Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 63

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Mancò di vita in quest'anno nella città di Viterbo, a dì 24 d'agosto, un lume del sacro collegio, cioè il cardinal _Egidio Albornoz_, personaggio, la cui memoria fu e sarà sempre celebre nella storia ecclesiastica per le tante imprese da lui fatte in servigio temporale della Chiesa romana, e per la sua mirabil attività e saviezza. Nel dì 5 d'aprile di quest'anno avea egli tolta a' Perugini la città d'Assisi. Per questa perdita fu sommamente afflitto il papa, perchè più che mai abbisognava de' consigli e dell'appoggio di questo insigne porporato. Trovò esso pontefice al suo arrivo la famosa città di Roma ridotta in pessimo stato, cadute le maestose fabbriche degli antichi Romani, chiese rovinate, palagi abbandonati, case vote o diroccate, e con mano toccò gli amari effetti della sì lunga assenza de' pontefici. Cominciò ben egli a medicar queste piaghe; ma, siccome vedremo, le concepute speranze da lì a non molto svanirono. Era divenuta la Toscana un misero teatro delle insolenze e della crudeltà de' soldati masnadieri. Spezialmente Siena e Perugia ne provarono in questi tempi un nuovo scempio[1708]. Correndo il mese di gennaio, tornò sul Sanese _Giovanni Aucud_ colla compagnia degl'Inglesi, desertando, secondo il solito, quel paese. Succederono varie battaglie di poco momento. Passarono costoro sul Pisano a dar la sua a quel territorio; ma sul principio di marzo eccoli di nuovo ad infestare il distretto di Siena. Allora i Sanesi, unito quanto poterono di gente massimamente unghera, e ricevuto dai Perugini un buon rinforzo, vollero tentar la fortuna con una giornata campale nel dì 6 di marzo a Montalcinello. Male per loro, perciocchè furono rotti colla morte o prigionia di moltissimi. Fra i presi si contò Ugolino da Savignano nobile modenese, loro conservatore e capitano di guerra, a cui fu messa taglia di dieci mila fiorini d'oro. Cavalcò poscia l'Aucud sul contado di Perugia. Anche quel bravo popolo si appigliò all'uso del ferro, piuttosto che a quello dell'oro, per allontanar questi divorati da' suoi confini; ma, venuto a battaglia al ponte di San Gianni, ne andò sconfitto colla morte, per quanto portò la fama, di circa mille e cinquecento persone.

Grandi feste si fecero nel dì 3 di giugno in Milano[1709], perchè vi si celebrarono le nozze di _Marco_ figliuolo di _Bernabò Visconte_ con _Isabella_ figliuola di _Stefano_ (ossia di _Federigo_) _conte palatino_ e duca di Baviera. Parimente Bernabò diede per moglie a _Stefano duca_ di Baviera _Taddea_ sua figliuola. A questo anno ancora riferiscono gli Annali di Milano e il Corio[1710] le disavventure di _Ambrosio Visconte_, bastardo di Bernabò. Era egli colla sua campagnia di masnadieri passato in regno di Napoli verso l'Aquila, mettendo in contribuzione e saccheggiando quelle contrade. La _reina Giovanna_, raccolte tutte le sue milizie sotto il comando di Giovanni Malatacca Reggiano, le spedì contra d'Ambrosio. Si venne ad una battaglia, l'armata d'Ambrosio fu disfatta, ed egli con altri conestabili condotto nelle carceri di Napoli, dove gran tempo fece penitenza, ma sforzato, delle rapine e dell'altre molte sue iniquità. Io non so se questo fatto appartenga all'anno presente. Ne' Giornali Napoletani[1711] e da Sozomeno se ne parla all'anno 1370. Tuttavia sembra che più fede meriti la Cronica di Siena[1712], dove all'anno seguente viene raccontata questa battaglia, succeduta a Sacco del Tronto in Puglia. Erano circa dieci mila tra fanti e cavalli quei d'Ambrosio; così fiera fu la rotta, che pochi ne camparono, essendo rimasti o sul campo, o presi in paese tutto irritato contra sì bestiale canaglia. Ambrosio, ferito e preso, andò a riposar nelle prigioni. Secento di costoro furono menati prigioni a Roma, giacchè anche le milizie del papa aveano avuta parte alla vittoria. Trecento ne fece impiccare il papa; gli altri condotti a Montefiascone, perchè vollero fuggire, furono anche essi col laccio tolti dal mondo. Questa parve una crudeltà al Corio[1713]. Nell'anno presente[1714] a' dì 13 di gennaio compiè il corso di sua vita _Marco Cornaro_ doge di Venezia, e fu alzato a quella dignità _Andrea Contareno_ nel dì 20 di esso mese. Intanto _Bernabò Visconte_, pieno di fiele con tra di _Lodovico_ e _Francesco da Gonzaga_ signori di Mantova, si collegò con _Can Signore_ dalla Scala, padrone di Verona e Vicenza, disegnando di assediar Mantova, e facendo credere, se gli riusciva, di farne un dono allo stesso signor di Verona.

