Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 39

Chapter 393,666 wordsPublic domain

Nel dì 17 di febbraio dell'anno presente, riuscì ai Genovesi[1064], dopo tanti affanni e dopo un sì lungo e sanguinoso assedio, di cacciar dai borghi della loro città i fuorusciti, con farne prigioni molti, e guadagnare un grosso bottino. _Castruccio_ signor di Lucca, sempre indefesso, riacquistò molte terre nella Garfagnana, e mise l'assedio a Prato, perchè quel popolo non gli volea pagar tributo, come faceano i Pistoiesi. Ma, accorsi con grande oste i Fiorentini, il fecero ritirare in fretta, senza operare di più, perchè la discordia, febbre ordinaria di quella città, scompigliò il parere di chi avea più senno. Era signore di Città di Castello in questi tempi _Branca Guelfucci_, che tiranneggiava forte quel popolo. Fecero trattato segreto alcuni di que' cittadini con _Guido de' Tarlati_ da Pietramala, vescovo d'Arezzo, il quale spedì loro Tarlatino suo nipote con trecento cavalli. Entrati nel dì 2 d'ottobre costoro in tempo di notte, e corsa la terra, per forza ne cacciarono Branca e tutti i Guelfi, riducendo quella città a parte ghibellina: avvenimento sì sensibile alle città guelfe, che Firenze, Siena, Perugia, Orvieto, Gubbio e Bologna fecero dipoi grossa taglia insieme per far mutare stato a quella città. Fu poscia scomunicato per questo dal papa il vescovo d'Arezzo. Anche il popolo d'Urbino nel mese di aprile, a cagion de' soverchi aggravii, si ribellò ai ministri della Chiesa[1065]. Cominciò in quest'anno la rottura grande fra _papa Giovanni XXII_ e _Lodovico il Bavaro_. Era Lodovico rimasto senza chi gli contrastasse la corona dell'imperio, perchè teneva nelle sue prigioni l'emulo _Federigo duca_ d'Austria, con aggiugnere alcuno scrittore ch'esso Federigo infin l'anno presente rinunziò in favore di lui le sue ragioni: il che non so se sia vero. Il papa e il _re Roberto_, a' quali premeva che durasse in quelle parti la discordia, nè l'Italia avesse imperadore, o alcuno imperador tedesco, per arrivar intanto al fine de' lor disegni, non solo animarono _Leopoldo_, valoroso fratello di Federigo, a sostener la guerra contra del Bavaro, ma indussero anche il re di Francia a somministrargli de' gagliardi aiuti. Intanto _Galeazzo Visconte_ e gli altri principi ghibellini, al vedersi venire addosso un sì fiero temporale dell'armi del papa, caldamente si raccomandarono con lettere e messi a Lodovico per ottener soccorso, rappresentandogli, che se riusciva al pontefice e a Roberto di aggiugnere a tante altre conquiste quella di Milano, era sbrigata pel regno d'Italia; perciocchè da che fosse giunta a trionfare la fazion guelfa nemica dell'imperio, poco o nulla sarebbe mancato a Roberto per mutare il titolo di vicario in quello di re d'Italia e d'imperadore; giacchè il papa mostrava abbastanza di non voler più Tedeschi a comandar le feste in queste contrade, e ognun sapeva ch'egli era lo zimbello delle voglie d'esso Roberto. Perciò Lodovico nell'aprile di questo anno inviò i suoi ambasciatori al legato cardinale, dimorante in Piacenza, con pregarlo di astenersi dal molestar Milano, ch'era dello imperio[1066]. Rispose l'accorto cardinale, non pretendere il papa di levare allo imperio alcuno de' suoi diritti, ma bensì di conservarli tutti; e ch'egli si maravigliava come il loro signore volesse prender la protezione degli eretici. Fece anche istanza d'una copia del loro mandato, ch'essi cautamente negarono di avere su questo. Lodovico, informato che a nulla avea servito l'ambasciata, e che Milano era stretto d'assedio, mandò colà, come abbiam detto, ottocento (se pur furono tanti) uomini d'armi, che furono l'opportuno preservativo della caduta di quella città, inevitabile senza di questo soccorso. Dio vi dica l'ira di papa Giovanni, attizzata specialmente dal re Roberto[1067]. Nel dì 9 d'ottobre pubblicò egli un monitorio contra del Bavaro, accusandolo d'aver preso il titolo di re de' Romani senza venir prima approvato dal papa; e d'essersi mischiato nel governo degli Stati dell'imperio, spettante ai romani pontefici, durante la vacanza di esso; e di aver dato aiuto ai Visconti, benchè condannati come nemici della Chiesa romana ed eretici. Poscia nel luglio del seguente anno lo scomunicò[1068]. Lodovico di Baviera, intesa questa sinfonia, in un parlamento tenuto nell'anno seguente in Norimberga, fece un'autentica protesta, allegando che il papa faceva delle novità, ed era dietro ad usurpare i diritti dell'imperio, con toccar altre corde ch'io tralascio; ed appellò al concilio generale. Ecco dunque aperto il teatro della guerra fra esso Lodovico e il papa: guerra che si tirò dietro de' gravissimi scandali, per quanto vedremo.

