Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 47

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Furono in quest'anno fatte istanze dal popolo romano a _Benedetto XII_, perchè riconducesse in Italia la corte pontificia[1274]. Anche _Lodovico il Bavaro_ gli fece penetrar le sue premure, per esser rimesso in grazia della Sede apostolica; anzi lo stesso pontefice il prevenne con amore paterno e con amorevoli esortazioni. Tutto era disposto a fare questo buon pontefice, perchè condotto da spirito non secolaresco, ma ecclesiastico, e non da ambizione ed interesse, ma dal vivo desiderio del ben della Chiesa e della pace de' fedeli. Per quanto osserva il Rinaldi, _Filippo re_ di Francia, secondo i suoi fini politici, con aver dalla sua tanti cardinali franzesi, impedì la venuta del santo Padre in Italia; ed esso re poi, e seco il _re Roberto_, tante difficoltà trovarono, tanti rigiri fecero, che restò frastornata la concordia col Bavaro suddetto. Se di sua libertà fosse stato un pontefice di massime tanto diritte, gran vantaggio sarebbe venuto alla Chiesa di Dio. Continuarono in quest'anno le loro imprese i principi collegati di Lombardia, per partire fra loro le spoglie del _re Giovanni_[1275]: intorno a che cominciarono a nascere fra loro gare e discordie. Dovea essere Parma di _Mastino_ e d'_Alberto dalla Scala_; ma _Orlando_ e _Marsilio de' Rossi_, conoscendo quanto _Azzo Visconte_ andasse innanzi agli Scaligeri in lealtà ed onoratezza, trattarono di cedere a lui Parma e Lucca. Per questo fu vicina a rompersi la lega. Interpostisi gli ambasciatori de' Fiorentini, perchè Mastino fece di gran promesse di far loro rendere Lucca da _Pietro de' Rossi_, stabilirono un accordo, per cui Parma toccasse a quei dalla Scala, e ad Azzo Visconte si desse aiuto per conquistare Piacenza e Borgo San Donnino. Fece Mastino di larghi patti ai Rossi[1276], e loro promise quanto seppero desiderare, con obbligarsi eglino di fargli aver Lucca; e però nel dì 4 di giugno dal consiglio generale di Parma fu dato il dominio di quella città a' signori dalla Scala; e nel dì 20 o 21 d'esso mese vi fece la sua entrata _Alberto Scaligero_ con gran copia di cavalleria. Poscia nel dì 26 entrò lo stesso Scaligero con tutte le sue forze nel territorio di Reggio, saccheggiando e bruciando dappertutto. Riparo non aveano a questa rovina Guido e Roberto Fogliani signori della città[1277]; e per conseguente intavolarono anch'essi un accordo cogli Scaligeri, riportandone delle vantaggiose condizioni. Adunque nel dì 3 di luglio entrarono essi Scaligeri in Reggio, e poi nel dì 11 d'esso mese ne diedero il possesso e dominio a _Guido, Filippino_ e _Feltrino da_ Gonzaga. Ma qui non serbò l'insaziabil Mastino i patti della lega, perchè volle che i Gonzaghi riconoscessero da lui in feudo quella città, e gli pagassero ogni anno a titolo di ricognizione feudale un falcone pellegrino. Ne rimasero molto disgustati i Gonzaghi, ma lor convenne inghiottir la pillola. Tentarono del pari i _marchesi d'Este_ di ridurre alla loro ubbidienza Modena[1278], assegnata loro in parte nella lega. Vennero perciò da Ferrara nel dì 15 di giugno con armata numerosa di fanti e cavalli _Rinaldo_ e _Niccolò_ fratelli estensi, e diedero il guasto a Fredo, Ramo, Campo Galliano ed altre ville. Giunsero poi sotto la città, e fabbricarono una larga e forte bastia con fosse, palancato e battifredi nel borgo di santa Caterina ossia di Albareto. Perchè cadde infermo in questa spedizione il prode marchese Rinaldo, si fece portare a Ferrara, dove nel dì ultimo di decembre diede fine alla sua vita. Intanto il marchese Niccolò s'impossessò di Formigine, Spezzano e Spilamberto; sicchè restò Modena da tutte le parti stretta e bloccata dalle armi degli Estensi.

