Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 52
Mosse in quest'anno _papa Clemente_ le macchine tutte per abbattere l'odiato _Lodovico Bavaro_, che s'intitolava re dei Romani ed imperadore. Un pezzo era che si maneggiava di mettere sul trono cesareo _Carlo marchese di Moravia_, figliuolo di _Giovanni re_ di Boemia. Si effettuò in questo anno il negoziato. Il principe Carlo e il re suo padre vennero ad Avignone; concertarono col pontefice quanto occorreva; gli promisero quanto egli richiedeva. E però si videro fulminate nuove censure contra del Bavaro, e si ordinò agli elettori di venire ad una nuova elezione[1411], con avere il re di Francia comperati i voti di alcuni a caro prezzo. Verso il fine di luglio fu eletto dalla maggior parte d'essi elettori in re de' Romani il suddetto principe, che fu poi appellato _Carlo IV_ fra gl'imperadori. E giacchè non gli fu permesso di ricevere la corona in Aquisgrana, la coronazione sua seguì nella città di Boemia nel dì 25 di novembre. Fiera discordia nacque in Germania per questa elezione. I più la tenevano per invalida, e chiamavano Carlo l'_imperadore de' preti_. E perciocchè in questi tempi a' dì 24 d'agosto[1412] nella sanguinosissima battaglia accaduta a Cresci fra le armate di _Filippo re_ di Francia e di _Odoardo re_ d'Inghilterra, colla totale sconfitta della prima, restò trucidato con altri gran signori _Giovanni re di Boemia_, che era ito in soccorso del re di Francia suo gran protettore, non mancarono gli aderenti del Bavaro, secondo l'uso dei ciechi mortali, di attribuire la di lui morte all'essersi egli ribellato contro il sovrano, cioè contro la casa di Baviera. Ma nell'anno venturo noi vedremo quetato lo scisma insorto fra questi due pretendenti alla corona imperiale. Per la morte da noi sopra narrata di _Andrea_, destinato re di Napoli, seguitò maggiormente a scompigliarsi quel regno. Chi teneva, siccome dissi, per innocente, e chi per colpevole la _regina Giovanna_ di sì enorme assassinio, e chi era per lei, e chi contra di lei. Già si disponeva _Lodovico re_ di _Ungheria_ a calare in Italia, non tanto per desio di vendicare la morte obbrobriosa del fratello, quanto per isperanza di far suo il regno di Napoli. Non dormì già in tanto sconvolgimento di cose _Lodovico_ giovane _re di Sicilia_, o, per dir meglio, il tutore suo zio. La città o terra di Milazzo, già occupata in quest'isola dal _re Roberto_, ubbidiva tuttavia alla regina Giovanna. Andò ad assediarla l'esercito siciliano; e perchè non correano le paghe, a cagione dei suddetti disordini, quel presidio con patti onorevoli rendè la terra. Tentò ancora il re unghero di far lega col siciliano contra della regina Giovanna; ma perchè l'Aragonese faceva istanza che restasse affatto libera la Sicilia dalle pretensioni dei re di Napoli, non seguì per ora accordo alcuno fra essi. Continuando i Veneziani l'assedio della ribellata Zara con istrage vicendevole di gente[1413], quel popolo, piuttostochè ricorrere alla misericordia, volle darsi a Lodovico re d'Ungheria, e gli spedì ambasciatori per questo. Di buon cuore accettò questi l'offerta, e con un formidabile esercito venne al loro soccorso nel mese di giugno. Molti furono gli assalti dati alle bastie de' Veneziani, ma senza frutto. Finalmente in campagna aperta nel di primo di luglio si venne ad un fatto d'armi, che riuscì glorioso per l'esercito veneto. Il perchè il re unghero, o perchè scorgesse l'impossibilità di vincere contro gente così valorosa ed ostinata nel proposito suo, oppure perchè maggiormente gli stesse a cuore l'impresa del regno di Napoli, con poco onore ricondusse a casa le immense sue soldatesche, molto nondimeno scemate. Allora fu che gli Zarattini, vedendo fallita ogni loro speranza, implorarono il perdono, che dai saggi Veneziani non fu loro negato; e così tornò quella città alla lor divozione, dopo avervi (dicono i Cortusi[1414]) impiegata la somma d'un milione per riacquistarla.
