Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 64

Chapter 643,371 wordsPublic domain

Erasi ribellata ai Veneziani la città di Trieste[1741]. Quest'anno valorosamente la ripigliarono. Di nuovo ancora si risvegliò la guerra fra _Galeazzo Visconte_ e _Giovanni marchese_ di Monferrato[1742]. Dopo la morte di _Lionello_ ossia _Lionetto_, figliuolo del re d'Inghilterra e genero di Galeazzo, la città d'Alba ed assai altre castella in Piemonte, date in dote alla figliuola, rimasero in potere di Odoardo il Dispensiere, che co' suoi Inglesi le tenne forte senza volerle restituire, ed anche per tradimento disfece un esercito inviato contra di lui. Ma gli mancava la pecunia. Il marchese di Monferrato corse al mercato, e collo sborso di ventisei mila fiorini d'oro ottenne in pegno dal Dispensiere quello Stato, come apparisce dallo strumento stipulato nel dì 27 d'ottobre, e rapportato da Benvenuto da San Giorgio[1743]. Per questa cagione da Galeazzo fu intimata la guerra al marchese, e le sue milizie passarono a dare il guasto al Monferrato. Vicendevolmente il marchese, che avea preso ai suoi stipendii il Dispensiere e gl'Inglesi, entrò nel Novarese, con saccheggiar il paese, e bruciar le terre di Biandrate e Garlasco. La città di Sarzana in quest'anno spontaneamente si diede a _Bernabò Visconte_, ed egli tentò anche l'acquisto di Lucca, che non gli venne fatto[1744]. Nacque nell'anno presente a' dì 10 di giugno in Cotignuola _Sforza Attendolo_, che vedremo celebre nel proseguimento della storia, e padre di _Francesco Sforza duca_ di Milano. Negli Annali Milanesi[1745] (forse con più fondamento) vien riferita la di lui nascita al dì 29 d'esso mese, giorno di martedì. Turbolenze grandi furono in Pisa, e _Pietro Gambacorta_ tanto seppe fare, che fu eletto capitano delle masnade, grado di molta considerazione in quella città. Per la quale elezione rimasero sconcertate le macchine di Bernabò Visconte, che amoreggiava quella città, o almeno si studiava di rimettere nel suo primiero posto il decaduto _Giovanni dell'Agnello_.

NOTE:

[1729] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[1730] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[1731] Corio, Istor. di Milano.

[1732] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1733] Cronica di Siena, tom. eod.

[1734] Tronci, Annal. Pisan.

[1735] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1736] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1737] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1738] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[1739] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1740] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 13.

[1741] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.

[1742] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.

[1743] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[1744] Corio, Istor. di Milano.

[1745] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCLXX. Indizione VIII.

GREGORIO XI papa 1. CARLO IV imperadore 16.

Rimase in quest'anno sommamente afflitta Roma, anzi l'Italia tutta, per la risoluzione presa da _papa Urbano V_ di ritornarsene ad Avignone[1746]. Giusto motivo di questo divorzio punto non appariva, perchè Roma tutta gli ubbidiva, e il rispettava nelle forme dovute ad un sovrano e ad un vicario di Cristo. Lo Stato ecclesiastico già quasi tutto cominciava a godere i frutti di quella pace che egli vi avea portata. Per quanto si raccoglie dalla sua Vita[1747], prese egli per pretesto di tornarsene in Francia, il potere più da vicino applicarsi a metter pace fra i re di Francia e d'Inghilterra, che si andavano allora divorando l'un l'altro. Ma il Petrarca forse toccò[1748] il punto, attribuendo ai cardinali franzesi l'aver commosso il buon papa a far questo salto. Avvezzi alle delizie della Provenza, e alla vita dissoluta che si tenea in quelle parti, non si poteano vedere in Italia. Per essere venuto il papa alla sua propria residenza, sparlarono sempre di lui finchè visse, e più ancora dappoichè la morte l'ebbe rapito. Tanto dunque si può credere ch'essi tempestassero, rappresentandogli il gran bene che ne verrebbe per quetar l'aspra guerra dei suddetti due re, ch'egli nella state di questo anno, partitosi da Roma per andare a villeggiare a Montefiascone, mentre riposò in Viterbo, scoprì la sua intenzione di riveder la Francia, con ordinare a tutti i cortigiani di prepararsi al viaggio. Per quanto gli fosse detto contro, e predetta la morte e lo sdegno di Dio, se andava, non si lasciò smuovere dal suo proponimento. Perciò nel dì 5 di settembre ito a Corneto, quivi si imbarcò, avendogli provveduto un suntuoso stuolo di galee i re di Francia e d'Aragona, la reina Giovanna, i Pisani e i Provenzali. Ebbe a pentirsi da lì a non molto d'avere abbandonata la sua particolar greggia, e insieme l'Italia; perciocchè, giunto ad Avignone, stette poche settimane a cadere infermo; e questa infermità nel dì 19 di dicembre il trasse di vita. Pontefice dotato di tutte le più belle virtù convenienti al suo sublime santo ministero, umile sprezzator delle pompe, limosiniere, zelante del culto di Dio, e tale in somma che tenuto fu per santo dopo sua morte, si narravano grazie ottenute da Dio per intercessione di lui. Oltre a varie Croniche[1749], ne fa fede anche il Petrarca nelle sue lettere; e l'autore della Cronica Bolognese[1750] attesta che in quella città fu con indicibil duolo compianta la perdita di questo buon pontefice per li tanti benefizii ch'egli e il _cardinale Anglico_, suo fratello, aveano compartiti ad essa città, e per la fama de' suoi miracoli si cominciò a dipignere per le chiese la di lui effigie. Altrettanto abbiamo dagli Annali di Genova di Giorgio Stella[1751]. Fu poi nel dì 30 di dicembre eletto sommo pontefice _Pietro Ruggieri_, figliuolo di Guglielmo conte di Belforte, e nipote di _Clemente VI_, che era cardinale di Santa Maria Nuova, giovane di età, ma vecchio di costumi, scienziato nelle leggi, ne' canoni e nella teologia, modesto, liberale, e amato da tutti per le sue oneste e cortesi maniere. Prese il nome di _Gregorio XI_. Dicono ch'egli fu scolare di _Baldo_ gran legista in Perugia.

