Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 60
Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo da _Francesco degli Ordelaffi_ la compagnia del _conte Lando_; ma parte perchè egli non potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi del _cardinale Egidio_ legato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì, e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè con patti di molto vantaggio. Interpostosi adunque _Giovanni da Oleggio_[1609], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di marzo[1610] _Bernardino da Polenta_ signore, o piuttosto tiranno di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede suo fu _Guido da Polenta_, suo figliuolo, proclamato signore da quei cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio. _Can Grande_ signor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta e crudele[1611] s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava del pari i suoi due fratelli, cioè _Can Signore_ e _Paolo Alboino_, e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande, che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova, benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17 d'esso mese tornato colà con gente datagli da _Francesco da Carrara_ signore di Padova, dappoichè _Paolo Alboino_ suo fratello era stato eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare, nè buoi o carra mettersi in viaggio.
NOTE:
[1602] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.
[1603] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Italic.
[1604] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod.
[1605] Corio, Istor. di Milano.
[1606] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1607] Matteo Villani, lib. 9, cap. 35.
[1608] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1609] Matteo Villani, lib. 9, cap. 36.
[1610] Rubeus, Hist. Ravenn., lib 9. Matteo Villani, lib. 9, cap 13.
[1611] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 420.
Anno di CRISTO MCCCLX. Indizione XIII.
INNOCENZO VI papa 9. CARLO IV re de' Romani 6.
Per qualche tempo si andò sostenendo _Giovanni da Oleggio_ contro le forze di _Bernabò Visconte_, perchè dal _cardinale Egidio_ legato apostolico fu sovvenuto di qualche soldatesca, e l'accortezza sua provvedeva a molti pericoli e bisogni. Ma vedendo troppo chiaro l'impotenza sua di resistere a sì gagliardo nemico, il quale avea anche avuto a tradimento Castelfranco e Serravalle, e non sapendo a qual partito volgersi per tener salda la città di Bologna, così strettamente bloccata ed angustiata da varie bastie[1612], cominciò a trattare col cardinale di cedere a lui Bologna. Ne trattò ancora co' Fiorentini, e lo stesso Bernabò, dopo aver penetrati i di lui maneggi, entrò anche egli al mercato. Ma il pallio toccò all'avveduto _cardinale Egidio_, il quale in contraccambio assegnò all'Oleggio il dominio della città di Fermo sua vita naturale durante, e ne diede il possesso ai di lui stipendiati[1613]. Uscì nascostamente fuor di Bologna nella notte antecedente al primo giorno d'aprile Giovanni da Oleggio, senza che il popolo potesse fargli oltraggio alcuno in vendetta delle tante tirannie loro usate; e ne presero la tenuta _Blasco Gomez_ nipote del cardinale, e _Pietro da Farnese_ capitano della gente di esso legato, con giubilo immenso di que' cittadini. Poco nondimeno durò la loro allegrezza; perchè inviato dal capitano suddetto ordine alle milizie di Bernabò di levarsi dal contado di Bologna, siccome città della Chiesa, loro venne un ordine in contrario da esso Bernabò di continuare il blocco, e di far peggio di prima. Però seguitando per molti mesi ancora le genti del Visconte a vivere in quelle contrade e a saccheggiar tutte le ville, incredibil danno ne seguì a que' popoli, e Bologna più che prima si trovò in gravissime angustie. Al cardinale Albornoz mancava la possanza per fare sloggiar il nemico; pertanto ricorse al _re Lodovico_ di Ungheria, pregandolo d'un soccorso di sua gente al soldo della Chiesa. Nè lo chiese invano[1614]. Mandò il re in Italia un corpo di più di quattro, e v'ha chi dice più di sei mila arcieri a cavallo al cardinale, crescendo con ciò i cani a divorar le viscere de' miseri Italiani. La gente di Bernabò, senza voler aspettare l'arrivo di questi barbari, nel dì primo di ottobre si ritirò pel Modenese alla volta di Parma, con lasciar ben provvedute le bastie intorno a Bologna. Arrivati gli Ungheri, non volle il cardinale lasciarli stare in ozio, ma li spinse, insieme colle genti di _Malatesta_ signor di Rimini, a' danni de' Parmigiani[1615]. Commisero costoro nel passaggio pel Modenese crudeltà enormi contro uomini, donne e fanciulli, saccheggiando dappertutto. Più nefanda ancora fu la loro barbarie nel distretto di Parma, dove maggiormente attesero a saziar la loro ingordigia ed avarizia, che a vincere l'assediata città e a debellare i nemici. Se ne tornarono di dicembre, e fu creduto che Bernabò gli avesse addolciti con qualche prezioso liquore. In questo mentre i Bolognesi con tutto il loro sforzo espugnarono le bastie di Bernabò poste a Castenaso, a Casalecchio e in altri siti, e se ne impadronirono: con che restò quieta quella città.
