Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 46

Chapter 463,295 wordsPublic domain

Nel gennaio dell'anno presente[1253] _Carlo figliuolo del re di Boemia_ andò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila. Tornossene presto in Lombardia, perchè il _re Giovanni_ suo padre calò di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte. Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato da _Azzo Visconte_. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato e trincierato intorno al castello[1254]. Partito ch'egli fu, seguitò l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri, esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte lo stesso Visconte. _Giovanni_ suo zio, vescovo e signor di Novara, circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia, che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare annualmente all'_arcivescovo Aicardo_ bandito mille e cinquecento fiorini d'oro. Dopo di che si diede a ricuperare i diritti di quella chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di giugno si portò a Bologna[1255], accompagnato da' suoi vicarii, cioè da _Orlando Rosso_ di Parma, _Manfredi Pio_ di Modena, _Guglielmo Fogliano_ di Reggio, e _Ponzino de' Ponzoni_ di Cremona, e quivi col cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per signore, o vicario _Marsilio_ (o piuttosto _Pietro_) _dei Rossi_, con ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella, perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[1256], dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto da _Alberto_ e _Mastino_ fratelli dalla Scala, e magnificamente regalato da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino alla Chiusa, passò in Germania, bastevolmente disingannato delle sue grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare, ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni. Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie erano state fin qui fra _Carlo Uberto re_ d'Ungheria e _Roberto re_ di Napoli[1257], pretendendo il primo come suo retaggio il regno napoletano, per essere figliuolo di _Carlo Martello_ primogenito del _re Carlo II_, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca di Calabria _Carlo_ suo figliuolo, promise in moglie la primogenita _Giovanna_ ad _Andrea_ primogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.

NOTE:

[1244] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1245] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1246] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1247] Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1248] Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1249] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.

[1250] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1251] Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 220.

[1252] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.

[1253] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.

[1254] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1255] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1256] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIV. Indizione II.

BENEDETTO XII papa 1. Imperio vacante.

