Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 50

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Nel dì 25 d'aprile di quest'anno, compiè la sua carriera in Avignone _Benedetto XII_ sommo pontefice[1356]. Son d'accordo quasi tutti gli scrittori d'allora, che s'egli fosse vivuto in secoli meno sconvolti e ferrei, ed avesse goduta la libertà necessaria per operare, di cui era privo pel suo soggiorno negli Stati oltramontani del _re Roberto_, sarebbe riuscito uno dei più insigni ed utili pastori della Chiesa di Dio: tanto era il suo zelo per la religione, la purità de' costumi, e così buona e retta la sua intenzione in tutte le sue azioni. Per quanto potè, promosse la riforma del clero secolare e regolare, ed allontanò la simonia dalla corte pontificia, vegliando specialmente, acciocchè fossero provvedute le chiese e i benefizii di persone per la dottrina e per la bontà della vita accreditate. Nè si studiò punto d'ingrandire o ingrassare i proprii parenti, anzi volle che seguitassero nella bassezza del loro stato. L'altre sue belle doti e lodevoli operazioni si leggono nella Storia ecclesiastica. Però strano è il vedere come Galvano Fiamma[1357] così fieramente si scagli contro la memoria di questo pontefice, con dire che universale fu l'allegrezza di sua morte, perch'egli avea conturbato tutti gli ordini de' religiosi: il che è un rivolgere in suo biasimo ciò che gli si doveva attribuire a lode, non potendosi negare che in questi tempi il monachismo e fratismo giacesse in una deplorabil corruzion di costumi, ed inosservanza delle sue regole. Aggiugne che lasciò un immenso tesoro, consistente in mille e cinquecento cofani, cadaun de' quali conteneva trenta mila fiorini d'oro (il che darebbe una somma di quarantacinque milioni di fiorini), e gioie inoltre di valore di dugento mila fiorini. Se ciò è vero (ed è anche scritto da uno degli autori della sua Vita, che _multum thesaurum Ecclesiae congregavit_), non sono io per iscusarlo; ma certo non per vendere benefizii gli avrà accumulati; nè egli amò di scialacquarli in mantener delle armate, come avea praticato il suo predecessore _Giovanni XXII_. Giugne il Fiamma fino a dire che fu scritto contro di lui un libro per provare che questo papa fu eretico, e che tale era stato suo padre e il figliuolo di un suo fratello: tutte spropositate calunnie. Questo guadagno fece il buon papa coll'aver voluto guarir le piaghe de' frati, e coll'osar infino di riveder quelle de' Predicatori, del qual ordine fu lo stesso Galvano Fiamma. E probabilmente di qua venne l'avere sparlato di lui anche altri vecchi storici. Non istette più di dodici giorni vacante la santa Sede[1358], perciocchè nel giorno 7 di maggio fu eletto papa il _cardinal Pietro Ruggieri_, personaggio dotto, magnanimo e liberale, ma che in far da padrone non la cedeva ad alcuno. Era nobilmente nato nella diocesi di Limoges, già monaco benedettino, arcivescovo di Sens, e poi di Roano. Fu con gran solennità coronato col nome di _Clemente VI_ nel giorno della Pentecoste, 19 del mese suddetto, e tardò poco a provveder di pastori le tante chiese che dicono lasciate vacanti da papa _Benedetto XII_ per lo strano scrupolo e timore di mal provvederle, quasichè fosse seccata la sorgente de' buoni nel cristianesimo. All'avviso della creazione di questo novello pontefice, i Romani gli spedirono tosto una magnifica ambasceria[1359], in cui si trovò _Cola di Rienzo_, eloquentissimo, ma fantastico umore, di cui avremo a parlare fra poco. Le lor suppliche battevano in far premura al papa per la sua sospirata venuta. Anche il Petrarca[1360] con un suo poemetto latino tentò di spronarlo a sì bella e giusta impresa: passi tutti e parole gittate, perchè già era fitto il chiodo, nè si volea muovere di Francia la corte pontificia. A questo fine non solamente _Benedetto XII_ avea cominciato in Avignone a far fabbricare un superbissimo palagio per la residenza de' papi, ma anche i cardinali vi aveano edificati dei bei palagi per loro stessi.