NOTE:

[1057] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Ital. Giovanni Villani.

[1058] Rebdorf. Cortus. Histor, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Continuat. Albert. Argentin., et alii.

[1059] Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 3, cap. 19, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano, et alii.

[1060] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 189.

[1061] Gualvan. Flamma, cap. 362, tom. 11 Rer. Italic.

[1062] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 211.

[1063] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Georgius Stella, Annales Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1064] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 186.

[1065] Raynaldus, Annal. Eccl.

[1066] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 194.

Anno di CRISTO MCCCXXIV. Indizione VII.

GIOVANNI XXII papa 9. Imperio vacante.

Continuando la guerra della Chiesa contra de' Visconti, _Raimondo da Cardona_ generale del papa, con _Arrigo di Fiandra_ e Simone dalla Torre[1069], condusse lo esercito suo verso Vavrio, borgo da lui posseduto, per isloggiare i nemici venuti per infestare il ponte ch'egli avea sopra l'Adda. _Galeazzo_ e _Marco Visconti_ colà accorsero anch'essi. Secondo il costume degli scrittori parziali al loro partito, Bonincontro Morigia scrive che i Milanesi erano molto inferiori di gente agli altri; il Villani dice il contrario. Certo è che nel dì 16 di febbraio si venne ad un fatto d'armi. Il Villani lo fa succeduto nel dì ultimo di quel mese. Probabilmente fu nel penultimo d'esso mese allora bissestile, scrivendo l'autore degli Annali Milanesi[1070] _in die Carnisprivii_ (cioè del carnovale) _die Martis penultimo februarii_. Avea dato ordine Galeazzo ad alcuni dei suoi più arditi soldati che, all'udire attaccata la zuffa, entrassero in Vavrio, e mettessero fuoco dappertutto. Diedesi fiato alle trombe, e un duro ed ostinato combattimento si fece. Tra per la forza de' Milanesi, e per la funesta scena del borgo che era tutto in fiamme, l'esercito pontificio si mise in rotta. Moltissimi ne furono uccisi, fra' quali Simone Torriano; più ancora se ne annegarono nel fiume, e alle mani de' vincitori fra gli altri assaissimi prigioni vennero Raimondo da Cardona ed Arrigo di Fiandra. Questo ultimo, secondo il Villani, si riscattò dai Tedeschi che l'aveano preso, e con essi tratti al suo partito venne a Monza. Il Morigia, autore che ne prese migliore informazione, asserisce non essere egli restato prigione, e che fuggendo, per miracolo di san Giovanni Batista, arrivò salvo a Monza. Il Cardona dipoi nel mese di novembre, fatto negozio colle guardie a lui poste in Milano, se ne fuggì, e a Monza anche egli si restituì. Monza, dico, la qual fu susseguentemente assediata da Galeazzo Visconte e dalle sue genti. Mandò il legato due mila soldati alla difesa di quella città, intorno a cui furono fatte varie bastie e battifolli. Nel settembre fecero una sortita gli assediati, avendo alla testa Verzusio Lando con ottocento cavalli e mille e cinquecento fanti. Ben li ricevette con soli cinquecento cavalli Marco Visconte, e li sconfisse, colla morte di trecento ottanta d'essi, il che mise in somma costernazione quel presidio di crocesignati, i quali altro mestier non faceano, se non di rubar le zitelle e mogli altrui, di ammazzar uomini e fanciulli, e saccheggiare e incendiar le case. Entrarono anche di consenso dello stesso cardinal legato nella chiesa maggiore di Monza, ne presero quanti vasi d'oro e d'argento e reliquiarii v'erano; il che non so come ben s'accordi coll'avere precedentemente scritto il medesimo Morigia che i canonici, prevedendo le disgrazie che avvennero, aveano nascoso in segretissimo luogo il ricco tesoro di quella chiesa. Secondo il suddetto Morigia[1071], la fuga di Raimondo da Cardona fu di consenso segreto dello stesso Galeazzo Visconte, perchè gli fece egli sperare di adoperarsi per la restituzion di Monza, e di ottenergli anche buon accordo col papa. Infatti andò esso Raimondo ad Avignone, ed espose l'impossibilità di vincere i Visconti, e che Galeazzo intendeva di conservare per sè il dominio di Milano, e di mantenere a sue spese cinquecento uomini d'armi al servigio del papa, dovunque egli volesse. Non dispiacquero al papa i patti; ma siccome egli non ardiva di muovere un dito, se non gliene dava licenza il re Roberto, così ordinò che se ne parlasse al medesimo re. Ne parlò Raimondo al re, e ne ebbe per risposta che accetterebbe così fatta proposizione, purchè Galeazzo giurasse di adoperar tutte le sue forze in servigio d'esso re contra l'imperiale potenza. Ed ecco come l'ambizion di Roberto si cavò il cappuccio; ecco svelati i motivi di tanti processi contra del Bavaro, de' Visconti e degli altri Ghibellini di Italia, sotto pretesto di disubbidienze e d'eresie. Tutto tendeva per diritto o per traverso a distruggere l'imperio, e ad esaltare chi s'abusava dell'autorità e della penna del pontefice, divenuto suo schiavo, per arrivare all'intera signoria d'Italia. Ma Galeazzo Visconte protestò di voler sofferire piuttosto ogni male, che andar contro al giuramento da lui prestato a chi reggeva l'imperio. Trattò egli dipoi col cardinale Beltrando legato la restituzione di Monza; e già era accordato tutto, quando il legato, coll'esibizione di otto mila fiorini d'oro ad alcuni traditori, si credette di occupar la città di Lodi: il che se veniva fatto, Monza non si rendeva più. Il tentativo di Lodi andò a voto, e molti de' traditori furono presi[1072]: il che cagionò che nel dì 10 di dicembre si rendesse la città di Monza a Galeazzo. Colà egli richiamò chiunque era fuggito, e mise tra loro la pace; poi nel marzo dell'anno seguente cominciò a fortificare il castello d'essa città in mirabil forma, con farvi anche delle orride prigioni. Vi fu chi disse[1073] che Galeazzo faceva far ivi quelle carceri per sè e per li suoi fratelli, e che potrebbono esser eglino i primi a provarle. Col tempo il detto si verificò; ma forse dopo il fatto nacque tal predizione.

