Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 33

Chapter 333,448 wordsPublic domain

Fecero in quest'anno nel dì quinto di novembre i Torriani e fuorusciti guelfi di Milano un accordo col re Roberto, dandogli, per quanto poterono, il dominio di Milano. Prima di ciò _Tommaso Marzano_ conte di Squillaci, e marescalco d'esso re, coi suddetti e co' Pavesi ed altre amistà formato un potente esercito nel contado di Milano, diedero una rotta alle genti di Matteo Visconte, e giunsero sino ai borghi di Milano, credendosi di sentir quivi una sollevazione promessa[889]. Ma andò fallita la loro speranza, e confusi e pelati se ne tornarono a Pavia con gran perdita di gente, dove il popolo insorse contra il suddetto marescalco, e vergognosamente il discacciò, con voce sparsa nel volgo che l'oro del Visconte l'avesse accecato e corrotto. Corse certamente un gran pericolo Matteo; ma la sua industria, oppur la buona fortuna il salvò. Fu nel mese di marzo nella villa di Quatorda dell'Astigiano[890] un incontro e conflitto fra il _conte Guarnieri_ vicario generale dell'imperio e _Teodoro marchese_ di Monferrato dall'un canto, ed _Ugo dal Balzo_ marescalco del re Roberto, assistito dagli Astigiani ed Alessandrini, dall'altro. Restò superiore il regio comandante. In quest'anno ancora continuò la guerra fra i Padovani e Cane dalla Scala[891]. Andarono i primi sul fine di giugno con tutte le lor forze saccheggiando e bruciando sino alle porte di Verona, e diedero anche un assalto, ma inutile, al borgo San Michele. Indicibile fu il danno che patì, in tal congiuntura, il territorio di Verona. I Cremonesi s'impadronirono di Soncino, e _Galeazzo Visconte_ colle sue genti venne fino alle porte di Parma, facendo gran guasto, e diede da temere a _Giberto da Correggio_, signore di quella città. Più e più volte aveano i Veneziani spediti ambasciatori o preghiere a _papa Clemente V_, per ottener l'assoluzione dalle terribili censure fulminate contra di loro per l'occupazion di Ferrara[892]. L'ottennero solamente nel dì 14 di gennaio dell'anno presente[893], ma a caro prezzo, perchè dovettero pagare al papa cento mila fiorini d'oro. Nel medesimo mese il re Roberto, che era dietro ad assorbir tutta l'Italia, se non era impedito, ottenne da esso pontefice il dominio di Ferrara coll'annuo pagamento di un censo. Leggesi presso Albertino Mussato[894] la lettera con cui egli diede avviso di questo suo acquisto al comune di Padova. Inoltre operò egli tanto, coll'assistenza ancora degli uffizii del re di Francia _Filippo_, che esso Clemente procedesse contro la memoria del defunto _Arrigo imperadore_: del che favelleremo all'anno seguente. Succedette nel presente a' dì 12, oppure 13 di febbraio, un fatto empio e scandaloso nel territorio di Modena[895], _Raimondo d'Aspello_, marchese della marca d'Ancona, guascone di patria, e nipote del pontefice, venne con Francesco dalla Torre a Bologna, per condurre dall'Italia in Provenza il tesoro del papa, con grandi fatiche raunato da lui. Gran gola fece ai nobili malviventi di allora la vista di sì ricca salmeria. Paganino conte da Panico Bolognese se l'intese con alcuni Modenesi ghibellini, cioè con Guidinello da Montecuccolo e con Arriverio da Magreta, nobili amendue; e contuttochè il marchese suddetto avesse ottenuto un passaporto, allorchè egli giunse a Sant'Eusebio sul Modenese, l'assalirono costoro con una forte mano di sgherri. Nel conflitto restò ucciso esso marchese con quaranta dei cavalieri di sua scorta, e fu rubato l'intero tesoro, presi i cavalli, e tutti i ricchi arnesi di lui e de' suoi. Matteo Griffone[896] fa ascendere il valore di quel tesoro a più di settanta mila fiorini d'oro; Albertino Mussato a novanta mila[897]. Ma Bonifazio Morano, storico modenese di questi tempi, parla fino di dugento mila ducati, cioè fiorini d'oro. Per questo sacrilego eccesso, benchè commesso da' particolari, il papa sottomise Modena all'interdetto[898], con altre gravi pene e censure contro gli autori del misfatto, ed anche contra chi non vi avea avuta parte alcuna.