Continuarono tutto il verno ostinatamente i Pisani l'assedio di Lucca: nel qual tempo i Fiorentini[1361] niuna diligenza lasciarono indietro per mettere insieme una poderosissima armala, consistente in cinque mila cavalli e fanteria senza fine[1362]. Si mosse questa da Firenze nel giorno 25 di marzo con animo di soccorrere l'angustiata città. Capitan generale era _Malatesta de' Malatesti_ signore di Rimini. Un mese e mezzo spese egli senza far nulla, perchè vanamente adescato di qualche accordo da _Nolfo_ figliuolo del _conte Federigo_ dà Montefeltro, capitano de' Pisani. Intanto una grave sciagura occorse alla città d'Arezzo[1363]. Trapelò che i Pisani erano dietro a far rubellare quella città ai Fiorentini. Vero o falso che fosse, preso fu _Pier Saccone_ de' Tarlati, il quale dianzi avea ceduta loro quella città, con assai altri suoi consorti, e tutti andarono a riposar nelle carceri di Firenze. Furono inoltre cacciati da Arezzo tutti i fazionarii ghibellini, il numero de' quali, se crediamo a Giovanni da Bazano, ascese a più di quattro mila persone: con che quella città rimase come disfatta. Ribellaronsi ancora gli Ubaldini al comune di Firenze, e gli fecero guerra colla presa di varie castella. Ora il Malatesta, che vide svanite le speranze del progettato accordo, nel giorno primo di maggio andò ad accamparsi in faccia ai Pisani assediatori di Lucca, cercando tutte le vie o di tirare a battaglia i nemici, o di forzare i loro trincieramenti, per introdur gente e vettovaglie nella città. Si tennero stretti nel campo loro i Pisani, senza voler azzardare un fatto d'armi. Riuscì ad alcune squadre fiorentine di valicare il fiume Serchio, e di atterrar parte degli steccati con danno de' Pisani; ma furono respinte, e in questo mentre cominciò la pioggia, che fece ingrossare il fiume e tolse la speranza al Malatesta di più penetrar da quella parte. A tali disgrazie si aggiunse la penuria delle vettovaglie: laonde egli nel dì 19 di maggio levò il campo, e, passato al Ceruglio, gli diede battaglia, senza poterlo avere. Spedì poi gran gente nel territorio di Pisa, che vi recarono bensì de' gravissimi danni, ma non liberarono da vergogna e scorno lui e tutta l'oste de' Fiorentini, per aver così infelicemente tentato il soccorso di Lucca; i cui difensori, al vedere estinta ogni loro speranza per la ritirata dell'esercito amico, finalmente nel dì 6 di luglio capitolarono la resa della città, salve le persone col loro equipaggio. Così venne Lucca in poter de' Pisani; e il comune di Firenze, che avea spese centinaia di migliaia di fiorini d'oro per sostener quella guerra, non sapea darsi pace di un sì contrario avvenimento; e tanto più perchè non aveano accettato un partito di aggiustamento, per cui i Pisani aveano loro esibito cento ottanta mila fiorini d'oro per una sola volta, e inoltre dieci altri mila fiorini d'omaggio ogni anno in perpetuo. Ne erano contenti i saggi, ma dai meno assennati, che forse erano i più, rimase disturbato il contratto: difetto assai facile ne' governi, qualora dipendano da assaissimi, e massimamente da' giovani, le risoluzioni negli scabrosi affari.

