Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 6

Chapter 63,381 wordsPublic domain

[140] Ricordano Malaspina, cap. 184.

[141] Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

[142] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[143] Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.

[144] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[145] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXVII. Indizione X.

CLEMENTE IV papa 3. Imperio vacante.

Dappoichè fu il _re Carlo_ in pacifico possesso della Sicilia e Puglia, siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri franceschi[146]. Arrivò questi a Firenze nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta, e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi[147] apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado, se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia. Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonar gli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano, prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta in _Corradino_ figliuolo del fu re _Corrado_. A lui perciò quei di Toscana e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a lui legittimamente spettante[148]. Fra gli altri andarono in Germania per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila cavalli ed alcune migliaia di fanti discese in Italia[149], e si fermò in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che, venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo. Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia. Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re, _Arrigo_ e _Federigo_ fratelli di _Alfonso re_ di Castiglia, perchè scacciati dal regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo, perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi movimenti parla Bartolomeo da Neocastro[150], e il testo da me dato alla luce li mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma in buona parte appartengono al presente. Venne _Arrigo di Castiglia_ fratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto, nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di nominare un nuovo senatore[151]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo, credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue iniquità parleremo all'anno seguente.

Rincresceva forte a _Napo Torriano_, signor di Milano, e a quel popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per non voler essi ammettere _Ottone Visconte_ arcivescovo, e per avere inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato[152]. Spedirono essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo, il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza; esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia perorò la sua causa, e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese, che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione di queste promesse. Se crediamo al Corio[153], nel maggio di quest'anno il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi; e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi, benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno seguente. Secondo le Croniche di Reggio[154] e di Modena[155], solamente in quest'anno il _marchese Oberto_ Pelavicino perdè il dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il Continuatore di Caffaro[156] racconta un tal fatto all'anno presente. Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città[157]. Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per rientrarvi colla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza[158], il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno i Modenesi[159] per tre mila lire il castello della Mirandola colla Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei luoghi. Mancò di vita in quest'anno la _regina Beatrice_, moglie del re Carlo[160], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato nell'anno presente l'interdetto della città di Genova[161], e colà si portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani, affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, dove il santo _re Lodovico IX_ disegnava di ritornare. Niuna conchiusione si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con prendere per loro signore _Guglielmo marchese_ di Monferrato, al quale si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.

NOTE:

[146] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.

[147] Ricordan. Malaspina, cap. 185.

[148] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.

[149] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[150] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.

[151] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.

[152] Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 303.

[153] Corio, Istor. di Milano.

[154] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[155] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[156] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.

[157] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[158] Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[159] Annales Veteres Mutinens.

[160] Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in Chron.

[161] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.

Anno di CRISTO MCCLXVIII. Indizione XI.

CLEMENTE IV papa 4. Imperio vacante.

Sul principio di quest'anno si mosse _Corradino_ da Verona con più di tre mila cavalli[162], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di due mesi, per le terre di _Manfredi marchese_ del Carretto passò al porto di Vada[163], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi, felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore da quel popolo[164]. _Federigo_ giovane duca d'Austria, ma solamente di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era allora _Ottocaro re_ di Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina[165] con errore dà il nome d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran guasto[166]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino, disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini, pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia il _re Carlo_, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza, o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo di credenza contraria alla religion cristiana, temendo troppo del re Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne' circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi: certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal pontefice _Clemente IV_[167]. In Roma fu accolto con incredibile onore da _Arrigo di Castiglia_ senatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di Stati.

Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e conversato in Tunisi co' Saraceni[168], s'era imbevuto di molte loro scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed Angelo Malabranca, nobili che più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari, tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro galee ben armate[169] sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad assalirla[170]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buon _papa Clemente_, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure. Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta infallibil vittoria, _Federigo duca_ d'Austria, _Arrigo di Castiglia_ senatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi, ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci mila cavalli si contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila[171]; e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino, ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì, ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere della sua armata[172], e di tenersi egli in riserva con cinquecento dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio degli uccisi. Allora _Alardo_, rivolto al re Carlo gli disse: _Ora è il tempo, o sire. La vittoria è nostra_. E, dato di sprone ai freschi cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che, senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita, parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga. Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta vittoria, veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.