Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 57
In questo tempo una mortale infermità portò all'altra vita _Giovanni Visconte_ arcivescovo e signor di Milano, e mise fine alle sue grandiose secolaresche idee. Discordi sono gli scrittori nell'assegnare il giorno della sua morte. Nel dì 11 di settembre scrive il Gazata[1530]; nel dì 4 di ottobre Matteo Villani[1531]; nel dì cinque di esso mese, giorno di domenica il Corio[1532]. Sto io con quest'ultimo, perchè il giorno quinto d'ottobre cadde in domenica; e Pietro Azario[1533], benchè il faccia morto nel dì 4 d'ottobre, pure confessa che fu giorno di domenica. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Matteo Griffone[1534], dalla Bolognese[1535], dalla Piacentina[1536] e da quella de' Cortusii[1537]; e però s'hanno da correggere l'altre storie, e massimamente gli Annali Milanesi[1538], che il dicono morto nel dì ultimo d'ottobre. A lui senza opposizione succederono i tre suoi nipoti, nati dal fu _Stefano_ suo fratello, cioè _Matteo, Bernabò_ e _Galeazzo_. Gli Stati furono divisi in tre parti. A Matteo toccarono _Lodi, Piacenza, Parma, Bologna e Bobbio_; a Bernabò _Bergamo, Brescia, Cremona_ ed altre terre; a Galeazzo _Como, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Alessandria, Tortona_ e molte terre del Piemonte. _Milano_ e _Genova_ rimasero indivise, e tutti e tre vi comandavano, camminando fra loro con molta concordia. Si figurò la lega di Lombardia di poter più agevolmente ottenere l'intento suo contro la possanza di Giovanni Visconte, quando era vivente, col chiamare in Italia _Carlo IV_ re di Boemia e de' Romani; e mandò a questo fine ambasciatori; ma nel medesimo tempo anche il Visconte facea per mezzo de' suoi delle belle offerte, promettendogli la corona ferrea, subito che fosse calato in Italia. Perciò Carlo, trovando ben disposti gli animi degl'Italiani, ed ottenuta licenza dal papa, si mise in viaggio nell'ottobre di quest'anno con poco accompagnamento di gente d'armi[1539], e nel dì 3 di novembre col patriarca d'Aquileia suo fratello arrivò a Padova, con grande onore accolto da _Jacopino_ e _Francesco da Carrara_ signori di quella città. Fu ad incontrarlo prima del suo arrivo colà _Aldrovandino marchese d'Este_, e da che fu partito da Padova, andò _Can Grande dalla Scala_ a fargli riverenza a Legnago. Riposossi in Mantova per qualche settimana il re Carlo per trattare, se era possibile, di concordia fra i collegati e i Visconti. Gli spedirono i fratelli Visconti una nobile ambasciata con suntuosi regali, promesse d'aiuti e della corona ferrea. Si fece valere l'attaccamento loro agl'interessi dell'imperio, e quanto avesse operato _Matteo_ lor avolo contro i ribelli della corona, cioè contro i Guelfi, di modo che Carlo restò soddisfattissimo di loro, e si dispose a passare a Milano. Così rimasero delusi i collegati, che a loro spese aveano tirato in Italia questo debole principe; e niun profitto ne ricavarono, essendosi egli convenuto coi Visconti di non molestarli, purchè gli dessero la corona d'Italia, e una buona scorta fino a Roma per prendere l'altra dell'imperio.