Fu quest'anno, in cui finalmente tracollarono affatto gli ambiziosi disegni del cardinale _Beltrando dal Poggetto_ legato pontificio. Continuarono sì ostinatamente i marchesi d'Este[1258] anche nel verno l'assedio d'Argenta, che que' cittadini per mancanza di viveri si ridussero a capitolar la resa, se nel termine di otto giorni non venisse loro soccorso dal legato. Di ciò avvisato il cardinale, spedì quanta gente potè a quella volta; ma il _marchese Rinaldo_ era così ben fornito d'uomini, di macchine e d'armi per terra, e di naviglio per Po, che non poterono i nemici accostarsi giammai ad Argenta, e disperati se ne tornarono indietro. Perciò Argenta nel dì 8 di marzo tornò sotto il dominio de' marchesi. Fece in quello stesso mese il legato una bastia alla torre di Portonaro. Allora i marchesi, infastiditi di tanta persecuzione, incominciarono un segreto trattato coi Gozzadini, Beccadelli ed altri loro amici bolognesi contra del legato[1259], ben consapevoli dell'odio universale ch'egli si era guadagnato in quella città per le tante estorsioni di danari, e per tener così spesso occupato quel popolo nelle sue spedizioni militari, e per le avanie ed insolenze continue de' suoi uffiziali e cortigiani, dai quali non era salvo neppure l'onor delle donne. Mentre era impegnato l'esercito d'esso cardinale nella fabbrica della detta bastia, mandarono i marchesi della fanteria e cavalleria a dare il guasto al Bolognese dalla parte di Cento (cosa non mai dianzi fatta da loro per rispetto che portavano alla Chiesa), e fecero correre il terrore più innanzi. Allora con simulate preghiere ricorsero i Bolognesi al legato, acciocchè spedisse alla difesa di que' luoghi le soldatesche sue rimaste in città, giacchè in essa città assai quieta niun bisogno ve n'era. Così fece il cardinale. Ma non sì tosto fu uscita ed allontanata quella gente, che nel dì 17 di marzo Brandaligi de' Gozzadini levò il rumore, gridando: _Popolo, popolo; muoiano i traditori_[1260]. Fu in armi tutto il popolo, e prese il palazzo della biada e il vescovato, dove era il maliscalco del legato, che fuggì con altri uffiziali. Quanti Franzesi si trovarono per la città, tutti furono messi a fil di spada; rotte le carceri, riacquistarono la libertà tutti i prigioni; e poscia fu assediato il legato nel suo castello. Non si tardò a spedirne L'avviso ai marchesi di Ferrara per averne aiuto, ed essi immantenente vi mandarono un buon corpo di fanteria e cavalleria. Nello stesso tempo il popolo di Ferrara corse alla bastia fabbricata dal legato, e dopo il saccheggio interamente la distrusse. Vennero ben verso Bologna i soldati del legato per soccorrerlo, ed uccisero anche molti Bolognesi; ma non poterono mutare il sistema delle cose. Durante questo fier movimento, benchè i Fiorentini ne sguazzassero[1261], siccome consapevoli del mal animo e dei disegni d'esso legato anche contra di loro; pure, credendo di farsi onore col papa, inviarono senza indugio a Bologna quattro ambasciatori con trecento cavalieri ed alcune schiere di fanti, i quali con preghiere e lusinghe indussero il popolo bolognese ed il legato alla concordia, con che egli se ne andasse libero con tutti i suoi e con tutto il suo avere. Nella seconda festa di Pasqua grande, cioè nel dì 28 di marzo, s'inviò il legato con gran tesoro nelle some e con sua famiglia, scortato da' Fiorentini, alla volta di Firenze; ma accompagnato ancora dalle fischiate e villanie sonore della plebe bolognese. In Firenze fu accolto coll'onore dovuto ad un pari suo; ma non accettò il regalo di due mila fiorini che volle fargli quel comune. Passò dipoi a Pisa, e per mare in Provenza, dove disse, per ricompensa del buon servigio, quanto male seppe de' Fiorentini, attribuendo loro il mal successo dell'impresa di Ferrara; dal che erano tutte procedute l'altre pessime conseguenze. Circa i medesimi tempi giunse ad Avignone anche _Giovanni cardinale degli Orsini_, altro legato del papa, il quale non raccontò se non guai della sua legazione. Intanto il popolo di Bologna, continuato l'assedio del castello del legato, lo ridusse alla resa nel mese di aprile, e corse a furore a smantellarlo, senza lasciarvi pietra sopra pietra. La Romagna tutta restò in ribellione, e in gran terrore le poche città che tenevano per la Chiesa e pel _re Giovanni_. Ed ecco dove andarono a terminar le tante guerre fatte da papa _Giovanni XXII_ per servire alle politiche idee di _Roberto re_ di Napoli, che mirava a stendere l'ali dappertutto: guerre sostenute colla spesa di più milioni, tutto sangue del clero dei regni cristiani, impiegato in che? in guerre che recarono per corso sì lungo la desolazione e infiniti affanni all'Italia tutta. Egli non conquistò l'altrui, e perdè molto del proprio, lasciando intanto in somma confusione Roma e il resto degli Stati della Chiesa, per la sua sempre deplorabil residenza di là da' monti, e lungi dalla particolar greggia a lui commessa da Dio.