Maggiori furono in quest'anno i progressi di _Azzo Visconte_. Nel dì 25 del mese di luglio[1279] cavalcò col suo esercito verso la città di Como, che era assediata dal vescovo fuoruscito di quella città. Ne era signore _Franceschino Rusca_ ossia Ruscone, malveduto dal popolo per le sue quotidiane ingiustizie, delle quali fa menzione Buonincontro Morigia[1280]. Trovandosi egli alle strette, esibì quella città al Visconte, che v'entrò, e in ricompensa gli lasciò per suo patrimonio Bellinzona, con altri patti. Siccome fu detto di sopra all'anno 1328, signoreggiava in Lodi un uomo vile, già di professione mugnaio, cioè Pietro Tremacoldo, che colla strage de' Vestarini se n'era fatto padrone. I cittadini, che gli portavano odio immenso per le sue passate e presenti crudeltà, segretamente invitarono Azzo Visconte a liberarli da quel tiranno. Marciò egli a quella volta nel dì ultimo del mese d'agosto; da essi cittadini gli fu data una porta, e dipoi con gaudio grande la signoria della città. Galvano Fiamma[1281] scrive che con assedio e per forza l'ebbe. Il Tremacoldo fu condotto prigione a Milano. Ognuno si credeva che di mala morte sarebbe perito; ma il Visconte, non avendo mai dimenticato un servigio da lui fatto a Galeazzo suo padre, gli diede la libertà, con obbligarsi egli di non uscire mai più di Milano. Azzo ridusse in Lodi il vescovo e tutti gli altri usciti, che erano circa tre mila, e quivi fabbricò poi un forte castello, siccome ancora fece nella città di Como. Minacciò poscia esso Visconte l'assedio alla nobil terra di Crema; e questo bastò perchè quel popolo nel dì 18 di ottobre gli mandasse le chiavi. Nella stessa maniera se gli renderono le castella di Caravaggio e Cantù, e il borgo di Romano: ne' quali luoghi ancora fece fabbricar delle fortezze. Sottopose poi alla città di Milano l'isola di Lecco, che per quarant'anni era stata rubella a' Milanesi, e sopra il fiume Adda fece piantare un ponte di pietre tagliate. Di questo passo camminava la fortuna e l'industria d'Azzo Visconte, principe per le sue rare virtù sopra gli altri commendato in questi tempi, la cui madre, cioè _Beatrice Estense_, donna per senno, saviezza ed altre rare doti amatissima da tutti, finì sua vita nel dì primo di settembre, e fu con mirabil onore seppellita in una nobilissima cappella nella chiesa de' Minori di Milano, senza che si verificasse ciò che volle predire di lei Dante nel suo poema. Lasciò ella al figliuolo un valsente di più di quaranta mila fiorini d'oro, senza gli altri preziosi arredi. Restava solamente dinanzi agli occhi di Azzo Visconte la città di Piacenza, ch'era tuttavia occupata dal presidio pontificio[1282]. Non volle, egli a dirittura tentarne l'acquisto, ma diede braccio a Francesco Scotto, figliuolo del fu Alberto signore di quella città, per farne uscire quella guarnigione. Pertanto nel dì 25 di luglio divampò la congiura, ed, alzato rumore, si venne all'armi. I Fontana e Fulgosi colla lor fazione messi in fuga, andarono a fortificarsi in varie loro castella. In questa guisa cessò il dominio della Chiesa romana in quella città, e ne fu proclamato signore Francesco Scotto. Detto fu che ne' patti da lui fatti con Azzo Visconte era stabilito di dover egli poi cedere al medesimo Azzo quella città. Vero o falso che fosse, richiesto dal Visconte di consegnargliela, diede per risposta un bel no; e però il Visconte, tirati dalla sua i fuorusciti di quella città, somministrò loro forze tali, che ad essi fu facile, prima che terminasse l'anno, d'impadronirsi di tutte le castella del contado di Piacenza. Scrive il Villani[1283] che quella città nel dì 27 di luglio si rendè al Visconte; avergliela poi tolta gli Scotti, e che nel dì 15 di dicembre del presente anno Azzo la ricuperò. La Cronica di Piacenza[1284] ciò riferisce all'anno seguente, e con essa va d'accordo Galvano Fiamma[1285], e del medesimo parere sono altri storici piacentini e il Corio[1286]: laonde è da credere che sia scorretto il testo del Villani, o ch'egli abbia preso abbaglio. Ne riparleremo perciò all'anno seguente.

