne sino a Cesena saccheggiando tutto il paese. Ma mentre carichi di preda se ne tornavano indietro, venne con loro alle mani, nel passare verso San Giovanni il fiume Panaro[1788], _Giovanni Aucud_ coi suoi Inglesi e coi Bolognesi, e li mise in rotta, con far prigioni circa mille persone. Secondo la Cronica di Piacenza[1789], la maggior parte degli sconfitti si salvò colla fuga; ma non è da credere, perchè erano in paese nemico. Poscia nel dì 20 di febbraio il legato della Chiesa coll'esercito marciò verso Piacenza e Pavia, e si impadronì del castello San Giovanni. Quasi tutte le altre castella del Piacentino ed alcune del Pavese, prevalendo in esse i Guelfi, si ribellarono a _Galeazzo_, dandosi al legato; il che poi fu la loro rovina. Nello stesso tempo _Amedeo conte di Savoia_ con un'altra poderosa armata passò il Po e il Ticino, e giunse sino alle porte di Pavia, dove distrusse i giardini di _Galeazzo Visconte_. Poscia, venuto sul territorio di Milano, si accampò a Vicomercato, dove si fermò alquanti mesi, facendo scorrerie, e mettendo in contribuzione tutto il paese. Seco erano _Ottone duca_ di Brunsvich e _Luchinetto Visconte_. S'inoltrò poscia sul Bresciano a cagion di un trattato di tradimento che avea in Bergamo. Colà penetrò colle sue genti anche il legato pontificio, chiamato in aiuto; e le sue masnade in saccheggi ed incendii si studiarono di non essere da meno degli altri. Affinchè non si unissero col conte di Savoia, accorse l'armata de' Visconti, e presso Monte Chiaro disfece buona parte di esso esercito pontificio, colla morte di circa settecento uomini, e coll'acquisto di cinquecento cavalli. Ma nel dì 8 di maggio comparendo colle loro squadre inglesi e franzesi _Giovanni Aucud_ e il _signore di Cussì_, benchè inferiori di gente, diedero una gran rotta all'esercito de' Visconti nel luogo di Gavardo, ossia al ponte del fiume Chiesi, dove rimasero prigionieri moltissimi nobili italiani e tedeschi, distesamente annoverati dall'autore della Cronica Estense[1790]. Fra i principali si contarono _Francesco marchese_ d'Este fuoruscito di Ferrara; _Ugolino_ e _Galeazzo marchesi_ di Saluzzo, _Castellino da Beccheria, Romeo de' Pepoli, Gabriotto da Canossa, Federigo da Gonzaga, Beltramo Rosso da Parma_, e _Francesco da Sassuolo_, quel medesimo che, per avere ucciso il nobil uomo _Gherardo de' Rangoni_ da Modena, occasionò la presente guerra. _Gian-Galeazzo_ conte di Virtù, figliuolo di _Galeazzo_, che si trovò in quel frangente, per miracolo si salvò.
Narra il Gazata[1791] che in questi tempi passò per Milano e per Pavia un vescovo nipote del papa con seguito di cinquanta persone, il quale si esibì ai fratelli Visconti di trattar di pace col papa. Fu ben veduto, e gli fu dato salvocondotto per passare al campo del conte di Savoia, che si trovava allora sul Milanese. Ma Galeazzo, tenendogli buone spie alla vita, scoprì ch'egli portava seco cento venti mila fiorini d'oro per le paghe del conte. Buon boccone fu questo per lui; tutto sel prese, facendo poi dire al prelato che con sicurezza se n'andasse, ma che non dovea portar sussidii ai suoi nemici. Partissi nel dì 13 di maggio da Sassuolo _Manfredino_ signor di quella terra per andare a Firenze. Appena fu fuori, che quegli abitanti gli serrarono le porte dietro. Volle rientrare, ma non potè. Fu appresso data la terra al _marchese Niccolò Estense_; e così andarono dispersi da lì innanzi i signori di Sassuolo con gastigo meritato da essi per la ribellione al loro signore, e per l'ingiusto ammazzamento del Rangone. All'incontro _Guido Savina da Fogliano_, staccatosi dalla lega, s'accordò con _Bernabò Visconte_, sottomettendo a lui ventiquattro castella ch'egli possedeva nel Reggiano, e ne riportò dei vantaggiosi patti. _Giovanni vescovo_ di Vercelli della casa del Fiesco in quest'anno colle milizie della Chiesa e colla fazion de' Brusati proditoriamente tolse a _Galeazzo Visconte_ quella città, ma non già la cittadella, che si sostenne. In tale occasione barbaricamente essa città tutta fu posta a sacco, non men di quello che era succeduto alla città di Reggio. Era stato cagione l'avvicinamento del conte di Savoia[1792] che alcune valli del Bergamasco, per commozione de' Guelfi, s'erano ribellate a _Bernabò Visconte_. Egli perciò spedì colà, nel mese d'agosto, il prode suo figliuolo _Ambrosio_ con copia grande di gente d'armi per mettere in dovere que' popoli. Trovavasi Ambrosio nella valle di San Martino ad un luogo appellato Caprino, quando gl'infuriati rustici il sorpresero con tal empito, che restò non solamente preso, ma anche vituperosamente