Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 58

Chapter 583,370 wordsPublic domain

Fecero in quest'anno all'uscita di maggio essi Veneziani una svantaggiosa pace col popolo di Genova[1567]. Per lo contrario, alcune navi de' Genovesi fieri corsari nel mese di giugno s'impadronirono a tradimento della città di Tripoli in Barberia. La preda quivi fatta in danari e mobili preziosi ascese ad un milione ed ottocento mila fiorini d'oro. Circa sette mila furono i prigioni fra uomini e donne. E quantunque il loro comune non approvasse, o facesse vista di disapprovar quel fatto, pure si mantennero in quella città, finchè trovarono un ricco saraceno, a cui la venderono per cinquanta mila doble d'oro, e se ne tornarono in fine a Genova con infinite ricchezze, le quali fecero lor poco pro, perchè quasi tutti in breve tempo capitarono male, o tornarono in povero stato. Dai collegati di Lombardia, dappoichè si furono accorti delle ribalderie e della corrotta fede del _conte Lando_ Tedesco, fu licenziata la gran compagnia de' suoi masnadieri; e sentendo costoro che v'era guerra in Puglia contro _Luigi re di Napoli_, come gli avvoltoi alle carogne, così trassero anche essi a quella volta; nè trovando contraddizione, andarono malmenando il paese, e poi passarono in Terra di Lavoro, accostandosi anche alla stessa città di Napoli. Avea raccolto da varie parti _Niccolò degli Acciaiuoli_ siniscalco circa mille barbute di gente tedesca, e pareva che il re Luigi volesse uscire in campo contra di que' ribaldi. Nulla se ne fece, anzi, perchè non correano le paghe, molti di que' mille uomini d'armi si andarono ad unire alla gran compagnia del conte Lando, che sguazzava alla barba de' regnicoli. In fine il re Luigi, per levarsi d'addosso un sì grave fardello, s'accordò di pagare a quegli assassini cento cinque mila fiorini d'oro, trentacinque mila in contanti, e il resto in due rate, purchè se ne andassero. Bisognò per questo torchiar le borse de' Napoletani e dei mercatanti, non senza gravi lamenti di que' popoli, i quali fecero per questo anche una sedizione popolare, che non ebbe conseguenza. Intanto _don Luigi d'Aragona_ re di Sicilia coll'aiuto dei Catalani avea ripigliate alcune delle terre occupate dal re di Napoli; ma non potè proseguire il corso della vittoria, perchè la morte il rapì nel mese di novembre nella sua verde età. Gli succedette _don Federigo_ suo minor fratello, di cui presero cura i Catalani, restando più che mai l'isola lacerata e sconvolta per la fazion contraria de' Chiaramontesi.

NOTE:

[1545] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1546] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1547] Matteo Villani, lib. 4, cap. 39.

[1548] Muratorius, de Coron. Ferrea, tom. 2, Anecdot. Latin.

[1549] Annales de Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1550] Chronic. Placentin., tom. eod.

[1551] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1552] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1553] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1554] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1555] Rebdorfius, Annal.

[1556] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1557] Antiquit. Italicar., Dissert. XXIX, pag. 855.

[1558] Matteo Villani, lib. 5, cap. 20.

[1559] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1560] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 4, cap. 52.

[1561] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.

[1562] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Matth. de Griffonib., Chron., tom. 18 Rer. Ital.

[1563] Matteo Villani, lib. 5.

[1564] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1565] Gatari, Cron. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1566] Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Caresinus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1567] Matteo Villani, lib. 5, cap. 48.

Anno di CRISTO MCCCLVI. Indizione IX.

INNOCENZO VI papa 5. CARLO IV imperadore 2.