NOTE:

[871] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 47.

[872] Johann. de Cermenate, cap. 62, tom. 6 Rer. Ital.

[873] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[874] Albertinus Mussatus, lib. 13. rubr. 5, tom. 8 Rer. Ital.

[875] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 48.

[876] Johann. de Cermen., cap. 62, tom. 9 Rer. Ital.

[877] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 35.

[878] Albertinus Mussat. Johannes de Cermenat. Giovanni Villani. Ptolom. Lucens. et alii.

[879] Ventur., Chron. Astense, cap. 64, tom. 11 Rer. Ital.

[880] Ferretus Vicentinus, lib. 5, tom. 9 Rer. Italic.

[881] Raynaldus, Annal. Eccl. Baluzius, Miscellan., tom. 1. Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, num. 87.

[882] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 53.

[883] Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 2, tom. 10 Rer. Ital.

[884] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.

[885] Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.

[886] Albertinus Mussatus., lib. 15, tom. 6 Rer. Ital.

[887] Johann. de Cermen., cap. 64, tom. 9 Rer. Ital.

[888] Corio, Istor. di Milano. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus.

[889] Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 17.

[890] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[891] Albertinus Mussat., lib. 14, rubr. 9, tom. 8 Rer. Ital.

[892] Ptolomaeus Lucensis, in Vita Clementis V.

[893] Raynald,, in Annal. Eccles.

[894] Albertinus Mussatus, lib. 11, rubr. 6.

[895] Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[896] Matthaeus de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[897] Albertinus Mussat., lib. 11, rub. 6, tom. 8 Rer Ital.

[898] Ptolom. Lucens., in Vita Clementis V.

Anno di CRISTO MCCCXIV. Indizione XII.

CLEMENTE V papa 10. Imperio vacante.