Sul fine del carnovale, essendo spirata la tregua fra i Gonzaghi signori di Mantova e Reggio, e gli Scaligeri signori di Verona e di Vicenza, _Alberto dalla Scala_ coll'esercito suo corse depredando sino alle porte di Mantova[1415]. _Obizzo marchese_ d'Este anche egli fece vigorosa guerra ad essi Gonzaghi dalla parte di Modena. Ma siccome egli trasse a ribellione i Manfredi e Roberti nobili di Reggio, così ancora i Gonzaghi ebbero maniera d'indurre a ribellarsi al marchese le castella di Gorzano e di San Felice. Presero ancora la terra di Cuvriago, e fecero gran danno al Parmigiano. Cogli aiuti di Mastino dalla Scala avea il marchese Obizzo unito un potente esercito di circa cinque mila cavalli, oltre alla numerosa fanteria, con disegno di vettovagliare la città di Parma, o di dar battaglia ai nemici, se si presentava l'occasione; e a questo fine fece marciar la sua gente nel dì 25 di luglio sul Reggiano. Ma da lì a pochi giorni Mastino dalla Scala richiamò dodici bandiere di gente d'armi tedesca dallo esercito del marchese, per mandarle in aiuto di Luchino Visconte. Venne con ciò a scoprirsi che era seguita una segreta concordia fra gli Scaligeri e il Visconte, contro ai patti della lega. Questo inaspettato colpo fece allora prendere altre misure al marchese, il quale, conoscendosi abbandonato e tradito dagli amici, e scorgendo la troppa difficoltà di poter sostenere Parma, città con cui non comunicavano i suoi Stati, ed attorniata da potenti nemici, cioè dal Visconte signore di Cremona, Borgo San Donnino e Piacenza, oltre ad altre città, e dai Gonzaghi signori di Mantova e Reggio: cominciò a trattar segretamente di una onorevol concordia collo stesso _Luchino Visconte_, giacchè egli era il sostenitor de' Gonzaghi, e facea l'amore a Parma, ma senza mostrare di farlo. Accadde che in questi tempi _Isabella del Fiesco_, moglie di esso Luchino, la quale finora niun maschio gli avea partorito, diede alla luce in un parto due figliuoli con indicibile allegrezza del marito e dei Milanesi[1416]. Si mosse dunque da Ferrara il marchese Obizzo, accompagnato da _Ostasio da Polenta_ signore di Ravenna, e da molta nobiltà, nel dì 7 di settembre[1417], e per la strada di Verona arrivò alla terra di Novato sul Bresciano, dove furono ad incontrarlo _Matteo Visconte_ e _Bruzio_ figliuolo naturale di Luchino, che gli fecero molto onore. Fu ad incontrarlo a Cassano _Giovanni Visconte arcivescovo_ di Milano, che l'accompagnò fino alla città, dove, alloggiato nel palazzo d'esso arcivescovo, ricevè da lui e da Luchino quante finezze e carezze egli seppe desiderare. Fecesi con gran pompa il battesimo dei due figliuoli di Luchino, al primo dei quali fu posto il nome di _Luchino Novello_: e li tennero al sacro fonte esso _marchese Obizzo, Giovanni marchese di Monferrato, Castellano da Beccheria_ signor di Pavia, ed _Ostasio da Polenta_, onorevoli doni fecero ai fanciulli e alla madre. Allora fu che il marchese Obizzo cedette a Luchino Visconte la città di Parma[1418] con essere rimborsato da lui del danaro speso in acquistarla da Azzo da Correggio. Ebbero occasion di piagnere i Parmigiani, avendo cambiato un placido padrone in un asprissimo, che non tardò a spogliar di tutte le loro fortezze que' nobili. Partissi poi da Milano il marchese Obizzo nel dì 26 di settembre; e, giunto che fu a Ferrara, tanto si adoperò presso di lui Mastino dalla Scala assistito da un ambasciatore di Luchino Visconte, che lo indusse nel dì 27 d'ottobre a pacificarsi coi Gonzaghi, e la pace fu solennemente stipulata dipoi in Modena nel dì 12 di dicembre.