La pace conceduta da _Bernabò Visconte_ a _Giovanni da Oleggio_ si scoprì in fine fatta per tradirlo[1568]. Certamente l'Oleggio la conservò con tutta onoratezza; ma Bernabò, fingendo di volere far guerra al marchese di Ferrara, mandò sul Bolognese con assai combattenti Arrigo figliuolo di Castruccio, già signore di Lucca, il quale, entrato in Bologna, cominciò a manipolare una congiura contra dell'Oleggio. La buona fortuna e insieme l'avvedutezza di Giovanni gli fecero scoprir la trama. Arrigo di Castruccio, due conti da Panigo ed altri non pochi ebbero tagliata la testa per questo; e per tal tradimento non sapendosi più l'Oleggio indurre a fidarsi de' Visconti, si collegò con _Aldrovandino d'Este_ marchese di Ferrara, e cogli altri alleati contra de' medesimi Visconti, e fedelmente proseguì da lì innanzi in questa lega. Tale fu il frutto che riportò Bernabò dalla scoperta sua infedeltà. Avea intanto _Galeazzo Visconte_ suo fratello disgustato _Giovanni Paleologo_ marchese di Monferrato, principe per valore, per potenza ed accortezza molto riguardevole[1569]. Bastava anche ad alienar l'animo d'ogni vicino dai Visconti la smoderata loro superbia ed insaziabilità, per cui niuno dei principi si credea più sicuro in casa sua. Era il marchese di Monferrato unito coi Beccheria di Pavia, anzi, come vicario generale costituito da _Carlo IV_ Augusto, teneva un buon piede in quella città. Perciò mandò la sfida a Galeazzo, le cui città confinavano col suo marchesato. Se l'intese cogli Astigiani, signoreggiati allora dai Visconti contro i patti ch'essi aveano stabilito col fu _Luchino Visconte_. Ora il marchese Giovanni s'impadronì della medesima, allora possente e buona, città di Asti, con un giudizioso stratagemma; e tuttochè i fratelli Visconti inviassero gran gente in aiuto al castello, che tuttavia si tenea per loro, ebbe tal vigore il marchese, che quella fortezza venne alle sue mani. Tolse anche a Galeazzo la città di Alba[1570], e gli fece ribellare Cherasco, Chieri e tutte le terre del Piemonte, e si strinse dipoi in lega con _Amedeo conte di Savoia_, appellato il _conte verde_. Rivolsero i due fratelli Visconti il loro sdegno contra di Pavia, e con grandi forze nel mese di maggio andarono ad assediar quella città da ogni parte, risoluti di non levare il campo, se prima non la riducevano alle loro voglie. Ma, per non impiegar ivi troppa gente, la strinsero dipoi con tre bastie, e ne seguirono varii combattimenti coi Pavesi. Intanto Bernabò, intento ad altre imprese, spedì due mila cavalieri, grossa fanteria ed un copioso naviglio per Po all'assedio di Borgoforte sul Mantovano. Ma di là furono fatti sloggiare; nè andò molto che i Pavesi, animati da un soccorso loro inviato dal marchese di Monferrato, e più dalle prediche di frate Jacopo Bussolari dell'ordine agostiniano, a cui aveano gran divozione e fede[1571], usciti di città nel dì 27 di maggio, presero valorosamente quelle bastie, abbruciarono il naviglio che i Visconti teneano sul Ticino, e con gran guadagno di munizioni ed arnesi rimasero liberi affatto per ora dai loro artigli. Oltre a ciò, _Filippo_ ed _Ugolino da Gonzaga_, signori di Mantova e Reggio, venuti a Modena[1572], ed uniti con Ugolino da Savignano capitano delle genti di _Aldrovandino marchese_ d'Este, nel dì 6 di febbraio andarono per assalire l'esercito de' Visconti, che, venuto sul Reggiano, avea quivi fabbricata una bastia, cioè una di quelle fortezze di legno che si piantavano allora, e ben munite faceano e sosteneano gran guerra. Ritirossi l'armata nemica, e, dato l'assalto alla bastia, fu presa colla strage di molti, e col far prigioni circa quattrocento soldati. Poscia nel dì 10 d'esso mese marciarono a San Polo, che era assediato da' nemici, e li misero in fuga, con prendere ducento uomini e trecento cavalli. Un'altra buona percossa ebbero le genti del Biscione, cioè da Bernabò, a Castiglione delle Stiviere, sul finire d'agosto. Dopo aver lungamente assediata quella terra, ne furono con loro vergogna e danno cacciati dalle milizie de' Gonzaghi e del marchese di Ferrara.

