Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 56

Chapter 563,531 wordsPublic domain

Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente vennero in vicinanza di Costantinopoli i Veneziani e Genovesi, tutti pieni d'odio e d'invidia gli uni contra degli altri[1510]. Menavano i primi un'armata di settantacinque galee tra le proprie e le armate da' Catalani, e quelle di _Giovanni Cantacuzeno imperador_ de' Greci loro confederato. Ne era generale _Nicoletto Pisani_. La flotta de' Genovesi, comandata da _Paganino Doria_, ascendeva a sessantaquattro galee. Terribil fu quella battaglia, fatta in più parti e con più rimesse. Vi si sparse gran sangue, e in fine parve che la vittoria fosse de' Genovesi. Imperciocchè il generale de' Catalani, e molti nobili e più di due mila persone dalla parte dei Veneziani e Catalani vi rimasero uccise; e furono prese da' nemici quattordici galee venete, dieci de' Catalani e due de' Greci, e circa mille e ottocento uomini. Ma avendo anche i Genovesi perdute tredici loro galee, oltre a sei che erano fuggite, ed essendo morti nel conflitto più di settecento della lor gente, fra' quali non pochi de' principali cittadini di Genova, neppur essi cantarono il trionfo. Si ritirarono i Veneziani, perchè più malconci degli altri, e si accinsero a riparare il danno, per tentare miglior fortuna in un altro combattimento. I Genovesi all'incontro, per vendicarsi del Cantacuzeno, chiamati in loro aiuto i Turchi, che vi andarono con sessanta legni armati, e ricevute da Genova dieci altre galee, si misero ad assediar Costantinopoli, e ridussero a tale quella città, che nel dì 6 di maggio obbligarono l'imperadore greco a dimandar la pace, che fu stabilita con molto loro vantaggio pel commercio, e coll'espulsione de' Veneziani e Catalani da Costantinopoli, ma con vergogna del nome cristiano. Seguì nell'anno presente in Napoli la coronazione del _re Luigi_ e della _regina Giovanna_ per mano di un legato apostolico, correndo la festa della Pentecoste nel dì 27 di maggio. Con gran solennità fu eseguita quella funzione[1511], essendovi intervenuti quasi tutti i baroni e vassalli del regno, a' quali fu conceduto un generale indulto di tutte le passate ribellioni: con che tornò a fiorir la pace in quelle contrade. Ma il papa permise al re Luigi la corona, a condizione che, se mai premorisse a lui la regina Giovanna senza figliuoli, il regno pervenisse a _Maria_ di lei sorella, e Luigi dimettesse il titolo di re, con riassumere quello di principe di Taranto. Per cacciar poscia dal regno Corrado Lupo, il quale con grosso corpo di Tedeschi s'era afforzato a Nocera de' Pagani, altro mezzo non ebbe il re Luigi che di adoperar l'efficace ricetta dell'oro, ottenendo da lui quanto volle, collo sborso di trentacinque mila fiorini. Fece anche ritornare alla sua ubbidienza la città dell'Aquila. Ma perchè era rimasto nel regno _fra Moriale_, che cogli Ungheri teneva tuttavia il castello, ossia la città d'Aversa, mandò il re Luigi per _Malatesta da Rimini_ con dargli il titolo di vicario del regno. Andò colà Malatesta con quattrocento cavalieri, e continuò a perseguitare i ladroni, a tener nette e sicure le strade, e a far pagare le colte. Finalmente si voltò contra di fra Moriale, ed assediò Aversa, tenendola talmente stretta per tutto il dicembre, che il costrinse a renderla, e insieme tutto il tesoro da lui adunato con tante ruberie, fuorchè mille fiorini d'oro che il re per sua bontà gli permise di asportare.