NOTE:

[1703] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1704] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1705] Raynald., Annal. Ecclesiast.

[1706] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1707] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1708] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1709] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1710] Corio, Istoria di Milano.

[1711] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontr., tom. eod.

[1712] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXVIII. Indiz. VI.

URBANO V papa 7. CARLO IV imperadore 14.

Continuò papa Urbano il suo soggiorno nel palazzo del Vaticano anche nella primavera di quest'anno, e nel mese di marzo _Giovanna regina_ di Napoli e _Pietro re_ di Cipri vennero a Roma per baciargli i piedi, e per trattar dei loro affari[1715]. Ad essa regina in segno d'onore fu donata dal pontefice la rosa d'oro. Venuta la state, andò il santo Padre a villeggiare a Montefiascone, della cui buon'aria e situazione si compiacque assaissimo. Eresse quivi un vescovato e un capitolo di canonici. Insigni parentadi si studiò sempre _Bernabò Visconte_ di fare; ma _Galeazzo_ suo fratello gli andò innanzi anche in questo. _Bianca_ sua moglie era sorella di _Amedeo VI conte di Savoia; Isabella_, moglie di _Gian Galeazzo_ suo figliuolo avea per padre il re di Francia. Contrasse egli parentela in quest'anno anche col re d'Inghilterra[1716], con dare in moglie a _Lionello_ ossia _Lionetto_, figlio d'esso re e duca di Chiarenza, _Violante_ sua figliuola. La dote fu magnifica, perchè, oltre a ducento mila fiorini d'oro[1717], concedette al genero la città d'Alba e molte castella in Piemonte, come Montevico, Cuneo, Cherasco e Demonte. Nel dì 27 di maggio venne il reale sposo a Milano[1718], accolto con ismisurata pompa e regali senza fine dai Visconti fratelli, e da gran nobiltà dell'uno e dell'altro sesso. Celebraronsi le nozze nel dì cinque di giugno, nel qual giorno si fecero nobilissimi conviti, che si veggono descritti dall'autore degli Annali Milanesi e dal Corio. Alla prima mensa, dove sedeano i principi, fu ammesso anche _Francesco Petrarca_ insigne poeta: tanta era la di lui riputazione. Ma infausto fine ebbe questo matrimonio; imperciocchè il suddetto principe inglese, divenuto padrone d'Alba e delle suddette castella in Piemonte, per intemperanza, o per altre cagioni, finì di vivere in Pavia nell'anno presente (altri dicono nel seguente) con incredibil rammarico e gravissimo danno di Galeazzo, il quale non solamente perdè il genero, e seco le speranze di appoggio dalla parte del re d'Inghilterra, ma neppur potè ricuperar Alba e l'altre terre dotali del Piemonte, delle quali si fece padrone Odoardo il Dispensiere inglese, siccome andremo vedendo.