Non avea mancato _Giovanni Visconte_, quando era vivente, d'inviare ambasciatori a Venezia, per mettere pace fra quella repubblica e quella di Genova. Uno degli ambasciatori fu il celebre _Francesco Petrarca_, al quale nulla servì la sua eloquenza per condurre a buon fine questo negoziato. _Andrea Dandolo_ doge e il suo consiglio, erano sì mal animati contra dei Genovesi, e malcontenti dell'arcivescovo per la signoria e protezion presa di quel popolo, che ricusarono ogni proposizion d'accomodamento. Colle lor forze e coll'aiuto dell'arcivescovo armarono essi Genovesi trentacinque galee[1540], e ne fu generale il prode _Paganino Doria_. Dopo essere state queste in corso contra dei Catalani, vennero in Levante in traccia de' Veneziani, abbruciarono Parenzo, e presero alcune ricchissime cocche veneziane. Trovarono poscia a Portolungo verso Modone, ossia nel porto della Sapienza, la maggior parte della flotta veneta, composta di trentacinque galee, sei grosse navi e venti altri legni minori sotto il comando di _Niccolò Pisano_. Nel dì 4 di novembre virilmente andò il general genovese ad assalir nel porto la nemica armata, e tal dovea essere in questi tempi in credito la bravura de' Genovesi in mare, oppur fosse altro accidente, che contra il solito sbigottiti i Veneziani, senza far molta difesa si diedero tutti per vinti. Furono condotti que' legni a Genova con più di cinque mila prigioni, fra' quali lo stesso general pisano, e poi bruciati. Per istrada fuggirono ben due mila de' prigioni fatti; e furono anche prese da altri legni veneziani due galee genovesi, che s'erano sbandate dallo stuolo. Abbiamo da Matteo Villani[1541] minutamente descritto questo avvenimento, sì funesto alla gloria e potenza de' Veneziani, e tale che in Venezia molto si temette che la vittoriosa armata volasse colà a fare del resto. Risparmiò Iddio l'avviso e il dolore di sì inusitata sconfitta ad _Andrea Dandolo_, virtuosissimo doge di Venezia e scrittore della famosa Cronica Veneta, da me data alla luce; imperocchè nel dì 7 di settembre di questo anno[1542] egli era passato a miglior vita, e in luogo suo nel dì 11 d'esso mese era stato surrogato _Marino Valiero_ ossia _Faliero_. Nè si dee tacere che trovavasi in questi tempi l'isola di Sicilia disfatta e ridotta a gran carestia per la disunione di que' baroni e popoli, stante la minorità del _re don Luigi_ figliuolo del _re don Pietro_[1543], e le due prepotenti fazioni, l'una de' Catalani, e l'altra de' conti di Chiaramonte. Per maneggio di _Niccolò Acciaiuoli_, gran siniscalco di Napoli[1544], si accordò il _conte Simone di Chiaramonte_ con _Luigi re di Napoli_; e questi spedì immediatamente colà sei galee con poca gente d'armi, e molti legni carichi di grano e di vettovaglia; la qual oste bastò a fare che le città di Palermo, Trapani, Milazzo, Mazara, ed altre terre e castella al numero di cento dodici, alzassero le bandiere del re di Napoli. Questa era la congiuntura, in cui il re Luigi s'impadronisse di tutta la Sicilia; al che non era mai potuto arrivare in sua vita il _re Roberto_ con tanti sforzi e possenti spedizioni da lui fatte per ricuperare quel regno. Ma in troppa debolezza si trovava allora il regno di Napoli a cagion delle guerre passate e di tanti Reali che conveniva mantenere, fra' quali anche vi fu _Luigi duca di Durazzo_, il quale si ribellò, e bisognò domarlo coll'armi. Gran guadagno nondimeno fu quello del re Luigi in Sicilia nell'anno presente, e questo crebbe anche nel seguente. Pure la Sicilia giunse a mutar padrone; e in questo anno i Messinesi occuparono tre galee ed altri legni pieni di vettovaglie, che il re Luigi mandava per rinforzo a Palermo.
