Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 45

Chapter 453,211 wordsPublic domain

Benchè i marchesi d'Este _Rinaldo_, _Obizzo_ e _Niccolò_, signori di Ferrara, si fossero molto prima d'ora concordati con papa Giovanni, pure solamente in quest'anno fu dato compimento ad essa concordia. Nel mese di giugno vennero le bolle del vicariato di Ferrara, loro conceduto da esso pontefice[1218], con obbligo non di meno di rimettere in mano del cardinale legato la terra ossia la città d'Argenta. Diede esecuzione esso legato alle lettere papali, riebbe Argenta, e nel febbraio seguente fu levato l'interdetto dalla città di Ferrara[1219]. Che frutto ricavassero da questo accordo i marchesi, lo vedremo all'anno seguente; intanto abbiamo, che essi si spogliarono della suddetta Argenta; il legato promise loro gran cose, e nulla poi attenne. Parlano gli Annali Bolognesi delle feste e falò fatti in Bologna, perchè nello stesso mese di febbraio vennero lettere pontificie che assicuravano quel molto credulo popolo, come era risoluta la venuta del pontefice in Italia, e fissata la sua residenza in quella città[1220]: tutte cabale del _cardinale Beltrando_ dal Poggetto, il quale creato conte della Romagna e marchese della marca d'Ancona, ad altro non attendeva che a stabilir bene in suo pro que' principati, anzi ad accrescerli, e macchinava tutto dì la rovina de' marchesi estensi e degli stessi Fiorentini, e di chiunque si mostrava contrario a _Giovanni re_ di Boemia, seco collegato. Tenne poscia nel dì 18 di marzo un general parlamento in Faenza[1221], e nel dì 26 andò a prendere il possesso di Forlì, sicchè in Romagna non vi restò città o signore che non fosse ubbidiente a' suoi cenni. Ma perciocchè in Bologna i saggi si vedevano alla vigilia di perdere affatto l'antica libertà, e di divenire schiavi perpetui del legato, tra pel giogo imposto loro col fortissimo castello quivi fabbricato, e per la lega contratta da lui col re di Boemia, probabilmente loro scappò detta qualche parola non ben misurata, per cui, insospettitosi il cardinale, finse di voler parlare con Taddeo de' Pepoli, Bornio de' Samaritani, Andalò de' Griffoni e Brandalisio de' Gozzadini, cittadini potenti di quella città, e li trattenne prigioni. Se non li rilasciava presto, già il popolo avea cominciato a tumultuare, ed era imminente una gran sedizione. Abbiamo dal Villani[1222] che nel novembre il re Giovanni di Boemia andò ad Avignone per abboccarsi col papa: del che ebbe gran gelosia il _re Roberto_, e voleva impedire la di lui andata. Ma piacque il contrario al pontefice, il quale fece due diverse figure, mostrando di esser in collera col Boemo, e sgridandolo per gli acquisti fatti in Italia, quando nello stesso tempo per quindici dì era ciascun giorno a segreto consiglio con lui, e fece varie ordinazioni, che col tempo vennero alla luce. Tutto era allora simulazione e dissimulazione in quella corte; e di questa arte poi poteva leggere in cattedra il cardinale Beltrando legato di Bologna, Romagna e marca d'Ancona. Intanto i principi di Lombardia collegati contra del re di Boemia non istavano oziosi. Secondo i patti della lega, che la Cronica di Verona[1223] dice fatta, o confermata nel dì 22 di novembre di quest'anno, ad _Azzo Visconte_, pel partaggio fatto tra loro[1224], dovea toccare Bergamo e Cremona; ad _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_, Parma; ai _Gonzaghi_, Reggio; e Modena ai _marchesi estensi_. Mastino dalla Scala avea già ricevute segrete lettere dai primati guelfi di Brescia[1225], che l'invitavano all'acquisto di quella città, disgustati dal re di Boemia, per aver egli contra i patti fabbricata quivi una fortezza, ed impegnata la riviera di Garda ai nobili da Castelbarco; avea anche donate varie castella di quel distretto a' suoi uffiziali, e staccata la giurisdizione di Val Camonica dalla città. Ora Mastino, messi in campagna due mila scelti cavalli e gran corpo di fanteria, parte de' quali era di _Obizzo marchese_ d'Este[1226], che accorse in persona ad aiutar Mastino, e fingendo che venissero da Asola, terra allora posseduta dal legato sui confini del Bresciano, sotto il comando di Marsilio da Carrara li fece la mattina del dì 15 di giugno arrivare alle porte di Brescia[1227]. Portavano finte bandiere della Chiesa, e gridavano: Viva la Chiesa. Furono tosto in armi i Guelfi della città, e corsero ad aprire per forza la porta di San Giovanni, per cui entrata la gente di Mastino, cominciò a gridare: _Viva la Chiesa, e muoia il re_. Allora si rifugiarono nel castello i soldati del re Giovanni; ma perchè non era esso ben provveduto, e si diede un feroce assalto a quegli uffiziali, non già coll'armi, ma coll'esibizion di danaro[1228], nel dì 4 di luglio lo renderono, e se n'andarono pei fatti loro. I Ghibellini di quella città, fuorchè pochi scappati nel castello, se ne stavano quieti; ed ancorchè sentissero gridare: _Viva Mastino dalla Scala_, si credevano assai sicuri al sapere che lo Scaligero era gran caporale della lor fazione, ma restarono ingannati. Mastino, che non ascoltava se non i consigli della propria ambizione, li sagrificò all'odio de' Guelfi (così d'accordo ne' patti); cioè permise che per tre giorni i Guelfi infierissero contra d'essi Ghibellini[1229], molti de' quali rimasero uccisi, e gli altri forzati a fuggire fuori della città. Una gran percossa ebbe in tal congiuntura la già sì potente famiglia de' Maggi. Così la nobil città di Brescia venne in potere dei signori dalla Scala.