Colla giunta di Parma crebbe non poco la potenza dei due fratelli Visconti _Luchino_ e _Giovanni_. Ma si dee aggiugnere ch'egli ebbe in varii tempi anche la signoria d'Asti, città potente ne' secoli andati[1419]. Perchè la nobil casa dei Soleri, di fazione guelfa, possedendo ventiquattro castella ed altre fortezze, voleva padroneggiar troppo in quella città, i Ghibellini, cioè i Gottuari, Isnardi e Turchi, chiamarono _Giovanni marchese_ di Monferrato, e gli diedero il dominio della città sotto certi patti. Scacciati di colà i Soleri, gran guerra cominciarono contra dei cittadini coll'aiuto delle terre del Piemonte spettanti al _re Roberto_. Però quel popolo invitò a quella signoria (non so dirne l'anno preciso) _Luchino Visconte_, il qual poscia distrusse tutte le famiglie de' Soleri, con ridurli a non possedere un palmo di terreno sull'Astigiano. Nè qui si ristrinse l'industria e fortuna di Luchino. Acquistò anche Bobbio, Tortona nell'anno seguente, ed Alessandria, non so quando. Tolse al re Roberto, oppure alla _regina Giovanna_, nel seguente anno la città d'Alba, Cherasco, ed altre terre sino a Vinaglio e all'Alpi; e parimente nell'anno presente gli fu data la signoria, ossia l'alto dominio della Lunigiana[1420]. Se fosse sopravvivuto più, non restava probabilmente terra in Piemonte che non venisse alle sue mani. Di questo passo camminava ad un sì alto ingrandimento la casa dei Visconti, con far gran paura ad ogni vicino. Eppure andò essa dipoi tanto più oltre, siccome vedremo. A petizione di _Lodovico re_ d'Ungheria in quest'anno[1421] _Niccolò Gaetano conte_ di Fondi, nipote del fu papa _Bonifazio VIII_, cominciò la guerra contro la _regina Giovanna_ nella Campania, coll'impadronirsi di Terracina e del castello d'Itri presso Gaeta. La stessa città di Gaeta sollevatasi, non volle più ubbidire alla regina. Io non so come Giorgio Stella racconti sì diversamente questa faccenda, con dire[1422] che, giunta a Terracina l'armata navale dei Genovesi, composta di ventinove galee, comandata da Simone Vignoso, a forza d'armi fece ritirare da quell'assedio il conte di Fondi; essersi il popolo di Terracina sottomesso al dominio del comune di Genova; ed aver essi Genovesi cacciato da Sessa il suddetto conte, il qual dianzi avea tolta quella città alla regina Giovanna. Scrive inoltre lo Stella, avere la flotta genovese continuato il suo viaggio in Levante, ed interrotti i disegni del delfino di Vienna, arrivato coi crocesignati in quelle parti, giacchè i Genovesi pensavano solamente al proprio vantaggio, e non a secondare i desiderii del papa e le mire della crociata. Poscia nel dì 16 di giugno, sbarcati nell'isola di Scio, impresero l'assedio di quel castello, e lo costrinsero alla resa nel dì 5 di settembre: con che tutta quell'isola cominciò ad ubbidire a' Genovesi. Impadronironsi ancora di Foglia vecchia e di Foglia nuova, e maggiori progressi ancora avrebbero fatto, se la ciurma delle galere, mossa a sedizione, non avesse fatto svanire altre loro idee. Fu in questo anno un'estrema carestia per quasi tutta l'Italia, e maggiormente questa inasprì nell'anno seguente, per essere andati a male i raccolti a cagion delle dirotte pioggie.
NOTE:
[1411] Albertus Argent., Chron.
[1412] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 66.
[1413] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Baiano, Chron. Mutinens., tom. eod.
[1414] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1415] Chron. Estense.
[1416] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.
[1417] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1418] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1419] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Italic.
[1420] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[1421] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 73.
Anno di CRISTO MCCCXLVII. Indiz. XV.
CLEMENTE VI papa 6. CARLO IV re de' Romani 2.