Era in questi tempi capitano all'esercito de' Fiorentini[1364] con cento e venti uomini a cavallo _Gualtieri duca di Atene_, ma solo di titolo, e conte di Brenna, barone franzese, i cui maggiori già vedemmo re di Gerusalemme. Seco portava egli il credito di raro valore e maestria di guerra. I buoni Fiorentini, senza sapere che volpe fosse quella, e che con tutti quei bei titoli egli era poverissimo di moneta, anzi vagabondo e fallito, giacchè si trovavano mal soddisfatti di _Malatesta_ lor capitano, gli esibirono la carica di capitano e conservatore del popolo. L'accettò egli con gran benignità, e tosto cominciò a far tagliare teste ad alcuni ricchi del popolo, ed a farsi rendere ragione dell'amministrazione del danaro del pubblico, con assai condanne in favor del fisco: rigore che dispiacque a moltissimi, attesochè alcuni di essi erano creduti innocenti; ma diede nel genio ai nobili, che voleano abbassata la potenza del popolo. Tanto poi seppe fare lo scaltrito duca, ben conoscente delle divisioni de Fiorentini, che nel generale parlamento tenuto nel giorno ottavo di settembre si fece proclamar signore a vita di Firenze e del suo distretto. Il lupo è nella mandra: suo danno, se non saprà sfamarsi. Abbassò egli tosto i priori ed altri uffiziali; prese al suo soldo circa ottocento cavalieri franzesi e borgognoni, oltre ad altri italiani; conchiuse pace coi Pisani con vantaggiose condizioni, ma al dispetto de' Fiorentini troppo irritati contro al comune di Pisa; nella qual occasione _Giovanni Visconte_ da Oleggio cogli altri prigionieri fu rimesso in libertà. Poi mille altre novità fece il duca d'Atene in Firenze, tutte ad una ad una annoverate da Giovanni Villani, e tutte in oppressione della libertà di quel popolo, e de' grandi stessi che l'aveano aiutato a salire. Il peggio fu che cominciò a spremere le borse del popolo con estimi, prestanze ed altre gravezze, accumulando fuori dello Stato quanta moneta potè. Se di così buon signore fossero contenti i Fiorentini, poco ci vuole ad immaginarselo. In quest'anno nel dì 8 di agosto finì di vivere _don Pietro re Aragona_ re di Sicilia, e gli succedette _Lodovico_ suo figliuolo di età solamente di cinque anni e sette mesi[1365] sotto la tutela di _Giovanni duca_ di Randazzo, suo zio paterno, il quale, essendosi ribellata Messina, e data al re Roberto, accorse a tempo, e la rimise sotto l'ubbidienza del nipote. Il Villani[1366] dà questa gloria a _Guglielmo_, altro zio del re novello.

