Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 49

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Novità furono in Genova nell'anno presente[1332]. Parendo al popolo di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai capitani della terra, che in questi tempi erane _Raffaello Doria_ e _Galeotto Spinola_, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanza _Simone_ o _Simonino Boccanegra_ (fu creduto per altri fini) fu proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati, e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì una voce che dicea _signore_, e tutti a gara gridarono _signore_. Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e però rispose che era pronto ad essere _abbate, signore_, e tutto quel che loro piacesse. Allora si rinforzò la voce di _signore_, e non finì la lite, che il crearono loro _doge_ ossia _duce_, o _duca_, con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due riviere. Per anni parecchi avea il _re Roberto_ tenuta la signoria della città d'Asti[1333]. _Giovanni marchese di Monferrato_ gliela tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi nella storia di Benvenuto da San Giorgio[1334] lo strumento, con cui il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese l'isola di Lipari. Era generale della sua flotta _Giufredi di Marzano_ conte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola, venne il _conte di Chiaramonte_ colla flotta de' Messinesi a dargli battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione. Per l'uccisione del vescovo di Verona era _Mastino dalla Scala_ sotto le scomuniche[1335]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza (Lucca non v'è nominata) dal pontefice, _vacante imperio_, con obbligo di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco come il buon pontefice _Benedetto XII_ amichevolmente ottenne ciò che il gran caporale de' Guelfi _Giovanni XXII_ con tante guerre non avea mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo di ottobre _Francesco Dandolo_ doge di Venezia[1336], ed ebbe per successore _Bartolomeo Gradenigo_, eletto nel dì 9 di novembre.

NOTE:

[1314] Rebdorf., Histor. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.

[1315] Benven. da S. Giorg., Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[1316] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.

[1317] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1318] Corio, Istor. di Milano.

[1319] Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.

[1320] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.

[1321] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.

[1322] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1323] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1324] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1325] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic. Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.

[1326] Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.

[1327] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1328] Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1329] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.

[1330] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1331] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1332] Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal. Mediol., tom. 18 Rer. Italic.

[1333] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.

[1334] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer. Italic.

[1335] Raynald., Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCXL. Indizione VIII.

BENEDETTO XII papa 7. Imperio vacante.