Intanto _Bernabò_, pertinace nel proposito suo, s'applicò a provvedersi sempre più di gente e di danaro per continuar la guerra contro Bologna. Senza curarsi delle censure ecclesiastiche, ed anche per far dispetto al legato, smisuratamente aggravò di contribuzioni il clero secolare e regolare delle sue città, con ricavarne più di trecento mila fiorini d'oro. Prese al suo soldo il _conte Lando_, lo spedì in Germania per trarre in Italia un nuovo rinforzo di ladri e ribaldi, ridendosi intanto del legato, e minacciandolo più che mai pel primo tempo. In questo mentre _Galeazzo_ suo fratello dopo l'acquisto di Pavia pensò maggiormente a nobilitar la sua casa con un illustre parentado[1616]. Sapendo che _Giovanni re_ di Francia si trovava in necessità di danaro per pagare il riscatto della sua persona promesso al re d'Inghilterra, da cui aveva ottenuto di potere ritornare in Francia, con lasciare in Londra buoni ostaggi per questo, trattò di ottenere _Isabella_ figliuola d'esso re in moglie per _Galeazzo_ suo figliuolo, assai giovinetto, perchè nato nel 1354, che fu poi nominato _Gian-Galeazzo_. Fu conchiuso il trattato[1617] per mezzo di _Amedeo VI conte_ di Savoia, fratello di _Bianca_ moglie del suddetto _Galeazzo_. Cento mila fiorini d'oro scrive il Corio[1618] pagati da Galeazzo al re per impetrar sì nobil nuora; _nomine mutui, sive doni_, dice l'autore della Vita d'Innocenzo VI[1619]. Soggiugne esso Corio, essere stata pubblica voce che questa alleanza gliene costasse ben cinquecento mila. Matteo Villani[1620] fa giugnere la spesa fino a secento mila; e ciò con sommo aggravio de' suoi sudditi, forse per la giunta del viaggio e delle suntuosissime nozze che si fecero in tal occasione. Arrivò la real principessa a Milano nell'ottobre con accompagnamento mirabile di Franzesi e Lombardi, e quivi le feste e i bagordi furono senza fine. Pietro Azario rende testimonianza di quella straordinaria magnificenza e delle smoderate spese che fecero piagnere i popoli suoi. Date furono dal re in dote alla figliuola alcune terre nella Sciampagna, che, erette in contea, portarono al genero _Gian-Galeazzo_ il titolo di _conte di Virtù_, sotto il qual nome per molti anni dipoi fu egli conosciuto, siccome vedremo. Erano state donate da _Carlo IV imperadore a Lodovico re_ d'Ungheria le città di Feltro e Cividal di Belluno[1621]. Il re, che professava non poche obbligazioni e molto amore a _Francesco da Carrara_ signore di Padova, a lui ne fece un regalo nell'anno presente. Nel mese di novembre ne mandò il Carrarese ben volentieri a prendere il possesso. Intanto la Sicilia si trovava in grandi affanni, e lacerata per la guerra ch'era fra i Catalani, difensori del giovinetto _re don Federigo_, e le genti di _Luigi re_ di Napoli, con cui teneano i Chiaramontesi. Ma il re Luigi non vi potea accudire, perchè, oltre al ritrovarsi smunto di gente e di pecunia, e il duca di Durazzo ed alcuni baroni di dubbiosa fede, venne anche ad infestare il suo regno _Anichino di Mongardo_ con una poderosa compagnia di masnadieri tedeschi ed ungheri. Costui, dopo aver succiato quanto danaro potè da _Giovanni marchese_ di Monferrato, secondo il costume di que' malvagi, l'abbandonò, e sen venne in Romagna a cercar migliore ventura. Quattordici mila fiorini d'oro cavò dalla borsa del _cardinale legato Albornoz_, con patto di uscir degli Stati della Chiesa romana. Se n'andò egli dunque verso il regno di Napoli con circa due mila e cinquecento cavalieri tra tedeschi ed ungheri, e gran ciurma di fanti; ed, entratovi, cominciò ad assassinar le ville di quelle contrade, e a prendere alcune terre; e quivi passò il verno fra le abbondanti maledizioni di que' popoli.