Furono guerre nell'anno presente in Toscana. Quivi sussistevano tuttavia sparse qua e là molte soldatesche di _Giovanni Visconte_[1512]. Francesco Castracani degli Interminelli, dopo aver tenuto l'assedio più di quattro mesi a Barga, terra de' Fiorentini in Garfagnana, sconfitto da essi Fiorentini, lasciò ivi gli arnesi e molti prigionieri nel mese di ottobre. Bettona, terra ricchissima, che non la cedeva alle città[1513], fu assediata dai Perugini, presa ed interamente disfatta. Pier Saccone dei Tarlati ebbe delle percosse da' Fiorentini. Gravissime scosse di tremuoto gran danno recarono in Toscana ed in altre parti. Spezialmente in Borgo Santo Sepolcro[1514] nel dì 26 di dicembre e ne' susseguenti si rovesciò la maggior parte degli edifizii, colla morte di circa due mila persone. Roma in questi tempi, per le civili discordie de' nobili e del popolo, provava anche essa non pochi affanni. Ne fu cacciato Luca Savelli da Rinaldo Orsino senatore. Fecero anche i Romani esercito contra Viterbo, ma vergognosamente se ne tornarono a casa. Nel dì 15 del mese di marzo infermatosi in Ferrara _Obizzo marchese_ d'Este[1515], fatti a sè venire i cinque suoi figliuoli, cioè _Aldrovandino, Niccolò, Folco, Ugo_ ed _Alberto_, a lui nati da Lippa dagli Ariosti, e poi legittimati col matrimonio, li fece cavalieri, e compartì lo stesso onore ad altri nobili ferraresi, modenesi, padovani e d'altre città. Poscia nel dì 19 o 20 d'esso mese compiè il corso di sua vita, lasciando nel popolo un gran desiderio di sè e un giusto motivo di lagrime. Il maggiore de' suoi figliuoli, cioè _Aldrovandino_, nel giorno seguente fu nel pieno consiglio di quella città, e così in quello di Modena, eletto signore. Se l'ebbe a male _Francesco Estense_, figliuolo del _marchese Bertoldo_, che fin allora era stato in isperanza di succedere in quel dominio; e però nel dì 2 d'aprile, fingendo di non vedersi sicuro in Ferrara, se ne absentò, e ritirossi a Padova, poscia in Milano, dove si diede ad ordir delle tele contra del marchese Aldrovandino, delle quali parlerò a suo luogo. Per testimonianza del Gazata[1516], storico di questi tempi, nè suddito della casa d'Este, Aldrovandino era signor buono, persona d'onore, giusto e savio.

NOTE:

[1506] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1507] Baluz., Praefation. ad Vit. Papar. Aven.

[1508] Matteo Villani, lib. 2, cap. 43.

[1509] Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1510] Caresin., Histor., tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 2, cap. 59.

[1511] Raynaldus, Annal. Eccles. Matteo Villani, lib. 3, cap. 8.

[1512] Matteo Villani, lib. 3, cap. 35.

[1513] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1514] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLIII. Indizione VI.

INNOCENZO VI papa 2. CARLO IV re de' Romani 8.