ucciso nel dì 17 d'agosto. Da questo colpo fu anche aspramente trafitto il cuore di Bernabò suo padre; e però nel prossimo settembre cavalcò egli in persona con grosso esercito in quella valle, fece grande scempio di quelle genti, le quali in fine umiliatesi ritornarono alla di lui ubbidienza. Orrido e lagrimevole accidente fu l'occorso in quest'anno nella città di Pavia[1793]. Mentre dal castello si portava alla sepoltura il corpo del defunto giovinetto _Carlo Visconte_, figliuolo di _Gian-Galeazzo_, nel passare sul ponte, questo pel peso si ruppe, e caddero nell'acque profonde della fossa murata da amendue i lati più di ottanta persone nobili di varie città di Lombardia, e massimamente di Milano e di Pavia, che tutte rimasero miseramente annegate. Vi si aggiunse un altro caso strano; cioè, appena rotto il ponte, cominciò un diluvio di pioggia e gragnuola, che durò più di due ore: il che servì ancora ad impedire ii soccorso di scale e corde agl'infelici caduti. Il Gazata, autore degno, in questi tempi di maggior fede, riferisce[1794] questo infortunio al dì 3 d'aprile dell'anno seguente, e vuole che vi perissero cento e dieci persone nobili. Dopo la vittoria riportata dall'esercito collegato contra di _Bernabò_ al fiume Chiesi, _Giovanni Aucud_, trovando che molti dei suoi Inglesi erano o rimasti estinti nel conflitto o feriti, e veggendosi in paese nemico senza vettovaglia, oltre all'andare le genti de' Visconti sempre più crescendo, ritirandosi bel bello, si ridusse a Bologna. Gli tenne dietro con gran fretta anche il conte di Savoia coll'esercito suo, e venuto sul Bolognese, quivi si fermò, aspettando indarno le paghe promesse, con desolar intanto quel territorio amico. Finalmente esso conte, non osando passare pel Piacentino e Pavese, fu obbligato, se volle tornare in Piemonte, a prendere la strada del Genovesato: il che gli costò molte fatiche, e perdita di gente e cavalli, terminando con ciò la campagna, senza aver preso che poche castella in Piemonte, e con aver solamente rovinati varii paesi.
_Galeazzo Visconte_ gran guerra fece sul Piacentino, e ricuperò gran parte delle castella ribellate. Si trattò di pace; ma, non fidandosi il papa de' Visconti, i suoi ministri ritrovando più conto in seguitar la guerra, per cui arricchivano molto succiando la pecunia pontificia, e profittando de' saccheggi, andò per terra ogni trattato, e continuò la rovina di quasi tutta la Lombardia. Non era minor fuoco in questi tempi fra i Veneziani e _Francesco da Carrara_ signor di Padova[1795]. La superiorità delle forze de' primi tale era, che il Carrarese, diffidando di potere resistere, cercò di tirar in lega _Alberto_ e _Leopoldo duchi_ di Austria, comperando nondimeno il loro aiuto con cedere ad essi le città di Feltre e di Cividal di Belluno. Perciò quei principi spedirono molte soldatesche contra de' Veneziani sul Trivisano. Più altre ne inviò _Lodovico re_ d'Ungheria e di Polonia, comandate da _Stefano vaivoda_. Intanto _Uguccione_ da _Tiene_, nunzio di papa Gregorio XI, perorava presso i Veneziani per indurli alla pace. Condiscesero essi, ma, conoscendo la lor potenza, diedero varii capitoli contenenti eccessive dimande per parte loro, che il Carrarese sparse dipoi dappertutto _per far conoscere l'ingordigia de' suoi avversarii_. Fra varii incontri e piccioli fatti d'armi, uno spezialmente fu considerabile nel mese di maggio ad una fossa fatta dai Veneziani verso Pieve di Sacco. Sì vigorosamente combatterono allora gli Ungheri, che disfecero l'armata veneta, con far prigioni assaissimi nobili veneti. Ma in un altro fiero conflitto a dì primo di luglio, che riuscì favorevole a' Veneziani, restò prigione lo stesso Stefano vaivoda generale degli Ungheri con altri nobili di sua nazione ed italiani: il che fu d'infinito danno al Carrarese. Imperocchè gli Ungheri protestarono da lì innanzi di non voler più guerra, se non veniva posto in libertà il loro generale. A questo mal tempo se ne aggiunse un altro; e fu, che i Veneziani sollevarono segretamente _Marsilio da Carrara_ contro di Francesco suo fratello signore di Padova. Si scoprì la congiura, e Marsilio ebbe tempo da fuggirsene a Venezia nel dì 3 d'agosto. Per tali disavventure, e perchè il popolo di Padova, disfatto da questa guerra, forte se ne lagnava, si trovava in grandi affanni Francesco da Carrara. Il perchè per mezzo del patriarca di Grado cercò colla corda al collo pace da' Veneziani: pace vergognosa e gravosa a lui, perchè data da chi era al disopra di lui, ma che servì a liberarlo dai pericoli maggiori, a' quali si vedeva esposto.
