Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 4

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Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni, cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivano di tanto in tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma. Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli, e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de' cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora, ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali: il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle quali diffusamente parla Matteo Paris[87], con esprimere le cattive conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi i mali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi; e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in Parma[88] fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio, se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino. Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora? Secondo la Cronica di Siena[89], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si riscattarono.

NOTE:

[66] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[67] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[68] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.

[69] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[70] Antiquit. Italic., Dissert. XIV.

[71] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[72] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[73] Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.

[74] Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[75] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[76] Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.

[77] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[78] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[79] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.

[80] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[81] Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.

[82] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[83] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[84] Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

[85] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.

[86] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[87] Matth. Paris, Hist. Angl.

Anno di CRISTO MCCLXIV. Indizione VII.

URBANO IV papa 4. Imperio vacante.

L'anno fu questo in cui il romano pontefice _Urbano IV_ istituì la festa del Corpo di Cristo[90]. E perciocchè egli finalmente si avvide che il fulmine degli interdetti, sì allora frequenti, si volgeva in danno della santa religione, e raffreddava anche i buoni nel culto di Dio e negli esercizii della pietà, temperò il rigor di quel rito, incognito per tanti secoli alla Chiesa di Dio, e introdotto solamente per castigar popoli cattivi, e non già popoli innocenti, con permettere a porte chiuse ed esclusi gli scomunicati, l'uso delle messe e de' sacramenti. Se non nel precedente anno, certamente nel presente, fu stabilito l'accordo fra il pontefice e _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza. Siccome fu accennato di sopra, avea prima esso papa esibito il regno di Sicilia e Puglia al santo re di Francia _Lodovico IX _per uno de' suoi figliuoli; ma questi non volle accudire a sì fatto acquisto, in cui conveniva adoprar l'armi per levarlo a _Corradino_, che vi avea sopra delle buone ragioni, e per dispossessarne _Manfredi_, amendue principi cristiani. Contentossi bensì che il suddetto Carlo suo fratello accettasse l'offerta fattagli dal pontefice con quelle condizioni che si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Accadde che in questi tempi saltò in testa al popolo romano di volere per senatore e capo un principe potente. Una parte proponeva il re Manfredi; un'altra il conte d'Angiò e di Provenza; e fu ancora proposto _Pietro_ primogenito di _Jacopo re_ di Aragona. Al papa non piacque tal novità per giusta paura che un principe di molta possanza pregiudicasse di troppo all'autorità temporale pontificia in Roma, e massimamente se la dignità fosse conferita in vita al nuovo senatore. Il perchè egli stesso, per escludere gli altri due mal veduti concorrenti, aiutò l'esaltazione del conte Carlo sua creatura al grado senatorio, ma con certi patti ch'egli non ebbe difficoltà di accettare, perchè altrimenti protestava il papa di non volergli attener la promessa del regno di Sicilia[91]. Acconciati che furono questi affari, spedì Carlo a Roma un suo vicario a prendere il possesso della dignità senatoria. Non erano ignoti a Manfredi questi trattati del papa tendenti alla sua rovina; e però anch'egli cominciò a far de' preparamenti. Nè solamente si tenne sulla difesa, ma diede principio alle offese, con inviare un grosso corpo di Saraceni e Tedeschi sul territorio romano, e con tirare nel suo partito Pietro da Vico, signor potente nelle parti del Patrimonio di San Pietro[92]. Fu occupata dall'armi di Manfredi la città di Sutri, e ricuperata da Pandolfo conte dell'Anguillara colla rotta da' Saraceni. Per esso Manfredi in Roma stessa il partito de' Ghibellini andava macchinando delle sedizioni, e Riccardo degli Annibaldi s'impadronì d'Ostia. Mandarono a voto le trame e i tentativi del suddetto Pietro da Vico, che, avendo intelligenza in Roma, si pensava di potervi entrare. Restò costui sconfitto dai Romani. E quantunque l'esercito di Manfredi sotto il comando di Percivalle d'Oria avesse preso molte castella, pure in vicinanza di Rieti ebbe una grave percossa dall'esercito pontificio crocesignato: giacchè Urbano avea fatta predicar la croce contra di Manfredi, assolvendo chiunque l'avea presa per andar contro gl'infedeli, purchè militasse contra di questo più vicino nemico.

