Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 62

Chapter 623,693 wordsPublic domain

Cotanto s'adoperarono co' lor buoni uffizii _Carlo IV imperadore e i re di Francia e d'Ungheria_[1673], che fu conchiuso il trattato di pace fra la Chiesa romana, il _marchese Niccolò d'Este_ signor di Ferrara[1674], _Francesco da Carrara_ signor di Padova, i _Gonzaghi_ e gli _Scaligeri_ dall'un canto, e _Bernabò Visconte_ dall'altro, nel dì 3 di marzo. In vigore di questa pace rinunziò il Visconte a tutte le sue pretensioni sopra Bologna, e restituì Lugo, Crevalcuore e qualunque altro luogo occupato da lui negli Stati della Chiesa; e parimente al marchese di Ferrara qualsivoglia fortezza o bastia ch'egli tenesse nel distretto di Modena. Obbligossi il papa[1675] di pagare a Bernabò cinquecento mila fiorini d'oro in otto rate; e furono rilasciati tutti i prigioni. Per l'esecuzion di essa pace essendo venuto a Milano il _cardinale Andreino_ legato apostolico, Bernabò gli fece grande onore, e poscia sul principio d'aprile in segno di sua allegrezza volle che si facesse un solenne torneo, a cui invitò tutti i principi e baroni italiani. In questa occasione[1676] il suddetto cardinale legato trattò e stabilì pace anche fra _Giovanni marchese_ di Monferrato e _Galeazzo Visconte_: con che cessò in quelle parti ancora il furor della guerra, e ne partirono gli Inglesi quivi restati, coll'andarsi ad unire agli altri che erano in Toscana. Fecero dipoi[1677] questi due principi una permuta di terre che l'uno avea occupato all'altro. E quanto a Galeazzo, egli seguitò ad affliggere i suoi popoli, e specialmente il clero con nuove taglie e contribuzioni. Pubblicò ancora contra dei traditori de' suoi Stati la lista delle pene e dei tormenti che si doveano dar loro. La rapporta l'Azario, e fa orrore. Inoltre tanto egli, come Bernabò fecero smantellar assaissime castella e fortezze ne' loro Stati che appartenevano ai nobili guelfi, per tor loro la comodità e voglia di ribellarsi in avvenire. Se con tal maniera di governo si facessero amare i due fratelli Visconti, ognuno può immaginarselo. Fu quasi[1678] tutta la Lombardia, Romagna e Marca in quest'anno sommamente afflitte da un diluvio di cavallette ossia di locuste volatili, venute, per quanto fu creduto, dall'Ungheria. Oscuravano il sole, quando, alzatesi a volo, passavano da un luogo all'altro, e durava il passar loro due ore continue, tanto era lungo, ampio e sterminato l'esercito loro per aria. Consumavano l'erbe e tutta l'ortaglia dovunque si posavano. Pare che Filippo Villani[1679] dia il nome di grilli a queste locuste, giacchè scrive che un vento li portò per mare. Io l'avrei chiamato uno sproposito, se nella Vita di Urbano V[1680] non si vedessero distinti i grilli dalle locuste. Nel maggior rigore del verno non lasciarono gl'Inglesi, confermati al loro soldo dai Pisani, di fare di quando in quando delle cavalcate sul territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Anche il suddetto Villani descrive i lor costumi, e l'arte e l'ordine da essi tenuto nella guerra con bravura e sprezzo dei patimenti: al che le milizie italiane non erano allora molto usate. Non bastò ai Pisani la gran brigata degl'Inglesi da loro assoldati, capo de' quali si comincia in questi tempi ad udire _Giovanni Aucud_, in inglese _Kauchouod_, dai Toscani chiamato _Aguto_, uomo che s'acquistò dipoi gran rinomanza in Italia. Presero anche al loro soldo _Anichino di Bongardo_, capitano di tremila barbute tedesche, licenziato da _Galeazzo Visconte_ dopo la pace suddetta: con che erano di molto superiori di forze ai Fiorentini. Contuttociò pregarono il papa d'interporsi per la pace, e a questo fine spedì il santo padre a Pisa e Firenze frate Marco da Viterbo, generale de' frati minori. Ma i Fiorentini, pregni di superbia e d'odio, rigettate le proposizioni, vollero piuttosto guerra che pace; tanto più perchè il _conte Arrigo di Monforte_ condusse in loro aiuto un bel corpo di cavalleria tedesca.