Cessata la guerra, sopravvennero in quest'anno all'Italia altre calamità, cioè la carestia e la peste, portate da oltramare[1337]. Vivevano allora alla buona gli Italiani; specialmente i Veneziani e Genovesi, per cagion della mercatura, frequentavano le coste dell'Egitto, della Soria e dell'imperio greco, trafficando fino al mar Nero. Erano anche in guerra queste due nazioni nei tempi presenti. Se in quei paesi regnava la peste (e va ella sempre saltellando dall'un paese all'altro), facilmente la portavano in Italia le navi cristiane. Siccome allora non vi erano lazaretti, nè si faceano spurghi, nè si usavano altre diligenze e cautele che inventò poi la saggia provvidenza de' posteri per impedire l'ingresso a questo terribil malore, o per estinguerlo venuto; così a man salva veniva esso a metter piede nelle nostre contrade. Cominciò dunque nell'anno presente ad infierire la pestilenza in Italia, e ci durò gran tempo, siccome diremo[1338]. Nella sola città di Firenze morirono dodici mila persone. Siena anch'essa perdè gran copia de' suoi migliori cittadini. Giunto poi all'eccesso il prezzo de' viveri, perchè o la gran neve caduta nel verno, che non si sciolse se non verso il fine di marzo, o altra cagione guastò i raccolti. E fu questo solo malanno bastante a generar malattie, e a popolar di cadaveri i sepolcri. Avea già dato principio _Luchino Visconte_ al suo governo di Milano e degli altri suoi Stati con vigore[1339]; ma i Milanesi, avvezzi a quello del savio ed amorevol principe _Azzo_, si rattristavano al vedersi sotto Luchino di costumi ben diverso dal suo predecessore. Fin qui aveva menata una vita da prodigo, conversando più coi cattivi che coi buoni, dormendo il giorno e vegliando la notte; e dato alla sensualità in maniera, che quantunque prima avesse avuta per moglie una degli Spinoli, che giovane mancò di vita, ed avesse allora per moglie _Isabella de' Fieschi_, giovane di rara bellezza, pure da altre donne avea procreato varii bastardi, fra i quali _Brusio_, che per la sua bravura e magnificenza fece dipoi gran figura nel mondo. Leggevasi inoltre in faccia a Luchino l'austerità; cosa forestiera in lui era il perdonare; e fuorchè i proprii figliuoli, niun altro mai seppe amare, e neppure i parenti, de' quali anzi fu persecutore. Fra gli altri viveano allora _Matteo, Bernabò_ e _Galeazzo_, figliuoli di suo fratello, giovani di molta avvenenza e cari al popolo. Mandolli tutti e tre a' confini Luchino, siccome uomo pien di sospetti, nè mai volle ascoltar preghiere in lor favore. Fors'anche n'ebbe qualche fondamento, per un avvenimento che appartiene all'anno presente[1340]. Odiava Luchino e trattava male chiunque era stato ministro, o uffiziale, o amico del suo nipote _Azzo_, perchè a' tempi di lui tenuto assai basso, quando i consiglieri e cortigiani d'Azzo tutti aveano gran potere, ed erano smisuratamente cresciuti in ricchezza. Fra gli altri Lombardi veniva riputato il più facoltoso Francesco da Posterla, già consigliere d'Azzo; e questi tra per lo sdegno di vedersi maltrattato da Luchino, e per la conoscenza dell'animo alterato de' Milanesi verso questo nuovo padrone, tramò con assaissimi nobili una congiura contra di lui, con pensiero di esaltare i tre nipoti suddetti dello stesso Luchino. S'eglino ne avessero contezza, non si sa. Fu scoperta la congiura; il Posterla co' suoi figliuoli ebbe tempo da fuggire in Avignone. Ma Luchino nol perdè mai di vista. Lettere finte sotto nome di _Mastino dalla Scala_ l'invitarono a Verona con esibizioni larghe. Per questo venne egli in nave alla volta di Pisa, dove preso ad istanza di Luchino, e condotto nel 1341 a Milano, dopo avere rivelato varii complici, lasciò co' suoi figliuoli e con altri la testa sopra d'un palco. Non venne più voglia ad alcuno de' Milanesi di far trattato contra di Luchino: tal terrore mise in tutti la severità ed implacabilità di quest'orso. Ed egli da lì innanzi usò di tener due fieri cani corsi davanti alla camera dove dormiva. Ed uscendo per città, gli aveva sempre a lato. Guai se alcuno facea qualche cenno indiscreto verso di lui; se gli avventavano questi cani, e lo stendevano a terra. Per altro, non mancarono delle virtù e delle belle doti a Luchino: del che parleremo altrove.

Fu fatta in quest'anno una cospirazione di molti nobili di Genova contra di _Simonetto Boccanegra_, novello doge di quella città[1341]. Si scoprì essa nel dì cinque di settembre; e siccome il Boccanegra era uomo franco e valente, essendo caduti in sua mano due de' maggiori nobili di casa Spinola, formatone il processo, fece loro tagliare il capo: con che atterrì gli altri, e fortificò non poco il suo stato. _Ottaviano_ di _Belforte_ nel settembre di questo anno occupò il dominio della città di Volterra, e ne scacciò il vescovo, che era suo nipote. Anche in Firenze venne alla luce in quest'anno una congiura, per cui fu gran rumore in quella città, e si mandarono a' confini assaissimi nobili, massimamente della casa de' Bardi. Sul fine poi di giugno gli Spoletini diedero una sconfitta a quei di Rieti, che assediavano il castello di Luco. E nel luglio avendo _Malatesta signore di Rimini_ assediato il castello di Mondaino e Verucchio, _Ubertino da Carrara_ signore di Padova, e marito d'_Anna Malatesta_, vi mandò gente assai, che diede una rotta all'esercito del Malatesta. Era tuttavia in disgrazia del papa la città di Bologna per l'espulsione del legato pontificio[1342]. Diede mano il buon papa _Benedetto XII_ ad un accomodamento, con cui nel dì 21 d'agosto dichiarò vicario di quella città per la santa Sede _Taddeo de' Pepoli_, impostogli l'obbligo di pagare ogni anno a titolo di censo otto mila fiorini d'oro. Tenuta fu in Mantova nel dì 8 di febbraio una solennissima corte bandita[1343], a cui intervennero _Mastino dalla Scala, Obizzo marchese_ d'Este e _Matteo Visconte_. Il motivo di tale festa fu che il vecchio _Luigi da Gonzaga_ signor di Mantova e Reggio fece promuovere all'ordine della cavalleria i tre suoi figliuoli _Guido, Filippino_ e _Feltrino_, ed altri nobili; e seguirono in tal congiuntura alcuni maritaggi di quei principi, fra' quali _Ugolino_ figliuolo di Guido sposò una sorella di Mastino. Nel settembre essendosi sollevato il popolo di Fermo contra di Mercenario tiranno di quella città, ed avendolo ucciso, tornò all'ubbidienza della Chiesa romana con altri luoghi della marca d'Ancona.