Stava in questo mentre _Bernabò Visconte_ suo fratello attento agli andamenti e preparamenti de' principi collegati, ben prevedendo che l'aveano giurata contra di lui; sapea eziandio che _Carlo IV imperadore_, capo della lega, si disponea a passar in Italia con formidabili forze. Però da tutte le parti cercò al suo soldo gente, e determinò di prevenire i nemici colle sue armi e con quelle di _Can Signore dalla Scala_ suo collegato. Erano allora le armate di Italia, siccome osservò il Corio, composte di varie nazioni. In quelle di Bernabò e di Galeazzo si contavano Italiani, Tedeschi, Ungheri e Borgognoni; e lo stesso succedea in quelle degli Estensi, Gonzaghi e Scaligeri. Il papa nell'esercito suo avea gran copia di Franzesi, Spagnoli, Bretoni, Provenzali e Pugliesi. Fra poco vedremo comparire anche l'imperadore con Boemi, Schiavoni, Polacchi ed altre nazioni. Se l'Italia stesse bene fra tanti e sì varii, quasi dissi, cani e ladroni, ognun può immaginarselo. Avvenne[1719] che nel dì 9 di marzo, trovandosi in Parma una grossa guarnigione di Bernabò, vennero alle mani i soldati italiani coi tedeschi ed ungheri, e degli ultimi ne rimasero uccisi trentadue. Fecero gli uffiziali del Visconte far tregua di tre mesi fra loro, e si quetò per allora il tumulto. Ora Bernabò, unite le sue armi con quelle del fratello _Galeazzo_ e dello Scaligero, all'improvviso nel dì cinque d'aprile portò la guerra sul Mantovano per terra e per acqua[1720], avendo fatto calare per Po una copiosa flotta di galeoni armati. Entrò nel serraglio di Mantova da due parti, mettendo a sacco e fuoco tutto il paese, e quivi fabbricò una bastia fortissima. Anche dalla parte di Guastalla mandò un esercito verso Borgoforte, e se ne impadronì. Non tardò _Niccolò marchese_ d'Este a spedire in soccorso de' collegati Gonzaghi i suoi galeoni armati per Po. Giunta a Borgoforte questa flotta, attaccò battaglia con quella del Visconte. Dieci ore durò il combattimento; in fine la peggio toccò ai legni estensi; e quelli che non si poterono salvar colla fuga, rimasero in potere dei vincitori. Ciò fatto, l'esercito di Bernabò si accostò maggiormente a Mantova. Intanto andarono covando i Tedeschi l'odio conceputo contra de' soldati italiani per la rissa succeduta in Parma, finchè se la videro bella. Essendo un dì sul Mantovano, senza far caso della tregua giurata, assalirono i fanti italiani. Lunghissimo fu il combattimento, e molti furono trucidati dall'una e dall'altra parte; ma perchè gl'Italiani erano in minor numero, toccò loro la peggio; e circa settecento d'essi si gittarono nel Po. Bernabò, ch'era in Parma, corse a Guastalla tutto dolente, e tanto si maneggiò, che fecero pace insieme. Anche in Bergamo, giunta la nuova dell'assassinio fatto agl'Italiani dai Tedeschi ed Ungheri, quarantacinque di quei Tedeschi, i quali erano ivi in presidio, furono spogliati ed uccisi.