Restavano tuttavia fedeli al _re Giovanni_ in Lombardia le città di Cremona, Parma, Reggio e Modena, perchè governate da chi si professava vicario di lui. Laonde i principi collegati si mossero per effettuare interamente il partaggio fatto fra loro di esse città[1262]. Già _Mastino dalla Scala_ avea mossa guerra a Parma, che dovea essere sua. Erano confederati seco i Correggeschi fuorusciti di quella città, e questi, coll'aiuto delle genti di Mastino, presero Brescello, e lo fortificarono nel dì 18, oppure 20 di gennaio[1263]. Ma essendo essi nel dì 23 di febbraio venuti a danneggiare il Reggiano, i Fogliani, signori della città, usciti colle lor forze, li posero in rotta, con far bottino per più di dieci mila fiorini, e condurre prigionieri Gotifredo e Niccolò da Sesso, Ettore conte di Panigo, Giovanni de' Manfredi ed altri nobili, che poi furono riscattati da Mastino collo sborso di sei mila e secento fiorini d'oro. Nel dì 7 di marzo[1264] la città di Vercelli per ispontanea dedizione di quel popolo venne in potere di _Azzo Visconte_. Poscia nel dì 22 d'aprile esso Visconte unì le sue armi con quelle de' marchesi estensi[1265], de' signori dalla Scala e de' Gonzaghi, e formato un esercito di trenta mila combattenti tra cavalleria e fanteria, con sei mila carra, passò all'assedio di Cremona. Signore di quella città era _Ponzino de' Ponzoni_, che fece gagliarda difesa; ma veggendo egli oramai guastato tutto il paese, e crescendo le angustie della città, capitolò una tregua, per cui prometteva di rendere Cremona ad Azzo Visconte, se nello spazio di due mesi e mezzo non veniva esercito del re di Boemia, capace di rimuovere quell'assedio; e diede buoni ostaggi per questo. Finì poi il tempo della tregua, senza che comparisse aiuto alcuno del re Giovanni; e però Cremona pacificamente nel dì 15 di luglio si sottomise al dominio del Visconte. Mentre durava la tregua suddetta, nel dì 7 di maggio venne l'esercito de' collegati a dare il guasto al Reggiano sino alle porte della città, e stette in quelle contrade sino al dì 20, facendo immensi mali. Altrettanto poi fecero al contado di Modena. Nel dì primo di giugno tornarono sul Reggiano, e di là sul Parmigiano a dì 6 d'esso mese, desolando dappertutto con quella spietata forma di guerra che era in uso a quei tempi, e fa orrore oggidì al solo udirla. Intanto _Marsilio dei Rossi_ sotto mano a forza d'oro avea tramato un tradimento colle brigate tedesche de' collegati[1266], gente senza fede: il che vien confermato da Giovanni Villani[1267], con aggiugnere che il trattato fu incominciato dal _cardinal Beltrando_, legato il quale avea depositati dieci mila fiorini d'oro da pagare, se que' ribaldi prendevano i capi della armata, e massimamente Mastino dalla Scala; del che fu egli avvertito a tempo. Ora certo è che nel dì 7 di giugno suddetto nacque gran rumore nel campo collegato, e di gravissimi sospetti insorsero: laonde si divise quell'esercito, ed ognuno tornò con paura alle sue case; e ventotto bandiere d'essi Tedeschi vennero allora in Parma al servigio de' Rossi. Poscia nel dì 12 d'agosto le genti dello Scaligero assediarono Colorno, terra del Parmigiano, e se ne impadronirono nel dì 25 d'ottobre; essendo ben usciti i Rossi con grande sforzo per soccorrerlo, ma senza poterlo effettuare, perchè v'era Mastino dalla Scala in persona con tutte le sue forze, che ben munito di fosse e steccati non volle azzardar la battaglia. Nè si dee tacere che la città di Bologna, la qual dopo la cacciata del legato si credea di dover godere giorni felici, perchè ridotta in libertà[1268], si trovò in istato peggiore di prima; e ciò per ambizione dei più potenti cittadini, e la rinata discordia fra quelle famiglie. Taddeo Pepoli e Brandaligi dei Gozzadini voleano dominar sopra gli altri. Però nel dì 8 d'aprile si venne all'armi in quella città, e molti furono confinati. Ma peggio accadde nel dì 2 di giugno, perchè le due fazioni principali, cioè la Scacchese dei Pepoli, e la Maltraversa de' Sabbattini, Beccadelli, Boatieri ed altri, vennero a battaglia fra loro, e gli ultimi rimasero sconfitti. Furono, secondo il Villani, mandate ai confini circa mille e cinquecento persone; ed era quella città in pericolo di disfarsi, se i Fiorentini non avessero mandato colà ambasciatori e genti d'arme che rimediarono alla loro vacillante fortuna.

