Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 59

Chapter 593,654 wordsPublic domain

Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul principio di giugno _Bernabò Visconte_, sotto il comando di Galasso Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno[1588]. Venuto il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese[1589], parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna. Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e dell'Oleggio, comandate da _Feltrino Gonzaga_, andarono virilmente ad assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaio dell'anno presente da _Giovanni marchese_ di Monferrato il castello di Novara, nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso; ma perciocchè il _conte Lando_, che tuttavia era in quelle parti colla sua gran compagnia, non si accordava con _Ugolino da Gonzaga_ capitano della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega. Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono[1590]; imperciocchè riuscì ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte, e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende, tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi con _Ugolino Gonzaga_ e coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano, saccheggiando e bruciando[1591]. Lasciati in Castro, castello del Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano. _Giovanni Bizozero_, capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e, andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro i soldati suddetti della lega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.

Nel maggio di quest'anno _Luigi re_ di Napoli, dimorante in Messina, facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania[1592]. Con mille e cinquecento cavalieri ed assai fanteria _Niccolò degli Acciaiuoli_ Fiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti, prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due sorelle del _re di Sicilia Federigo_, soprannominato il Semplice. Ma abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel regno di Napoli da _Luigi duca_ di Durazzo, il quale s'era unito con Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle congiunture presenti. Intanto continuava la guerra di _Lodovico re_ d'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto andavano facendo in Dalmazia[1593]. Ma nel settembre di quest'anno accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi: disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente. Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza voler dipendere dall'altrui volontà. Anche _Simone Boccanegra_ doge di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche[1594]. Perciò, divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con lui _Giovanni marchese_ di Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro giogo, e a governarsi a comune. _Castellino, Fiorello_ e _Milano_, i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono segretamente un trattato coi signori di Milano, pensando col braccio loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia pativa troppa penuria.

NOTE:

[1582] Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.

[1583] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1584] Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.

[1585] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1586] Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.

[1587] Piena Esposizione, Append., num. 14.

[1588] Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.

[1589] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1590] Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.

[1591] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1592] Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.

[1593] Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1594] Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 2.

Anno di CRISTO MCCCLVIII. Indizione XI.

INNOCENZO VI papa 7. CARLO IV imperatore 4.

La gran potenza e i fortunati successi di _Lodovico re_ d'Ungheria nella guerra da lui mossa alla repubblica veneta indussero quel saggio senato a pregarlo di pace, con rimettere a lui, sapendo quanto fosse magnanimo, le condizioni dell'accordo[1595]. Gradì il re così manierosa offerta, accettò i loro ambasciatori, e rispose di non voler danari, perchè niun bisogno avea dell'altrui moneta, ma bensì che pretendea quello che anticamente era della sua corona. Però fu convenuto che a lui restassero le città dell'Istria, Dalmazia e Schiavonia; e laddove da tanto tempo indietro il doge di Venezia si intitolava _dux Venetiarum, Dalmatiae, Croatiae, et quartae partis totius imperii Romaniae_, bisognò ridurre quel titolario al solo _dux Venetiarum_. Per altro il re restituì loro tutte le castella prese sul Trevisano, con obbligare i Veneziani a dar pace a tutti que' castellani, e a fornirgli nelle occorrenze ventiquattro galee alle spese del medesimo re. In questa dolorosa maniera terminò la guerra del re unghero, terrore allora di tutti i vicini, colla repubblica veneta. Restò un'amarezza grande di quel senato contra di _Francesco da Carrara_ signore di Padova, perchè egli avea usato di molte finezze al re Lodovico e alle sue genti durante la guerra suddetta di Trivigi; con lamentarsi inoltre, perchè egli continuamente avesse somministrato vettovaglie al campo nemico, senza di che sarebbe stata presto terminata la guerra in quelle parti per mancanza di sussistenza. Rispondeva il Carrarese d'aver ciò fatto per necessità della vicinanza, e per salvare il proprio paese, mentre avrebbono que' Barbari preso per forza e senza pagamento ciò che si fosse loro negato. Ma nè queste nè altre ragioni ritennero i Veneziani dal farne vendetta, allorchè il tempo propizio loro si presentò. Era anche stata guerra in regno di Napoli per la ribellione del _duca di Durazzo_: laonde s'erano riempiute d'assassini e di mala gente tutte quelle contrade. Ma dacchè il conte di Minerbino, grande autore e fomentatore di sedizioni, fu, secondo il suo merito, impiccato, ebbe campo _Niccolò Acciaiuoli_ gran siniscalco con altri baroni di metter pace fra il _re Luigi_ e il suddetto duca, e gli altri Reali nel maggio di quest'anno. Gran festa se ne fece, e dacchè furono banditi dal regno gli uomini d'arme forestieri, si restituì la tranquillità a quel regno.