Si mosse, nell'aprile di quest'anno, dalla Boemia _Carlo IV imperadore_[1721] con un possente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, da' marchesi di Moravia e di Misnia, e da varii altri vescovi e gran signori. Giunse nel dì 5 di maggio a Conegliano, dove fu a rendergli i suoi ossequii _Niccolò marchese_ di Ferrara. Nel dì 12 di giugno arrivò a Figheruolo sul Ferrarese, e seco si congiunsero, le milizie di _papa Urbano_, governate dal _cardinale Anglico_, vescovo d'Albano, fratello d'esso pontefice, con quelle della _reina Giovanna_. L'anonimo autore degli Annali Milanesi[1722] (se pur non è guasto il suo testo), per ingrandir la gloria de' Visconti, si lasciò scappar dalla penna che questa armata ascendeva a cinquanta mila cavalieri, senza la fanteria. L'autore della Cronica di Rimini[1723] narra che Carlo venne in Italia con trenta mila cavalieri. E all'incontro il Corio[1724] scrive essere stata l'armata dei collegati di venti mila persone. Tuttavia, qualunque fosse l'esercito di lui, pareva che l'imperadore avesse da ingoiare i Visconti. Ma Carlo IV, principe debole di consiglio in quasi tutte le imprese sue, nulla fece di rilevante in questo anno. Mise l'assedio ad Ostiglia, terra allora del Veronese: non potè averla. Andò sotto alla bastia fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova, e con tutti i suoi assalti e con tante forze non potè vincerla. Il peggio fu che, ingrossato il Po, li suoi vollero tagliar l'argine del fiume per inondar la bastia; e quei della bastia voltarono le acque addosso al campo dell'imperatore, di modo che si trovò tutta la sua gente in pericolo, e convenne sloggiare in fretta, lasciando anche indietro buona parte del bagaglio. Del pari _Can Signore_ fece tagliar l'Adige, e lo spinse addosso al Padovano. Andarono poi l'armi collegate a saccheggiare il Veronese. L'autore della Vita di papa Urbano V lasciò scritto[1725] che Carlo si accomodò collo Scaligero, e lo staccò dalla lega del Visconte. Null'altro di rilevante fece l'imperadore con tanta potenza; e ciò che ridondò in suo non lieve disonore, fu l'essersi egli fermato tanto colle sue genti in Mantova, città amica e fedele, che quasi la ridusse all'ultimo esterminio. Ora, dopo aver Carlo procurato una tregua, e, per quanto fu creduto, ricevuta sotto mano buona somma di danaro dai Visconti, e dopo aver licenziato molte delle sue milizie, a guisa di vinto si partì da Mantova, e nel dì 24 d'agosto arrivò a Modena, dove il marchese gli fece molto onore. Poscia pel territorio di Bologna passò in Toscana, e nel dì cinque di settembre entrò nella città di Lucca.

_Giovanni dell'Agnello_ doge di Pisa, perchè temeva assai di perdere suo stato per la venuta dell'imperadore, gli avea per tempo inviati suoi ambasciatori e regali, ed erasi accordato con lui, con permettergli l'entrare in Lucca, e cedergli il castello dell'Agosta. Carlo inviò innanzi il patriarca d'Aquileia suo fratello a prendere il possesso d'essa città, e dipoi vi si trasferì egli in persona. Quivi si trovò anche l'Agnello a riceverlo, oppure, come altri scrissero, v'andò egli dipoi con assai nobile accompagnamento a pagargli il tributo della sua divozione. Ma un dopo desinare stando egli con altri nobili in un ballatoio, ossia sporto, o verone, o ringhiera, a veder le buffonerie d'un giocoliere[1726], cadde quel ballatoio, e con esso lui Giovanni dell'Agnello, il quale, per tal caduta, si ruppe una coscia. Altri vogliono che, rottosegli sotto per istrada un ponte di legno, ne ricevesse quella rottura; ma è più sicura la prima opinione. Portata a Pisa questa nuova, come se il doge, persona odiata e tenuta come tiranno, fosse morto, si levò a rumore tutto il popolo, gridando _libertà_; e quantunque i figliuoli dell'Agnello fossero corsi colà per sostenere l'autorità del padre, o farsi esaltare eglino stessi[1727], bisognò che in fretta scappassero per non restar vittime del furore de' cittadini, i quali cominciarono a reggersi a comune. Nel dì 3 di ottobre arrivò ad essa Pisa l'imperadore coll'imperadrice. Impose una contribuzione a quel popolo, e prese in prestito da alcuni di que' mercatanti dodici mila fiorini d'oro. Minacciava intanto i Fiorentini, richiedendo da essi Volterra ed alcune castella tolte a' Lucchesi. La risposta fu, che gli risponderebbono per le rime, s'egli avea voglia di guerra. In questi tempi una strepitosa disunione fu in Siena fra i nobili e il popolo[1728]. Spedirono i Salimbeni all'imperadore, perchè mandasse un corpo dei suoi armati. Egli vi spedì _Malatesta Unghero_ signore di Rimini con ottocento cavalli, il quale, entrato in Siena, ed unitosi col popolo, atterrò il governo dei nobili. Colà poi da Pisa si trasferì anche l'imperadore nel dì 12 di ottobre, ed ebbe il dominio di quella città, dove dichiarò suo luogotenente Malatesta. Suo vicario avea anche lasciato in Pisa e Lucca _Gualtieri vescovo_ d'Augusta. Per fiorini mille e secento venti in Firenze era in pegno la corona imperiale d'oro, perchè Carlo sempre si trovava sbrollo, tuttochè ruspasse danari da ogni parte. I Sanesi gliela disimpegnarono, e inoltre a lui pagarono e prestarono altri danari. Dopo la dimora di pochi giorni in Siena l'Augusto Carlo cavalcò alla volta di Viterbo, dove l'aspettava _papa Urbano_[1729]. Quivi, trattato che ebbero dei loro interessi, Carlo s'avviò verso Roma, e gli tenne dietro il papa. Vicino alla porta del castello Sant'Angelo s'incontrarono, e l'imperadore a piedi addestrò il pontefice, che veniva a cavallo, sino a San Pietro. Arrivata da lì ad alcuni giorni l'_imperadrice Isabella_, quarta sua moglie, con gran solennità fu coronata dal papa nella basilica vaticana correndo la festa degli Ognissanti. Sbrigato poi dagli affari che l'aveano condotto a Roma, sen venne di nuovo l'imperadore a Siena, dove trovò più che mai in confusione quella città e territorio; imperciocchè i nobili ridottisi alla campagna e alle lor castella, venivano di tanto in tanto sino alle porte della città saccheggiando e bruciando, di modo che i cittadini si morivano di fame. Fu dunque fatta una tregua, e si raffrenarono per un poco quei barbari movimenti.