Pertanto l'armata pisana, forte di sei mila uomini a cavallo, oltre alla fanteria, tornò sul distretto di Firenze, giugnendo fino alle porte della città, distruggendo, secondo il costume, tutto il paese. Varii badalucchi succederono in questi tempi fra le nemiche squadre; e il valoroso conte di Monforte arrivò sino a Porto Pisano e a Livorno, ed arse quei luoghi. Non risparmiarono i Fiorentini in tal congiuntura il danaro per far desertare dal campo pisano gran quantità di Tedeschi e d'Inglesi. Avendo essi già preso per loro capitano _Galeotto Malatesta_, insigne mastro di guerra[1681], arditamente nel dì 29 di luglio mossero la loro armata alla volta di Pisa. Sei miglia lungi da quella città a Cascina erano accampati, quando _Giovanni Aucud_[1682], presa ogni precauzione, andò con tutte le sue forze ad assalirli. Atroce e lunga fu la battaglia, e in fine i Pisani ed Inglesi rotti presero la fuga, restandone morti circa mille, e prigionieri circa due mila, che trionfalmente furono poi menati a Firenze. Tra per questa disgrazia, e perchè passò al soldo de' Fiorentini buona parte degl'Inglesi, i Pisani si trovarono in gran tremore e spavento. Spedirono _Giovanni dell'Agnello_, uomo popolare, ma astutissimo, a _Bernabò Visconte_ per aiuto, e ne ebbero a prestanza trenta mila fiorini di oro. Ma il furbo ambasciatore, tornato a Pisa, seppe ben prevalersi dello scompiglio, in cui era la sua patria; imperciocchè spalleggiato da Giovanni Aucud si fece eleggere doge di Pisa per un anno. Intanto colla mediazione dell'arcivescovo di Ravenna e del generale de' frati minori si trattava di pace. Vi acconsentirono finalmente nel dì 30 d'agosto i Fiorentini, perchè si seppe, o fu fatto credere, che i Pisani avessero indotto Bernabò Visconte a prendere la lor protezione con dargli Pietrasanta. Decorosa e di molto vantaggio fu cotal pace ai Fiorentini, avendo i Pisani restituite loro tutte le franchigie ed esenzioni in Pisa e suo distretto, e ceduta Pietrabuona, e promesso di pagare per dieci anni dieci mila fiorini d'oro al comune di Firenze nella festa di s. Giovanni Battista. Così dopo essersi disfatti questi due comuni, ed avere ingrassati colla rovina loro gli oltramontani masnadieri, si quotarono, e diedero commiato alle lor soldatesche. _Anichino di Bongardo_, avvezzo a vivere di rapina, passò su quel di Perugia, e gli altri andarono a dare il malanno ad altri popoli. Durante questa guerra aveano fatto più cavalcate su quel di Siena le compagnie de' masnadieri inglesi e tedeschi, e sempre convenne che i Sanesi con danari si liberassero da quella mala gente. Ma allorchè furono costoro licenziati dai Pisani e Fiorentini, la compagnia de' Tedeschi appellata di San Giorgio, di cui erano capitani _Ambrosio_, figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, e il _conte Giovanni di Auspurgo_[1683], accozzatasi con quella degl'Inglesi, governata da _Giovanni Aucud_, andò a solazzarsi sul Sanese, spogliando, bruciando ed uccidendo. E perchè i Sanesi disperati uscirono con tutto il loro sforzo nel dì 28 di novembre, passarono quei malandrini a Sarzana, e poscia se n'andarono su quel di Perugia e Todi. Infelice quel paese, dove arrivavano queste ingorde e fiere locuste. Nel mese di luglio dell'anno presente si ammalò il vecchio Malatesta signor di Rimini, Fano, Pesaro e Fossombrone[1684], rinomato signore per tante sue imprese di guerra e per la molta sua saviezza. Per attestato della Cronica di Rimini, in tutto il tempo della sua infermità attese ad opere di molta virtù e di grande edificazione, sì per la sua compunzione, come per le grazie e limosine ch'egli fece. Finalmente nel dì 27 d'agosto dell'anno presente[1685], e non già dell'anno seguente, come ha la Cronica di Filippo Villani, passò all'altra vita, restando signore di quegli Stati _Galeotto Malatesta_ suo fratello, impegnato allora in servigio de' Fiorentini. Lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè _Pandolfo_ e _Malatesta Novello_, soprannominato _Unghero_, che parteciparono del governo col suddetto loro zio.