Intanto, capitata in queste parti la gran compagnia del _conte Lando_, quantunque poco capitale potesse farsi della fede di costui e della sua gente, pure l'Estense e i Gonzaghi la presero al loro soldo. Formata in questa maniera una poderosa armata di cavalieri e fanti, si inviarono alla volta di Parma e Piacenza, ed arrivarono fin sul distretto di Milano, mettendo a sacco quelle contrade, e commettendo le enormità tutte che soleano praticarsi dagli Oltramontani d'allora. Andò poscia la gran compagnia di quei masnadieri ai servigio di _Giovanni marchese_ di Monferrato, contro cui aspramente guerreggiavano i Visconti. Ma qui non finirono le disgrazie di essi Visconti[1573]. Il marchese di Monferrato tolse loro Novara; e se il conte Lando, uomo di corrotta fede, avesse secondato i di lui disegni, avrebbe fatto delle maggiori conquiste. Il peggio fu che Genova in questo anno a dì 14 di novembre levatasi a rumore[1574], si sottrasse all'ubbidienza de' Visconti, dimenticandosi ben presto que' cittadini che coll'appoggio dell'_arcivescovo Giovanni_ da un basso stato erano risaliti ben alto. Dacchè quel popolo vide i due fratelli Visconti, _Bernabò_ e _Galeazzo_, impegnati in una guerra sì viva in Lombardia, e tolte loro varie città dal marchese di Monferrato, cominciarono a scoprire la lor voglia di rimettersi in libertà, e non ne faceano mistero. Trovavasi in Milano a guisa d'ostaggio _Simonino Boccanegra_, che negli anni addietro era stato doge di Genova. Sapea ben parlare, e diedesi a far credere ai Visconti, che se gli avessero permesso di tornare a Genova, per la pratica ch'egli avea di quel popolo, gli dava cuore di pienamente calmarlo. Gli fu creduto, ed andò. Ma giunto colà, fece tutto il rovescio, ed egli fu che commosse i cittadini a ribellarsi, cioè i popoli, perchè i nobili non furono con lui. Nel dì seguente 15 di novembre si fece egli proclamar doge di Genova, e ridusse il governo affatto popolare, con escluderne i nobili, e mandare ai confini alcuni de' più potenti. Dopo di che entrò in lega col marchese di Monferrato contra de' Visconti. Ma questo marchese, dacchè si fu impadronito di Novara, attendendo a conservare un sì bell'acquisto e ad assediare il castello, benchè ricercato dalla lega lombarda[1575], ricusò di marciare sul Milanese. Perciò il _conte Lando_ e i collegati ch'erano a Mazenta, Casorate e Castano, terre da loro spogliate d'ogni sostanza, al vedere che ogni dì più s'ingrossava l'armata de' Visconti, giudicarono meglio di ritirarsi a Pavia. Quando eccoti nel dì 13 di novembre il _marchese Francesco d'Este_ e _Lodovico Visconte_, capitani de' fratelli Visconti, che vengono coll'esercito milanese ad assalirli alla coda. Se il conte avesse voluto uscir di strada, e mettersi al largo, avrebbe forse vinta la pugna; ma siccome egli non istimava un frullo le genti di Milano, così non si mise gran pensiero di loro. Il fatto andò diverso da quello ch'egli pensava; fu messo in fuga e sbandato l'esercito suo; molti nobili signori rimasero prigionieri; e lo stesso conte Lando ebbe bisogno degli speroni per ritirarsi a salvamento in Pavia. Fra gli altri vi fu preso il vescovo d'Augusta, chiamato _Marcuardo_, che s'intitolava vicario. All'anno presente e giorno suddetto vien riferito questo fatto dall'Annalista Piacentino e dal Corio; ma, secondo Pietro Azario, pare che appartenga all'anno seguente, scrivendo egli che esso conte svernò nel Novarese, e fece in quel tempo continua guerra alle ville del distretto di Vercelli; e che, tornato nella primavera a Mazenta, sentendo che l'esercito milanese avea riacquistato Casorate, volle ritirarsi in aria sprezzante a Pavia, ma ne riportò la percossa suddetta.