NOTE:

[1336] Marino Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[1337] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.

[1338] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1339] Petrus Azarius, Chron., cap, 9, tom. 16 Rer. Ital.

[1340] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1341] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 101.

Anno di CRISTO MCCCXLI. Indizione IX.

BENEDETTO XII papa 8. Imperio vacante.

Non s'era fin qui ben riconciliata colla santa Sede la casa de' Visconti e la città di Milano[1344]. _Luchino_ signor d'essa e d'altre città, e _Giovanni_ suo fratello, tuttavia vescovo e signor di Novara, tanto fecero che in quest'anno ebbero buona pace da papa _Benedetto XII_, con promettere di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro. Confermò loro in questa occasione il papa il vicariato di Milano e dell'altre città da loro possedute, finchè fosse _vacante l'imperio_, e gli obbligò ad alcune penitenze; ma senza apparire qual censo annuo fosse loro imposto. Che anche i _Gonzaghi_ per Mantova e Reggio, e i _marchesi estensi_ per Modena prendessero nella forma suddetta il vicariato dal papa abbiamo chi lo scrive[1345]. Signoreggiavano tuttavia in Parma _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_[1346], fidandosi specialmente di Guido, Azzo, Giovanni e Simone da Correggio, loro zii dal lato della madre, e che nelle loro disgrazie erano sempre stati sostenuti e beneficati dagli Scaligeri. Ma in questi barbari tempi la fede era cosa rara, e la voglia di dominare andava sopra a tutti i riguardi della società civile. Unironsi segretamente essi Correggeschi coi Gonzaghi signori di Mantova e di Reggio, da noi poco fa veduti sì amici e parenti di quei dalla Scala; ebbero anche intelligenza o lega col _re Roberto_, con _Luchino Visconte_ signor di Milano, e con _Ubertino da Carrara_ signor di Padova; coll'aiuto dei quali congiurarono di torre Parma ad essi Scaligeri. Era in Parma podestà e capitano delle genti d'armi Bonetto da Malvicina[1347], il quale, scoperte le mire de' Correggeschi, nel dì 21 di maggio diede all'armi, per affogar, se poteva, la nascente ribellione. Fece Guido da Correggio arrostar le strade della città; il popolo tutto fu per lui, e presero la porta di San Michele. Dura e lunga battaglia si fece, in cui molti dei Parmigiani patirono; ma per due volte furono respinti i soldati degli Scaligeri con tale mortalità d'essi, che in fine fu d'uopo prendere la fuga, e lasciar libera la città in mano del popolo e de' Correggeschi, a' quali fu poi, chi dice in quest'anno, e chi nel 1345, data la signoria. Per questo tradimento irritati forte gli Scaligeri contra de' Gonzaghi, giacchè non poteano contra dei Correggeschi, voltarono l'armi e la vendetta sopra di Mantova. _Alberto dalla Scala_ corse con finte bandiere sino alle porte di quella città, e quasi v'entrò. Ito a voto il colpo, mise a ferro e fuoco nel dì 3 di giugno quel territorio, e menò via un gran bottino. Allora i Gonzaghi ricorsero a Luchino Visconte e ad Ubertino da Carrara per aiuto, ed, ottenuti gagliardi soccorsi, nel settembre cavalcarono sino alle porte di Verona, rendendo la pariglia de' danni sofferti a quel distretto, con bruciare palazzi e case, far prigioni più di mille uomini, e prendere più di due mila capi di buoi, cavalli ed altri animali. Inviarono anche il guanto della battaglia, ma Alberto dalla Scala non si sentì voglia di accettarlo, e con mal ordine si ritirò.