In occasion della guerra insorta fra l'arcivescovo Visconte e i collegati, fu nel dì 10 di giugno alquanto di sollevazione in Bologna[1545], perchè da _Giovanni da Oleggio_ governatore era uscito ordine che due quartieri della città cavalcassero armati alla volta di Modena, e il popolo, mal soddisfatto del governo milanese, non si sentiva di sacrificar le vite in servigio di così pesante padrone. Giovanni da Oleggio, che era un mal arnese, cacciò per questo in prigione gran copia di cittadini nobili e plebei; molti ne fece giustiziare, altri tormentare; e durò assai giorni questa tragedia. Tolse ancora l'armi agli abitanti, di modo che di terrore e confusione era ripiena quella città. Arrivò poi nel dì 21 d'agosto sul contado di Bologna parte dell'esercito de' collegati, di cui era capitan generale _Francesco da Carrara_, uno de' due signori di Padova, e si unì colla gran compagnia del _conte Lando_ Tedesco. Saccheggiando e bruciando le ville di quei contorni, arrivarono fin presso alla città di Bologna. Secondo i Cortusii[1546], avrebbono potuto impadronirsene; ma il conte Lando, che, secondo il costume di quegl'iniqui masnadieri, mentre militava per l'una parte, sapea servire all'altra nemica, ne impedì l'acquisto, e dipoi ricusò di combattere le due bastie del passo di Sant'Ambrosio; e per questa cagione s'ebbe da lì innanzi gran sospetto della fede di costui; e Francesco da Carrara, temendone qualche tradimento, giudicò meglio di ritirarsi a Padova, e di lasciare il baston del comando in vece sua a _Feltrino da Gonzaga_.
NOTE:
[1523] Raynald., Annal. Eccles.
[1524] Vita di Cola di Rienzo, lib. 2, cap. 17.
[1525] Matteo Villani, lib. 4, cap. 10.
[1526] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1527] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1528] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1529] Petrus Azarius, Chron., cap. 11, tom. 18 Rer. Ital.
[1530] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1531] Matteo Villani, lib. 4, cap. 25.
[1532] Corio, Istoria di Milano.
[1533] Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.
[1534] Matth. de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic.
[1535] Chron. Bononiens., tom. eod.
[1536] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[1537] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1538] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[1539] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1540] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Caresin. Chron. tom. 12 Rer. Ital.
[1541] Matteo Villani, lib. 4, cap. 32.
[1542] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.
[1543] Matteo Villani, lib. 4. cap. 3.
[1544] Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCLV. Indiz. VIII.
INNOCENZO VI papa 4. CARLO IV imperadore 1.
Sul principio di quest'anno giunse a Milano _Carlo IV re_ de' Romani, accompagnato da pochi dei suoi, ma con gran magnificenza ricevuto da _Galeazzo e Bernabò Visconti_, e suntuosamente regalato da essi[1547]. Gli fecero vedere in mostra tante migliaia di cavalieri e fanti che aveano, e parte finsero d'avere al loro soldo, facendo far varie comparse alle medesime loro truppe: tutto, come diceano, ai servigi di sua maestà. Nella festa dell'Epifania, cioè nel dì sei di gennaio, egli prese la corona ferrea dalle mani di _Roberto arcivescovo_ di Milano. Se crediamo a Matteo Villani, scrittore di grande autorità, la di lui coronazione fu fatta in Monza; ma verisimilmente egli prese abbaglio, avendo noi una folla di scrittori, ed alcuni ancora di essi contemporanei, che l'asseriscono celebrata nella basilica di Sant'Ambrosio in Milano. Oltre agli storici da me citati altrove[1548], ci assicurano di questo gli Annali Milanesi[1549], le Croniche Piacentina[1550], Bolognese[1551], Sanese[1552] e Cesenate[1553], il Gazata[1554], il Rebdorfio[1555] ed altri. Volevasi veramente far questa funzione in