Tornò nell'aprile di quest'anno _Galeazzo Visconte_ all'assedio di Pavia per terra e per acqua[1596]. Perchè fu creduto che i signori da Beccheria, che erano col Visconte, fossero gl'istigatori di questa guerra, fra Jacopo Bussolaro, di cui s'è parlato di sopra, tanto strepito fece colle sue prediche, piene in apparenza di zelo, per la lor distruzione, che il popolo, uomini, donne e fanciulli corsero a diroccare e spianare da cima a fondo tutti i loro bei palagi: impresa veramente nobile di quel religioso cappuccio, quasi che peccassero le case, onde meritassero un sì barbaro gastigo. Grande fu lo sforzo de' Pavesi per la difesa della città, e fecero anch'essi un nobile armamento di navi sul Ticino per resistere al copioso naviglio di Galeazzo, formato in Piacenza[1597], di cui era capitano Fiorello da Beccheria. Fra queste due armate navali succedette un giorno un fiero combattimento ad uno steccato fabbricato da' Pavesi in quel fiume. Restarono morti e feriti assaissimi dall'una parte e dall'altra; ma ne andarono infine sconfitti i Pavesi; fu distrutto lo steccato, e quattro lor galeoni con altre barche vennero in potere de' Piacentini. Durava nello stesso tempo la guerra di _Bernabò Visconte_ contro ai Gonzaghi, Estensi e Bolognesi[1598]. Nel dì 20 di marzo s'affrontarono le loro armate a Monte Chiaro, che era allora del distretto di Cremona, e tutti menarono ben le mani. La vittoria si dichiarò in favore de' collegati. Ma neppur questo servì a vantaggiar gl'interessi di _Ugolino da Gonzaga_, perchè i Visconti dopo una perdita pareva sempre che comparissero più forti di prima; e il contado di Mantova, per la perdita di Governolo e Borgoforte e del Serraglio, si trovava in gravi angustie e in pericolo di peggio. Perciò cominciò egli a muovere parola di pace, e trasse nel sentimento suo anche _Aldrovandino Estense_ signore di Ferrara, e _Giovanni da Oleggio_, giacchè tutti si consumavano in questa guerra senza profitto alcuno. Prestò volentieri orecchio a questa proposizione anche Bernabò Visconte per desiderio di rompere il nodo di quella lega, e perchè a lui nulla costava di far oggi una pace, e domani il romperla, se gli tornava il conto[1599]. Spedirono i collegati a Milano i loro plenipotenziarii, ed in essa città fu conchiusa e pubblicata la pace nel dì 8 di giugno. A quel trattato intervennero anche gli ambasciatori di _Carlo IV imperadore_, di _Giovanni marchese_ di Monferrato, di Venezia e d'altri signori. E perciocchè _Galeazzo Visconte_ pretendea la restituzion di Novara e di Alba, a lui tolte dal suddetto marchese, fu rimessa la decisione di questa pendenza all'imperadore, il qual poscia decise che fossero restituite a Galeazzo quelle due città, e che questi restituisse al marchese la terra di Novi sul confine del Genovesato. Per quello che vedremo, pare che nulla fosse determinato per conto di Pavia[1600]. Essendo poi nato nel settembre un figliuolo a _Bernabò Visconte_, ne vollero essere compari al battesimo _Aldrovandino marchese_ d'Este, _Ugolino da Gonzaga_ e _Giovanni da Oleggio_. V'andarono in persona i due primi coll'accompagnamento di copiosa nobiltà. L'Oleggio, volpe vecchia, vi mandò per suo ambasciatore un suo nipote. Di ricchi presenti, secondo il costume d'allora, fecero questi signori a _Regina_ dalla Scala moglie di Bernabò, e al figliuolo Lodovico. L'Estense donò una coppa d'oro piena di perle, anelli e pietre preziose di valore di circa dieci mila fiorini d'oro; il Gonzaga sei coppe di argento dorato, e l'Oleggio molte pezze di panno d'oro e gran quantità di zibellini. Sotto questo bel colore comperarono i men forti l'amicizia dei più forti. Furono anche celebrate in Milano le nozze di _Caterina_, figliuola del fu _Matteo Visconte_, con _Ugolino da Gonzaga_, e si fecero per tal occasione bellissime giostre e torneamenti in quella città. Ma _Feltrino da Gonzaga_, insospettito che il nipote Ugolino coll'alleanza contratta coi Visconti l'escludesse dal dominio di Mantova, prima che egli tornasse a Mantova, cavalcò a Reggio, e prese l'intero possesso di quella città, e provvide di molta gente Suzara, Reggiuolo e Gonzaga, per impedir gli attentati del nipote. Ugolino, venuto anch'egli a Mantova, ad esclusion dello zio prese in sè tutta la signoria di quella città, e tra loro da lì innanzi sempre fu un grosso sangue.