Correvano già due anni e più che i Perugini col ministro del papa, governatore del ducato spoletino, tenevano assediata la città di Spoleti con bastie e battifolli fabbricati all'intorno[1074]. La fame finalmente costrinse quel popolo ad arrendersi, salve le persone, nel dì 9 di aprile. Per buona cautela de' Fiorentini e Sanesi, che v'erano colla lor taglia ad oste, non seguì maleficio alcuno nell'entrare in essa città, la quale fu ridotta a parte guelfa, e rimase distrittuale di Perugia. Fecero dipoi essi Perugini l'assedio della Città di Castello occupata dal vescovo d'Arezzo coll'aiuto dell'altre città della lega guelfa. Nel dì 22 d'aprile[1075] il _re Roberto_ colla regina sua moglie e _Carlo duca_ di Calabria suo figliuolo, e colla moglie figliuola di _Carlo di Valois_, dalla Provenza incamminati per mare a Napoli, con quarantacinque vele arrivarono a Genova. Fece ivi un gran broglio, affinchè il limitato dominio di dieci anni di quella città, a lui già dato nell'anno 1318, divenisse perpetuo. Ne nacque discordia fra i cittadini: chi volea tutto, chi meno, chi nulla. Finalmente si acconciò l'affare con prorogargli la signoria anche per sei anni avvenire. Fece egli alquante mutazioni in quel governo, ristringendo la libertà del popolo. Nel suo passaggio ebbe grandi presenti ed onori dai Pisani, i quali in questi tempi si trovano in gravi affanni, essendo che _don Alfonso_ figliuolo di _Giacomo re_ d'Aragona e Catalogna, passato con buona armata in Sardegna, andava loro togliendo a poco a poco tutti i luoghi posseduti da essi in quell'isola, e diedero loro anche nel mese di maggio dell'anno presente una rotta a Castello di Castro. Per concerto fatto nel dì 3 di marzo[1076] veniva il vicario del re Roberto a ripigliare il possesso di Pistoia; ma fu forzato a tornarsene vergognosamente indietro, perchè, assalito per istrada dalle genti di _Filippo de' Tedici_, il quale in questo anno appunto tolse la signoria di Pistoia nel dì 24 di luglio ad _Ormanno Tedici abbate_ di Pacciana suo zio, e se ne fece egli signore, e conchiuse una tregua con _Castruccio_ signore di Lucca, pagandogli ogni anno tre mila fiorini d'oro di tributo. Adirati i nobili padovani[1077], spezialmente i Carraresi, contra di _Cane dalla Scala_, tanto fecero, che trassero in Italia il _duca di Carintia_, e _Ottone_ fratello del duca d'Austria, per isperanza di mettere un buon collare al collo d'esso messer Cane. Vennero questi principi con ismisurato esercito di cavalleria tedesca ed unghera, che si fece ascendere al numero di quindici mila cavalli. Diedero costoro il sacco al Friuli per dove passarono. Arrivati nel dì 3 di giugno a Trivigi, vi consumarono tutto. Prima ancora che arrivassero sul Padovano, a furia fuggivano i miseri contadini di quel paese, perchè informati che coloro, dovunque giugnevano, facevano un netto, bruciavano, nè rispettavano donne, nè monache. Nel dì 21 d'esso mese con questa diabolica armata arrivò il duca di Carintia a Padova, e nel dì seguente cavalcò a Monselice. Oh qui sì che c'era bisogno di senno a Cane dalla Scala. Non gli mancò in effetto. Unì quante genti potè[1078]. _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara con gran copia di cavalli e fanti ferraresi corse a Verona in suo aiuto. Milanesi, Mantovani, Modenesi, anch'essi volarono colà, e tutti si posero a guardar le fortezze. Ma Cane non ripose già la sua speranza in questi combattenti. Persuaso egli della verità di quel proverbio: _Miglior punta ha l'oro che il ferro_, non tardò a spedire Bailardino da Nogarola ed altri ambasciatori, allorchè il duca fu giunto a Trivigi, e susseguentemente in altri luoghi, tenendolo a bada con proposizioni d'accordo e con altri raggiri; e finalmente, esibite grossissime somme di danaro, ottenne tregua da lui sino al venturo Natale. Si vide allora quella bella scena, che il duca, dappoichè la sua gente ebbe rovinata coi saccheggi buona parte del Padovano, in cui sollievo era venuta, e ricavati trentamila fiorini d'oro da quella città, senza far danno alcuno alle terre dello Scaligero, contra di cui era stato chiamato, se ne tornò nel dì 26 di luglio in Carintia: gridando i confusi ed impoveriti Padovani, essere peggior l'amicizia di quella gente, che la nemicizia con Cane. Nel dì 23 di novembre morì _Jacopo da Carrara_, già signore di Padova, lasciando sotto la cura di Marsilio da Carrara le sue figliuole e i suoi bastardi. Abbiamo dalla Cronica di Cesena[1079] che nel luglio di quest'anno _Speranza conte di Montefeltro_ coi figliuoli del già ucciso _conte Federigo_ ritornò in Urbino; dal che pare restituita quella famiglia nel dominio d'essa città; ma di ciò non ne so il come. Nel dì 3 di giugno in Rimini _Pandolfo Malatesta_ e _Galeotto_ suo figliuolo, con altri Malatesti e nobili, furono fatti cavalieri[1080]. Magnifiche feste e giostre per tal occasione si fecero, col concorso di gran nobiltà di Firenze, Perugia, Siena, Bologna e di tutta la Toscana, marca d'Ancona, Romagna e Lombardia. Quivi si contarono più di mille e cinquecento cantambanchi, giocolieri, commedianti e buffoni: il che ho voluto notare, acciocchè s'intendano i costumi e il genio di questi secoli. Il conte Speranza e il _conte Nolfo_, figliuoli del fu _conte Federigo_ di Montefeltro, nel dì 9 d'agosto vennero coll'esercito di Urbino contro alcune castella di Ferrantino Malatesta, dove s'erano rifugiati gli uccisori del suddetto conte Federigo, e, presi que' luoghi, fecero crudel vendetta di que' traditori. Anche i marchesi estensi _Rinaldo_ ed _Obizzo_, signori di Ferrara[1081], nel dì primo di novembre ritolsero all'arcivescovo di Ravenna la grossa terra, appellata anche città, d'Argenta col suo castello. Intanto, contuttochè _Lodovico il Bavaro_ deducesse le sue buone ragioni, pure non potè impedire che in questo anno _papa Giovanni_, subornato dal re Roberto[1082], non fulminasse contra di esso Lodovico le censure, e facesse predicar la crociata, secondo il deplorabil uso di que' tempi, contra di lui, siccome accennammo all'anno precedente. Però si diede egli con più vigore ad accudire agli affari d'Italia; e cotanto s'ingegnò in Germania, che frastornò i disegni di _Carlo re_ di Francia, il quale, prevalendosi anch'egli del favore del papa, macchinava di farsi eleggere re ed imperador de' Romani. Di più non dico di queste controversie, lasciandone volentieri ad altri la discussione.