Divenuto già re de' Romani e re di Boemia _Carlo_ figliuolo del fu _re Giovanni_, perchè pretendeva il contado del Tirolo, che gli era contrastato da _Lodovico il Bavaro_ e da _Lodovico marchese_ di Brandeburgo suo figliuolo, venne in abito di pellegrino a Trento con isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quel paese[1423]. Non gli mancò d'assistenza papa _Clemente VI_, perciocchè mosse con premurose lettere _Luchino Visconte, Mastino dalla Scala_, il patriarca d'Aquileia e i signori di Mantova a prestargli aiuto; ed ognuno in fatti spedì colà un gagliardo rinforzo di cavalleria e fanteria. Se gli diede il popolo di Trento, ed egli nel dì 27 di marzo assistè alla messa in quel duomo in abito imperiale. Impadronissi ancora di Feltro e di Belluno. Essendo poi passato all'assedio di Marano nel Tirolo, eccoli sopravvenire il marchese di Brandeburgo con forze superiori di armati, che gli diede una rotta, e il fece fuggire a Trento. Ma si mutò in questo anno faccia alle cose; imperciocchè trovandosi _Lodovico il Bavaro_ alla caccia nel dì 11 di ottobre[1424], sorpreso da un colpo d'apoplessia e caduto da cavallo, spirò l'anima sua. V'ha chi dice esser egli morto con segni di penitenza, lo niegano altri; ma è fuor di dubbio che da niun sacerdote ebbe l'assoluzion de' peccati e delle censure[1425], portando al mondo di là una pesante soma di colpe principesche e private. La morte sua fu la vita di _Carlo IV re_ dei Romani, perchè i suoi affari cominciarono immediatamente a prosperare, con riconoscerlo per re molti principi e non poche città della Germania, quantunque non mancassero altri che passarono all'elezione di _Odoardo re_ d'Inghilterra, poi di _Federigo marchese_ di Misnia, e poi di _Guntero conte_ di Suarzemburgo. Con danari seppe il re Carlo indurre i due ultimi a non accettare, o a rinunziare l'esibita corona. Per lo contrario, in Italia si aprì un nuovo teatro di calamità a cagione di _Lodovico re_ d'Ungheria, ansante di vendicar la morte ignominiosa del fratello _Andrea_, ma più di conquistare il regno di Napoli, al qual fine determinò di passare egli in persona in Italia. Spedì innanzi i suoi ambasciatori, per aver libero il passo da' principi italiani; e questi, giunti a Ferrara nel dì 24 d'aprile, ebbero buon accoglimento dal _marchese Obizzo_ d'Este. Continuato poscia il lor viaggio, arrivarono ai confini del regno, e cominciarono dei maneggi per muovere a ribellione que' popoli. Certo è che, a papa _Clemente VI_ non piaceva che un sì potente principe venisse a piantar il piede nel regno di Napoli. Oltre di che, a cagione del suo soggiorno in Provenza, terra della _regina Giovanna_, pendeva più a favorir questa che quello. Intanto essa regina nel dì 20 d'agosto sposò _Luigi principe_ di Taranto, uno de' Reali[1426]: matrimonio in que' tempi disapprovato dagli zelanti cristiani. Alcuni credono ch'ella fin d'allora ne ottenesse la dispensa dal pontefice. Il Rinaldi meritamente la riferisce all'anno seguente. Accordossi ancora la regina Giovanna con _Lodovico re di Sicilia_, cedendo ad ogni pretensione sua sopra quell'isola, con patto che egli, in occasione di guerra, dovesse mantenere al di lei servigio quindici galee. Mancò ad un tale accordo l'approvazione del papa, diretto padrone della Sicilia.