_Filippo il Bello re_ di Francia e _Roberto re_ di Napoli e signor di Provenza, che in questi tempi raggiravano a lor piacere la corte pontificia, fecero pubblicar due costituzioni a papa _Clemente V_[899], colle quali annullò, ossia dichiarò nulla la sentenza dell'imperadore _Arrigo VII_ contra del re Roberto. Nè veramente sussisteva essa in quella parte, dove il dichiarava decaduto e privato di tutte le Provincie e città da lui possedute, con assolvere tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà: perciocchè tali parole generali sembravano ferire anche il regno di Napoli, del quale da sì lungo tempo la sola Chiesa romana concedeva l'investitura, senza che gl'imperadori vi ritenessero o usassero sovranità alcuna. Ma qui non finì la faccenda[900]. Era stata nel 1512 in Roma qualche controversia fra i ministri pontificii e l'imperadore Arrigo, intorno ai giuramenti che fanno gl'imperadori ai papi nella coronazione, e all'autorità pretesa dal pontefice di comandare all'imperadore anche nel temporale. Ora Clemente dichiarò che tali giuramenti prestati dai papi sono giuramenti di fedeltà, volendo insinuare che gl'imperadori son vassalli del papa. E nella clementina _Pastoralem_, con cui abolisce la suddetta sentenza d'Arrigo, aggiugne queste parole: _Nos tam ex superioritate, quam ad imperium non est dubium nos habere, quam ex potestate, in qua vacante imperio imperatori succedimus_, ec. Parvero dure ed insoffribili novità queste espressioni, e cagionarono poi delle gravi discordie, pretendendole i Tedeschi affatto ripugnanti alla sentenza e pratica di tutti i secoli addietro; e che gl'imperadori, lungi dall'essere vassalli de' papi, fossero stati in passato sovrani di Roma stessa; e che sui regni d'Italia e di Germania niuna autorità temporale avessero mai avuta i papi, nè potessero pretenderla per varie ragioni; e che novità ancora fosse l'attribuirsi il governo d'esso regno d'Italia, vacante l'imperio. Ma a buon conto papa Clemente, piantate queste massime, delle quali per necessità convien qui fare menzione, ne procedette all'esecuzione nel dì 14 di marzo del presente anno[901], col sostituire vicario dell'imperio in tutte le parti dell'Italia sottoposte al medesimo imperio il _re Roberto_, a cui nulla si negava in questi tempi, e che inoltre fu creato senatore di Roma: tutti gradini per alzarsi al dominio di tutta l'Italia, se i popoli avessero facilmente ceduto ai di lui voleri e disegni. Ma si fermò il breve volo della sua fortuna per la morte sopravvenuta al medesimo papa _Clemente V_[902]. Trovavasi egli in Roccamora vicino al Rodano, malmesso di sanità da qualche tempo. Quivi terminò sua vita nel dì 20 d'aprile di quest'anno. Son brutti i colori lasciati alla memoria di questo pontefice da Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la malignità. Ma indubitato è ancora che un gran processo dovette questo pontefice trovar nel tribunale di Dio, per la maniera da lui tenuta in ottenere il pontificato, e per aver privata della sua residenza quella città, di cui Dio ha fatti pastori particolari i sommi pontefici, e con empiere il sacro collegio di oltramontani, per eternare in tale forma la permanenza della santa Sede di là dai monti. Fu anche accusato di non aver conosciuta misura nell'arricchire ed ingrandire i suoi parenti, nel ridur in commenda tanti monisteri, e nell'ammassar tesori anche per illecite vie: tesori che dopo la sua morte andarono tutti a sacco, colla giunta di quel deforme spettacolo che vien asserito dal suddetto frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[903] per relazione di chi v'era presente: cioè, che di tante sue ricchezze appena potè trovarsi uno straccio di veste da coprirlo; e morto, restò talmente abbandonato da tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto da un doppiere gli bruciò una parte del corpo. Raccontano ancora gli storici[904] che uno de' Templarii condotto fin da Napoli alla corte pontificia, e condannato al fuoco, benchè si protestasse innocente, citò al tribunale di Dio il papa e Filippo re di Francia entro lo spazio di un anno a rendere conto di quella ingiustizia: e che, finito l'anno, amendue mancarono di vita. Quand'anche fosse vera una tal citazione, noi non dobbiam per questo attribuire ad essa la morte del papa, perchè troppo scuri sono al guardo nostro i giudizii di Dio. Ma essendovi chi niega questo fatto, quasichè non si combinino i tempi, si vuole osservare che nel precedente anno due Templarii, ed altri nel presente, tutti costantissimi in asserir sè stessi innocenti di quei misfatti, de' quali erano incolpati[905], furono bruciati vivi in Parigi; e però poter forse sussistere un sì fatto racconto.

