Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 44

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Maggiormente risorse in quest'anno in Italia l'autorità di _papa Giovanni_, dacchè, tornato _Lodovico il Bavaro_ in Germania, non v'era apparenza che gli tornasse voglia di rivedere l'Italia, dacchè colle passate azioni e colle sue infedeltà ed estorsioni avea troppo alienato da sè gli animi degl'Italiani. L'antipapa, siccome abbiam detto, andò a far penitenza de' suoi reati nella prigione avignonese. I marchesi estensi signori di Ferrara già s'erano riconciliati col pontefice. I Romani anch'essi ravveduti, con avergli spediti ambasciatori, gli prestarono la dovuta ubbidienza. I Pisani, pel servigio a lui prestato di dargli nelle mani il desiderato antipapa, ottennero quel che vollero da lui. _Azzo Visconte_ signor di Milano, e _Luchino_ e _Giovanni_ suoi zii nell'anno addietro aveano fatto negozio con esso papa per guadagnar la sua grazia, con aver inviati ambasciatori e chiesto perdono, ed aver Giovanni deposta la porpora cardinalizia ricevuta dall'antipapa, ed abiurata la sua amicizia[1188]. Ma pare che solamente nel febbraio di quest'anno, oppure più tardi, si desse compimento al loro trattato, giacchè gran merito s'era fatto esso Azzo col rivoltarsi contra del Bavaro. Fu perciò pienamente tolto l'interdetto a Milano, e Giovanni fu da lì a qualche tempo creato vescovo di Novara. Perciò la Dio mercè in Italia cessò lo scisma, e dappertutto Giovanni XXII era riconosciuto per vero e legittimo papa. Lo stesso Bavaro anch'egli si studiò di placarlo, con avere interposti alla corte pontificia i buoni ufizii di _Giovanni re_ di Boemia, di _Baldovino arcivescovo_ di Treveri e di _Ottone duca_ d'Austria[1189]. Esibiva egli di abolire tutti gli atti passati, di confessarsi reo, di riceverne la penitenza, purchè se gli conservasse l'imperio. Oh quest'ultimo non piaceva al papa, e perciò tutto il resto fu sprezzato, e continuossi a tenerlo per iscomunicato ed eretico. Ma con tutta questa depressione del Bavaro, ed esaltazione di papa Giovanni, non cessavano già in Italia le pestilenti dissensioni de' Guelfi e Ghibellini; e chiunque avea forza, cercava di stendere le fimbrie del suo dominio. Continuò dunque la guerra anche nell'anno presente, ma con pochi considerabili avvenimenti. Il cardinal legato _Beltrando dal Poggetto_ inviò le sue genti a' danni dei Reggiani[1190], le quali bruciarono molto di quel paese, con ridursi poi a Rubbiera. Ebbero i capitani d'essa armata un trattato, per cui a tradimento dovea essere loro data la terra di Formigine. Vennero essi perciò a quella volta nel dì 24 d'aprile con secento cavalli e quattrocento fanti[1191]; ma avutone sentor _Guido_ e _Manfredi de' Pii _signori di Modena, arrivarono a tempo colle milizie per disturbar le faccende degli avversarii. Rimasero chiusi i papalini in un prato, circondato da fossi e paludi, di modo che, senza poter fare buona battaglia, nè fuggire, vi rimasero quasi tutti morti o prigionieri. Fra gli ultimi si contarono Beltramone e Raimondo del Balzo, e un fratello bastardo del re Roberto. Il primo era maresciallo dell'armata pontificia. Furono essi condotti prigioni a Modena[1192], poi comperati per sei mila fiorini d'oro dai Rossi signori di Parma; e, per attestato di Matteo Griffone[1193], servirono poi a liberar col cambio dalle carceri di Bologna _Orlando Rosso_ ed _Azzo Manfredi_, iniquamente detenuti. Per questa perdita sbigottì molto il cardinal legato.