Gran voglia aveva _Isabella del Fiesco_, moglie di _Luchino Visconte_, di veder la rara e magnifica città di Venezia. Però pubblicò in quest'anno un voto da lei fatto, allorchè fu per partorire nell'anno addietro i due suoi gemelli, di visitare la basilica di San Marco in quella città. L'addolciato marito non potè negarle il contento di adempiere così santa divozione, e le formò uno splendidissimo corteggio della primaria nobiltà delle sue città. Nella Cronica Estense[1427] si veggono annoverati tutti i nobili scelti da Milano, Tortona, Alessandria, Cremona, Brescia, Vercelli, Lodi, Novara, Asti, Como, Bergamo, Piacenza e Parma, ed anche da Pavia, siccome ancora le nobili donne destinate ad accompagnarla, oltre ai paggi, staffieri e alla prodigiosa minor famiglia[1428]. Per una regina non si poteva far di più. Si mosse ella da Milano nel giorno 29 d'aprile, e grandi onori ricevè in Verona da _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_; grandi in Padova da _Jacopo da Carrara_; maggiori poi in Venezia da quella splendida repubblica. Soddisfatto che ebbe in Venezia alla sua divozione, e veduta la celebre funzione dell'Ascensione, se ne tornò per Padova, Verona e Mantova a Milano. Dove andasse poi a terminare questo sì divoto pellegrinaggio, non istaremo molto a vederlo. Una scena curiosa, cominciata nell'anno addietro in Roma, maggiore comparsa fece nel presente[1429]. Per la lontananza de' papi era divenuta quella mirabil metropoli un bosco d'ingiustizia; ognun facea a suo modo; discordi erano i due senatori, l'uno di casa Colonna, e l'altro di casa Orsina, con due diverse fazioni; le entrate del papa e del pubblico divorate; le strade piene di ladri, di modo che più non s'attentavano i pellegrini di portarsi colà alla visita dei santi luoghi. Si alzò su un giorno, e fece popolo un certo della feccia del volgo, cioè Niccolò figliuolo di Lorenzo Tavernaro, appellato volgarmente _Cola di Rienzo_, giunto col suo studio ad essere notaio. Costui era uomo fantastico; dall'un canto facea la figura di eroe, dall'altro di pazzo. Soprattutto gli stava bene la lingua in bocca. Tanto declamò contro ai disordini di Roma e alle prepotenze de' grandi, che indusse di popolo a consentirgli il titolo e la balìa di tribuno. Ciò gli bastò per cacciare di Campidoglio i senatori, e per farsi signore di Roma[1430], con intitolarsi pomposamente: _Nicola, severo e clemente, liberator di Roma, zelante del bene dell'Italia, amatore del mondo e tribuno augusto_. Formò poscia de' magistrati, mettendovi degli uomini di merito; fece giustiziar varii capi di fazione, che mantenevano quantità di masnadieri, e assassinavano alle strade; intimò il bando ai grandi, che solevano farla da prepotenti, se non giuravano sommessione al buon governo, di maniera che, fuggiti i malviventi, in breve mise in quiete la città, e si potea portar per le strade l'oro in mano. Gli venne in testa il capriccioso disegno non solamente di riformare Roma, ma di rimettere anche in libertà l'Italia tutta, con formare una repubblica, di cui fosse capo Roma, come fu ne' secoli antichi. Scrisse perciò lettere di gran magniloquenza a tutti i principi e alle città italiane, e trovò chi prestò fede ai suoi vanti. Spedì loro degli ambasciatori, e rispose alle lettere dei principi con graziose esibizioni: cotanto credito s'era egli acquistato col rigore della giustizia. I Perugini, gli Aretini ed altri si diedero a lui. In somma chi facea plauso a queste novità, e chi ne rideva. Da Francesco Petrarca, insigne poeta d'allora, fra gli altri, fu scritta in sua lode una suntuosa canzone[1431], che tuttavia si legge, credendosi egli che veramente questo uomo avesse a risuscitar la gloria di Roma e dell'Italia. Ma altro ci volea a così vasta impresa che un cervello sì irregolare e mancante di forze. Perchè il popolo di Viterbo gli negava ubbidienza, si mise Cola in ordine nell'anno presente, per far guerra a quella città; e l'avrebbe fatta, se Giovanni da Vico prefetto e signor di Viterbo non si fosse sottomesso con rendergli varie rocche. Andò poi tanto innanzi la bestialità d'esso tribuno, che con gran solennità si fece far cavaliere[1432], e si bagnò nella conca di porfido, dove i secoli barbari s'immaginarono che fosse stato battezzato l'imperador Costantino il Grande, e si fece coronar con varie corone. Poscia citò _papa Clemente VI_ e i cardinali che venissero a Roma. Citò anche _Lodovico il Bavaro_ non per anche defunto, e _Carlo di Boemia_, e gli elettori a comparire e ad allegar le ragioni, per le quali pretendevano allo imperio. Finora avea egli rispettato il papa; si mise in fine sotto i piedi ogni riguardo anche verso di lui e de' suoi ministri; e però non potè più stare alle mosse il vicario pontificio, e proruppe in proteste, delle quali niun conto fu fatto, dicendo il vanaglorioso Cola di far tutto per ordine dello Spirito Santo, del quale pubblicamente s'intitolava _candidato_. Non potevano digerire i Colonnesi, gli Orsini, i Savelli ed altri grandi romani tanto sprezzo, o, per dir meglio, strapazzo che facea di loro il tribuno, giacchè avea fatto imprigionarne i principali, ed annunziata loro anche la morte; se non che si placò, e li rimise in libertà. Eglino dunque con grosse squadre di cavalli e fanti nel dì 20 di quest'anno vennero alla porta di San Lorenzo con disegno d'entrare in Roma, e d'insegnar le creanze al tribuno. Ma egli, messo in armi il popolo, con tal empito il fece uscire contra di loro, che li mise in isconfitta, colla morte di _Stefano, Giovanni_ e _Pietro dalla Colonna_, e d'altri nobili e di molti delle loro masnade. Salì per questo in alto la gloria e la riputazione di Cola.