Al cardinale _Egidio Albornoz_ legato apostolico, dopo avere ricuperato il Patrimonio, il ducato di Spoleti, la marca di Ancona e buona parte della Romagna, altro non restava da fare che di sottomettere _Francesco degli Ordelaffi_ signore di Forlì, Forlimpopoli e Cesena, siccome ancora _Giovanni_ e _Rinieri_ de' Manfredi signori di Faenza. Contra di loro fece predicar la crociata, e profuse immense indulgenze: il che, per attestato di Matteo Villani[1576], servì a ricavar danaro da tutte le parti, perchè non vi era voto, o peccato che spendendo non si rimettesse ed assolvesse: il che fu un saccheggio alle borse di molti paesi, e servì ad ingrassare i banditori di essa crociata. Andò il cardinale all'assedio di Faenza, e nello stesso tempo, cioè nel mese di giugno, perchè udì che la gran compagnia del _conte Lando_ veniva di Puglia per entrar nella Marca, si accostò con altro corpo di gente alla città d'Ascoli. Quel popolo, temendo della venuta di quegli assassini, prese il miglior partito di darsi al legato, che n'entrò ben volentieri in possesso. Anche il signore di Fabriano di casa Trinci, che fin qui s'era tenuto saldo senza cedere agli ordini del legato, venne in questi tempi all'ubbidienza sua, e da lui riconobbe quella signoria. Faenza si arrendè al legato per patti fatti coi Manfredi signori di quella terra, a' quali egli lasciò godere alcune castella[1577]. V'entrò il cardinale nel dì 17 di novembre. Fu anche dato il guasto a Cesena, che ubbidiva allora al signore di Forlì. Era questa città difesa da _Cia_ moglie di _Francesco_, donna di raro valore e di spiriti virili, la quale, vestendo l'armi a guisa degli uomini, fece di molte prodezze, e lungamente difese quella terra. Una più grave tempesta si scaricò in quest'anno addosso ai Veneziani[1578]. _Lodovico_ potentissimo _re d'Ungheria_ da gran tempo nudriva mal animo contra di quella repubblica, non tanto per Zara ed altre città ch'egli pretendeva[1579], quanto perchè gli avevano negata qualsivoglia assistenza di navi e di gente per la guerra fatta al regno di Napoli. Benchè durasse la tregua di otto anni con quella repubblica, più non volle aspettare a tentarne la vendetta. Due poderosissimi eserciti mise egli insieme; e presi de' pretesti di rottura, l'uno spinse in Dalmazia, e l'altro inviò alla volta d'Italia. Richiese ai Veneziani la Dalmazia e l'Istria; si sarebbe anche contentato d'un annuo censo; ma sembrando ingiuste e dure tali dimande ai Veneziani, che da tanto tempo signoreggiavano quelle contrade, elessero piuttosto di difendersi con pericolo, che di cedere con vergogna. Venne in persona il re Lodovico coll'esercito unghero in Italia nel mese di giugno, e i Cortusi[1580] (probabilmente con della iperbole) scrivono che la sua armata fu creduta di cento mila cavalli. Unironsi con lui i conti di Collalto, chiamati conti di Trevigi, perchè tali erano stati i lor maggiori, e quei di Vonigo ed altri castellani di quelle parti. Strinse d'assedio la città di Trivigi, e si impadronì d'Asolo, Ceneda e Conegliano. Frattanto nel dì 8 d'agosto giunse al fine di sua vita _Giovanni Gradenigo_ doge di Venezia, e fu in suo luogo eletto _Giovanni Delfino_ a dì 14 d'esso mese. Era questi capitano ossia governator delle armi venete chiuso in Trivigi, città allora assediata dal re unghero. Spedì il senato veneto ambasciatori al re, pregandolo di lasciarne liberamente uscire il loro doge. Secondo i Cortusi e i Gatari, Lodovico cortesemente accordò lor questa grazia; ma, per attestato del Caresino, la negò loro, gloriandosi di tenere assediato un doge di Venezia. Da lì nondimeno a qualche tempo ne uscì il Delfino, e felicemente condotto a Venezia salì sul trono, ma in tempo in cui si trovava sopraffatta da troppo gravi calamità la sua repubblica. Per maneggio di _Niccolò Acciaiuoli_ gran siniscalco riuscì in quest'anno nel mese di novembre a _Luigi re_ di Napoli di occupar il fortissimo castello di Mattagriffone sopra Messina[1581]: per la cui presa e pel bisogno ancora che aveano di vettovaglia i Messinesi, anche la città alzò le di lui bandiere: acquisto che fu creduto dover decidere la controversia del dominio della Sicilia. In quella importante città fecero la loro entrata nel dì 24 di dicembre il _re Luigi_ e la _regina Giovanna_, e grande allegrezza e gala nel loro accoglimento fece tutta quella cittadinanza.