Sconvolta era eziandio la città di Bergamo per le fazioni civili[1230]. _Azzo Visconte_ signor di Milano nel mese di settembre si portò coll'esercito suo colà, e nel dì 27 di quel mese (non so se per assedio o per amichevol trattato) ne acquistò la signoria, togliendola alle genti del re di Boemia. Nella Cronica Estense[1231] è scritto che vi perirono molti dell'armata sua. Egli poi v'introdusse i Rivoli ed altri fuorusciti, e volle che fosse pace fra tutti: dal che gli venne gran lode. Erasi mosso da Parma _Carlo figliuolo del re boemo_, por dar soccorso a Bergamo; ma, per paura d'azzardar troppo, se ne tornò indietro. Nello stesso settembre[1232] il Visconte, gli Scaligeri, i marchesi estensi e i Gonzaghi strinsero la lega col comune di Firenze e col _re Roberto_: tutti contro al Bavaro e al re di Boemia, e a chi desse loro aiuto e favore, facendosi gl'Italiani segni di croce al mirare in lega potenze dianzi sì nemiche e di mire affatto opposte. Pensavano anche i marchesi estensi alla conquista di Modena, destinata ad essi in lor parte. Nè mancava la pazza discordia di malmenare ancora questa città. Già ne erano esclusi e fuorusciti i nobili Rangoni, Grassoni, Boschetti e signori da Sassuolo. Nel gennaio di questo anno erano stati mandati a' confini altri nobili[1233], ed altri verso il dì 22 di giugno malcontenti se ne fuggirono. Ritirossi Nicolò da Fredo a Spilamberto, e quei dalla Mirandola e da Magreta alle lor terre, che si ribellarono contra della città. Sul fine di settembre _Rinaldo marchese_ d'Este con _Alberto dalla Scala_ e _Guido da Gonzaga_ entrò sul Modenese, guarnito d'un copioso esercito; mise l'assedio al castello di San Felice con sette mangani che continuamente flagellavano quella terra. Nello stesso tempo il grosso della loro armata venne sino ai borghi di Modena, prendendo varii luoghi fra la Secchia e il Panaro. Aggiugne il Villani che, dopo aver _Azzo Visconte_ tentato di prendere Cremona[1234], ma con restarne cacciate le sue genti che in parte vi erano entrate, cavalcò anch'egli dipoi sotto Modena con mille e cinquecento cavalieri, e vi stette intorno per venti dì, guastando tutti i contorni: per la qual cosa il legato, che era in Romagna, corse tosto a Bologna per paura di perdere quella città. _Manfredi de' Pii_ sì bravamente difese Modena[1235], che veggendo i collegati di buttare il tempo, se ne tornarono indietro[1236]. Si ridusse il marchese Rinaldo sotto San Felice, il cui assedio continuava. Erano i Ferraresi vicini ad impadronirsene, quando Alberto dalla Scala, per segrete preghiere di Manfredi de' Pii, se n'andò con sua gente. Ma, udita che ebbe Mastino la vergognosa ritirata del fratello, spedì altra fanteria e cavalleria in sussidio dell'Estense. Seguitò l'assedio sino al dì 25 di novembre, in cui ebbe un funesto fine per li Ferraresi. Imperciocchè Manfredi de' Pii, raccomandatosi al legato, e ad Orlando Rosso di Parma e ai Manfredi di Reggio, ebbe un possente soccorso di cavalleria da tutte le parti, e in persona venne in aiuto suo Carlo figliuolo del re Giovanni, e Pietro e Marsilio de' Rossi[1237]. Con questi rinforzi tutto il popolo di Modena atto all'armi marciò a San Felice. Andò il guanto della battaglia, che da Giovanni da Campo San Piero generale de' marchesi fu accettato; e nel dì suddetto, festa di santa Caterina, si azzuffarono le armate. Durò il fiero ed ostinato combattimento da terza fino alla sera, ora rinculando gli uni ed ora gli altri; in fine perchè le fanteria modenese attese a scannare i cavalli nemici, restò sconfitta l'oste de' marchesi, fatto prigione il Campo San Piero lor generale con assaissimi altri, e tutto il loro equipaggio co' militari attrezzi venne alle mani de' vincitori. Circa ottocento cavalieri fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e fu creduto che da gran tempo sì crudel battaglia non fosse succeduta[1238]. In così felice giornata il _principe Carlo_ fu fatto cavaliere da un Tedesco, ed egli compartì lo stesso onore a Manfredi de' Pii, a Giberto da Fogliano, e a Nicolò e Pietro de' Rossi. S'impadronì in quest'anno _Azzo Visconte_ dell'importante castello di Pizzighettone sull'Adda nel dì 22 di settembre, e verso il fine di novembre[1239] cavalcò colle sue milizie a Pavia, ed, assistito dai nobili da Beccheria, v'entrò e corse la città. Non potendo resistere alla di lui forza le masnade del re Giovanni, si ridussero nel castello già fabbricato da Matteo Visconte, e vi si sostennero sino al venturo marzo, siccome diremo. Parimente in quest'anno a' dì 22 di maggio _Giovanni Visconte_, zio di esso Azzo, già creato vescovo di Novara[1240], ebbe maniera di cacciar da quella città i Tornielli, che ne erano padroni, e si fece anche proclamar signore in temporale della città suddetta, dove richiamò tutti gli usciti, e rimise la pace da gran tempo perduta. Ma esser potrebbe che questo fatto appartenesse agli anni seguenti, siccome si ha dagli Annali Milanesi[1241]. Lo stesso Galvano Fiamma, che nel Manipolo dei Fiori racconta ciò all'anno presente, in altra sua opera[1242] ne favella al seguente. Aveano i Pisani tolta a' Sanesi la città di Massa in Maremma; ma essendo essi all'assedio di un castello[1243], i Sanesi coll'esercito loro nel giorno 16 di dicembre diedero loro una sconfitta con grave loro danno, e con far prigione Dino dalla Rocca lor capitano.