Ubbidiva tuttavia la città di Genova al _re Roberto_[1287]; ma siccome città che in così sconcertati tempi piena sempre era di mali umori, nè sapea governarsi in pace da sè, nè sapea sofferir lungamente governo straniero, nel dì 24 di febbraio proruppe in una general sollevazione e guerra civile, che durò sino al dì 28 di esso mese, in cui i Ghibellini, rinforzati dagli uomini di Savona e della Riviera occidentale, obbligarono i Fieschi ed altri Guelfi potenti ad uscire della città e a ritirarsi a Monaco. Il capitano e presidio del re Roberto senza alcun danno se ne partirono anch'essi. Raffaele Doria e Galeotto Spinola furono creati capitani del popolo, e guerra incominciò cogli usciti. In quest'anno nel dì 13 di giugno[1288] esso re Roberto mandò un'armata di sessanta galee e d'altri legni a' danni della Sicilia sotto il comando di _Giovanni conte_ di Chiaramonte, rubello del _re Federigo_, e del conte di Corigliano. Altro non fecero che dare il guasto alla valle di Mazara e alle coste di Trapani, Marsala, Grigenti ed altri luoghi. Tante belle promesse fece in quest'anno _Mastino dalla Scala_ ad Orlando e Marsilio dei Rossi esistenti in Verona (alcuni aggiungono[1289] aver egli adoperate anche le minaccie), che indussero _Pietro de' Rossi_ lor fratello a cedergli la città di Lucca, con ritenere i Rossi Pontremoli e molte altre castella. Colà mandò egli un vicario con cinquecento cavalieri a prenderne il possesso nel dì 20 di dicembre, facendo intanto credere con lettere e parole finte d'aver presa quella città per darla ai Fiorentini, siccome per li patti della lega era tenuto. Ma era in Mastino la lealtà una cosa forestiera; regnava in suo cuore la sola ansietà di dominare e d'accrescere il suo stato: male nondimeno per lui; da ciò vedremo essere poi seguita la sua rovina. Rapporta il Leibnizio[1290] una cessione fatta nell'anno 1334 da _Giovanni re_ di Boemia a _Filippo re_ di Francia di tutte le sue ragioni sopra la città di Lucca. Ma i re franzesi d'allora non erano quei d'oggidì, nè l'Italia d'allora quella che è a' di nostri; e perciò a nulla servì quel pezzo di carta. Nata nel mese d'agosto discordia fra i conti di Montefeltro[1291], riuscì al _conte Nolfo_ di torre il dominio d'Urbino al _conte Speranza_. Guerra eziandio fu fra i Tarlati da Pietramala signori d'Arezzo e i Perugini. Neri dalla Faggiuola levò ai primi Borgo San Sepolcro, e parimente i Perugini nel dì 30 di settembre tolsero loro la Città di Castello.

NOTE:

[1272] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 23.

[1273] Anonymus, Hist. Roman., tom. 3 Antiquit. Italic.

[1274] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[1275] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 30.

[1276] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1277] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1278] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annal. Mutin., tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1279] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1280] Bonincontrus, Chron. Mod., lib 3, cap. 46, tom. 12 Rer. Ital.

[1281] Gualvan. Flamma, Man. Flor., cap. 373. Idem, de Gestis Azon. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1282] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1283] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 31.

[1284] Chronic. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[1285] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1286] Corio, Istoria di Milano.

[1287] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1288] Nicolaus Specialis, lib. 8, cap. 6, tom. 10 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 11, cap. 29.

[1289] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Italic. Giovanni Villani, et alii.

[1290] Leibnit., Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 73.

Anno di CRISTO MCCCXXXVI. Indizione IV.

BENEDETTO XII papa 3. Imperio vacante.