NOTE:

[1067] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[1068] Raynaldus, Annal. Eccles.

[1069] Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 13 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 138.

[1070] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[1071] Morigia, lib. 3, cap. 27, tom. 12 Rer. Ital.

[1072] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 270.

[1073] Bonincontrus Morigia, lib. 3, cap. 31, tom. 11 Rer. Ital.

[1074] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 243.

[1075] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[1076] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 239. Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1077] Cortus. Histor., lib. 3, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9. Chronic. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[1078] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1079] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[1080] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1081] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1082] Raynaldus, Annal. Eccles., num. 6.

Anno di CRISTO MCCCXXV. Indizione VIII.

GIOVANNI XXII papa 10. Imperio vacante.

Cominciò in quest'anno gara e discordia fra _Galeazzo Visconte_ signor di Milano e _Marco_ suo fratello, che col tempo quasi condusse a precipizio la casa de' Visconti[1083]. Pretendeva Marco parte nel dominio; altrettanto Lodrisio Visconte lor cugino, allegando le tante fatiche da lor sofferte per tenere in piedi la vacillante fortuna della lor casa. Ma Galeazzo, eletto solo signore dal popolo, non volea compagni nel governo. Diedersi perciò Marco e Lodrisio a far delle combricole e congiure con altri nobili contra di Galeazzo; e perchè scoprirono ch'egli andava maneggiando qualche onorevol accordo con _papa Giovanni_, cominciarono a scrivere lettere a _Lodovico il Bavaro_, sollecitandolo a calare in Italia[1084]. Intanto Galeazzo nel dì 21 di febbraio mosse guerra ai Parmigiani, coll'inviare contra loro il valoroso giovine _Azzo_ suo figliuolo, il quale s'impadronì del castello di Castiglione. Ma, assediato il medesimo castello dai Parmigiani, lo riebbero nel dì 15 di marzo colla libera uscita de' soldati del Visconte. Nel dì seguente si diede allo stesso Azzo Borgo San Donnino: perdita che cagionò sommo affanno ai Parmigiani e Piacentini; tanto più perchè Azzo non tardò a mettere sossopra i loro contadi con saccheggiar ed incendiar molte terre. Perciò nel dì 14 di giugno uniti essi Parmigiani coll'esercito spedito loro da Piacenza dal cardinal legato, impresero l'assedio di Borgo San Donnino. Durante questo assedio nel mese di luglio i _marchesi estensi_[1085] signori di Ferrara, _Passerino _ signor di Mantova e Modena, e _Cane dalla Scala_, con grosso naviglio per Po andarono ai danni del Piacentino. Più gravi sconcerti seguirono in questi tempi in Toscana[1086]. _Filippo Tedici_ signor di Pistoia, dopo aver fatta un'ingannevol pace e lega co' Fiorentini, che non gli vollero mai dare un soldo per acquistar essi quella città, come avrebbono potuto, nel dì cinque di maggio per dieci mila fiorini d'oro, e per altri vantaggiosi patti avuti da _Castruccio_ signor di Lucca, il lasciò entrare con sue genti in Pistoia, dove prese e disarmò il picciolo presidio che vi aveano inviato i Fiorentini, e fece subito dar principio ad un forte castello in essa città. Incredibile fu il dispetto e rabbia de' Fiorentini, che, più del diavolo, aveano paura di Castruccio. Gran consolazione nondimeno e coraggio recò loro il sospirato arrivo di _Raimondo da Cardona_, richiesto da essi al papa per lor capitano, che nel dì 6 del suddetto mese entrò in Firenze. Al pontefice, che volea mandarlo in Toscana, allegò egli[1087] il giuramento fatto a Galeazzo Visconte di non militar per un anno in Italia contra de' Ghibellini; ma il papa se ne rise, con dire che per li capitoli della resa di Monza i prigioni tutti si aveano a rilasciare; e però gli diede l'assoluzione dal giuramento. Venne egli dunque francamente a prendere il comando dell'armata de' Fiorentini con assai Borgognoni e Catalani seco condotti.