NOTE:

[1713] Corio, Istoria di Milano.

[1714] Caresinus. Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1715] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1716] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1717] Corio, Istor. di Milano.

[1718] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1719] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Italic.

[1720] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[1721] Chron. Estense., tom. 15 Rer. Ital.

[1722] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[1723] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1724] Corio, Istoria di Milano.

[1725] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1726] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1727] Tronci, Memor. di Pisa.

[1728] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXIX. Indizione VII.

URBANO V papa 8. CARLO IV imperatore 15.

Venne sul principio di novembre dell'anno presente a Roma _Giovanni Paleologo imperador_ de' Greci[1730]. Il bisogno in cui egli si trovava del soccorso dei Latini per resistere alla sempre più crescente potenza de' Turchi, fatta ancor questa volta tacere la greca superbia, l'indusse a venire a' piedi del romano pontefice, dove, senza farsi molto pregare, abiurò gli errori de' suoi nazionali, e riconobbe la superiore autorità del papa nella Chiesa di Dio. Poco giovò al greco Augusto questo suo viaggio, e poco la di lui professione della fede alla Chiesa latina. Non era in questi tempi men valente _Bernabò Visconte_ negli affari della guerra che nei maneggi di gabinetto. Fin l'anno addietro, parte col segreto favore dei duchi d'Austria e di Baviera suoi generi, e parte, come corse la voce, e confessa il Corio[1731], con regali disturbò tutti i disegni e gli sforzi di _Carlo IV imperadore_ contra di lui, e riportò una tregua coll'armata de' collegati. Andò poscia egli destramente trattando con esso Augusto e col papa di pace, tanto che questa si stabilì fra esso lui, _Galeazzo_ suo fratello, _Can Signore dalla Scala_, ed aderenti dall'un canto[1732], e dall'altro il _pontefice_, l'_imperadore_, la _reina Giovanna_, il _marchese d'Este_, i _Gonzaghi, Francesco da Carrara_, i _Malatesti_ e i _comuni di Siena_ e _Perugia_. Nel dì 13 di febbraio fu pubblicata questa pace, e demolita la bastia già fabbricata da Bernabò nel serraglio di Mantova. A questo gran guadagno si ridusse tanto sforzo d'un imperadore e di tanti suoi collegati. Fermavasi tuttavia in Siena esso imperador Carlo, dove facea da padrone assoluto con rabbia grande de' nobili, perchè esclusi, e non minore del popolo, che più non comandava le feste. I Salimbeni soli e Malatesta erano quelli che giravano le ruote del governo[1733]. Ma nel dì 18 di gennaio cominciò il popolo a rumoreggiare; e, prese le armi, si attruppò, perchè erano stati deposti i suoi difensori. Uscì l'imperadore di palazzo, e colla barbuta in capo, e con circa tre mila cavalieri, accompagnato da Malatesta Unghero, trasse al rumore per isbandar quella gente. Ma i Sanesi coraggiosamente gli vennero contro, ed attaccarono battaglia al campo; battaglia che durò ben sette ore colla morte di molti baroni e di più di quattrocento uomini dell'imperadore. Rimase il popolo padrone del campo, e prese circa mille e ducento cavalli, e molte armi ed arnesi. _Malatesta_ cotanto si raccomandò, che fu lasciato uscire di città con ducento cavalieri. Altrettanto fecero i Salimbeni. L'imperadore si rifugiò nel palazzo, e restò quivi assediato. In tale stato altro scampo non ebbe che di venire ad un accordo con ricavar danari in compenso del danno e vergogna a lui fatta. Cinque mila fiorini ricevè in contanti allora, quindici altri mila furono promessi in tre paghe: con che perdonò ai Sanesi, e, confermati tutti i lor privilegii, assai malcontento se n'andò a Lucca. Forte gli batteva tuttavia il cuore. Fu in rotta coi Pisani; ma poi tra l'aggiustamento che fece con loro, e l'aver fatto ripatriare Pietro Gambacorta[1734], ne ricavò un regalo di cinquanta mila fiorini. Per altrettanta somma fece accordo coi Fiorentini. Sottrasse Lucca dal dominio de' Pisani per le tante istanze di quel popolo, che gli promisero altri venticinque mila fiorini, e quivi lasciò per governatore il _cardinal Guido di Monforte_. Poscia nel mese di luglio s'inviò coll'imperadrice alla volta di Bologna[1735], dove fu a riceverlo _Niccolò marchese_ di Este, e, condottolo a Ferrara con grande onore, andò poi accompagnandolo sino ai confini del suo Stato. Imbarcossi Carlo colla moglie, e passò in Germania, seco portando grosse somme d'oro, di cui era stato diligente cacciatore, con empiere l'Italia di carte pecore, ma seco molto più di vergogna portando per essere venuto in Italia a pacificarla, ed avendola più che mai scompigliata, e per avere prostituita in varie maniere la sublime dignità imperatoria.