Per essere oramai padroni i _marchesi estensi_ di quasi tutte le castella del contado di Modena, _Guido_ e _Manfredi dei Pii_ finalmente conobbero l'impossibilità di sostener la città contro le forze d'essi marchesi[1292]. Però, affine d'ottener buoni patti in renderla, Manfredi cavalcò a Verona, con implorar la mediazione di _Mastino dalla Scala_. Colà ancora si portò dipoi il _marchese Obizzo_, e nel dì 17 di aprile alla presenza di _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_ seguì fra loro lo strumento d'accordo, in cui s'obbligarono i Pii di cedere il possesso e dominio di Modena a' marchesi d'Este _Obizzo_ e _Niccolò_ e lor discendenti, con ritener in lor balìa la nobil terra di Carpi e il castello di San Felice, e con altri vicendevoli patti. Scrivono i Cortusi[1293] che Mastino diede Modena in feudo agli Estensi. Se fosse ciò vero, sarebbe questa da aggiugnere alle altre iniquità di Mastino, perchè liberalmente doveano gli Estensi avere questa città secondo i patti della lega. Ma io la tengo per un sogno de' Cortusi. Lo strumento della cessione suddetta, che io ho sotto gli occhi, non ha menoma parola di questo. I Pii cedono la città assolutamente ai marchesi, e non già agli Scaligeri; nè le armi di questi aveano presa Modena, siccome fecero di Reggio, da poter pretendere in essa qualche diritto. Ora, in esecuzion del trattato, Manfredi Pio, tornato a Modena, fece dal popolo eleggere per signori i marchesi estensi; e però nel dì 13 di maggio il marchese Obizzo, accompagnato da gran nobiltà e dalle sue genti d'armi, ed incontrato dai Pii e dal popolo tutto fuori della città, fra le universali acclamazioni entrò in Modena e ne prese il possesso. Ne' giorni seguenti, richiamati alla lor patria tutti i fuorusciti, cioè i signori di Sassuolo, i Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pichi dalla Mirandola, quei da Magreta, da Fredo, da Gorzano, da Savignano, rientrarono anch'essi nella città, accolti con lagrime d'allegrezza dagli altri cittadini; e la pace e concordia rifiorì da lì innanzi sotto sì amorevoli e giusti padroni in questa città. Attese nell'anno presente _Azzo Visconte,_ per testimonianza de' Cortusi[1294], di Galvano Fiamma[1295] e d'altri storici, alla conquista di Piacenza. Per otto mesi con fosse, steccati e battifredi tenne l'esercito suo assediata quella città; nè potendo più reggere a tanta piena _Francesco Scotto_, finalmente ne capitolò la resa nel dì 15 di dicembre al Visconte, ritenendo per sè la terra di Fiorenzuola. Azzo introdusse colà la pace e tutti i banditi, e vi fece alzare un forte castello. In quest'anno ancora, essendosi nel mese di marzo data al medesimo Visconte la nobil terra di Borgo San Donnino fra Parma e Piacenza, nulla più vi restò in Lombardia delle terre già possedute da _Giovanni re_ di Boemia, e svanì il suo nome in Italia.