NOTE:

[1671] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1672] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1673] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[1674] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1675] Corio, Istoria di Milano.

[1676] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1677] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 18 Rer. Ital.

[1678] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1679] Filippo Villani, lib. 11, cap. 60.

[1680] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[1681] Filippo Villani, lib. 1, cap. 97.

[1682] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Italic.

[1683] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1684] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1685] Chron. Estense, tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCLXV. Indizione III.

URBANO V papa 4. CARLO IV imperadore 11.

Pareva che questo dovesse essere anno di pace, dacchè i fratelli Visconti s'erano quetati coll'aggiustamento dell'anno precedente. Ma le maledette compagnie dei masnadieri inglesi e tedeschi, accresciute dagli Ungheri e da tutti i ribaldi italiani, non lasciarono goder il frutto della pace fatta. In Lombardia si posarono l'armi, ma non cessarono gli aggravii dei popoli ne' paesi sottoposti ai Visconti. _Galeazzo_ in questi tempi, essendo gravemente molestato dalla podagra[1686], non si vedea più volentieri in Milano, perchè _Bianca di Savoia_ sua moglie, _Giovanni de' Pepoli_ ed altri suoi consiglieri gli metteano in testa dei sospetti di _Bernabò_ suo fratello, la cui brutalità e ingordigia di dominare facea paura a tutti. Ritirossi dunque a Pavia, dove avea già terminato un fortissimo castello e un suntuosissimo palagio. Scoprissi nel dì 25 di gennaio dell'anno presente[1687] in Verona una congiura che andava ordendo _Paolo Alboino_ dalla Scala contra di _Can Signore_ suo fratello maggiore, per privarlo del dominio. Fu preso esso Paolo, e mandato prigione a Peschiera. A molti de' suoi complici ed istigatori fu mozzato il capo, e tutta quella città fu in conquasso per questo. Secondo le Croniche di Siena[1688] e di Piacenza[1689], la compagnia degl'Inglesi condotta da _Giovanni Aucud_ era entrata in Perugia, commettendo ivi i disordini consueti. Ossia che _Anichino di Bongardo_ colla sua compagnia di Tedeschi si trovasse nel medesimo paese, o che i Perugini il facessero venire in loro aiuto, certo è che si servirono essi di questo chiodo per cacciar l'altro. Un fiero e crudel combattimento seguì tra essi Inglesi e Tedeschi uniti coi Perugini nel dì ultimo di luglio, e durò fino alla sera, con fama che restassero sul campo fra l'una e l'altra parte circa tre mila persone estinte. La peggio toccò agl'Inglesi, de' quali più di mille e cinquecento furono condotti prigionieri a Perugia. Allora fu che Giovanni Aucud fuggendo se ne tornò col resto di sua gente sul contado di Siena. Implorarono i Sanesi l'aiuto di Anichino di Bongardo e di _Albaret_ Tedesco; e questo bastò per far ritirare l'Aucud. Ma nel dì 15 di ottobre eccoti comparire su quel medesimo territorio _Ambrosio_ figliuolo bastardo di Bernabò Visconte, condottiere anch'egli di un'altra possente compagnia di masnadieri tedeschi ed italiani. Fecero i Sanesi ammasso di gente, e il costrinsero a prendere altra via. Tutte queste visite costarono a quel popolo gravissime somme di danaro per iscacciare quei cani con accordo o per forza. Smunse Ambrosio anche dai Fiorentini sei mila fiorini d'oro, mostrando di volersene tornare in Lombardia. Andò poscia costui a dare la mala pasqua alla riviera orientale di Genova.