Il poco profitto che faceano l'armi di _Giovanni Visconte_ in Toscana l'indusse finalmente a cercare o ad ascoltare trattati di pace coi comuni di Firenze, Siena e Perugia[1517]. E tanto più vi condiscese egli, perchè ben seppe che quei comuni aveano fatto gagliardo ed efficace maneggio per far calare in Italia Carlo IV re de' Romani: il che a lui non piaceva. Tenutosi dunque un congresso fra gli ambasciatori in Sarzana, nel gennaio di quest'anno fu stabilita e poi pubblicata la pace con condizioni onorevoli per ambedue le parti. Seguitando più che mai l'izza de' Genovesi e Veneziani, i primi allestirono sessanta galee, e fecero lega con _Lodovico re_ d'Ungheria, principe che non avea mai dimesso l'odio e le pretensioni sue contra de' Veneziani per le città della Dalmazia. Infestarono ancora l'Adriatico con alcuni loro legni, e fecero delle insolenze fino alla città di Venezia. Dal canto loro anche i Veneziani rinnovarono la lega con _Pietro re_ di Aragona a danni de' Genovesi, essendosi convenuti che questo re armasse trenta galee al suo soldo, e venti al soldo de' Veneziani. Se ne armarono altre venti in Venezia, di modo che misero insieme una flotta di settanta galee. Vennero ad unirsi coi Catalani i legni veneti verso la Sardegna[1518], e i Genovesi affrettatisi con cinquantadue galee per trovarli separati, non ostante la loro unione, vennero a battaglia nel dì 29 di agosto verso Loiera, ossia alla Linghiera. La più ardita ed arrischiata gente che fosse allora in mare erano i Genovesi, e perciò sprezzatori d'ognuno. Quivi si fiaccò la loro alterigia. Per viltà d'Antonio Grimaldi loro ammiraglio, che con diecinove galee se ne fuggì, rimase il rimanente sconfitto. Di loro perirono circa due mila persone; trenta galee vennero in potere dei vincitori, e da tre mila e cinquecento furono i prigioni, fra' quali molti de' grandi e principali di Genova. Col calore di questa vittoria occuparono dipoi i Catalani varie terre suddite dei Genovesi in Sardegna; ma avendo anche voluto soggiogare il giudice d'Arborea, ne ebbero sì cattivo mercato, che perderono l'acquistato, e la maggior parte ancora di quel che possedevano prima. Avvilironsi talmente per la disavventura suddetta i Genovesi, che parea loro d'essere affatto perduti. Tutto era lamenti e pianto; trovavansi anche in gran penuria di viveri, senza poterne ricevere per mare, perchè i nemici ne erano padroni. Nè per terra ne poteano sperare, perchè _Giovanni Visconte_ arcivescovo di Milano, che già avea l'occhio a profittar delle loro disgrazie, non ne lasciava passare. Crebbe dunque la confusione in Genova, e le fazioni dei Guelfi e Ghibellini risvegliate l'accrebbero a dismisura. Venne finalmente quel popolo, con istupore d'ognuno, alla risoluzione di darsi al medesimo Giovanni Visconte. Pietro Azario, non so come, scrive[1519] che Simonino Boccanegra allora doge ne fece il trattato, per ricavarne anche del vantaggio in suo pro, quando il Boccanegra tanto prima era stato deposto, ed in que' tempi _Giovanni di Valente_ portava questo titolo. Adunque nel dì 10 di ottobre l'arcivescovo fece prendere il possesso di Genova con settecento cavalieri e mille e cinquecento fanti, diede loro per governatore _Guglielmo marchese Pallavicino_ di Cassano; ampie provvisioni di grano v'inviò, e insieme di danaro: sicchè rifiorì quivi la pace, ogni discordia cessò, e il coraggio tornò in cuore a quell'ardito popolo. Lodansi gli storici genovesi del governo del Visconte, perchè li trattò con amore; fece fabbricar l'orologio del pubblico, fin qui cosa nuova fra loro, e slargare le strade da Genova a Nizza con grande utilità della mercatura; e rimise in credito le armi e la potenza de' Genovesi, siccome diremo all'anno seguente.

_Fra Moriale_, cavaliere di Rodi, e non già del Tempio, che fu cacciato da Aversa, s'era acconcio col _prefetto di Vico_, e con esso lui avea inutilmente assediato Todi. Perchè non correano le paghe, costui, siccome uomo avvezzo alle prede, staccossi da lui, e cominciò a formare una di quelle compagnie di soldati ladroni e masnadieri che abbiam di sopra veduto; nè questa fu già la prima, come stimò Matteo Villani. Fatto correr voce per l'Italia che darebbe soldo a tutti, mise insieme da mille e cinquecento barbute e più di due mila fanti, e cominciò le sue imprese dal vendicarsi di _Malatesta_ signor di Rimini, che gli avea fatto sì brutto giuoco in Aversa. Era Malatesta all'assedio di Fermo, ed avea ridotta quasi all'estremo quella città, quando fra Moriale, ad istanza di _Gentile da Mogliano_, signore o tiranno di quella terra, costrinse Malatesta a ritirarsi. Cresciuto poi di gente, si diede a saccheggiar le terre della Marca e il contado di Fano. L'anno fu questo, in cui papa _Innocenzo VI_[1520], veggendo oramai tutte le città della Chiesa in Italia cadute in mano di tiranni; e massimamente dolendogli che il prefetto da Vico avesse ultimamente occupate quasi tutte le terre del Patrimonio e di Roma, ed anche Orvieto; spedì in Italia _Egidio Albornoz_ cardinale spagnuolo, personaggio di gran petto e mente, che avvezzo nelle armi prima di portare la sacra porpora, sapea far non meno da generale d'armata che da legato apostolico. Con ampia facoltà venuto egli in Italia, magnificamente fu accolto e trattato in Lombardia per tutte le città dall'arcivescovo di Milano, fuorchè in Bologna, dove nol lasciò entrare. Nel dì 11 di ottobre arrivò a Firenze, e poscia ito a Montefiascone, ebbe sulle prime il contento di tirar con un accordo i Romani a riceverlo per protettore, e a seco unirsi contra di _Giovanni da Vico prefetto di Roma_, signor di Viterbo, ed usurpatore di tante terre della Chiesa romana. Di grandi dissensioni e guerre nell'agosto di quest'anno erano state in Roma per le fazioni degli Orsini, Colonnesi e Savelli. Il popolo a furore avea lapidato e morto _Bertoldo degli Orsini_ senatore[1521]; ma finalmente, coll'eleggere loro tribuno Francesco Baroncelli, cioè il notaio del senatore, ridussero le cose in migliore stato; ma il rimedio fu di corta durata, e però si mise la città sotto la protezione del valente cardinale legato.