Presero i Fiorentini per assedio nel dì 22 di maggio il castello d'Artimino[1088], e poscia nel dì 12 di giugno fecero uscire in campagna il loro capitano Raimondo con un fiorito esercito di circa due mila e cinquecento cavalli, la maggior parte Francesi, borgognoni e Fiamminghi, e di quindici mila fanti, col carroccio, con somieri più di sei mila, e con mille e trecento trabacche e padiglioni, senza i rinforzi delle amistà che vennero dipoi, ed accrebbero quella gente con più di cinquecento cavalieri e cinque mila pedoni. A Pistoia, Castruccio non si trovava allora che con mille e cinquecento cavalli, e la metà di fanteria rispetto a' nemici. Fecero i Fiorentini nella festa di san Giovanni Batista correre il pallio presso alla porta di Pistoia; presero il passo della Gusciana, e la rocca e il ponte di Cappiano[1089]; poscia strettamente assediarono Altopascio, e lo costrinsero alla resa. Vinse nel consiglio il parere di chi volle che l'armata s'inoltrasse verso Lucca. Al Poggio fra Montechiaro e Porcari trecento cavalieri de' migliori dello esercito fiorentino furono alle mani con quei di Castruccio, e n'ebbero la peggio, quantunque Castruccio vi restasse scavallato e ferito. Era l'armata dei Fiorentini accampata in sito svantaggioso, e Castruccio ardea di voglia di assalirla; ma troppo era scarso di gente, ed aspettava soccorsi da Galeazzo Visconte e da Passerino de' Bonacossi[1090]. Vi mandò il Visconte Azzo suo figliuolo con ottocento cavalieri tedeschi, il quale, dopo introdotto un buon soccorso nel Borgo di San Donnino assediato dalle genti della Chiesa, marciò a quella volta. Anche _Passerino_ v'inviò ducento altri cavalieri. All'avviso di questo grosso rinforzo giunto a Castruccio, Raimondo da Cardona si ritirò ad Altopascio. Castruccio, che non dormiva, con dei badalucchi tenne tanto a bada la loro armata, che nel dì 23 di settembre arrivato Azzo Visconte coi suoi cavalieri, e formate le schiere, attaccò la battaglia. In poco d'ora furono rotti e sbaragliati i Fiorentini con vittoria segnalata e compiuta; perciocchè, nel tempo stesso che si combattea, l'accorto Castruccio mandò a prendere il ponte a Cappiano, e tagliò il passo a' fuggitivi. Molti ne furono uccisi, molti più ne restarono presi, fra' quali lo stesso _Raimondo da Cardona_ generale con assai baroni franzesi. Tutta la gran salmeria di tende ed arnesi venne alle mani de' vincitori; e si arrenderono poi a Castruccio le castella di Cappiano, Montefalcone ed Altopascio, nel qual ultimo luogo fece prigioni cinquecento soldati. Così in un momento la ridente fortuna de' Fiorentini si cambiò in sospiri e pianti.