Erano state circa questi tempi gravi discordie e principii di guerra fra la _repubblica di Venezia_ e _Francesco da Carrara_ signore di Padova[1690]. Per l'amicizia già contratta e tuttavia vigorosa del Carrarese con _Lodovico re_ d'Ungheria, i Veneziani erano forte disgustati, e cercavano le vie di nuocere al primo. Attaccarono liti con pretesto di confini, ed ancorchè gli ambasciatori del re d'Ungheria, del legato del papa, de' Fiorentini, Pisani e del marchese d'Este s'interponessero, i Veneziani più che mai comparivano renitenti alla pace. Tuttavia questa in fine si conchiuse, e il Carrarese, per non poter di meno, accettò quelle condizioni che vollero i più forti: perlochè all'odio antico contra de' Veneti s'aggiunsero motivi nuovi. Era anche il Carrarese in rotta con _Leopoldo duca di Austria_ per cagione di Feltro e Belluno, già donati a lui dal re d'Ungheria. Unissi per tanto col patriarca d'Aquileia per fargli guerra, e succedettero anche molte ostilità. Maneggiossi intanto l'accasamento di esso duca d'Austria con _Verde_ figliuola di _Bernabò Visconte_[1691]. Per effettuar queste nozze, e condurre la sposa in Germania, venne a Milano nel mese di luglio _Ridolfo_ fratello d'esso duca[1692]; ma quivi infermatosi (e fu creduto di veleno) terminò i suoi giorni. Ciò non ostante, seguì il matrimonio suddetto. Per la morte di questo principe, e per altre cagioni, cessò il preparamento di guerra fra lui e Francesco da Carrara. Ma per conto di tale avvenimento sembra meritar più fede la Cronica di Verona[1693]. Da essa impariamo che nel dì 12 di febbraio Leopoldo fratello del duca d'Austria con cinquecento cavalli arrivò a Verona, e nel dì seguente andò a sposar la figliuola di Bernabò. Tornossene egli nel dì 8 di marzo a Verona, e immediatamente ripassò in Germania, carico di regali a lui fatti da' Visconti e dallo Scaligero. Poscia nel dì 14 di giugno giunse a Verona il duca Ridolfo, fratello d'esso Leopoldo, con trecento cavalli, e, passato a Milano, quivi terminò i suoi giorni nel dì 20 di luglio. Fu rapito in quest'anno dalla morte nel dì 18 di luglio[1694] anche _Lorenzo Celso_ doge di Venezia, principe glorioso, per avere ricuperata l'isola di Candia, che s'era ribellata, ed ebbe per successore in quella illustre dignità, nel dì 25 d'esso mese, _Marco Cornaro_, uomo di gran sapere e di maggiore prudenza[1695]. Nel dì 28 di maggio di quest'anno _Carlo IV imperadore_ con gran comitiva di principi e baroni tedeschi si portò ad Avignone[1696], dove dai cardinali e dal _papa Urbano V_ fu accolto con sommo onore. Lunghi e segreti ragionamenti passarono fra il pontefice e lui; il tempo rivelò che aveano concertata una lega, e disposto di venire in Italia per desiderio di metterla in pace, siccome vedremo andando innanzi.

Scura è in questi tempi la storia di Napoli e quella di Sicilia, per un biasimevole difetto del Fazello, che non assegna i tempi delle cose quivi avvenute, con togliere a me il campo di riferirle a' suoi anni precisi. Quel che è certo, nel novembre di quest'anno finì i suoi giorni _Niccolò degli Acciaiuoli_ Fiorentino, gran siniscalco del regno di Napoli[1697], pel cui senno la _reina Giovanna_ e il _re Luigi_ si erano sostenuti in mezzo alle gravi loro tempeste. Ma Giovanna dimenticò ben presto i di lui rilevanti servigi, con aver bensì alzato, ma in breve depresso, un figliuolo di lui. In Sicilia (non ne so io determinare il tempo) _don Federigo re_ di quell'isola ricuperò Palermo, e in fine ritolse anche Messina alla _reina Giovanna_: laonde andarono in fumo tutte le conquiste da lei fatte in quelle contrade. Avvenne ancora che _Giacomo infante_ di Maiorica e duca di Calabria, che già vedemmo marito d'essa reina, ma disgustato di lei, all'udire insorta guerra in Ispagna, colà si portò, e vi rimase prigione. La reina dipoi il riscattò collo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Se ne tornò egli nell'anno seguente in Italia, ma poveramente. La Cronica di Bologna ha[1698] che la reina Giovanna, donna di gran coraggio, e che sapea montare a cavallo, quando occorrea, l'avea tenuto in prigione più di sei mesi, per levargli di testa la voglia d'essere re; ma io non saprei assicurar la verità di questo fatto.

NOTE:

[1686] Corio, Istoria di Milano.