Era cresciuta a dismisura l'alterigia di _Mastino dalla Scala_ (non parlo d'_Alberto_, perchè era un buon uomo, e solamente attendeva a darsi bel tempo) al vedersi padrone di Verona, Brescia, Vicenza, Padova, Trivigi, Feltre, Belluno, Parma, Lucca ed altri luoghi[1296]. Piena era la sua corte di grandi della Lombardia e Toscana, ricorrendo ognuno a lui per protezione per grazie. Ma questa sua superbia, la fede da lui non osservata ai collegati nella passata lega, e la voce sparsa che egli si vantava di voler essere in breve re di Lombardia, e che avesse anche preparata a questo oggetto una corona d'oro, gli concitarono contra l'odio universale del Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi. Ma specialmente si rodevano di rabbia i Fiorentini, perchè troppo sconciamente delusi da lui nell'acquisto di Lucca, città loro dovuta in vigore de' patti della lega[1297]. Gli mandarono ambasciatori; mostrò egli di aver fatto di grandi spese per ottener quella città dai Rossi. Giunsero i Fiorentini a cercarla per mercato, esibendo fin trecento sessanta mila fiorini d'oro. Ne parve contento Mastino, ma poco appresso li burlò per isperanza di stendere maggiormente le fimbrie in Toscana. Erano già con lui gli Aretini. Ora avvenne che Mastino cominciò ad imbrogliarsi col comune di Venezia, col non voler osservare gli antichi lor patti coi Padovani. Irritati da ciò i Veneziani, non lasciavano venire a Padova mercatanzie da Venezia, e negavano il sale. Mastino, all'incontro, per far loro dispetto, si diede a far delle saline al lido del mare, e fece quivi fabbricar una torre per sicurezza di esse. Altre liti insorsero a cagion d'alcune castella che erano sotto la protezione del doge. Cominciò dunque la repubblica veneta un grande armamento. Fin qui _Marsilio da Carrara_, potentissimo e ricchissimo cittadino di Padova, era stato il braccio diritto de' signori dalla Scala, e coll'opere e coi consigli avea cooperato sempre alla loro esaltazione. Fidati nel suo zelo e nella sua sperimentata destrezza ed eloquenza, il mandarono a Venezia per trattar di pace. Ch'egli tutto il contrario operasse sotto mano, siccome volpe vecchia ch'era, si potrà argomentare da quanto vedremo andando innanzi. Perciò a guerra si venne. Più bella apertura di questa non poteva accadere ai Fiorentini per vendicarsi del disleale Mastino; perciò pigri non furono a stringere una forte lega coi Veneziani ai danni di lui. Nè qui si fermò la faccenda: studiaronsi gli unì e gli altri di suscitar tutta la Lombardia contra di essi Scaligeri. I primi a ribellarsi nel mese di giugno furono _Orlando_ e _Marsilio de' Rossi_, che da Verona fuggirono a Venezia, e _Pietro_ lor fratello si ritirò a Pontremoli, allegando d'essere maltrattati da Mastino, che esaltava i Correggeschi lor nemici, e di non essere sicuri della vita in mano di lui. Marsilio fu preso per lor capitano generale dal Veneziani, Pietro dai Fiorentini; ma siccome questo ultimo era personaggio di maggior valore e perizia militare, fu ceduto a' Veneziani, che gli diedero il bastone del comando della loro armata. Sul fine d'ottobre entrò questa sul Padovano, prese varii luoghi, e si postò a Bovolenta, ma senza succedere alcun riguardevole fatto. Parve nondimeno più favorevole la fortuna agli Scaligeri, che tolsero Pontremoli ai Rossi, e diedero qualche percossa ai Veneziani. Per la gran copia di gente che era in Padova, e massimamente di Tedeschi, i quali faceano rubamenti e insolenze a furia, fu quella città in gravi affanni e pericoli. Intanto l'esercito veneto prese le saline di Mastino, e disfece la torre o bastia quivi fabbricata. Si credette imminente un gran fatto d'armi, e nulla poi succedè.

NOTE:

[1291] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1292] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Estens., tom. eod.

[1293] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1294] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1295] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. eod. Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1296] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1297] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 44.

Anno di CRISTO MCCCXXXVII. Indiz. V.

BENEDETTO XII papa 4. Imperio vacante.