Già s'è veduto come _Lodrisio Visconte_ fu il primo a dar esempio ad altri di formar delle compagnie di soldati masnadieri e ladri. La composta da lui andò presto in fumo. Se ne formò un'altra picciola sotto il comando di _Malerba_ capitano tedesco, il quale passò ai servigi di _Giovanni marchese_ di Monferrato. Nell'anno presente avvenne di peggio. Correvano i Tedeschi al soldo degl'Italiani, ed ora a questo ora a quel principe servivano, ma con fede sempre incerta, non mantenendo essi le promesse, se capitava un maggiore offerente. Fu licenziata una gran frotta di costoro dal comune di Pisa. _Guarnieri, duca_ di non so qual luogo di Germania, fecesi capo di questa gente; molto più ne raunò da altre contrade di Italia, e vi si unirono anche assaissimi Italiani: con che si formò una compagnia, dagli storici toscani appellata _compagna_, di più di tre mila cavalli, e di copiosa moltitudine di fanti, meretrici, ragazzi, ribaldi: gente tutta bestiale, senza legge, sol volta ai saccheggi, agl'incendii, agli stupri. Guai a quel paese dove giugnea questo flagello. Prima degli altri a farne pruova fu il territorio di Siena[1367]. Li mandò in pace quel popolo collo sborso di due mila e cinquecento fiorini d'oro. Portarono il malanno sopra il distretto della Città di Castello, d'Assisi e d'altri luoghi. Il duca d'Atene, i Perugini ed altri popoli coll'esorcismo d'alcune migliaia di fiorini fecero passare questo mal tempo in Romagna[1368]. Nel dì 7 di ottobre arrivò essa compagnia, chiamata dagli scrittori la _gran compagna_, a Rimini, e gran danno fece a quel distretto. Erasi ribellata la città di Fano a _Malatesta_ signore d'esso Rimini[1369]; e benchè vi accorresse _Pandolfo_ suo figliuolo, e pel castello, che si conservava tuttavia alla sua divozione, uscito a battaglia coi cittadini, molti ne uccidesse; pure non potè ricuperar la città. Il perchè Malatesta, avendo preso al suo servigio quella bestial compagnia, verso il dì 6 di dicembre andò all'assedio di Fano, la qual città se gli arrendè poscia nel dì 15 di esso mese. Di gran faccende ebbero e di molti parlamenti fecero in Ferrara _Obizzo marchese_ d'Este, _Mastino dalla Scala_ e _Taddeo de' Pepoli_ signor di Bologna, o prevedendo o sentendo già le minaccie che quella spietata gente volea scaricarsi sopra de' loro Stati[1370]. Fecero essi lega insieme per questo, e v'entrarono i signori d'Imola e Faenza, _Ostasio da Polenta_ signore di Ravenna e Cervia. _Giovanni_ figliuolo di Taddeo Pepoli, assistito dalle suddette amistà, con una bell'oste cavalcò a Faenza per contrastare il passo al duca Guarnieri, se gli veniva talento di voltarsi a queste parti. Circa tre mila e cinquecento cavalli fu detto che il Pepoli conducesse a quell'impresa, oltre alla numerosa fanteria, ed oltre a due quartieri del popolo di Bologna. Ma, senza far pruova dell'armi, si trovò poi altro temperamento a questo bisogno, siccome vedremo all'anno seguente. Secondo Galvano Fiamma[1371], essendo già morto _Aicardo arcivescovo_ di Milano, gli succedette in quell'insigne chiesa _Giovanni Visconte_, fratello di _Luchino_, già vescovo e signor temporale di Novara, nel dì 6 d'agosto dell'anno presente. A vele gonfie entra qui il suddetto Fiamma nelle lodi di questo prelato, esagerando le di lui belle doti, e specialmente la magnificenza, nel qual pregio superava tutti i prelati d'Italia. Ma dimenticò egli di accennar anche l'estrema di lui ambizione e i suoi troppo secolareschi pensieri, che noi vedremo saltar fuori, andando innanzi. Aggiugne il medesimo scrittore, che macchinando i Pavesi contra de' fratelli Visconti, cioè di _Luchino_ e d'esso _Giovanni_, fecero questi un formidabil preparamento per terra e per acqua affine di mettere l'assedio a Pavia. Tal fu il terrore incusso a quel popolo, che trattarono tosto d'accordo con quelle condizioni che vollero i Visconti, salvando bensì la libertà, ma con dipendenza da essi. Morì nell'agosto di questo anno _Carlo Uberto_ re d'Ungheria, e quella corona pervenne a _Lodovico_ suo figliuolo. L'altro suo figliuolo _Andrea_ era alla corte di Napoli, sposo di _Giovanna_ nipote del _re Roberto_, coll'espettativa della successione in quel regno.

NOTE:

[1356] Raynaldus, Annal. Eccles. Vitae Pontificum Romanorum, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1357] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1358] Vitae Roman. Pontif., P. I et II, tom. 3 Rer. Ital.

[1359] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Vit. Nicolai Laurentii, tom. 3 Antiquit. Ital.

[1360] Petrarcha, lib. 2 Epist.

[1361] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 138.

[1362] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1363] Giovanni Villani, lib. 11. Johannes de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1364] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 1.

[1365] Fazell., de Reb. Sic., dec. 2, lib. 9.

[1366] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 13.

[1367] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1368] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1369] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1370] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[1371] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCXLIII. Indizione XI.

CLEMENTE VI papa 2. Imperio vacante.