[1687] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1688] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

[1689] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1690] Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital.

[1691] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[1692] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1693] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1694] Caresin., Chron. Venet., tom. 12 Rer. Ital.

[1695] Chron. Veron., ubi sup.

[1696] Vita Urbani V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1697] Matth. Palmerius, Vit. Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.

[1698] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXVI. Indizione IV.

URBANO V papa 5. CARLO IV imperadore 12.

Nacque nel maggio dell'anno presente a _Galeazzo Visconte_ in Pavia una figliuola da Bianca di Savoia, a cui fu posto il nome di _Valentina_[1699], e col tempo passò in Francia, maritata in un principe di quella real casa. Per questa nascita si fecero mirabili feste in quella città. Ed essendo in tal congiuntura capitati colà _Niccolò marchese_ d'Este e _Malatesta Unghero_, che andavano per loro affari alla corte del papa, tennero insieme con _Amedeo conte_ di Savoia al sacro fonte la fanciullina. Passarono dipoi i due primi principi a Milano, dove ricevettero di grandi finezze da Bernabò, quando il lor viaggio ad Avignone avea per iscopo la rovina di lui, se la fortuna gli avesse assistiti. Giunti questi due principi al papa, il mossero a maneggiare una lega, in cui avessero luogo non solamente il papa stesso[1700], i suddetti due signori, _Francesco da Carrara, Lodovico_ e _Francesco da Gonzaga_, ma anche lo stesso _Carlo imperadore_, a cui fu d'essa lega dato il baston da comando, e _Lodovico re_ d'Ungheria. Questa poi fu conchiusa nel dì 7 d'agosto dell'anno seguente. Le apparenze erano che la volessero unicamente contro le compagnie de' soldati masnadieri, flagello insopportabil allora dell'Italia; ma creduto fu che segretamente si trattasse della depression de' Visconti, la potenza de' quali dava da gran tempo troppa gelosia a cadauno de' principi d'Italia. Appena l'accorto Bernabò ebbe sentore di questo maneggio, che per chiarirsi delle lor intenzioni diede ordine a' suoi ambasciatori di far istanza per essere ammesso in quella lega. Il papa li rimise allo imperadore, e l'imperadore gli andò menando a mano un pezzo, tanto che Bernabò si assicurò de' lor disegni. Il perchè comandò ad _Ambrosio_ suo figliuolo, il quale si trovava allora nel Genovesato, di assoldar sempre più gente. Fu ubbidito. Pagava profumatamente, nè di più ci volea perchè tutti i ribaldi e malcontenti ed Inglesi e Tedeschi corressero a lui: laonde raunò un formidabile esercito[1701]. Passò questa gente alla Spezia, e ad altri luoghi della riviera di Genova, saccheggiando dappertutto. Arrivarono a Levanto, andarono a Chiavari. Tutti fuggivano per quelle parti, e in Genova stessa era sommo lo spavento.

E pur crebbero gli affanni nel dì 13 di marzo, perchè _Galeazzo Visconte_ mandò ad intimar la guerra a quel popolo. Si dubitò forte che bollissero intelligenze per deporre _Gabriello Adorno_ doge, dacchè fu manifesto essersi unito coi nemici _Lionardo di Montaldo_, rivale dell'Adorno, e bandito in Genova. Fu dunque preso il partito dal consiglio di Genova di trattar accordo coi signori di Milano, e restò dipoi nell'anno seguente convenuto che i Genovesi pagassero loro ogni anno quattro mila fiorini d'oro, e mantenessero quattrocento balestrieri al loro servigio, e in tal guisa cessò quel rumore. Per questo accordo _Ambrosio Visconte_ colle sue masnade si ritirò da que' contorni, e tornò con _Giovanni Aucud_ a salassare i miseri Sanesi[1702]. Se vollero essi levarsi d'addosso queste sanguisughe, dappoichè varii loro luoghi aveano patito il sacco e l'incendio, fu d'uopo pagare a' dì 23 di aprile dieci mila e cinquecento fiorini di oro e molte carra di armadure, oltre a varii altri regali di commestibili. Se ne andarono costoro col malanno alla volta di Roma. Al servigio dei Perugini dimorava allora _Albaret_ Tedesco, capitano della compagnia della Stella. Perchè costui trattava un tradimento in danno di quella città, nel novembre tagliata gli fu la testa. D'ordinario andavano a finir male questi capi d'assassini. Colla morte naturale, che seguì nell'anno presente, di _Giovanni da Oleggio_, stato già tiranno di Bologna, la città di Fermo ritornò sotto il pieno dominio della santa Sede. Più istanze aveano fatte i Romani affinchè _papa Urbano V_ riportasse la sedia pontificale e la residenza in Roma. Veggonsi ancora lettere esortatorie del Petrarca per questo. Forse niun bisogno avea egli di tali sproni, perchè, prima anche d'essere alzato al trono pontificale, attribuiva i disordini dello Stato della Chiesa, anzi dell'Italia tutta, alla lontananza dei papi, ed avea già mostrata la sua disposizione a levarsi dalla Provenza. Pertanto, avendo presa la risoluzion di venire a Roma, scrisse in questo anno al _cardinale Egidio Albornoz_ che gli preparasse il palagio in Roma, ed un altro in Viterbo, dove pensava di passar la state dell'anno prossimo venturo.