NOTE:

[1216] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 186.

[1217] Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 188.

[1218] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1219] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1220] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 199.

[1221] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1222] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 211.

[1223] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[1224] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1225] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital. Johannes de Bazano, tom. 9 Rer. Italic. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.

[1226] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1227] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 9 Rer. Ital.

[1228] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1229] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.

[1230] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1231] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1232] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 203.

[1233] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1234] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 207.

[1235] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1236] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1237] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Hist. tom. 12 Rer. Ital.

[1238] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1239] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 210.

[1240] Corio, Istoria di Milano. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 370.

[1241] Annal. Mediol., tom. 15 Rer. Ital.

[1242] Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1243] Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXIII. Indiz. I.

GIOVANNI XXII papa 18. Imperio vacante.

Per la vittoria riportata nel precedente novembre dal _principe Carlo_ a San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[1244], _Beltrando cardinale_ legato, siccome persona di niuna fede, dimenticando l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio stando il _marchese Niccolò_ a Consandolo[1245], facendo la guardia a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane. Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandò _Azzo Visconte_ lor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma più _Mastino dalla Scala_. Appena furono entrati in Ferrara questi rinforzi, che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile il _marchese Rinaldo_, lasciato alla guardia della città il _marchese Obizzo_ suo fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse nei nemici[1246]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità di navi. Fra i prigioni si contarono il _conte d'Armignacca_ venuto di Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato, l'uno dei quali suo camerlengo, _Malatesta_ e _Galeotto_ da Rimini, _Ricciardo_ e _Cecchino de Manfredi_ da Faenza, _Ostasio da Polenta_ da Ravenna, _Francesco degli Ordelaffi_ da Forlì, i _conti di Cunio_ e _Bagnacavallo, Lippo degli Alidosi_ da Imola, tutti gran signori sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna. L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran rumore ed urli in Argenta.

Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[1247]. De' prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrè mesi di prigionia col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti del legato con altri nobili guasconi furono cambiati col _marchese Niccolò_, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che un soldo non volle spendere per la loro liberazione. Ora _Malatesta_ e _Galeotto_ dei Malatesti[1248], dacchè furono liberi, segretamente fecero pace e lega con _Ferrantino_ e cogli altri della lor casa; e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo, dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì 17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del legato. Nello stesso tempo _Francesco degli Ordelaffi_[1249] penetrato occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. Parimente _Ghello da Calisidio_ nel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città. Poscia nel mese di ottobre _Ostasio_ e _Ramberto_ da Polenta occuparono _Ravenna_, _Cervia_ e _Bertinoro_, ed apertamente si ribellarono al cardinale legato. Ecco i frutti della guerra da lui mossa contro la buona fede ai marchesi di Ferrara[1250]; i quali nel novembre di quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino all'anno seguente.

Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de' Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[1251]. Corse colà _Giovanni cardinale_ Orsino, legato apostolico in Toscana, ed, abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso da _papa Giovanni_, con ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora in quella città[1252]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque, l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati anche dal Tevere ai contadi di Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi, Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di novembre.