Infermossi nell'autunno di questo anno papa _Giovanni XXII_ in Avignone, ed arrivò al fine di sua vita nel dì 4 di dicembre, in età di circa novanta anni, con molta divozione e compunzion di cuore. Lasciò egli una memoria assai svantaggiosa di sè stesso presso i Tedeschi, ma più presso gl'Italiani. L'aver egli mostrata della pendenza a negare la vision beatifica de' santi prima del finale giudizio, fece molto sparlare di lui. La verità è, ch'egli prima di morire chiaramente protestò di non tener tale opinione, anzi dichiarò il contrario; siccome ancora è fuor di dubbio ch'egli non incorse in errore nella quistione della povertà de' frati minori, per la quale tanti d'essi, infatuati del loro scolastico sapere, si rivoltarono empiamente contra di lui insieme col loro generale Michele da Cesena. Ma per quel che riguarda il governo economico della Chiesa di Dio, dei gran conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente ciascuno. Un papa sì dedito per tutta la sua vita alle guerre e alle conquiste di stati temporali, rallegrandosi oltre modo dell'uccision de' nemici, davanti a Cristo sì grande amator della pace, e che non cercò mai regni terreni, dovette far pure la brutta comparsa. E tanto più per la gran sete ch'egli ebbe di raunar tesori, e per vie che non possono mai lodarsi, ed è da desiderare che più non trovino degli imitatori. Giovanni Villani, informatissimo della corte pontificia, ci assicura[1269] ch'egli, se vacava pingue arcivescovato o benefizio, non badava ad elezione alcuna; ma promoveva ad esso un arcivescovo o vescovo men grasso, e a quest'altro vescovato un altro; in maniera che sovente la vacanza d'una chiesa si tirava dietro la permutazione di cinque o sei chiese: tutto per cavar danari da tante collazioni. Ed ha ben tuttavia l'Italia (per tacere degli altri paesi) di che lagnarsi di questo pontefice. Per lo spazio di mille e trecento anni il clero e popolo delle città, oppure il solo clero avea eletto ed eleggeva i sacri pastori. Quanto operasse san Gregorio VII papa nel secolo undecimo, per restituire ai medesimi questo diritto, l'abbiamo già veduto. Lo tolse loro papa Giovanni XXII, con riservare a sè tali elezioni, sotto pretesto di levar le simonie: laddove tanti altri pontefici, e pontefici santi, contenti di detestare e proibire quel vizio, non aveano nel resto voluto pregiudicare all'antichissima disciplina della Chiesa. Inoltre fu egli il primo ad inventar le annate, che tuttavia durano, e fecero allora gridar molto le ignoranti, ma più le dotte persone. Parve ancora che eccedesse nel ridurre in commende tanti monisteri e chiese. In somma tra per questi ed altri mezzi _trasse e ragunò infinito tesoro_; ed oltre alle tante somme da lui spese in guerre, per attestato del suddetto Villani, si trovarono nel suo erario _diciotto milioni di fiorini d'oro_ in contanti; e _sette_ altri milioni in tanti vasi e gioielli: di modo che esso Villani ebbe a dire: _Ma non si ricordava il buon uomo del vangelo di Cristo, dicendo ai suoi discepoli: Il vostro tesoro sia in cielo, e non tesaurizzate in terra._ Ma il detto tesoro diceva egli di ragunarlo per l'impresa di Terra santa, che Filippo re di Francia fingeva di voler fare, per divorar intanto le decime del clero. Se a lui giovasse sì fatta scusa nel tribunale di Dio, a me non tocca di dirlo. Raunatisi poi i cardinali, vennero nel dì 20 di dicembre all'elezione d'un nuovo pontefice[1270], e questi fu il cardinal _Jacopo Furnier_, ossia del Forno, da Saverduno diocesi di Pamiers, che dianzi era stato monaco cisterciense, personaggio assai dotto nella teologia, d'incorrotti costumi, di sante intenzioni. Prese il nome di _Benedetto XII_, nè tardò a rivocar le tante commende di vescovati e badie fatte dai suoi predecessori, salvo ai cardinali; e si applicò con zelo a riformare gli abusi introdotti, a rimettere in buono stato il monachismo, e a provveder di degni pastori le chiese. In quest'anno ancora, allorchè il legato si trovava confinato in castello dai rubellati Bolognesi[1271], _Ricciardo de' Manfredi_ s'impadronì delle città e fortezze di Faenza ed Imola, e ne fu proclamato signore senza ingiuria ed offesa di que' cittadini. Anche i _Malatesti_ nel dì 21 di marzo tolsero al marchese d'Ancona la città di Fossombrone. In quest'anno[1272] frate Venturino da Bergamo dell'ordine de' Predicatori, missionario, andò per le città di Lombardia e Toscana predicando la penitenza e la pace, ed ebbe gran seguito di persone, che vestite con cotta o cappa bianca, con una colomba di ricamo sul mantello, in numero di più di dieci mila arrivarono seco fino a Roma. Fece di gran bene; ma non gli mancarono persecuzioni ed accusatori alla corte pontificia. Per questo fu chiamato ad Avignone, dove giustificò la sua credenza; ma perchè egli avea pubblicamente disapprovata la lontananza de' papi da Roma, gli fu impedito il tornare al suo santo ministero. Ne parla ancora un anonimo scrittore delle cose di Roma, da me dato alla luce[1273].

NOTE:

[1257] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.

[1258] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1259] Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1260] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1261] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 6.

[1262] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1263] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1264] Corio, Istoria di Milano.

[1265] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1266] Chron. Estense, ibid. Gazata, ibid.

[1267] Giovanni Villani, lib. 11 cap. 8.

[1268] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1269] Giovanni Villani, lib. 11, cap. 19.

[1270] Anonym., Vit. Benedicti XII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1271] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXV. Indiz. III.

BENEDETTO XII papa 2. Imperio vacante.