Secondochè scrive Matteo Griffoni[1752], riuscì a _Giovanni Aucud_ d'introdurre in San Miniato, assediato da' Fiorentini, un convoglio di vettovaglia e di munizioni. Ciò non ostante, per tradimento di uno di quei terrazzani, appellato Luparello, i Fiorentini entrarono nella terra nel dì 9 di gennaio dell'anno presente. Il presidio di _Bernabò Visconte_ si ritirò nella rocca, la quale al fine venne anch'essa nelle lor mani. Ad alcuni di que' nobili cittadini ribelli fu mozzo il capo. Se ne fuggirono gli altri, cioè parte de' Mangiadori, conti di Collegalli e Ciccioni, e con essi Filippo Borromeo, da cui discende la chiarissima famiglia de' conti Borromei di Milano. Tolto dunque a Bernabò quel nido in Toscana, egli richiamò l'Aucud in Lombardia. Passò la sua compagnia d'Inglesi, calcolata circa due mila barbute, nel dì primo d'agosto sul Bolognese[1753], commettendo nelle vicinanze di quella città le consuete sue crudeltà, e dipoi se ne andò sul Parmigiano. Le paci che facea Bernabò duravano sempre quel solo tempo che a lui piaceva, perchè non gli mancavano mai pretesti di romperle, e sempre maneggiava ribellioni e tradimenti in casa de' vicini. Mosse egli guerra nell'anno presente a _Feltrino Gonzaga_ signor di Reggio. Affinchè egli non s'impadronisse di quella città, accorsero in aiuto di lui le armi della Chiesa, de' marchesi estensi[1754] e de' Fiorentini, che manteneano lega insieme per sospetto sempre di quel non mai quieto bestione. Nel dì 20 d'agosto succedette una battaglia tre miglia lungi da Reggio, in cui fu sconfitta parte del di lui esercito, e presa una bastia da lui fabbricata a San Rafaello. Avea Bernabò sovvertiti i principali della terra di Vignola nel Modenese, e massimamente i nobili Grassoni, per ribellarla al _marchese Niccolò_. Scoperto il trattato, ebbero que' traditori il meritato gastigo. Inoltre i signori di Sassuolo, dopo aver ucciso a tradimento sul Bolognese _Gherardo de' Rangoni_, uno de' nobili principali di Modena, e carissimo a Niccolò marchese d'Este, si ribellarono, ponendosi sotto la protezion di Bernabò. Questa ribellione fece tornare sul Modenese le genti della lega, che, passate sul Parmigiano, aveano dato ivi un gran guasto. Assediarono esse la Mirandola, senza poterla avere; e nel ritorno furono colte in un agguato dall'_Aucud_ spedito da Bernabò. Per questo colpo diedero i collegati orecchio a proposizioni di pace, la quale nel prossimo novembre a dì 12 fu pubblicata tra essi e Bernabò. Ma perchè non vi fu compreso _Manfredino da Sassuolo_, continuò la guerra del marchese Niccolò contra di lui, e ciò servì di pretesto a Bernabò per non osservare dipoi i capitoli d'essa pace.