Era già riuscito ai ministri o partigiani di _Lodovico re_ d'Ungheria di muovere a ribellione contra della _regina Giovanna_ l'Aquila, città benchè nata a tempi di Federigo II Augusto, pure pervenuta da lì non molto ad un'ampia popolazione e potenza[1433]. Erano in discordia i Reali di Napoli; ma cotante promesse furono fatte a _Carlo duca_ di Durazzo, che s'indusse a prendere il baston del comando per procedere contro degli Aquilani. Tenne egli coll'esercito suo assediata per tre mesi, ma indarno, quella città. Intanto venuto in Italia il vescovo di Cinque Chiese con ducento nobili ungheri ben in arnese e con danaro assai, assoldò molta gente nella Romagna e nella Marca; ebbe non pochi aiuti da _Ugolino de' Trinci_ signor di Foligno e dai _Malatesti_ signori di Rimini, e con circa mille uomini d'armi e numerosa fanteria andò ad unirsi con altri mille cavalli e fanti, già assoldati nell'Abbruzzo per parte del re Lodovico d'Ungheria. Il timore di quest'armata fece sloggiare di sotto l'Aquila gli assediatori; e tanto più perchè succeduto nel medesimo tempo il matrimonio della regina con _Luigi principe_ di Taranto, il duca di Durazzo deluso e mal soddisfatto non volle più guerreggiar contra degli Ungheri. Seppero ben prevalersi di tal discordia i capitani del re Lodovico; perchè, posto l'assedio alla città di Sulmona, senza che alcuno ne tentasse giammai il soccorso, se ne impadronirono nel mese di ottobre, continuando poi le lor conquiste sino a Venafro, Tiano e Sarno. Arrivò nel mese di novembre _Lodovico re_ d'Ungheria nel Friuli ad Udine, senza che sicuramente si raccolga dagli scrittori ch'egli menasse con seco un esercito potente. Forse non avea più di mille cavalli. Perchè era in collera coi Veneziani, non accettò il loro invito[1434]. Onorevolmente ricevuto a Cittadella da _Jacopo da Carrara_ signore di Padova, sul principio di dicembre passò a Vicenza e Verona, dove _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_ splendidamente il trattarono, con dargli ancora trecento de' loro cavalieri, acciocchè lo accompagnassero a Napoli. Per Ostiglia venuto a Modena, fu incontrato con tutto onore da _Obizzo marchese_ d'Este, che non fu da meno degli altri in fargli un nobile trattamento. Fuorchè in Imola e Faenza, dove il conte della Romagna pel papa nol lasciò entrare, ricevè somme finezze dappertutto dove passò, in Bologna dai _Pepoli_, in Forlì dagli _Ordelaffi_, in Rimini dai _Malatesti_, in Foligno dai _Trinci_. Con trecento cavalieri il seguitò pel viaggio _Francesco degli Ordelaffi_. Ma essendosegli presentato in Foligno il legato del papa per intimargli sotto pena di scomunica di non far da padrone nel regno di Napoli senza l'assenso del papa, il re, che già toccava con mano la pretension del pontefice in favore della regina Giovanna, gli rispose assai bruscamente che il regno era suo per successione dei suoi maggiori; che risponderebbe alla Chiesa pel feudo; e che della scomunica non curava, perchè sarebbe patentemente ingiusta. Arrivò poscia questo principe all'Aquila nella vigilia di Natale, e quivi attese ai preparamenti per condurre a fine l'incominciata impresa.