Monza, ciò apparendo da un breve di papa _Innocenzo VI_ rapportato dal Rinaldi[1556], ma dovette vincerla l'arcivescovo e il popolo di Milano, che la vollero in Sant'Ambrosio, secondo l'antico rito. Da Milano passò Carlo a Pisa. Bollivano fiere discordie in quella città per la fazione de' Bergolini, cioè de' Gambacorti e di Cecco Agliati, che dominava, e l'altra de' Raspanti, che si opponeva alla prima. Aprirono tali dissensioni la strada al re per assumere di concordia de' cittadini (sforzata nondimeno per conto de' Gambacorti) il dominio di quella città, e di mettervi le sue guardie. Dopo essere stato a Lucca, e dipoi a Siena, dove, a petizione del popolo commosso, annullò il reggimento dei Nove, divenuto troppo odioso alla città, s'inviò alla volta di Roma. Prima non avea seco più di mille cavalieri, la maggior parte datagli dai fratelli Visconti. Ne arrivarono in Toscana dalla Germania ben quattro altre migliaia, tutta bella gente, con gran baronia e colla _regina Anna_ moglie del medesimo re. Con questa sì poderosa scorta se n'andò egli a Roma, dove nel dì quinto d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu conferita a lui e alla regina moglie nella vaticana basilica la corona imperiale dal _cardinal Pietro di Beltrando_ vescovo d'Ostia, deputato a ciò dal sommo pontefice. Con qual ordine e magnificenza il popolo romano in questi tempi incontrasse gl'imperadori e i legati apostolici, si raccoglie da una memoria da me prodotta nelle Antichità Italiane[1557]. Lo stesso dì (che così era ne' patti) il nuovo imperador Carlo IV, senza potersi fermare di più in Roma, si mise in viaggio alla volta della Toscana, dove tutti i popoli l'aveano riconosciuto per sovrano[1558], e gli stessi Fiorentini collo sborso di cento mila fiorini d'oro aveano da lui impetrato degli ampli privilegii. In Siena[1559] volle maggiormente mutar quel governo, con far signore della città _Niccolò patriarca_ di Aquileia suo fratello naturale; ma poco durò questa novità. Fu vergognosamente deposto e cacciato il buon prelato. Attendeva questo imperadore più a far danaro che a guarir le piaghe dell'Italia; e perchè i Lucchesi, allora sottoposti al comune di Pisa, gli esibirono gran somma d'oro, parve a lui che sarebbe stato un peccato il lasciar cadere in terra così vistosa offerta. Traspirato in Pisa questo troppo disgustoso trattato, mosse il popolo a sollevarsi nel dì 21 di maggio. Furono creduti autori di questo furor popolare i Gambacorti, perchè i più de' grandi e del popolo traevano alle loro case; e di questa congiuntura si prevalsero i Raspanti loro nemici per atterrarli. Gran battaglia fu nella città fra i soldati dell'imperadore e del popolo; ma in fine rimasero rotti i cittadini, e si quetò il rumore. A sette dei Gambacorti per tal cagione fu troncato il capo. La commozion di Pisa animò il popolo di Lucca a tentar la sua liberazione dal giogo de' Pisani, e giacchè l'imperadore, fattosi dare il castello dell'Agosta, vi avea messo presidio de' suoi Tedeschi, altro non restava che di cacciar dalla città i soldati pisani. Adunque nel dì 22 di maggio, fatte entrare in Lucca molte masnade di contadini, levarono la terra a rumore; ma, afforzatisi i Pisani in alcune case, diedero tempo al comune di Pisa di spedire colà un grande sforzo di gente, che non solamente sostenne la città, ma costrinse ancora i Tedeschi a consegnar loro il castello dell'Agosta. Veggendosi dunque l'imperadore mal sicuro in Pisa, per quanto era avvenuto, ed insieme oltraggiato dai Sanesi e malveduto dai Fiorentini, non volle far più lunga dimora in Pisa, e si ritirò a Pietrasanta, dove con gran gelosia si fermò più giorni. Quindi passò per gli Stati dei fratelli Visconti, ma senza che fosse lasciato entrare in città alcuna, fuorchè in Cremona, dove fu ammesso coll'accompagnamento di poca gente e disarmata. Di là poi passò in Boemia, seco portando molto oro, ma molta vergogna ancora.