Ma giacchè abbiam parlato di Modena, convien ora aggiugnere, che continuando le innumerabili ruberie dei Tedeschi posti di guarnigione in questa città, con essere ridotti i cittadini a nulla avere che fosse suo, perchè quella bestial gente adoperava la mannaia (chiamata da essi la chiave dell'imperadore) per entrare dappertutto e prendere tutto, era ridotto il popolo alla disperazione, e gli pareva d'essere nel profondo dell'inferno. Trovò Manfredi de' Pii riparo a tanti guai, con fare che Marsilio de' Rossi vicario generale del Bavaro venisse in persona a Modena, e seco menasse via secento di questi manigoldi. Ce ne restarono trecento, i quali dipoi, il meglio che potè, tenne in freno la prudenza di Manfredi. Fece il legato capitan generale della sua armata _Malatesta_ signore di Rimini, e nel dì 18 di giugno l'inviò a dare il guasto a Spilamberto. Dopo avere ricevuto soccorso di gente da Reggio e da Parma, andò la milizia di Modena[1194] nel dì 24 a Piumazzo con pensiero di dar battaglia; ma i nemici si ritirarono, e recarono poi altri danni al Modenese, con venir anche alle lor mani la terra di Formigine. Compiè in questo anno il suddetto cardinal Beltrando l'inespugnabil castello, da lui fabbricato in Bologna, con molte torri, alte mura ed immense fortificazioni[1195], e andò per la prima volta ad abitarvi. Dava egli ad intendere ai buoni Bolognesi che non avea quella fabbrica da servire per lui, ma bensì al papa, che era risoluto di venire in Italia, e di mettere la sua residenza in quella città: cosa che produrrebbe inesplicabil vantaggio ai cittadini, e farebbe correre fiumi d'oro e d'argento per le loro strade. La verità era, ch'egli solamente intendeva di assicurar sè stesso, e di mettere i ceppi a quella potente città. Si prevalsero di queste congiunture i marchesi estensi, divenuti amici del pontefice e del legato, per occupare ai Modenesi la terra del Finale nel dì 27 di luglio. Nel mese d'ottobre cavalcò il maresciallo della Chiesa colle sue genti sul Modenese, e prese le mercatanzie che venivano da Mantova a Modena. Ciò riferito a Modena, uscì armato il popolo, e mise il nemico in rotta, con ricuperar tutto, e condurlo trionfalmente in città. Sul principio di giugno riuscì ai Parmigiani di togliere al legato Borgo S. Donnino[1196]. Impadronironsi anche i Fiorentini di Monte Catino, castello de' Lucchesi, e corsero fino alle porte di Lucca, colla presa d'alcune altre castella di quei contorni. Videsi una scena nuova in Italia nell'anno presente. Dei due fratelli _Alberto_ e _Mastino dalla Scala_ signori di Verona, Padova e d'altre città, il primo, tenendo sua stanza in Padova, attendeva, siccome uomo pacifico, a darsi bel tempo. Mastino, persona bellicosa e feroce, tutto era applicato alla guerra. Ricorsero a lui per aiuto i Ghibellini usciti di Brescia[1197]; ed egli, presa la lor protezione, per isperanza di ridurre alla sua ubbidienza quella città, entrò nel mese di settembre sul Bresciano, e dopo aver occupata a poco a poco una gran quantità di castella, finalmente imprese l'assedio della città stessa[1198]. Accadde che in questi tempi venne a Trento _Giovanni conte di Lucemburgo_ e _re di Boemia_, figliuolo del già imperadore _Arrigo VII_, per alcuni suoi importanti affari, dicono del matrimonio di _Giovanni_ suo picciolo figliuolo con una figlia del duca di Carintia[1199]. Trovandosi alle strette il popolo guelfo di Brescia, gli spedì ambasciatori, offerendogli il dominio della loro città, sua vita natural durante, e con patto di non introdurre in città i Ghibellini senza il consenso del loro consiglio generale, ch'egli non penò molto ad accettare. Rimandò intanto quegli ambasciatori a Brescia con trecento de' suoi cavalli, e fece intimare a Mastino di non molestar quella città, perchè era cosa sua. Mastino si ritirò, e Giovanni dipoi nell'ultimo dì di dicembre arrivò con più di quattrocento cavalli a Brescia, dove con eccessi di gioia e sommo onore fu ricevuto. Mastino non si fece poi pregar molto a rendergli le terre tolte ai Bresciani, ma con riceverne la promessa di rimettere in città gli usciti ghibellini. Quali conseguenze avesse un così inaspettato avvenimento, lo vedremo all'anno seguente. Secondo la Cronica di Giovanni da Bazzano[1200], nel dì primo di novembre fu dato il dominio della città di Cremona a _Marsilio de' Rossi_ signore di Parma.

NOTE:

[1186] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 143. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1187] Georgius Stella, in Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1188] Gualvaneus Flamma, Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.

[1189] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1190] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1191] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 154.

[1192] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[1193] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[1194] Johannes de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

[1195] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1196] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 158 e 166.

[1197] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[1198] Cortus., tom. 12 Rer. Ital.

[1199] Bonincontr. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Italic.

[1200] Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI XXII papa 16. Imperio vacante.