La perdita di Parma fece pensar tosto Mastino dalla Scala a metter la città di Lucca all'incanto, giacchè non gli era più possibile di fornirla e mantenerla sotto il suo dominio[1348]. Tanto i Pisani come i Fiorentini si fecero innanzi ed offerirono. Volle _Luchino Visconte_ anche egli mettervi una zampa, offerendo mille cavalieri a' Fiorentini per assediare e conquistar quella città, ma non fu accettato il partito. Ora il _marchese Obizzo_ signor di Ferrara fu eletto per mediatore del contratto fra Mastino e i Fiorentini; e questo si conchiuse, con promettere il primo agli altri la tenuta libera di Lucca, e gli altri di pagare a lui ducento cinquanta mila fiorini d'oro in certe paghe. Per sicurezza de' patti stabiliti Mastino inviò a Ferrara per ostaggi un suo figliuolo bastardo, e sessanta nobili di Verona e Vicenza; e cinquanta simili ne mandarono i Fiorentini, fra' quali era lo stesso Giovanni Villani scrittore della Cronica accreditata della patria sua. Riceverono gli uni e gli altri ogni maggior onore e finezza dal marchese Obizzo, e spesso li voleva alla sua mensa. In questa maniera era preparato il buon boccone per li Fiorentini, ed essi avevano aperta la bocca per prenderlo, quando la mala fortuna l'intraversò. Ai Pisani, informati del mercato fatto, rincresceva troppo il vedere che Lucca, città sì vicina, cadesse in mano dei Fiorentini; e però piuttosto che permettere un sì fatto acquisto, vollero arrischiar tutto. Ed eccoti che all'improvviso, con quante forze poterono, marciarono sul Lucchese, e impossessatisi del castello del Ceruglio e di Monte Chiaro, ossia Carlo, nel dì 22 d'agosto andarono a mettere l'assedio a Lucca. Avevano essi fatta lega con Luchino Visconte, allorchè gli diedero Francesco da Posterla dianzi imprigionato[1349]; e promessi a lui cinquanta mila fiorini d'oro, ne ottennero due mila cavalli, comandati da _Giovanni Visconte_ da Oleggio, creduto suo nipote, di cui avremo assai da parlare andando innanzi. Ebbero ancora dai Gonzaghi, dai Correggeschi dominanti in Parma, da Ubertino Carrarese e da altre amistà non pochi rinforzi di cavalli e fanti; e con tale armata formarono in breve tempo una mirabil circonvallazione intorno a Lucca, e parimente un'altra intorno al loro campo con fosse, steccati e bertesche. Non poteano darsi pace i Fiorentini per questo incidente; e tosto, fatto ricorso ai Sanesi, Perugini, Bolognesi, a Mastino dalla Scala, ai marchesi di Ferrara e ad altri ancora, ebbero soccorso da tutte le parti, di maniera che misero insieme un esercito di tre mila ed ottocento cavalieri, e più di dieci mila pedoni al soldo loro, senza le masnade dei contadini. Con queste forze, eletto per generale _Maffeo da Ponte Carale_, nobile bresciano, entrarono ostilmente nel Lucchese, e presero varie castella. Intanto fece Mastino istanza per l'esecuzion del trattato, minacciando di dar Lucca ai Pisani; e contentatosi di detrarre dalla somma pattuita settanta mila fiorini di oro, volle che i Fiorentini prendessero il possesso di Lucca. Riuscì ad un corpo di lor gente e di Mastino di rompere le linee nemiche in un sito, ed entrare in quella città, che loro fu consegnata, sicchè cominciarono a far quivi i padroni. Poscia, nel dì 2 d'ottobre, si avvisarono di dare battaglia a' nemici[1350], che l'accettarono senza farsi pregare. Aspro e fiero fu il combattimento, e sulle prime fu rovesciata la schiera grossa de' Pisani, abbattuta l'insegna di Luchino Visconte, e fatto prigione Giovanni da Oleggio suo capitano; ma in fine rimasero rotti i Fiorentini, che conquassati si ritirarono il meglio che poterono. Lieve fu l'uccisione; circa mille restarono prigioni, fra' quali alcuni nobili di Firenze col loro generale, e varii contestabili di Mastino e de' marchesi di Ferrara, che si portarono valentemente in quel conflitto. Ma, secondo l'autore della Storia Pistoiese[1351], maggior fu la perdita de' vinti di quel che scriva il Villani. In gravi affanni per cotali disgrazie si trovarono i Fiorentini; ma rincorati da Mastino, dai marchesi d'Este e dal Pepoli signore di Bologna, che spedirono loro nuove milizie, si diedero a rifar l'armata e a fornirsi di gente, senza nondimeno poter ottenere dal _re Roberto_ con tutte le lor fervorose istanze aiuto alcuno. Era invecchiato il re, e dal Villani viene imputato che, secondo il costume di quell'età, egli solamente attendesse a raunar moneta. Ma Roberto avea la Sicilia, dove impiegar le forze e il denaro, senza gittarlo in soccorso altrui.