Gli affari del _cardinale Egidio_ legato apostolico parve che sul principio dell'anno prendessero cattiva piega; imperciocchè _Gentile da Mogliano_, creato da lui gonfaloniere di santa Chiesa, fellonescamente gli ritolse la città di Fermo[1560]. Questo avvenne per maneggio di _Malatesta_ signor di Rimini suocero suo, che, rappacificatosi con lui, l'indusse a ribellarsi, e gli diede soccorso di gente. Passava ancora nemicizia tra _Francesco degli Ordelaffi_ signore di Forlì e il suddetto Malatesta. Al vedersi ambedue esposti alla forza del cardinale legato, personaggio risoluto di voler ricuperare gli Stati della Chiesa, ed anche scomunicati e fin dichiarati eretici dal medesimo (perocchè allora ci volea poco a sfoderare ancora questa arma), fecero pace insieme, e si collegarono con Gentile, per resistere unitamente tutti e tre al valente cardinale. Nell'aprile di quest'anno riuscì al suddetto signore di Forlì con ducento cavalieri di metterne in rotta quattrocento del legato, che si erano posti in agguato, credendosi di farlo prigione. Diversa fu la fortuna di _Galeotto de' Malatesti_, fratello del poco fa mentovato Malatesta. Era egli gran maestro di guerra, e si trovava all'assedio di un castello di Recanati, dove si era ben fortificato. Ma più di lui ne seppe _Ridolfo da Camerino_, capitano della gente della Chiesa, che vigorosamente l'assalì in quel sito, e, dopo ostinata battaglia, sbarattò le di lui genti, e fece prigione lo stesso Galeotto ferito in più parti. Per questa vittoria l'esercito pontificio cavalcò fino alle porte di Rimini, prese Santo Arcangelo, Verrucchio e due altre castella vicino a Rimini, e, fabbricate alcune bastie intorno a quella città, ne formò un blocco. Non vi volle di più, perchè Malatesta cominciasse nel mese di maggio a maneggiare un accordo col legato, il quale da uomo saggio non ebbe difficoltà di accettarlo, e di accordargli assai oneste condizioni, contentandosi ch'egli restituisse Ancona ed alcune altre terre alla Chiesa, e ritenesse il dominio di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone, riconoscendole nondimeno dalla Sede apostolica, e pagando l'annuo censo. Ciò fatto, i fratelli Malatesti giurarono fedeltà, e prestarono da lì innanzi onoratamente braccio al cardinale per l'altre sue imprese. Per questo accordo intimidito il popolo di Fermo, e per non provare il meritato gastigo della sua ribellione, nel mese di giugno levò rumore nella città contra Gentile da Mogliano, e il costrinse a ritirarsi nella rocca, dove restò poi assediato dalla gente del legato, e costretto a capitolare. Gli lasciò il legato tre castella, ma, non contentandosene colui, gliele ritolse dipoi: laonde andò ramingo a finir malamente i suoi giorni in altri paesi. Anche i _Polentani_ signori di Ravenna e Cervia si ridussero all'ubbidienza del legato, se pur non fu nell'anno seguente.
Governava intanto tirannicamente _Giovanni Visconte_ da Oleggio la città di Bologna a nome di _Matteo Visconte_[1561]. Perchè _Galeazzo Visconte_ fratello di Matteo gli occupò nel contado di Como un buon castello colla valle di Belegno a lui spettante, se ne lamentò; ma per quanto se ne dolesse, non gli fu mai fatta giustizia. Mandò ancora Matteo Visconte a Bologna delle persone con ordine di fare il sindacato al medesimo Giovanni. Uomo di gran coraggio e di maggiore astuzia era l'Oleggio, e, chiamandosi offeso per tal trattamento, determinò di farne tal vendetta che tornasse anche in suo pro. Pertanto ben disposte le cose, nel dì 18 di aprile mise in armi tutti i suoi parziali, cioè i Maltraversi e Ghibellini; fece prigioni gli uffiziali di Matteo Visconte; in breve tempo tirò alla sua ubbidienza tutte le castella forti del contado, a riserva di Bazzano, che si sostenne fedele ai Visconti; e si fece proclamar protettore, o, come altri scrivono, signore di Bologna. Una contribuzione da lui fra poco imposta di venti mila fiorini d'oro ai cittadini, cagionò di gravi lamenti, ma convenne pagarla. Ad istanza ancora dei Maltraversi, cioè de' Ghibellini, fece prendere quattrocento cittadini guelfi, sospetti d'essere a lui contrarii, e li mandò ai confini; tali nondimeno e tante furono le doglianze del popolo, che stette poco a richiamarli. Di questo colpo sì pregiudiziale ai Visconti si rallegrarono forte i collegati lombardi: nè tardò il _marchese Aldrovandino_ d'Este a spedir dei buoni aiuti all'Oleggio, per tenerlo saldo nell'usurpato dominio. All'incontro, ne furono turbatissimi i Visconti, e tosto inviarono il _marchese Francesco d'Este_ con un esercito sul Bolognese, che recò molti danni a quelle ville e tentò anche di prendere Bologna, ma ne fu bravamente respinto.