Succederono altri combattimenti, ora prosperi ed ora contrarii, secondo l'uso della guerra, ch'io tralascio, per dire che intanto, dopo essersi trattenuto papa Urbano circa due anni in Orvieto, ben trattato e ricevuto da quel popolo, gli convenne infine ritirarsene mal soddisfatto. Perchè gli Orvietani presero il castello di Bizunto e lo ritennero per sè contro la volontà del papa, egli se ne partì e andò a Perugia. Infermatosi per istrada, appena fu giunto in quella città, che diede fine a' suoi giorni, nel dì due d'ottobre; e fu creduto[93] che una gran cometa, la quale cominciò a vedersi d'agosto, e sparve allorchè egli mancò di vita, avesse predetta la sua morte. Le azioni illustri di questo pontefice si veggono descritte in versi da Teodorico di Valcolore[94], dal Rinaldi[95] e da altri. Vacò dipoi la santa Sede quattro mesi e cinque giorni, non potendosi accordare i cardinali nell'elezione del successore, benchè tempi sì pericolosi e sconcertati esigessero un pronto rimedio. In quest'anno ancora _Azzo VII_ marchese d'Este[96], mentre governava in istato pacifico la città di Ferrara, pagò il tributo della natura, correndo il dì 17 di febbraio, nell'anno cinquantesimo di sua età, e ventesimoquarto del suo principato in Ferrara: principe di gloriosa memoria per l'insigne sua pietà, per la sua clemenza e per altre virtù, costantissimo sempre nel partito della Chiesa, contro tutti gli sforzi di Federigo II Augusto, di Eccelino e d'altri suoi nemici. Leggonsi le sue lodi presso il Monaco Padovano. L'autore della Cronica picciola di Ferrara[97], tuttochè gran Ghibellino, confessa che chiunque ancora de' Ferraresi era della fazion ghibellina, con vere lagrime onorò la di lui sepoltura. Di due Beatrici Estensi monache, le quali per le loro virtù meritarono il titolo di beate, l'una fu sua sorella, l'altra figliuola. Lasciò egli erede dei suoi Stati _Obizzo_ suo nipote, nato dal figliuolo _Rinaldo_, a lui premorto. Appena fu ritornato il popolo dal di lui funerale, che nella piazza si tenne un general parlamento, dove di comun consenso fu proclamato signor di Ferrara il suddetto marchese Obizzo[98], a cui fu conferito un'ampia balìa. Secondo gli Annali Vecchi di Modena[99], e per attestato d'altri scrittori[100], circa la metà di dicembre, la fazione degli Aigoni, cioè de' Guelfi di Modena, capi de' quali erano Jacopino Rangone e Manfredi dalla Rosa, cacciò fuori della città la parte ghibellina, appellata de' Grasolfi. Accorsero nel dì seguente in aiuto d'essi Guelfi il marchese d'Este, cioè Obizzo suddetto, con assai brigate di Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio co' Mantovani. Abbiamo da Ricordano Malaspina[101] che anche i fuorusciti guelfi di Toscana, abitanti allora in Bologna, intervennero a questa cacciata de' Ghibellini da Modena, e vi restarono morti alcuni d'essi. Ed affinchè gli usciti non si ritirassero a Gorzano, quel castello fu preso e smantellato. La mutazion di Modena si tirò dietro quella di Parma[102]. Ivi ancora vennero alle mani i Guelfi coi Ghibellini. De' primi erano capi i Rossi. Finalmente, dopo varii combattimenti e bruciamenti di case, i Ghibellini si diedero per vinti nel dì 29 di dicembre, e furono eletti due podestà, cioè Giberto da Correggio e Jacopo Tavernieri, con licenziare Manfredi de' Pii da Modena, allora podestà, e Matteo da Gorzano parimente Modenese, eletto per l'anno venturo, che erano di fazion ghibellina. Ebbero origine i movimenti di queste due città dalla nuova già sparsa che Carlo d'Angiò conte di Provenza preparava un poderoso esercito per passare in Italia contra del re Manfredi, e in soccorso della parte guelfa. Di qui prese animo anche _Filippo dalla Torre_, signoreggiante in Milano[103], di abbracciare il partito de' Guelfi, con liberarsi del _marchese Oberto_ Pelavicino, la cui condotta era già finita. Partissi da Milano con amarezza grande il Pelavicino, e giunto a Cremona, in odio dei Torriani fece prendere quanti mercanti milanesi passavano per Po. Unironsi ancora con lui i nobili fuorusciti di Milano, dacchè videro sempre più allontanarsi la speranza di rientrar nella patria. Seguì perciò guerra fra essi Torriani e il marchese Oberto, ma senza avvenimenti degni di memoria. Intanto si sottomisero volontariamente al dominio d'esso Filippo dalla Torre le città di Bergamo, Novara, Vercelli e Lodi, la qual ultima forse solamente ora, e non prima, come già Galvano dalla Fiamma ci avea fatto sapere, elesse per suo signore il suddetto Filippo.

NOTE:

[88] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[89] Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.

[90] Raynald., in Annal. Eccl.

[91] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.

[92] Continuator Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[93] Ricordano Malaspina, cap. 175.

[94] Theodericus Vallicolor., P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[95] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[96] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[97] Chron. Parvum Ferrariens., tom. 8 Rer. Ital.

[98] Antichità Estensi., P. II, cap. 2.

[99] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[100] Chronic. Parmens., tom. 9 Rer. Ital. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[101] Ricordano Malaspina, cap. 174.

[102] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[103] Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 300. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXV. Indizione VIII.

CLEMENTE IV papa 1. Imperio vacante.

Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi[104]), oppur nel dì cinque (come ha Tolomeo da Lucca[105]) di febbraio del presente anno fu eletto da' cardinali per successore di san Pietro _Guido vescovo _sabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux, poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio, e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia, dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere stato consecrato ed aver preso il nome di _Clemente IV_, andò a mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del regno di Sicilia e Puglia a _Carlo conte_ di Provenza, e alla sua venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera dell'anno presente da Marsilia con venti galee, accompagnato da _Luigi di Savoia_, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi[106], tanto sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo, se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno, quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio[107], fece il conte Carlo la sua entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale, tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese a fortificarsi e premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno, mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della sua cavalleria e fanteria[108]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua consorte _Beatrice_, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal popolo romano.

Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di Reggio[109], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6 di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Cacca da Reggio, uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma[110], seguì nell'anno presente una battaglia tra _Guglielmo marchese_ di Monferrato e Oberto da Scipione, nipote del _marchese Oberto_ Pelavicino, nell'Alessandrino presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per attestato di Benvenuto da San Giorgio[111], nel precedente anno 1264, nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de' crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi. La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti; quella di Bologna[112] a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali vecchi di Modena[113], che la dicono composta di cinque mila cavalli, quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generale _Roberto_ figliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa nobiltà oltramontana. Trovò il marchese di Monferrato collegato, e i Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali, condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte Giordano[114], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia, nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio. Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in aiuto loro _Obizzo marchese_ d'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, e _Lodovico conte_ di San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi, diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino[115]. Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica, deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina[116], Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza contrasto passarono. Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.