Per li buoni uffizii della corte pontificia, cioè del fu _Clemente VI_ papa, erano stati da _Lodovico re_ d'Ungheria rimessi in libertà sul fine dell'anno precedente i Reali di Napoli[1522], tenuti fino allora prigioni, cioè _Roberto principe_ di Taranto e _Luigi duca_ di Durazzo, coi lor fratelli. Nel gennaio di questo anno giunsero a Venezia, e furono ben accolti dipoi nei suoi Stati da _Aldrovandino marchese_ di Este, e in fine giunsero a Napoli. Si udì poco fa menzione di _Gentile da Mogliano_ signore di Fermo, e delle discordie fra lui e _Malatesta_ padrone di Rimini. Non avea forse Gentile da contrastare con sì possente e valoroso nemico. Venuto in Lombardia, niun aiuto potè ricavar da _Giovanni Visconte_, nè dal _marchese Aldrovandino_. Da _Francesco degli Ordelaffi_ signor di Forlì, e nemico de' Malatesti, ottenne dodici bandiere; ma nel viaggio furono disfatte, e quasi tutte prese in un'imboscata dal _Malatesta_, il quale, prevalendosi della vittoria, passò dipoi all'assedio di Fermo; ma, interpostosi l'arcivescovo Visconte, tregua fu fatta sino al dì 20 d'agosto. Finita questa, _Galeotto de' Malatesti_ col fratello Malatesta tornò a stringere d'assedio la medesima città. Nel dì 26 d'agosto il _marchese Francesco_ d'Este, che s'era ritirato da Ferrara, unito un poderoso esercito nella Romagna e Marca, in compagnia di Malatesta giovane, figliuolo del suddetto _Malatesta_, venne sul Ferrarese, credendosi d'ingoiare la città d'Argenta. Ma avendola il marchese Aldrovandino signor di Ferrara premunita con poderosa guarnigione, e vedendo il Malatesta vano il suo tentativo, passò ad impadronirsi di Porto Maggiore. Le forze di Aldrovandino e una malattia sopraggiunta ad esso Malatesta li fecero ritornar colle bandiere nel sacco a Rimini a dì 26 di agosto. Si erano nello stesso tempo mossi anche i Mantovani e Padovani ai danni d'Aldrovandino. In sua difesa uscì in campagna _Can Grande dalla Scala_: il che bastò a dissipar questi nuvoli, e a far conoscere al marchese chi dovea egli tener per amico e chi per nemico.

NOTE:

[1515] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus, Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1516] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1517] Matteo Villani, lib. 3, cap. 59.

[1518] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1519] Petrus Azarius, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1520] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1521] Vita di Cola di Rienzo, Antiquitat. Ital.

[1522] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCLIV. Indizione VII.

INNOCENZO VI papa 3. CARLO IV re de' Romani 9.