NOTE:
[1612] Matteo Villani, lib. 9, cap. 65.
[1613] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1614] Additam. ad Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1615] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1616] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1617] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.
[1618] Corio, Istor. di Milano.
[1619] Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1620] Matteo Villani, lib. 9.
[1621] Additamenta ad Cortusior. Hist., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXI. Indizione XIV.
INNOCENZO VI papa 10. CARLO IV imperatore 7.
Teneva tuttavia la gente di _Bernabò Visconte_ nel Bolognese Castelfranco, ed alcune altre castella[1622], e a poco a poco ingrossandosi, ricominciò per tempo la guerra in quelle parti. Il _cardinal Egidio Albornoz_, veggendo mal parate le cose, e che penerebbe a resistere a sì potente avversario, siccome personaggio di gran cuore e senno, nel dì 15 di marzo si mise in viaggio, risoluto di passare personalmente in Ungheria per mare ad implorar più gagliardi soccorsi dal _re Lodovico_, giacchè gli Ungheri precedentemente inviati in aiuto del legato, parte s'erano arrolati nell'armata di Bernabò e parte nella compagnia di _Anichino di Mongardo_. Avea lo stesso re fatto sperare al papa d'essere pronto a venire in persona in Italia colle sue forze, per metter fine all'insaziabilità di Bernabò, uomo nato solamente per rovinare i propri sudditi e gli altrui con tante guerre. Ma, ossia che i regali fatti a tempo correre dallo stesso Bernabò nella corte del re unghero facessero buon effetto, ovvero che non si accordassero le pive fra la corte pontificia e lui, certo è che il cardinale gittò via i passi, e se ne tornò qual era ito, senza ottener soccorso veruno. In questo mentre a dì primo di aprile ebbero le genti di Bernabò a tradimento il castello di Monteveglio. Nel dì 15 d'esso mese passò il medesimo Bernabò con poderoso esercito in vicinanza di Modena, e andò a posarsi a Castelfranco. Messo dipoi l'assedio a Pimaccio ossia Piumazzo, nel dì 10 di maggio s'impadronì di quel castello, e fra cinque giorni anche del girone: il che fatto, se ne tornò per Modena a Parma, accompagnato da pochi, lasciato nel Bolognese l'esercito suo sotto il comando di _Giovanni Bizozero_. Tre bastie furono piantate dalle genti sue due miglia lungi da Bologna in tre siti, cioè una al ponte di Reno, una a Corticella, e la terza a San Ruffillo. Con queste briglie intorno male stava Bologna. Nuovi guai ancora si suscitarono in Romagna, perchè _Francesco degli Ordelaffi_, già signore di Forlì[1623], dacchè vide acceso sì gran fuoco, si mise a' servigi di Bernabò, e seco ebbe _Giovanni de' Manfredi_ già signore di Faenza. Ora amendue coll'armi del Visconte e de' lor parziali cominciarono guerra or contra Forlì, or contra Rimini. Per mancanza di vettovaglia insorsero in Bologna non pochi lamenti e sospetti di congiure, parendo al popolo di non poter lungamente durarla così. Ma il saggio cardinale Albornoz e il vecchio _Malatesta_ signore di Rimini col senno provvidero al bisogno[1624]. Finsero una lettera scritta a Francesco degli Ordelaffi per parte di un suo amico, che gli promettea l'entrata in Forlì, s'egli con corpo di gente si fosse presentato a un determinato tempo colà. A questo fine si mosse egli con ottocento barbute, lasciando per conseguente smagrito l'esercito del Bizozero. Matteo Villani racconta in altra guisa lo stratagemma fatto da Malatesta al generale del Visconte. Oltre a ciò, una notte, senza che alcuno se ne accorgesse, arrivò in Bologna _Galeotto de' Malatesti_ con cinquecento barbute e trecento Ungheri. Era il dì 20 di giugno, in cui il cardinale ordinò che tutta la miglior gente di Bologna fosse in armi a un tocco di campana. Più di quattro mila ben guarniti e vogliosi di battaglia, unitisi colle genti d'armi, a dirittura marciarono alla bastia di S. Ruffillo, ed assalirono con tal vigore il campo nemico, che, dopo lunga difesa, rimase buona parte della gente di Bernabò od estinta sul campo, o presa, e pochi si salvarono colla fuga. Lo stesso generale del Visconte, cioè _Giovanni da Bizozero_, con circa mille armati fu condotto prigioniere a Bologna. La bastia di S. Ruffillo fu presa, e per tale sconfitta le guarnigioni di Bernabò che erano nelle altre due bastie, dopo avere attaccato fuoco, precipitosamente si ritirarono a Castelfranco.