La venuta in Italia di _Giovanni re_ di Boemia diede allora e dà tuttavia da astrologare ai politici ed agli storici. Pretende il Rinaldi[1201] ch'egli, siccome attaccato forte agli interessi di _Lodovico il Bavaro_, per consiglio e col consenso di lui venisse a sostenere il partito de' Ghibellini: cosa da lui meditata molto prima dell'acquisto di Brescia. V'ha ancora chi il pretende venuto come vicario d'Italia per esso Bavaro: il che nondimeno è falso, non apparendo ch'egli usasse giammai questo titolo. Altri poi pretendono[1202], che quantunque _papa Giovanni_ con sue lettere pubblicasse che quel re di suo assenso non fosse entrato in Italia, e mostrasse di disapprovarlo, pure segretamente se l'intendesse con lui, e gradisse i suoi progressi. Questi misteri non è facile il dicifrarli. Sembra che sulle prime il Bavaro solamente si tenesse indifferente al veder Giovanni divenuto signor di Brescia, ma che poi gl'increscesse non poco il maggior innalzamento suo, e ne procurasse la rovina. All'incontro, può essere che sul principio il papa niuna mano avesse a farlo calare in Italia; ma, andando innanzi, si compiacesse della di lui grandezza, perchè sempre più veniva a tener lontano dall'Italia l'odiato Bavaro, benchè egli mostrasse il contrario, per non disgustare il _re Roberto_, aspirante anch'esso all'italico regno. Sia come essere si voglia, piantato che fu in Brescia il re Giovanni, senza badare alle promesse fatte a que' cittadini, richiamò colà tutti i Ghibellini fuorusciti, e volle che nella città fosse pace ed unione fra tutti, per quanto fu in sua mano: del che gli venne gran lode per tutta Lombardia. _Azzo signor di Milano_ corse tosto a visitarlo per rinnovar la buona amicizia stata fra l'imperadore Arrigo VII di lui padre e la città de' Visconti, e gli portò anche di molti regali[1203]. Era la città di Bergamo in gran confusione e guerra civile per le fazioni. S'avvisò ancora quel popolo che questo principe, il quale niuna parzialità mostrava per le pazze sette degl'Italiani, sarebbe efficace medico alla grave sua malattia, e gli spedì ambasciatori, con sottomettersi al suo dominio, nel dì 12 di gennaio. Giovanni anche in quella città rimise la buona armonia e pace. Con questa paterna cura e fama di esatta giustizia tal credito s'acquistò egli, che Crema e Cremona da lì a poco il vollero per loro signore. Anche _Ravizza Rusca_ signore di Como gli aveva promesso il dominio di Como, ma poscia il burlò[1204]. Se crediamo a Galvano Fiamma[1205], lo stesso _Azzo Visconte_ nel dì 8 di febbraio per decreto del popolo milanese a lui sottopose Milano, e prese il titolo di suo vicario. Così nel mese di febbraio Pavia, Vercelli e Novara, senza ch'egli lo cercasse, inviarono ambasciatori a dargli la signoria delle loro città. Da' Reggiani[1206], Parmigiani, Modenesi, Mantovani e Veronesi gli vennero ambascerie, desiderando tutti di aver buona amicizia con lui. Nel dì 2 di marzo si portò egli a Parma, e da lì a tre dì nel pubblico consiglio fu proclamato signore di quella città: dopo di che fece rientrare in casa i Correggieschi e gli altri fuorusciti guelfi. Medesimamente essendo venuto nel dì 15 d'aprile a Reggio, quel popolo fece delle pazzie d'allegrezza, e gli conferì il dominio della città, sperando, anzi chiedendo ad alte voci, che deponesse i Manfredi e Fogliani, signoreggianti in essa. Giunto a Modena, qui ancora nel consiglio generale fu accettato per signore. Un incanto sembrò questa mutazione. Strana cosa tuttavia non dee parere, come per tutta Italia, senza altro esame, ognun prendesse inclinazione a questo principe e re straniero, imperocchè tutti si figuravano sotto il di lui governo di vedere estinte le fazioni, e di godere una dolce soavità di pace.