Diedesi con vigore in quest'anno il _cardinale Egidio Albornoz_ legato apostolico a ricuperar dalle mani de' tiranni le terre della Chiesa[1523]. Mirando Roma sempre in confusione, si avvisò di adoperare uno strumento alquanto strano per mettere al dovere le teste sempre inquiete e divise dei Romani, e per frenar la prepotenza de' grandi. Cioè avendo seco Niccolò di Lorenzo, ossia _Cola da Rienzo_, uomo benchè di cervello stravagante, pure ben provveduto di lingua e di vaste idee, il mandò colà, dopo averlo provato assai destro e fedele nelle azioni militari da esso cardinale intraprese. Essendo già stato ucciso il Baroncello, che era divenuto tiranno[1524], fu ricevuto Cola in Roma dal popolo con immenso onore. Chiamò egli tosto all'ubbidienza i baroni romani oppressori del popolo. Nulla ne vollero far i Colonnesi, anzi diedero principio a delle ostilità contro Roma. Allora Cola con bella armata andò all'assedio di Palestrina, terra di que' nobili. Altri che lui vi voleva a disfare quel forte nido; però tutto confuso se ne tornò a casa. _Fra Moriale_, quel gran masnadiere, di cui abbiam parlato di sopra, dopo avere messa in contribuzione la Marca e la Toscana, commesse innumerabili iniquità, e raunato gran tesoro, capitò a Roma, o per visitare due suoi fratelli, o perchè chiamato colà dal senatore, per valersene nei bisogni della guerra. Fu riferito a Cola di Rienzo, essere scappato di bocca a costui che voleva uccidere esso Cola. Il fece prendere e tormentare, e poi tagliargli la testa nel dì 29 d'agosto: pena degna de' suoi misfatti, e applaudita dagli Italiani, ma che tirò addosso a Cola una universale mormorazione de' Romani, perchè fu creduto un calunnioso pretesto per ispogliarlo delle ricchezze e prede fatte in tanti paesi. Una sola parte nondimeno ne ebbe; la maggiore toccò a Giovanni da Castello. L'aver poi Cola posta una gabella sopra il vino, che dispiacque forte, fatto troncare il capo a Pandolfuccio di Guido, uomo virtuoso ed amato da tutti, e varie sue capricciose pazzie che degeneravano in crudeltà, servirono a fargli perdere il concetto, e a guadagnarli l'odio della maggior parte del popolo. Pertanto nel dì 8 di settembre, levatosi a rumore esso popolo contra di lui, l'assediò in Campidoglio, ed attaccò fuoco al palazzo. Se ne fuggì egli travestito da facchino, ma riconosciuto, fu ucciso a forza di pugnalate dall'infuriata gente. Così in breve tempo ebbero fine due aborti della fortuna, che diedero molto da ragionar di sè in questi tempi, insegnando che non è mestier d'ognuno il fondare de' principati con fidarsi dell'incostanza de' popoli, e senza gran provvision di prudenza. Ora il _cardinale Albornoz_ legato del papa avea già fatto pubblicar le scomuniche pontificie contra chiunque occupava in Italia gli Stati della Chiesa romana; ma perchè queste armi senza le temporali alla pruova si truovano spuntate, mosse l'esercito suo contra di loro[1525]. Il primo assalito fu _Giovanni da Vico_ prefetto. Costui trattò tosto di pace, ma poco tardò a mancar di parola; e però il legato gli tolse Toscanella e l'assediò in Orvieto. Per paura di peggio, il prefetto andò a gittarsegli ai piedi, e gli consegnò quella città. Seppe far meglio i suoi affari _Gentile da Mogliano_ signore di Fermo, perchè, senza voler aspettare la forza, andò spontaneamente a trovare il cardinal legato a Foligno, e gli diede la tenuta di Fermo: atto così gradito da esso legato, che dichiarò Gentile gonfalonier della Chiesa romana.