Nè questa fu la sola avversità di _Bernabò_. Perch'egli teneva Lugo in Romagna, mille e ducento de' suoi cavalieri nel novembre inviati a quella volta vollero passare il ponte di Reno[1625]. Uscì il popolo di Bologna, li perseguitò, e buona parte di essi fece prigionieri. Nella Cronica di Bologna[1626] questo fatto è narrato all'anno seguente. Così nel mese di giugno[1627] avendo egli un segreto trattato in Correggio per prendere quella terra, _Giberto da Correggio_ lo penetrò, ed ottenute da _Ugolino da Gonzaga_ signor di Mantova quindici bandiere di cavalieri, fece vista di lasciar entrare le diciassette bandiere di cavalieri colà inviate da Bernabò, ed aperta la porta, gli ebbe tutti prigioni. Parimente nel settembre[1628] essendosi portata a Revere sul Mantovano una parte dell'esercito di Bernabò, mettendo tutto a sacco, _Ugolino da Gonzaga_ col popolo di Mantova andò valorosamente ad assalir quella gente, e totalmente la sconfisse colla strage e prigionia di molti. Ma non era in que' tempi molto difficile il rimettere in piedi le armate, per quel che riguarda la gente perchè l'uso portava che i vincitori, riunendo tutti i conestabili, uffiziali, ed altre persone capaci di taglia, lasciavano andar con Dio i prigioni gregarii, con spogliarli solamente dell'armi e de' cavalli. In questo mentre _Galeazzo Visconte_ fratello di Bernabò attendeva a fabbricar la cittadella di Pavia, e per desiderio di ristorar quella città afflitta dalle guerre passate, con privilegio imperiale fondò quivi nell'anno presente un'illustre università, conducendo colà valenti lettori di leggi e dell'altre scienze[1629], ed obbligando tutti gli scolari degli Stati sudditi suoi e del fratello a portarsi a quelle scuole. Ma neppur egli fu senza avversità. L'esempio delle scellerate compagnie de' soldati masnadieri che cominciarono in Italia, servì di norma a suscitarne delle nuove anche in Francia in occasion della tregua o pace stabilita fra i re di Francia e d'Inghilterra. Erano composte d'Inglesi, Franzesi, Normanni, Spagnuoli, Borgognoni. Tutta la gente di mal affare concorreva a queste scomunicate leghe per isperanza di bottinare, e sicurezza di vivere alle spese di chi non avea forza maggior di loro. In grandi affanni e pericoli fu per questo la stessa corte sacra di Avignone, perchè quella mala gente, senza religione, entrò in Provenza, e se non otteneva danari, minacciava lo sterminio a tutti. Ci mancava ancor questa, che dopo essere calpestata l'Italia da tanti masnadieri tedeschi ed ungheri, venissero fin dall'Inghilterra nuovi cani a finire di divorarla. Ora portò l'accidente che _Giovanni marchese_ di Monferrato, sentendosi solo ed esposto alle forze troppo superiori di _Galeazzo Visconte_ suo nemico, altro ripiego non sapendo trovare al suo bisogno, benchè burlato più volte dalle infide compagnie dei Tedeschi, passò in Provenza, per condurre in Italia alcune di quelle che soggiornavano nei contorni di Avignone. Una ne incaparrò, chiamata la compagnia bianca[1630], e il papa, per levarsi di dosso quella bestial canaglia, e per iscaricare il mal tempo addosso ai contumaci Visconti, vi contribuì da cento mila fiorini d'oro. Il marchese con sì sfrenata gente, la quale, secondo la Cronica Piacentina[1631], ascendeva a dieci mila tra cavalieri e fanti, venne in Piemonte.