Oltre misura fumava di collera _Galeazzo Visconte_ contra di _Giovanni marchese_ di Monferrato per l'occupazione della città d'Alba e di molte castella del Piemonte, siccome abbiam di sopra accennato. Però con un possente esercito andò nell'anno presente a farne vendetta[1755]. Diede il guasto alle di lui castella verso Po, e pacificamente s'impadronì di Valenza nel mese di settembre. Condusse poi l'armata sotto Casale di Santo Evasio, e strinse quella terra con vigoroso assedio, e talmente l'angustiò, che per difetto di viveri que' cittadini nel dì 14 di novembre capitolarono la resa. Lo strumento di essa dedizione vien rapportato da Benvenuto da San Giorgio[1756]. Per questa perdita presero brutta piega gli affari del marchese Giovanni. Secondo il Corio[1757], in questo medesimo anno esso Galeazzo ricuperò la città di Como, che colla Valtellina se gli era ribellata. Bernabò diede principio ad un mirabil ponte d'un arco solo sopra l'Adda a Trezzo, e fece fabbricar cittadelle a Brescia, Bergamo, Cremona, Pizzighettone, Crema, Pontremoli, Lodi, Sarzana ed altri luoghi. E perciocchè Galeazzo suo fratello[1758] avea cominciato in Milano il castello di Porta Zobbia, anch'egli si mise a fabbricarne un altro nel sito dove ora è lo spedal maggiore. Quanto a Genova, se la pace entrava talvolta in quella città[1759], bisognava ben che s'aspettasse d'uscirne in breve per l'instabilità e bollore di quelle teste. _Gabriello Adorno_, allora doge di quella città, benchè persona esente da ogni taccia di tirannia, anzi lodevole in tutte le azioni sue, pure non giugneva a contentare un popolo che troppo amava le novità, diviso per le fazioni guelfa e ghibellina. Nel 13 d'agosto contra di lui insorse coll'armi una parte del popolo. Fece egli sonar campana a martello per aver soccorso, e niuno si mosse per lui. Fu preso per forza il palazzo ducale, ed allora molti de' mercatanti e del popolo si ridussero alla chiesa de' frati minori, dove proclamarono doge _Domenico da Campofregoso_, mercatante ghibellino di molta prudenza e ricchezze. Per maggior sua sicurezza fece egli ritenere il deposto Adorno, e mandollo prigione a Voltabio, facendolo custodire da buone guardie. L'anno fu questo[1760], in cui la città di Lucca, dopo tanti anni di servitù, ricuperò la sua libertà, per maneggio specialmente de' Fiorentini, assai informati de' movimenti di Bernabò Visconte, per ottenerla o con danari o colla forza. Venticinque mila fiorini sborsati al _cardinal Guido_, che n'era governatore, il fecero andar con Dio, e lasciar libero quel popolo, il quale fra le allegrezze della ricuperata libertà non dimenticò di atterrare l'odiata cittadella dell'Agosta, siccome quella che avea tenuto sempre in addietro il giogo addosso alla città.

NOTE:

[1746] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1747] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1748] Petrarcha, lib. 13 Rer. Sen., epistol. 13.

[1749] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1750] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1751] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1752] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1753] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1754] Chronic. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1755] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placentin., tom. eod.

[1756] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[1757] Corio, Istor. di Milano.

[1758] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXI. Indiz. IX.

GREGORIO XI papa 2. CARLO IV imperadore 17.