Strepitosa novità accadde in Verona. _Can Grande dalla Scala_, signore di quella città, era ito a Bolzano in compagnia di _Can Signore_ suo fratello, per abboccarsi col _marchese di Brandeburgo_ suo cognato[1526]. _Fregnano dalla Scala_ suo fratello bastardo colse questo tempo per effettuare il disegno di torgli la signoria: intorno a che già passava intelligenza fra lui e i Gonzaghi signori di Mantova. Nella notte del dì 17 di febbraio, ossia ch'egli fosse d'accordo con _Azzo da Correggio_, lasciato da Can Grande per governatore di Verona, oppur, come vuole il Gazata[1527], che Fregnano fattolo, a sè venire, gli minacciasse la morte, se non acconsentiva, amendue sparsero voce, esser giunte lettere che portavano la morte improvvisa di Can Grande, e mossero la guarnigione ad uscir di Verona, con farle credere che _Bernabò Visconte_ veniva con gente a quella volta. Nella seguente mattina Fregnano con _Alboino_, suo fratello minore e legittimo, cavalcò per la città, e si fece proclamar signore. In aiuto suo giunse ancora _Feltrino_ ed altri da Gonzaga con assai nobiltà e milizia di Mantova. Nel dì 24 d'esso mese _Bernabò Visconte_, chiamato in soccorso da Fregnano, oppur mosso da speranza di pescare in quel torbido, comparve con ottocento, ovvero con tre mila barbute e con altra soldatesca, e dimandò di entrare in Verona. I Gonzaghi, per timore ch'egli occupasse la città, indussero Fregnano a negargli l'entrata, cosicchè Bernabò, vedendosi deluso, tentò per forza di voler superare una porta; ma, conoscendo l'impossibilità dell'impresa, giudicò meglio di ritornarsene a Milano. Per questo fu da alcuni creduto che anche l'arcivescovo di Milano avesse tenuta mano a questo fatto. Volarono intanto gli avvisi di tal tradimento a Can Grande, che non perdo tempo a tornarsene indietro. Assicuratosi di Vicenza, con quelle truppe che avea e che potè raunare, arrivò la notte stessa a Verona, dappoichè se ne era partito Bernabò. Dal custode della porta di Campo Marzo fu lasciato entrare in città, e tosto fece intonare: _Viva Cane, e muoiano i traditori_. Fatto giorno, Cane passò il ponte, ed ebbe all'incontro Fregnano coi suoi, che fece lunga battaglia, ma in fine vi lasciò la vita insieme con Paolo Pico dalla Mirandola, eletto da lui per podestà di Verona, ed altri suoi partigiani. Sollevatosi tutto il popolo in favor di Cane, fu preso Feltrino da Gonzaga co' suoi consorti e soldati, e corse pericolo della vita; ma in fine si riscattò con trenta mila fiorini d'oro. Dopo sì felice avvenimento nello stesso mese giunse a Verona il _marchese di Brandeburgo_ con assai gente per aiutar Cane, ma non vi fu più bisogno di lui.

Per la troppo cresciuta potenza di _Giovanni Visconte_ arcivescovo di Milano, e perchè l'ingordigia sua non era per far mai punto fermo, si collegarono insieme la _repubblica di Venezia_, il _marchese Aldrovandino_ signor di Ferrara e Modena[1528], i _Gonzaghi_ signori di Mantova e Reggio, e i _Carraresi_ signori di Padova. In essa entrò dipoi anche _Can Grande dalla Scala_ signor di Verona e Vicenza. L'avere il Visconte occupata Bologna, e il far tuttodì passar le sue genti pel Reggiano e Modenese, teneva in un continuo allarma questi popoli. Men male perciò fu creduto dall'Estense e dai Gonzaghi il far testa ad una potenza che andava a divorar tutto. Ora i Gonzaghi furono i primi a cominciar la festa, impossessandosi di alcune navi milanesi, vegnenti da Venezia col carico di mercatanzie, ascendenti al valore di settanta mila fiorini d'oro. Spedì tosto l'arcivescovo il suo esercito a' danni del Reggiano e Modenese, con prendere le castella di Fiorano, Spezzano e Guiglia, e piantar due forti bastie, oppur una al passo di Santo Ambrosio sul Panaro[1529]. Erasi unita tutta sotto il comando del conte Lando Tedesco di Suevia la gran compagnia, che dianzi ubbidiva a fra Moriale, accresciuta dipoi a dismisura pel concorso di chiunque aspirava alle prede. Queste masnade furono prese al loro soldo dai collegati, e con esse formato un esercito di più di trenta mila armati, combatterono le suddette due bastie, e voltatisi poi verso Guastalla, e passato il Po, nel settembre si diedero a guastare il territorio di Cremona.