Infatti non lasciava esso re Roberto di continuamente pensare alla Sicilia; ed avendo già conquistata l'isola di Lipari[1352], s'avvisò di potere in quest'anno impadronirsi di Milazzo. Pertanto nel dì 11 di giugno spedì verso colà una potente flotta con altra armata per terra, affine di rinfrescar quella di mare a misura del bisogno. Fu assediato Milazzo, e con un lungo trincieramento serrato; nè avendo con tutti i suoi tentativi potuto il _re don Pietro_ dar soccorso alla terra, questa capitolò nel dì 15 di settembre la resa; e fu un bell'acquisto pel re Roberto. Secondochè s'ha da Galvano Fiamma[1353], studiò _Luchino Visconte_ in questi tempi di pubblicar delle belle ed utili leggi per togliere gli abusi introdotti nelle passate rivoluzioni, volendo dappertutto la pace; e quantunque si desse ben a conoscere per ghibellinissimo di genio, pure egual protezione prendeva dei Guelfi, e vegliava alla sicurezza d'ognuno, ad impedire i mangiamenti degli uffiziali ed alla buona custodia della giustizia; di modo che Pietro Azario, allora vivente, ebbe a dire[1354] ch'egli sarebbe stato tenuto per santo, se fosse stato men aspro e severo nei gastighi, e non avesse così implacabilmente perseguitati i suoi nipoti. Fioriva in questi tempi _Francesco Petrarca_, uomo allora di mirabil credito nella poesia latina, e che dipoi fu solamente ammirato per la volgare. Essendo egli ito a Napoli, di molte dimostrazioni di stima e finezze ricevette dal re _Roberto_, principe amator delle lettere e dei letterati[1355]. Voleva esso re indurlo a ricevere in quella metropoli la laurea poetica; ma invitato il Petrarca a Roma, antepose ad ogni altra quell'augusta città; e però, nel dì 8 d'aprile, giorno di Pasqua dell'anno presente, nel Campidoglio con solennità magnifica gli fu conferita la corona d'alloro, dato ampio privilegio, e fatti dei bei regali. Servì poi cotale esempio per invogliar di simile onore altri poeti de' secoli susseguenti; e i più sel procacciarono dagl'imperadori con un pezzo di carta pecorina, pagata nondimeno assai caro da essi.

NOTE:

[1342] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 11 Rer. Ital.

[1343] Gazata, Chron. Regiens., tom. eod. Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1344] Raynaldus, in Annal. Eccles., num. 29. Gualv. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1345] Append. ad Ptolom. Lucens.

[1346] Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1347] Chron. Estense, tom. 16 Rer. Ital.

[1348] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 126.

[1349] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1350] Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.

[1351] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1352] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 137.

[1353] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1354] Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Ital.

[1355] Muratori, Vit. del Petrarca, Rime.

Anno di CRISTO MCCCXLII. Indizione X.

CLEMENTE VI papa 1. Imperio vacante.