Crebbe poi la maraviglia, perchè avendo i Fiorentini[1207] continuato e maggiormente stretto l'assedio di Lucca mercè degli aiuti di gente loro inviata dal re Roberto, dai Sanesi e Perugini, quando erano sul più bello di conquistar quella città, ed aveano anche trattato segreto coi maggiori di Lucca; _Gherardino Spinola_ signore di quella città, accortosi della mena, mandò tosto suoi ambasciatori al suddetto re di Boemia, pregandolo di accettar la signoria di Lucca con certi patti, fra' quali verisimilmente non mancò quello di restare vicario di lui in essa città. Non perdè tempo il re Giovanni ad inviare ambasciatori al campo de' Fiorentini, pregandoli di levarsi di là, perchè Lucca era sua città. Fu risposto che quell'impresa si faceva a petizione del re Roberto; e che perciò non poteano distorsene. Ma poscia, udito che Giovanni facea marciare ottocento cavalieri per dar soccorso a Lucca, e trovandosi discordia nell'esercito loro, si ritirarono nel dì 25 di febbraio da quell'assedio. Arrivarono poi nel dì primo di marzo gli ottocento cavalieri del re di Boemia a Lucca; e il primo a provare quanto fossero mal fondate le sue speranze nel Boemo, fu lo stesso Gherardino Spinola, perchè niun patto fu a lui mantenuto, e gli convenne uscir di quella città, piagnendo la perdita di essa e del tanto danaro impiegato per comperarsi un crepacuore. Anche i Modenesi e Reggiani tardarono poco a disingannarsi[1208]. Nè quelli voleano per padroni i Pii, nè questi i Fogliani e Manfredi; da tale speranza mossi s'erano dati al re di Boemia; ma il re per danari li confermò per suoi vicarii in queste città, e il più bello fu che il danaro pagato da essi per continuar nel dominio fu cavato con una colta messa alle borse del medesimo popolo, il quale li volea deposti. Accadde inoltre, che venuto esso re Giovanni a Modena[1209], si portò, accompagnato dal marchese di Monferrato e dal conte di Savoia, nel dì 16 d'aprile a Castelfranco ad un abboccamento col cardinale legato _Beltrando dal Poggetto_. Ebbero fra loro un lungo secreto colloquio; e perchè non bastò quel giorno a smaltire tutti i loro interessi, nel dì seguente tornarono a vedersi in Piumazzo, e non fu men lungo dell'altro il ragionamento loro. Non traspirò di che trattassero; ma seguirono tra loro molte finezze e un buon concerto; e furono osservati partirsi l'uno dall'altro molto allegri e contenti. Bastò questo, perchè allora i principi d'Italia aprissero gli occhi e prendessero in diffidenza non solo il Boemo, ma il papa stesso, deducendo da questi andamenti che fossero ben d'accordo e collegati insieme esso pontefice e il re; e che le lor mire fossero di assorbire, sotto lo specioso titolo di metter pace, l'Italia tutta. I primi dunque a far argine a questi occulti disegni, furono i _marchesi estensi_ signori di Ferrara, _Mastino dalla Scala_ signor di Verona e d'altre città, i _Gonzaghi_ signori di Mantova, ed _Azzo Visconte_ signor di Milano, tutti molto adombrati all'osservare quasi in un momento cresciuta cotanto la potenza del _re Giovanni_ in Italia, e la sua unione col legato pontificio. A questo fine nel dì 8 d'agosto stabilirono fra loro in Castelbaldo una lega difensiva ed offensiva. Anche i Fiorentini adirati non solo per questo contra del Boemo, ma anche perchè era figliuolo d'Arrigo VII già lor fiero nemico, e perchè avea lor tolto, per così dire, di bocca il tanto sospirato acquisto di Lucca, s'accostarono nell'anno seguente a questa lega; anzi mossero tanti sospetti in cuore del _re Roberto_, che il trassero nella medesima alleanza. Sicchè, con istupore d'ognuno, si vide questa gran mutazione in Italia, cioè Guelfi e Ghibellini divenuti ad un tratto tutti uniti per abbassare il re di Boemia ed il frodolento legato. Diedero parimente nell'occhio a _Lodovico il Bavaro_ questi rigiri ed ingrandimenti d'esso re in Italia; e però cominciò ad attizzar contra di lui i re di Polonia e d'Ungheria, e il duca d'Austria, i quali poi nel novembre dell'anno presente gli mossero guerra, e recarono immensi danni ai di lui Stati della Germania.