Guerra fu in quest'anno fra _papa Urbano V_ e i _Perugini_[1736]. Perchè alla lor signoria erano state tolte le città d'Assisi e di Città di Castello, sdegnossi forte quel popolo contro il pontefice, e gli negava ubbidienza; anzi fece delle scorrerie fin sotto Viterbo, dove soggiornava lo stesso Urbano. Perciò contra di loro fu inviato un esercito con tali forze[1737], che nel presente anno, dopo molto contrasto, Perugia abbassò l'ali, e si sottomise al legittimo suo sovrano. Più strepito fece in Toscana un'altra guerra. Erasi dianzi ribellata ai Fiorentini la riguardevol terra di San Miniato. Dacchè fu uscito di Toscana l'imperadore, il comune di Firenze spedì l'esercito suo ad assediarla; ma _Bernabò Visconte_, che sempre andava in traccia di nuove brighe, si fece avanti, allegando di essere stato creato vicario di San Miniato dall'imperadore, e che, se non dismettevano quella danza, vi sarebbe entrato anch'egli colle sue armi. Non se ne misero pensiero i Fiorentini. Bernabò, condotta al suo soldo la compagnia degl'Inglesi di _Giovanni Aucud_, di cui s'era servito per dare soccorso a' Perugini contro le genti del papa[1738], la spinse in Toscana per far levar quell'assedio. Generale dei Fiorentini era allora _Giovanni Malatacca_ Reggiano, per attestato della Cronica Estense[1739], non sussistendo, come scrive l'Ammirati[1740], ch'egli avesse finita la sua condotta, e in suo luogo fosse subentrato Bartolino de Losco ossia de Bosco. Il Malatacca, siccome personaggio pratico del suo mestiere, non volea battaglia, tenendosi assai sicuro nelle sue bastie o trincee; ma i baldanzosi uffiziali di Firenze col comando e con pungenti parole il costrinsero al combattimento a Ponteadera. Fu disfatto il suo esercito nel dì 8 di dicembre dall'Aucud, ed esso Malatacca fatto prigione. Non cessò per questo l'assedio, perchè vi restavano le bastie, e colà i Fiorentini mandarono nuova gente. L'Aucud, dopo la vittoria, diede il guasto al distretto di Firenze sino alle porte.