Questa fu la prima volta e l'occasione che misero il piede in Italia soldatesche inglesi, le quali poi recarono tanti guai a varii paesi, e andarono crescendo, perchè questi ne chiamavano degli altri, e la voce del gran guadagno bastava a muovere i lontani anche senza pregarli. Ricominciò dunque il _marchese_ con sì poderoso rinforzo in Piemonte la guerra contra di _Galeazzo_, e gli tolse alcune castella, commettendo orribili crudeltà, spezialmente nel Novarese. Per buona giunta Galeazzo, affine di levar loro il nido, finì di bruciare e distruggere molte terre e ville di quel distretto, non per anche rovinate dai nemici. Pietro Azario[1632] ce ne ha conservato il funesto catalogo. Ma non tentò il marchese impresa alcuna contro le città, perchè dianzi le aveva il Visconte ben guernite di genti d'armi e di munizioni. Accadde che _Amedeo conte di Savoia_ venne in questi medesimi tempi ad una sua terra di Piemonte. Ne ebbe contezza la compagnia bianca de' suddetti masnadieri, e con una marcia sforzata quivi sorprese il conte e la sua baronia. Rifugiossi bensì il conte nel castello, ma assediato, gli fu forza di venire ad un accordo, e di liberarsi con cento ottanta mila fiorini d'oro, parte pagati allora, parte promessi con buone cauzioni. Perchè il Guichenone non parla di ciò nella Storia della real casa di Savoia, non so dire il nome di quella terra. Adunque per tali guerre tutta era in affanni la Lombardia; e i Visconti, per sostenerla, indicibili aggravii metteano non solamente ai secolari, ma al clero ancora; ed in quest'anno Galeazzo occupò tutti i frutti e le rendite degli ecclesiastici di Piacenza. Gravissimi flagelli erano questi, e pure se ne provò un maggiore nell'anno presente; cioè una fierissima inesorabil pestilenza[1633]. Infierì essa in Francia, in Inghilterra ed in altri paesi, con levare dal mondo le centinaia di migliaia di persone. Entrò in Avignone, e vi fece una strage immensa di quel popolo, e privò di vita anche otto o nove cardinali, con assaissimi altri uffiziali della corte pontificia. Per questo motivo ancora, cioè per timor di cadere vittima d'essa peste, la compagnia suddetta de' soldati masnadieri si acconciò volentieri col marchese di Monferrato, sperando in Italia il godimento della sanità. Ma ossia che gli stessi portassero il malore in Italia, o ch'esso vi entrasse per altra porta, certa cosa è che in quest'anno nel mese di giugno, e poscia nell'anno seguente, si diffuse la peste nel Piemonte, Genova, Novara, Piacenza, Parma ed altre città. Milano, preservato nella terribilissima peste del 1348, non potè guardarsi da questa, e ne rimase desolato per la gran perdita di gente. In tempi di guerra la peste sguazza, e va senz'argini dovunque vuole. _Galeazzo Visconte_ si ritirò a Monza, _Bernabò_ a Marignano, e vi si tenne con tal guardia e ritiratezza, che corse dappertutto, e durò lungo tempo, la voce che fosse morto. Esenti da questa calamità ne andarono in quest'anno[1634] Modena, Bologna e la Toscana; ma in Venezia incredibil fu la moria di quel popolo, e fra gli altri vi lasciò la vita nel dì 12 di luglio[1635] _Giovanni Delfino_ doge di quella repubblica, in cui luogo fu eletto _Lorenzo Celso_, giovane quanto all'età, ma vecchio per la sua saviezza e prudenza. In quest'anno nella notte del dì secondo di novembre venendo il dì terzo, passò al paese dei più _Aldrovandino marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena, Comacchio e Rovigo[1636]. Benchè lasciasse un figliuolo legittimo, cioè _Obizzo IV_, pure il _marchese Niccolò_ suo fratello prese le redini del governo di tutti gli Stati senza contraddizione alcuna. Per discordie nate nell'agosto di quest'anno[1637] fra _Bocchino_ signore o tiranno di Volterra, e Francesco de' Belfredotti suo parente, si sconvolse tutta quella città. Corsero immediatamente al rumore i lesti Fiorentini, e tanto seppero fare, ch'essi di volontà del popolo occuparono la signoria di quella città con gran dispetto de' Pisani e Sanesi. Nel mese di ottobre anche ai Sanesi riuscì di sottoporre al loro comando Monte Alcino.
NOTE:
[1622] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic. Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Italic.
[1623] Matteo Villani, lib. 12, cap. 53.
[1624] Matth. de Griffonibus, Chronic. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.
[1625] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ita.
[1626] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[1627] Matteo Villani, lib. 10, cap. 61.
[1628] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.
[1629] Corio, Istor. di Milano.
[1630] Matteo Villani, lib. 10, cap. 64.
[1631] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[1632] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic. pag. 370.
[1633] Matteo Villani, lib. 10, cap. 71. Rebdorfius, Annal. Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1634] Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Italic.
[1635] Caresin., Chron., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLXII. Indizione XV.
URBANO V papa 1. CARLO IV imperadore 8.