Fece intanto il _re Giovanni_ venire in Italia _Carlo_ suo figliuolo primogenito, che con un grosso corpo di combattenti arrivò a Parma, ed egli appresso nel mese di giugno, oppure sul principio di luglio, lasciato in Parma il giovinetto figliuolo sotto la cura di _Lodovico di Savoia_[1210], marciò ad Avignone per tessere col papa e col re di Francia grandi tele, cioè, secondo le apparenze, per soggiogar la Italia ed innalzar la sua casa, oppur quella di Francia, sulle rovine del Bavaro. Questi suoi passi maggiormente convinsero i principi d'avere un pericoloso nemico in casa; ed accertossene anche il re Roberto, perchè nel mese di settembre _Teodoro marchese_ di Monferrato, collegato del re Giovanni, gli tolse la città di Tortona colle rocche, e ne cacciò la di lui guarnigione con suo danno e vergogna. La ricuperò poi Roberto nell'anno seguente. Prosperarono in quest'anno gli affari del cardinale legato in Romagna. Nel dì 3 di maggio, secondo la Cronica di Cesena[1211], _Malatesta_ figliuolo di _Pandolfo_, anteponendo all'amore della sua casa i proprii vantaggi, si accordò con esso cardinale a' danni di _Ferrantino Malatesta_, signore di Rimini, e degli altri suoi parenti[1212], e l'aiutò a scacciarli da quella città. Egli in ricompensa fu creato capitan generale della armata pontificia, ed assediò le castella dove si erano ritirati i medesimi suoi parenti, trattandoli da nemici capitali. Si meritò per questo il soprannome di _Guastafamiglia_. Poscia il cardinale, giacchè, a riserva di Forlì, tutte le altre città della Romagna erano alla loro ubbidienza, raunò una possente oste della sua gente e di tutti i Romagnuoli, e mise l'assedio ad essa città di Forlì, devastando il territorio all'intorno. Erane signore _Francesco degli Ordelaffi_ dopo la morte di _Cecchino_, accaduta in quest'anno. Quivi fabbricate alcune bastie, acciocchè tenessero bloccata quella città, tornò poscia l'armata a' suoi quartieri. Abbiamo dalle Croniche di Bologna[1213] che nel mese di novembre gli Ordelaffi fecero pace col legato; e, cedutogli Forlì, egli vi pose un governatore. Ma secondo le stesse ed altre Croniche[1214], pare che questa cessione si compiesse nel dì 26 di marzo dell'anno seguente, e che, in ricompensa di essa, il legato investisse Francesco degli Ordelaffi della città di Forlimpopoli. Cotante belle parole seppe poi dire il medesimo cardinale legato al popolo di Bologna, che l'indusse nel mese di novembre a dargli più ampio dominio nella loro città, e ad inviare ambasciatori a _papa Giovanni_, per dichiarare che Bologna perpetuamente sarebbe della Chiesa romana. Altrettanto fecero dal canto loro, se pure è vero, i Piacentini[1215]. Nel dì 26 di luglio del presente anno, trovandosi molto sconciata dalle discordie civili la città di Pistoia[1216], i Fiorentini, mossi da spirito di carità, ma non cristiana, spedirono colà cinquecento lancie e mille e cinquecento pedoni, che corsero la città, gridando: _Vivano i Fiorentini_. Si fecero dare la signoria d'essa città per un anno, e poi nell'anno seguente vi cominciarono un forte castello per più sicurtà della terra, diceano essi; e voleano dire, per seguitar sempre ad esserne padroni. Nuova guerra insorse quest'anno fra i Catalani e i Genovesi[1217]. Lamentavansi i primi che i Genovesi, i quali erano da gran tempo in credito di fare i corsari, quando se la vedeano bella, avessero recato di gravi danni ai loro legni. Il perchè con una flotta di quarantadue galee e di trenta navi armate, venuti alle due riviere di Genova, vi guastarono e bruciarono molti luoghi. Cagione fu questo loro insulto che i Guelfi dominanti in quella città, e i Ghibellini fuorusciti, padroni di Savona e d'altre terre, che già avevano fatta tregua fra loro, trattassero d'accordo e pace. A questo fine amendue le parti spedirono ambasciatori al _re Roberto_ signore della città, che vi acconsentì nel dì 2, oppure 8 di settembre, ma di poco buona voglia; perchè fra le condizioni v'era che tutti i suddetti Ghibellini rientrassero in Genova e si accomunassero gli uffizii; e il re dubitava della lor forza, e più dell'animo loro.

NOTE:

[1201] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad ann. 1330, num. 39.

[1202] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 173.

[1203] Bonincontr. Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.

[1204] Gazata, Chronic. Regiens., tom. 18 Rerum Ital. Bonincontrus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1205] Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon, tom. eod. Idem., in Manipul. Flor., cap. 369.

[1206] Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.

[1207] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 170.

[1208] Gazata, Chron. Regiens, tom. 18 Rer. Ital.

[1209] Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1210] Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 181. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Italic.

[1211] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1212] Giovanni Villani, lib. 10, cap. 179. Cronica Riminese, tom. 15 Rer. Ital.

[1213] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1214] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.

[1215] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXXXII. Indiz. XV.

GIOVANNI XXII papa 17. Imperio vacante.