Intanto nel dì 26 di settembre venne a morte _Matteo Visconte_, personaggio di molta avvenenza, che non avea pari nella facondia, e superava anche i suoi fratelli nelle virtù, se non ch'era stranamente guasto dalla lussuria. Comune fama fu ch'egli morisse di veleno datogli da' suoi due fratelli _Bernabò_ e _Galeazzo_[1562]; chi immaginò perchè gli fosse scappato di bocca, essere bella cosa il dominar senza compagni; e chi perchè, essendo egli bestialmente perduto nella libidine, e facendo incetta di belle donne nobili, ad onta ancora de' lor genitori o mariti, temerono che ne seguisse un dì qualche sollevazione. Fors'anche la sfrenata lussuria sua il consumò. Certo è ch'egli, quasi all'improvviso, mancò di vita. Giacchè non lasciò dopo di sè maschi, divisero i due fratelli la di lui eredità. A _Bernabò_ toccarono Lodi, Parma e la perduta Bologna, colle castella di Marignano, Pandino e Vavrio; a _Galeazzo_ Piacenza, Bobbio, Monza, Vigevano ed Abbiate. Milano fu diviso in due parti, e Genova restò indivisa. Non passarono due mesi che lo scaltro _Giovanni da Oleggio_ intavolò un trattato di pace con Bernabò Visconte; e seguì infatti, credendosi per tal via Bernabò di poter meglio ottenere il suo intento, cioè di atterrarlo, essendosi convenuto ch'egli metterebbe i podestà in Bologna: Giovanni da Oleggio ne godrebbe il dominio sua vita natural durante; e questo dopo morte ritornerebbe a Bernabò. Con gran festa e solenni bagordi fu pubblicata questa pace in Bologna nel dì 7 di dicembre. Signoreggiavano in Padova _Jacopino da Carrara_ e _Francesco da Carrara_ nipote suo; e sembrava fra loro un'invidiabil concordia[1563]. Era Francesco generale della lega di Lombardia contro ai Visconti. Preso un pretesto, cavalcò a Padova, e nel dì 18 di luglio nell'ora di cena fece mettere le mani addosso allo zio, e il mandò prigione in una fortezza, dove con suo comodo finì quello che gli restò di vita. Sua moglie _Margherita da Gonzaga_ con un figliuolino d'un anno fu rimandata a Mantova, e Francesco prese tutta la signoria di Padova. Secondo i Cortusi[1564], Jacopino tramava insidie alla vita di Francesco per mezzo di Zambone Dotti, che convinto fu messo in una gabbia di ferro, e poscia ucciso da' suoi stessi parenti. Altrettanto dicono i Gatari[1565], con aggiugnere che fra le mogli d'essi due signori era insorta emulazione, e quindi essere venuto il trattato di avvelenare Francesco. Comunque sia, per attestato del Villani, non si potè levar di testa a molti, che unicamente per la malnata cupidigia di dominare, abborrente ogni compagnia sul trono, Francesco da Carrara inventasse quelle accuse, affine di sbrigarsi di suo zio, e di regnar solo. Un'altra più funesta scena si fece vedere quest'anno in Venezia[1566]. Sulla cadrega di legno di Marino Faliero doge di Venezia una mattina si trovò scritto: _Marin Faliero dalla bella moglie: altri la gode, ed egli la mantiene_. Perchè, scoperto il malfattore, cioè Michele Steno, non ne fu fatta aspra giustizia dagli avogadori, cotanto se ne sdegnò il doge, che si diede a macchinar una congiura coi popolari, per far tagliare a pezzi i nobili, e farsi egli signore di Venezia. Dovea scoppiar la mina nel dì 15 d'aprile; ma prima di quel tempo, traspirato un sì nero disegno, poste le mani addosso al doge, nel luogo stesso, dove avea fatto il giuramento nell'assunzione al ducato, fu a lui tagliata la testa nel dì 17 d'aprile, e a molti de' congiurati il capestro abbreviò la vita. Fu poscia eletto doge nel dì 21 d'esso mese _Giovanni Gradenigo_.