Fecero gran rumore in Italia nel presente anno le calamità della città di Reggio[1761]. Padrone d'essa _Feltrino da Gonzaga_ tirannescamente opprimeva quel popolo, che perciò nulla più desiderava che di passar sotto altro signore. I Boiardi, Roberti, Manfredi, principali d'essa città, ne fecero parola al _marchese Niccolò_ d'Este signor di Ferrara e Modena, rappresentandogli facile l'acquisto per la disposizion favorevole di que' cittadini. La voglia di slargare i confini, da cui non va esente alcuno de' principi; l'aver Feltrino usati in addietro varii tradimenti ed insolenze al marchese; e le pretensioni che tuttavia nudriva la casa d'Este sopra di Reggio, posseduto già da essa anche nel principio del corrente secolo, gli fecero dare il consenso a questa tentazione. Richiedeva l'impresa delle forze, e perciò prese egli al suo soldo la compagnia di masnadieri di varie nazioni, messa insieme dal _conte Lucio_ di Suevia, non so se fratello del già ucciso conte Lucio Corrado, uomo che anche egli col prendere il soldo altrui, o pur colle rapine e coi saccheggi manteneva le truppe sue. Sul Sanese aveano costoro bruciate circa due mila case[1762], e spremuto da quel comune per accordo otto mila fiorini d'oro a' dì 22 di marzo. Vennero pel Bolognese a guisa di nemici; e il marchese, per coprire i suoi disegni, gl'inviò sotto Sassuolo, mostrando di voler quivi piantare una bastia, giacchè durava la guerra contra di _Manfredino_ signor di quella terra. Poscia nel dì 7 d'aprile segretamente cavalcò la gente del marchese a Reggio, sotto il comando di Bechino da Marano; e presa la porta di San Pietro per forza, entrò vittoriosa nella città. Feltrino da Gonzaga si rifugiò nella cittadella, e tenne forte anche due porte della stessa città. Arrivò intanto lo scellerato conte Lucio colle sue sfrenate masnade. L'ordine era, ch'egli non entrasse nella città, per ischivare i disordini; ma costui trovò la maniera di introdurvisi con promessa di non danneggiare i cittadini. Ma appena quelle inique milizie furono dentro, che diedero un orrido sacco alle case, ai sacri templi, con tutte le più detestabili conseguenze di sì fatte inumanità. Nè ciò bastando allo iniquo condottiere, dacchè intese che _Feltrino_ trattava con _Bernabò Visconte_ di vendergli Reggio, anch'egli concorse al mercato. Venne per questo a Parma Bernabò, dopo avere spedito a Feltrino _Ambrosio_ suo figliuolo (già liberato per danari dalle carceri di Napoli) con aiuto di gente. Fu conchiuso il contratto fra lui e il Gonzaga nel dì 17 di maggio, come apparisce dallo strumento, per cui comperò Bernabò la città di Reggio pel prezzo di cinquanta mila fiorini d'oro, con lasciare a Feltrino il dominio di Novellara e Bagnolo, che erano del distretto di Reggio. Altri venticinque mila fiorini (quaranta mila dicono gli Annali Milanesi[1763]) pagò il Visconte al conte Lucio, affinchè gli desse libera la città. Dopo di che tanto il Gonzaga, che il conte Lucio si ritirarono, comandando costui alle genti del marchese d'andarsene, altrimenti avrebbe contra di loro adoperata la forza.

Enorme fu il tradimento; e pur con tanti esempi della mala fede di questi iniqui masnadieri, i principi d'Italia li conducevano al loro servigio; e il conte Lucio appunto passò da Reggio al soldo di _Giovanni marchese_ di Monferrato, contro al quale aspramente guerreggiava _Galeazzo Visconte_. Scrisse il Corio[1764], e prima di lui l'autore degli Annali Milanesi, essere state le milizie di Bernabò che diedero l'esecrabil sacco alla città di Reggio. La Cronica Estense[1765], siccome ho detto, e Matteo Griffone[1766] attribuiscono tanta iniquità alle soldatesche del conte Lucio. Ebbe bene a rodersi le dita per sì infelice impresa il _marchese Niccolò_. Non solamente non acquistò egli Reggio, ma servì lo sforzo suo a farla cadere in mano del maggiore e più potente nemico ch'egli avesse; e fu la rovina di quella sfortunata città, la quale rimase desolata, essendosene ritirata buona parte de' cittadini o per le miserie sofferte, o per non restare sotto il duro dominio del crudele Bernabò Visconte. Poco stette ancora l'Estense a pagarne il fio, perchè _Ambrosio Visconte_ nel dì 14 d'agosto con ischiere copiose d'armati diede il guasto al territorio di Modena, arrivò sul Ferrarese, assediò il Bondeno, e fece inestimabil preda di persone e bestiami. Le mire di Bernabò andavano oramai sopra Modena stessa: del che sommamente furono scontenti e in pena _papa Gregorio_ e tutti i collegati, veggendo crescere sempre più la potenza del possente Biscione. Contro le forze di _Galeazzo Visconte_ non potea intanto reggere _Giovanni marchese_ di Monferrato, ed avea già perduta parte del suo paese. Appigliossi dunque al partito, siccome dicemmo, di condurre al suo soldo l'infedel _conte Lucio_, la cui compagnia si faceva ascendere a circa cinque mila uomini d'armi, oltre a gran quantità di balestrieri ed arcieri a piedi[1767]. Venne Galeazzo Visconte a Piacenza, e quivi ammassò l'esercito suo, composto di diverse nazioni, Italiani, Tedeschi, Ungheri, Spagnuoli, Guasconi e Bretoni, con disegno d'impedire il passo a questi masnadieri. Ma alle pruove giudicò meglio di non far loro resistenza. Passarono dunque in Monferrato sul principio di giugno, e l'arrivo loro impedì che Galeazzo non facesse alcun altro progresso nell'anno corrente. Nel dicembre di quest'anno l'odio inveterato, che l'un contra l'altro covavano i _Veneziani_[1768] e _Francesco da Carrara_ signor di Padova, finalmente scoppiò in un'aperta dissensione e in preparamenti di guerra. Gli autori veneti ne attribuiscono, e più probabilmente, la colpa a Francesco da Carrara, che, alzato in superbia per la protezione di _Lodovico_ potentissimo _re d'Ungheria_, avea fabbricato varie castella, argini e chiuse oltre la palude d'Oriago, e in altri siti che il comune di Venezia pretendea suoi. All'incontro, gli storici padovani[1769] scrivono avere i Veneziani per odio ed invidia, e senza ragione, mossi cotali pretesti per vendicarsi del Carrarese a cagion della assistenza già data al re d'Ungheria, allorchè venne all'assedio di Trivigi; giacchè non altrove avea Francesco fabbricato quelle ville e fatte le fortificazioni, se non sul distretto di Padova.