Per la pace seguita in Lombardia restò licenziata la gran compagnia del _conte Lando_[1601], e questa sen venne sul Bolognese nel mese di giugno, e si accampò a Budrio. Era ito in Germania il conte, portando seco gl'immensi tesori raccolti da tante ruberie in Italia, co' quali fece acquisto di terre e castella. Seppe costui così ben dipignere a _Carlo IV_ imperadore i vantaggi che potea portare a lui e allo imperio la sua gente in Toscana, che Carlo il dichiarò suo vicario in Pisa, e forse per la Toscana. Tornato questo capo di assassini in Italia, allorchè fu sul Bolognese, intese come i suoi caporali aveano presa condotta dai Sanesi, e n'ebbe piacere, perchè al precedente motivo si aggiugnea quest'altro di passare in Toscana. Aveano i Perugini assediata Cortona. Ora i Sanesi, che di mal occhio vedevano l'ingrandimento de' vicini Perugini, ed erano anche pulsati per aiuto dai Cortonesi, non solamente mandarono gente alla difesa di quella città, ma anche presero al loro soldo _Anichino di Bongardo_, anch'esso Tedesco, che avea messa insieme una compagnia di circa mille e ducento barbute. Con tali rinforzi sul fine di marzo usciti in campagna, fecero levar l'assedio di Cortona con perdita non lieve e molta vergogna de' Perugini. Per cancellar tale onta, più che mai feroci ed ingrossati di gente se ne tornarono i Perugini sotto Cortona. Vennero poscia i Sanesi a battaglia, e ne furono malamente sconfitti, con veder poi gli stessi nemici alle lor porte: dal che irritati chiamarono al loro soldo la gran compagnia. In tale stato di cose avvenne che il conte Lando, giacchè intese l'invito accettato dalla sua gente di passare sul Sanese, ed egli stesso pel nuovo suo vicariato bramava di portarsi colà, si mise in viaggio nel dì 24 di luglio per uno scosceso ed aspro cammino dell'Apennino, a lui prescritto dai Fiorentini. Ma non potendosi contenere i suoi soldati dal rubare e maltrattare i montanari, costoro in numero solamente di ottanta si postarono ne' siti superiori della via, e rotolando giù grossi sassi, senza che potessero quegli sgherri nè offendere, nè difendersi, li misero in fuga. Vi furono morti circa trecento di essi, oltre a molti presi, e più di mille cavalli e trecento ronzini con assai roba rimasta in preda ai vincitori. Lo stesso _conte Lando_ malamente ferito fu condotto prigione, ma con promessa di molti danari trafugato si condusse a Bologna, dove ben accolto da _Giovanni da Oleggio_, per la sua poca cura fu in pericolo della vita. Il resto di quella mala gente si ridusse nel contado d'Imola. _Francesco degli Ordelaffi_, che vedea mal volentieri stretta la sua città di Forlì da due bastie poste dal legato pontificio, tirò al suo soldo quei masnadieri per isperanza che smantellassero le due nemiche fortezze. Costoro fecero di grandi crudeltà e saccheggi in Romagna nel restante dell'anno. Ma avendo la corte pontificia d'Avignone riconosciuta la balordaggine commessa nel richiamar d'Italia l'assennato e valoroso _cardinale Egidio_, il rimandò in quest'anno con titolo di legato ed ampia autorità negli Stati della Chiesa. Passata la metà di dicembre, arrivò egli in Romagna, e si diede a studiare i mezzi per vincere la pugna contro l'ostinato signore ossia tiranno di Forlì. I Sanesi intanto[1602] e i Perugini, che erano in guerra, e si trovavano stanchi ed esausti per le perdite vicendevolmente fatte di genti e di avere, vennero a pace. Restò ai Sanesi una specie di dominio in Cortona. Montepulciano venne in poter dei Perugini.

NOTE:

[1595] Gattari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 30.

[1596] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Italic.

[1597] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[1598] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1599] Johannes de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.

[1600] Corio, Istor. di Milano.

[1601] Matteo Villani, lib. 8, cap. 60.

Anno di CRISTO MCCCLIX. Indizione XII.

INNOCENZO VI papa 8. CARLO IV imperadore 5.

Dacchè _Bernabò Visconte_ ebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora con _Giovanni da Oleggio_ signor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo per fermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna[1603]. Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria, di cui fece capitano il _marchese Francesco Estense_ fuoruscito di Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena. Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17. Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna; levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava un dito per lui.

Prima che queste cose avvenissero[1604], _Galeazzo Visconte_, aiutato da _Bernabò_ suo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando di _Luchino dal Verme_ all'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte, dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il Corio[1605], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè era venuto meno il danaro, con persuadere alle donne l'abbandonare il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia[1606], e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo Villani[1607] e dagli Annali di Piacenza[1608] che _Giovanni marchese_ di Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città, non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia del _conte Lando_, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio del marchese di Monferrato _Anichino di Bongardo_ Tedesco con circa due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo Bussolari e i principali di Pavia disperato ii lor caso, nel mese di novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città, e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande accrescimento di potenza fu questo a _Galeazzo Visconte_.