Scrive Andrea Redusio[1796] che il celebre _Francesco Petrarca_, allora abitante sul Padovano, fu spedito dal Carrarese a Venezia per ottener questa pace, e che alla presenza dell'augusto senato veneto lo stupore gli tolse di mente l'orazion preparata. Secondo il Caresino[1797], si obbligò il Carrarese a pagar cento mila fiorini d'oro per le spese della guerra. I Gatari[1798] dicono trecento cinquanta mila ducati ossia fiorini d'oro. Il Sanuto[1799] scrisse ducento quaranta mila; con pagarne di presente i quaranta mila. Fu inoltre forzato a mandare al senato veneto _Francesco_ Novello suo figliuolo a chiedere perdono, e a dirupar varie castella sui confini, e a cederne delle altre ai Veneziani: i quali piantarono i confini dove lor parve, senza che il Padovano osasse reclamare. In somma, per non poter di meno, ebbe una lezion sì dura, che pregno d'odio e di rabbia ad altro non pensò per l'avvenire che a farne vendetta. Fu pubblicata questa pace in Venezia nel dì 21 di settembre. Anche i Genovesi[1800] nell'anno presente diedero gran pascolo ai novellisti. Vogliosi essi di vendicarsi de' Cipriotti per l'affronto lor fatto nell'anno precedente, indirizzarono alla volta di Cipri la poderosa loro armata, composta di quarantatrè galee e d'altri legni minori, con circa quattordici mila combattenti. Presero nel dì 10 d'ottobre senza molto contrasto la capitale di quell'isola, cioè Famagosta; e quivi piantarono il piede con farsi rendere ubbidienza dalle altre città e terre dell'isola. Al giovinetto _re Pietro Lusignano_, con cui fecero la pace, lasciarono il titolo di re, obbligandolo a pagare loro ogni anno quaranta mila fiorini d'oro. Da queste dissensioni dei cristiani non lieve profitto intanto ricavarono i Turchi, la potenza de' quali ogni dì più andava crescendo in Asia, calando nello stesso tempo quella de' Greci. Essendosi in questo mentre[1801] ribellato alla regina _Giovanna il duca d'Andria_ della casa del Balzo, essa spedì contra di lui coll'esercito _Giovanni Malatacca_ da Reggio, che assediò e prese Teano. Se ne fuggì il duca ad Avignone, spogliato di tutti i suoi Stati, i quali la regina vendè tosto ad altri baroni. Cosa strana vien raccontata dall'autore della Cronica di Siena[1802]: cioè che in quest'anno (quasi fosse forza di maligno pianeta) i frati di varii ordini religiosi ebbero brighe e dissensioni, e ne seguirono varii ammazzamenti fra loro. E le calunnie ed oppressioni furono frequenti ne' lor monisteri. Frutti erano questi della general corruzion de' costumi che regnava allora in Italia, per colpa spezialmente della lontananza de' papi e delle guerre continue. Certo non v'ha scrittore di questi tempi che non tocchi il depravamento in cui si trovavano quasi tutti gli ordini religiosi.
NOTE:
[1785] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1786] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1787] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital.
[1788] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1789] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1790] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[1791] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.
[1792] Corio, Istoria di Milano. Gazata, Chron.
[1793] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.
[1794] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1795] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.
[1796] Andreas de Redusio, Chron. Tarvis., tom. 19 Rer. Ital.
[1797] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.
[1798] Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.
[1799] Sanuto, Chron. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[1800] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[1801] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXXIV. Indiz. XII.
GREGORIO XI papa 5. CARLO IV imperadore 20.