NOTE:

[1759] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1760] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 13.

[1761] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1762] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1763] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1764] Corio, Istoria di Milano.

[1765] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1766] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1767] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1768] Caresin., Chronic., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Cron., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXXII. Indizione X.

GREGORIO XI papa 3. CARLO IV imperadore 18.

Secondo il Guichenone[1770], _Giovanni marchese di Monferrato_, principe glorioso, forse per gli affanni patiti ne' sinistri successi della sua guerra con _Galeazzo Visconte_, gravemente s'infermò e terminò i suoi giorni. Nella Cronica di Piacenza[1771] è scritto che la sua morte accadde nel dì 13 di marzo del 1371. Ma il testamento e i codicilli di questo principe dati alla luce da Benvenuto da San Giorgio[1772], benchè non assai esatti nelle note cronologiche, abbastanza ci assicurano esser egli passato all'altra vita dopo il dì 14 di marzo dell'anno presente, e prima del dì 20 d'esso mese. Sotto la protezion del papa lasciò suo erede nel Monferrato _Secondotto_ suo primogenito; e la città d'Asti volle che fosse per indiviso di esso Secondotto, e di GIOVANNI, TEODORO e _Guglielmo_ altri suoi figliuoli, e di _Ottone duca_ di Brunsvich suo parente, al quale avea anche donato varie altre castella, deputandolo per tutore e curatore de' suddetti suoi figliuoli insieme con _Amedeo conte di Savoia_. Aveva egli tenuto Ottone di Brunsvich in addietro per suo principal consigliere, e quasi secondo padrone di quegli Stati: cotanta era la sua onoratezza, fedeltà e prudenza. Maggiormente si applicò esso duca da lì innanzi a sostener gl'interessi di quei principi giovinetti. Ma si trovava egli in gravi pericoli, perchè _Galeazzo Visconte_ minacciava la città d'Asti, e in fatti passò ad assediarla nell'anno presente. Trattò di pace il duca di Brunsvich, ma ritrovate troppo alte le pretensioni di Galeazzo, che a tutte le maniere voleva Asti, se ne ritornò alla difesa di quella città e del Monferrato, con implorar l'aiuto del suddetto Amedeo conte di Savoia, valoroso principe di questi tempi. Era il conte cognato di Galeazzo, cugino de' figliuoli del fu marchese Teodoro, e perciò sembrava irresoluto; ma l'essersi _Federigo marchese_ di Saluzzo collegato coi Visconti, e il timore che il crescere di Galeazzo non ridondasse in proprio danno, gli persuasero di entrare in lega col Monferrato. Inoltre seppe così ben rappresentare al papa la necessità di reprimere i Visconti[1773], siccome gente vogliosa di assorbir tutta l'Italia, che il trasse seco in lega, e n'ebbe gran rinforzo di gente e danari. Erano unite anche le altre milizie pontificie con quelle del _marchese Niccolò Estense_, di _Francesco da Carrara_ e de' _Fiorentini_, per resistere in altre parti alle forze di _Bernabò Visconte_. Quanto al Monferrato, durò lungo tempo l'assedio d'Asti: v'andò un potente soccorso del conte di Savoia; seguirono varii combattimenti colla peggio de' Visconti[1774]; e in fine sì vigorosa difesa fecero di quella città il conte ed Ottone duca di Brunsvich, con aver anche prese le bastie del Visconte, che Galeazzo fu forzato a ritirarsi colle mani vote.