NOTE:

[1699] Corio, Istoria di Milano.

[1700] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1701] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic.

[1702] Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLXVII. Indiz. V.

URBANO V papa 6. CARLO IV imperadore 13.

Finalmente volle _Urbano V papa_ dar compimento alla risoluzion sua di trasferirsi in Italia, al dispetto de' cardinali franzesi che fecero di mani e di piedi per frastornare questo lodevol disegno. Da Venezia, da Genova, da Pisa e dalla _reina Giovanna_ gli furono a gara esibite galee per condurlo, e servirgli di sicurezza e scorta[1703]. Ne accettò egli venticinque, e con queste nel dì 23 di maggio arrivò a Genova, accolto con immensa allegrezza da quel popolo. Più di mille persone per fargli onore si vestirono di drappo bianco, che così era allora il rito. Volle alloggiar fuori di città; ma, fattagli paura di qualche possibil sorpresa dalla parte de' Visconti, co' quali non si erano peranche acconci i Genovesi, elesse un luogo più sicuro. Pontificalmente vestito, e addestrato da _Gabriello Adorno_ doge e da Deliano de' Panciatichi da Pistoia podestà, cavalcò per la città, e nel dì 28 sopra le galee imbarcatosi di nuovo, passò nelle vicinanze di Pisa, ma senza volere smontare in terra[1704]. Giunto a Corneto, quivi trovò il cardinale legato _Egidio Albornoz_, e con lui andò a fermare in Viterbo nel dì 9 di giugno i suoi passi[1705]. Indicibil fu in tutta Italia il giubilo per questa venuta del pontefice. Non tardarono i Romani a spedirgli una solenne ambasciata colle chiavi della città; e _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara[1706], dopo aver magnificamente accolti in Modena que' cardinali che vennero per terra, e dopo essere ito apposta a Venezia a prendere _Jacopo conte di Savoia_, ed averlo condotto a Rovigo nel dì 3 di ottobre, si partì da Ferrara con settecento uomini d'armi e duecento fanti riccamente vestiti, ed arrivò nel dì 12 a Viterbo, dove era stata una sedizion del popolo che mise gran paura a tutta la corte papale. Non altro che lui aspettava il pontefice per muoversi alla volta di Roma; e però sotto la guardia del marchese e delle sue genti nel dì 14 s'inviò colà, accompagnato da _Amedeo VI conte di Savoia_, da _Malatesta Unghero_ signor di Rimini, da _Ridolfo signore di Camerino_, e da copiosissima nobiltà di tutti gli Stati della Chiesa e di Toscana, e dagli ambasciatori dell'_imperadore_, del _re di Ungheria_, della _reina Giovanna_, e d'altri principi e città. Sperava egli di far quella solenne entrata in compagnia dello stesso _imperadore Carlo IV_ (che questo era il concerto); ma sopraggiunti varii affari a quell'Augusto, differì egli sino all'anno venturo la sua venuta. Accolto con incontro magnifico dal clero e popolo romano, fra gli strepitosi viva andò il papa a smontare alla basilica vaticana. Sulle scalinate, o per ordine o con licenza di lui, il _marchese Niccolò_ conferì l'ordine della cavalleria a sei nobili italiani e ad altrettanti tedeschi. Andò poscia il papa ad alloggiar nel palazzo vaticano[1707].