Tardi conoscendo _Mastino dalla Scala_ d'essersi per l'ingordigia ed orgoglio suo condotto ad un mal passo col nimicarsi la potente signoria di Venezia e il comune di Firenze, implorò lo aiuto de' suoi vecchi confederati[1298]. _Obizzo marchese_ d'Este, unitosi con _Guido da Gonzaga, Giovanni de' Pepoli, Manfredi de' Pii_, ed altri ambasciatori, nel mese di gennaio si portò a Venezia per trattar dì pace. Trovò quei senatori troppo risoluti alla guerra, se Mastino non rilasciava Padova, Trivigi, Parma e Lucca[1299]. Anzi eglino con tante ragioni eccitarono il marchese a far lega con loro, ch'egli non seppe esentarsene. Un gran parlamento ancora si tenne nel mese d'aprile in Cremona, dove intervennero _Mastino, Azzo Visconte_, il _marchese Obizzo, Guido da Gonzaga_, ed altri signori di Lombardia. Volle Mastino muoverli a prestargli soccorso in quella sua urgenza. Non si trovò chi volesse muovere un dito per lui, perchè erano tutti disgustati della di lui poca fede e smoderata ambizione. Per lo contrario, da lì a qualche tempo si collegarono tutti contra di lui. Intanto venti bandiere di Tedeschi, che erano al soldo di Mastino, passarono nel campo veneto. Ribellaronsi ancora agli Scaligeri Cittadella, Asolo, Conigliano, ed altre terre del Padovano e Trevisano. Nel giugno si raunarono in Mantova le genti di Azzo Visconte, degli Estensi e de' Gonzaghi, e con esso loro venne ad accoppiarsi l'esercito de' Veneziani e Fiorentini, condotto da Marsilio Rosso, essendo rimasto in Bovolenta Pietro suo fratello con mille e cinquecento cavalli e molta fanteria. _Luchino Visconte_, zio d'Azzo, fu creato capitan generale dell'armata collegata, e tutti entrarono sul Veronese, facendo gran guasto. Mastino, che, oltre all'essere uomo prode in guerra, aveva anch'egli un poderoso esercito, arditamente venne loro incontro, e li sfidò a battaglia nel dì 26 dì giugno. Ossia che Luchino Visconte fosse un codardo, come alcun vuole; oppure, come altri scrivono[1300], che i Tedeschi dell'armata collegata avessero ordito un tradimento (e molti di essi in fatti, siccome persone venali e date a chi più loro offeriva, andarono a' servigi di Mastino): certo è che i collegati pieni di spavento sgarbatamente si ritirarono a Mantova, lasciando indietro tende ed arnesi da guerra, e si separarono. Allora Mastino corse colle sue genti sino alle porte di Mantova, mettendo tutto a sacco e fuoco. Tentò poscia d'impedir la riunione dell'armata di Marsilio Rosso con quella di Pietro suo fratello; ma non gli venne fatto, siccome neppur di tirare ad una battaglia i due fratelli Rossi, perchè furono d'avviso i Veneziani di stancare piuttosto Mastino, sul supposto ch'egli non potesse sostener lungo tempo l'eccessiva spesa del mantenimento di tante soldatesche, fra le quali erano quattro mila lancie tedesche. Dimorava intanto in Padova _Alberto dalla Scala_, fratello maggiore di Mastino, uomo di pace e non di guerra, quanto dedito ai piaceri, altrettanto nemico delle fatiche. I suoi due principali consiglieri erano _Marsilio_ ed _Ubertino da Carrara_. Grande zelo, siccome dissi, aveva in addietro mostrato Marsilio per gl'interessi degli Scaligeri; ma più gli premevano i proprii. Non dimenticava egli di essere già stato signore di Padova; e siccome avea data quella città a Cane dalla Scala, così non si faceva scrupolo di ritorla ai di lui nipoti, essendo massimamente quel popolo ridotto alla disperazione per le tante contribuzioni e insolenze che giornalmente si faceano in quella città. Segretamente perciò Marsilio se l'intese coi Veneziani. Se è vero ciò che narrano i Gatari[1301], avendo Mastino avuto sentore del tradimento, scrisse più d'una volta ad Alberto che si assicurasse de' due Carraresi, e li levasse dal mondo. Alberto scioccamente loro mostrava gli ordini del fratello. Se n'ebbe bene a pentire. Veggendosi dunque Marsilio come scoperto, si affrettò a compiere il premeditato disegno. Due volte era venuto Pietro dei Rossi sino ai borghi di Padova, ma s'era poi ritirato. Vi tornò la terza volta nel dì 3 d'agosto[1302], e allora gli fu aperta la porta di Ponte Corvo da Marsilio. Vi entrò egli colle sue genti; fece prigione e mandò poi alle carceri di Venezia il mal accorto Alberto dalla Scala; spogliò d'armi e cavalli la guarnigion di Mastino, e cinquecento ne fece prigionieri. Nel dì 6 d'agosto fu data dal popolo la signoria di Padova a _Marsilio da Carrara_. Gran festa si fece in Venezia e Firenze per questo felice colpo, da cui, all'incontro, restò sommamente sbalordito Mastino. Non perdè tempo il valoroso Pietro de' Rossi a passar coll'armata sotto Monselice, e cominciò a dar dei furiosi assalti a quella forte terra. Ma nel dì 7 d'agosto colpito da una lancia manesca con ferita mortale, nel dì seguente morì, mostrando un'esemplare pietà e un'eroica intrepidezza nel prendere commiato dal mondo. Perderono i Veneziani un gran generale d'armata, e un personaggio di somma liberalità, che non passava l'età di anni trentaquattro, e dai più de' Lombardi fu compianta la sua morte. Erasi prima condotto a Venezia _Marsilio de' Rossi_ suo fratello, uomo di non minor sapere e coraggio nelle cose di guerra; ma, preso da mortal malattia, anche egli finì di vivere in quella città nel dì 14 del suddetto agosto. Orlando Rosso fu scelto pel comando dell'armata.