Si videro in quest'anno da papa _Clemente VI_ confermate contra di _Lodovico il Bavaro_ tutte le censure di papa _Giovanni XXII_. Cercò questi di placarlo[1372], e, a persuasione del re di Francia, che gli facea dell'amico, spedì ad Avignone solenni ambasciatori con facoltà di accettare tutte le condizioni che al papa fosse piaciuto d'imporgli. Gli fu imposto di confessar tutte le eresie che gli venivano imputate, di deporre l'imperio, e di nol ricevere se non dalle mani del papa; di consegnar prima nelle mani d'esso pontefice la persona sua e de' suoi figliuoli; e finalmente di cedere alla Sede apostolica molte terre e diritti dell'imperio. Portate in Germania queste condizioni, nella dieta de' principi furono trovate sì esorbitanti ed ignominiose, che tutti protestarono non potersi elle accettare, e d'essere tutti pronti a sostenere le ragioni dell'imperio contra della prepotenza del papa, il quale intanto cavava buon profitto dalla vacanza di esso coi censi imposti ai vicarii del regno italico. Ma papa Clemente già tesseva una tela per creare un altro imperadore, siccome risoluto di non voler mai in quel grado il duca di Baviera. Presto ce ne avvedremo. Terminò il corso di sua vita in quest'anno nel giorno 19 di gennaio _Roberto re_ di Napoli, e signore della Provenza e d'altri Stati in Piemonte, principe non men celebre per la sua pietà, che per la sua letteratura, per la giustizia, saviezza e per molte altre virtù. Dal Villani è scritto[1373] ch'egli in vecchiaia si lasciò guastare dall'avarizia, per cui restò erede di gran tesoro sua nipote. Nè vo' lasciar di accennare che la morte di questo re vien posta da Domenico da Gravina[1374], autore contemporaneo, _anno domini MCCCXLII, mense januarii, decima Indictione, XIV die mensis ejusdem_; e però sarebbe da riferire all'anno precedente, in cui correva l'indizione decima. La Cronica Estense[1375] e la Sanese[1376] vanno anch'esse d'accordo col Gravina. Tuttavia non si può dipartire dal Villani, il qual mette la morte di esso re nel 1542, seguendo l'era fiorentina, e che conduce l'anno 1542 sino al giorno 25 di marzo del nostro 1543. Con esso convengono Giorgio Stella negli Annali di Genova[1377], Giovanni da Bazano[1378] e gli storici napoletani. Però, in vece dell'_Indictione X_, si dee credere che il Gravina scrivesse _Indictione XI_. Non restò prole maschile del re Roberto, ma bensì due sue nipoti, figliuole del fu _Carlo duca_ di Calabria, cioè _Giovanna_ e _Maria_. Erede del regno fu la prima, già sposata col giovinetto _Andrea_ fratello di _Lodovico re_ d'Ungheria, la quale fu poi coronata per le mani del _cardinale Aimerico_ legato pontificio, ma senza che al consorte Andrea fosse conferita la medesima corona. Si accorsero in breve i Napoletani del fulmine sopra di loro scagliato nella caduta del savio re Roberto, perchè non tardò a sconvolgersi il regno, e poscia ad andar tutto in rovina. Di circa sedici anni era Giovanna, che, posta in libertà, nè discernimento avea per guardarsi da chi cercava di sedurla, nè mettea guardia alle sue giovanili inclinazioni. Cominciò a disamare il marito, forse anche mai non l'avea amato, perchè non s'era egli per anche saputo spogliare della barbarie ungarica, nè mostrava abbondanza di prudenza e di senno. Insolentivano i suoi uffiziali e cortigiani ungheri; e, per accrescere maggiormente il fuoco della dissensione, si trovavano allora in Napoli molti principi della real casa, appellati perciò i Reali, cadauno de' quali aspirava al regno, o almeno al comando. Fra gli altri furbescamente, e al dispetto degli Ungheri, Carlo duca di Durazzo sposò Maria sorella della regina Giovanna: matrimonio che partorì molta discordia e peggiori conseguenze in avvenire. Io non mi dilungherò maggiormente in descrivere il disordine in cui restò la real corte di Napoli, perchè ciò esigerebbe una narrazion troppo diffusa. Ne andrò solamente accennando i principali avvenimenti, secondochè il filo della storia richiederà.