NOTE:

[1568] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod. Matteo Villani, lib. 6, cap. 6.

[1569] Petrus Azarius, Chron., cap. 12, tom. 16 Rer. Ital.

[1570] Matteo Villani, lib. 6, cap. 3.

[1571] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Italic.

[1572] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1573] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1574] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1575] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[1576] Matteo Villani, lib. 6, cap. 14.

[1577] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[1578] Gatari, Ist. Padov., tom. 17 Rer. Ital.

[1579] Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1580] Cortus. Histor., lib. 11, cap. 8, tom. 12 Rer. Ital.

[1581] Matteo Villani, lib. 8, cap. 39.

Anno di CRISTO MCCCLVII. Indizione X.

INNOCENZO VI papa 6. CARLO IV imperadore 3.

Quantunque il cardinale _Egidio Albornoz_ legato del papa tante prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli restava da sottomettere, se non l'ostinato _Francesco degli Ordelaffi_ signor di Forlì e Cesena[1582]; pure, per uno di quei colpi segreti che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta autorità _Androino abbate di Clugnì_, che s'intendeva più di dire il breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì 27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì, cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di Cesena[1583], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò rumore il popolo, gridando: _Viva la Chiesa_; e, prese l'armi, con tal possanza combatterono contro ai provvisionati di _Francesco degli Ordelaffi_, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la valorosa _Cia_, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quella misera città. A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e con _Roberto degli Alidosi_ da Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e Cia si ritirò nella rocca[1584]. Col continuo cavare, fu messa sui pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre, di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso da _Bernabò Visconte_, questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri, oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla carogna. La Cronica di Piacenza ha[1585] che fu solamente una parte della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì il legato[1586] il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè si trovasse egli più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato da _Malatesta_ di Rimini ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva e difensiva nel dì 28 di giugno con _Aldrovandino_ marchese d'Este, vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coi _Gonzaghi_ signori di Mantova e Reggio, con _Giovanni Visconte_ da Oleggio signore di Bologna, con _Giovanni marchese_ di Monferrato vicario di Pavia, con _Simone Boccanegra_ doge di Genova, e coi _Beccheria_ da Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce[1587]. Parve fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava più oltre.