Nell'anno presente ancora a' dì 4 di gennaio, essendo già mancato di vita _Bartolomeo Gradenigo_ doge di Venezia[1379], fu eletto per quella dignità _Andrea Dandolo_, quel medesimo a cui siam tenuti per la bella Storia veneta, da me data alla luce. Non avea egli che 36 anni, e pure, contra l'uso di quella saggia repubblica, ascese al trono: cotanto era in credito la di lui prudenza, onestà, sapere e cortesia. Vegniamo ora agli affari di Firenze. Lo studio continuo di Gualtieri duca d'Atene, signore di quella città, era di schiantare affatto la libertà de' Fiorentini[1380], e di assodar sè stesso in un'assoluta signoria: al qual fine avea contratta lega co' marchesi estensi, cogli Scaligeri, Pepoli ed altri signori, abbassando intanto in casa chi poteva opporsi a' suoi voleri, strapazzando la nobiltà, e valendosi di ministri crudeli ed ingiusti. A così fatto asprissimo governo non era avvezzo nè sapeva adattarsi il popolo di Firenze; e però si cominciarono a formar segretamente delle congiure contra di lui da varii cittadini di tutti gli ordini, senza che l'uno sapesse dell'altro. Della principale venne in conoscenza il duca; ma ritrovato che vi teneano mano tante grandi e potenti famiglie, servì questo solamente a mettere lui e il popolo in maggior gelosia e timore. Pure avea egli messi i suoi pezzi a segno per farne una memorabil vendetta nel giorno 20 di luglio, festa di sant'Anna, quando nel medesimo giorno si alzò universalmente a rumore la cittadinanza, risoluta di tutto mettere a repentaglio per liberarsi dall'odiato non signore, ma tiranno. Abbarrata e asserragliata ogni via della città per impedire il corso alla cavalleria del duca, corsero in furia a rompere le prigioni delle Stinche, presero e saccheggiarono il palazzo del podestà, ed assediarono il duca nello stesso palazzo. Gran soccorso venne loro da Siena[1381], da San Miniato e da altri luoghi; e maggiormente perciò animati strinsero tanto l'assedio, che obbligarono il duca e i suoi Borgognoni per la fame a chiedere misericordia, a dar loro nelle mani alcuni degli spietati suoi uffiziali della giustizia, nella strage de' quali si sfogò alquanto la rabbia del popolo. Consentirono in fine nel giorno terzo di agosto che il duca se ne potesse uscire, salva la vita di lui e de' suoi, e di poter seco condurre il bagaglio, con rinunziare giuridicamente ad ogni sua ragione e pretensione sopra quella città. In questa maniera ricuperarono la loro libertà, ma con gravissimo lor danno; imperciocchè Pistoia nel dì 27 di luglio[1382] si ribellò, disfece il castello e cominciò a reggersi a comune, tenendo nondimeno la parte guelfa. Arezzo, Volterra, Colle e San Geminiano fecero altrettanto: sicchè ben caro costò a Firenze la riacquistata sua libertà. A tali disavventure si aggiunse la discordia cittadinesca fra i nobili e il popolo. Pretendeano i primi, sì per la ragion comune della cittadinanza, come pel merito d'aver cooperato al riacquisto della libertà, d'entrare a parte degli onori e degli uffizii della città, e alcun di loro fu anche ammesso nel numero dei priori; ma il popolo, sempre timoroso della prepotenza de' grandi (e in fatti cominciò a provarne gli effetti), spronato da Giovanni dalla Tosa e da altri, diedero un dì all'armi, e cacciarono i priori nobili. Sdegnata perciò la nobiltà si preparava anch'essa a valersi della forza; e, nata perciò un'universal sollevazione del popolo, si venne a battaglia con alcune delle più potenti e ricche famiglie di Firenze, specialmente co' Bardi e Frescobaldi, i palagi de' quali, vinti colla forza e saccheggiati, furono dal fuoco distrutti. Si quetò in fine il rumore, e Firenze fu ridotta a governo popolare, e, quel ch'è più, al governo del popolo minuto.