Non so io dire se a qualche troppo delicata persona potesse parere non ben fatto il parlar dei difetti dei capi visibili della Chiesa di Dio, senza por mente all'esempio delle divine Scritture e dei santi, e dei migliori storici, che ugualmente per istruzione de' posteri han lodato i buoni e biasimati i cattivi; e senza riflettere che i difetti delle persone non son difetti della cattedra, la qual sempre fu santa e sempre sarà finchè il mondo avrà vita. _L'adulare i principi, non è scrivere istoria, ma un dar loro animo, che facciano ogni male, confidati che di loro sarà scritto ogni bene: perciò l'istoria non è da ingegno servile_. Così diceva Alessandro Tassoni, chiaro scrittore fra i Modenesi. Ma sappiano i lettori, aver io detto nulla di questo papa in paragon di quello che ne scrissero ai lor giorni gli afflitti cardinali italiani, delusi troppo da questo volpino pontefice. Abbiamo una lettera scritta dal _cardinal Napoleone_ degli Orsini al re di Francia dopo la morte di Clemente V[906], in cui accenna gl'immensi mali avvenuti a Roma e a tutta l'Italia per cagion dell'inganno fatto ai cardinali dal papa, col mettere la Sedia in Francia; e le simonie continue da lui fatte, e le rovine delle chiese per colpa sua succedute affine di accumular danari. Peggiorarono questi affari dipoi. Ventitrè erano i cardinali, fra' quali solamente sei italiani, il resto franzesi, che nella città di Carpentrasso entrarono nel conclave per eleggere il successore[907]. Nel dì 24 di luglio Bertrando del Gotto e Raimondo Guglielmo, parenti del defunto Clemente, con una gran frotta di armati entrati in Carpentrasso[908], volendo un papa guascone, attaccarono il fuoco a più parti della città e alle case de' cardinali italiani, giacchè contra di questi soli era indirizzato il loro furore; uccisero e ferirono molti delle lor famiglie, oppure italiani; e correndo anche al conclave, tentarono di sforzarlo, gridando intanto: _Muoiano i cardinali italiani_. Sarebbe forse avvenuto di peggio, se essi cardinali tutti spaventati, col far rompere un muro di dietro d'esso conclave, non fossero chi qua chi là segretamente scampati fuori di quella città. Questi scandali fecero poi differire di molto l'elezion del nuovo pontefice. Intanto nel dì 9 di novembre anche Filippo il Bello, principe pieno di peccati, fu chiamato da Dio al rendimento dei conti. Si accordano Giovanni Villani[909], Ferreto Vicentino[910] e Guglielmo Ventura[911] in dire, essere succeduta la morte sua da un cignale, che nella caccia il fece cader da cavallo con tal ferita, che incurabile il condusse infine al sepolcro. Questa particolarità viene taciuta da alcuni storici franzesi, e negata dal Mezeray e dal Sammartani. Ma noi l'abbiamo da tre autori contemporanei, che ce ne assicurano con parole assai chiare. L'essersi trovate in adulterio, mentre egli vivea, le tre sue nuore, mogli de' tre suoi figliuoli; l'essere questi figliuoli re l'un dietro all'altro, morti in meno di undici anni senza successione, con passare la corona di Francia nella linea di _Carlo di Valois_ nell'anno 1328, diedero molto da parlare a coloro che vogliono entrare nei gabinetti del cielo, e crederono tutto ciò gastigo di Dio. Anche in Germania accadde un altro scabroso accidente, cagione poi di gravi sconcerti in Germania ed Italia[912]. Nel dì 20 d'ottobre di questo anno cinque elettori, cioè _Pietro arcivescovo_ di Magonza, Baldovino arcivescovo di Treveri, _Giovanni re_ di Boemia, suo nipote, e figliuolo del fu imperadore Arrigo, _Valdemaro marchese_ di Brandeburgo e _Giovanni duca_ di Sassonia, dopo avere indarno chiamati ed aspettati gli altri due elettori, elessero in Francoforte re dei Romani _Lodovico conte palatino_ del Reno, e duca di Baviera, famoso poi nella storia ecclesiastica col nome di _Lodovico il Bavaro_. Egli fu poi solennemente coronato in Aquisgrana, ma non dall'arcivescovo di Colonia, come portava il rituale. Gli altri due elettori, cioè _Arrigo arcivescovo_ di Colonia e _Ridolfo conte palatino_ del Reno e duca di Baviera, elessero re dei Romani _Federigo duca d'Austria_, figliuolo del fu imperadore Alberto, che fu coronato in Bonna dal suddetto arcivescovo di Colonia, e non già in Aquisgrana, dove, secondo il rito, dovea farsi la funzione. Parea chiaro il diritto del Bavaro, e Giovan-Giorgio Ervarto[913], che nel secolo prossimo passato acremente scrisse contra del Bzovio in difesa d'esso Bavaro, pretende che, secondo le leggi e gli usi dell'impero, legittima ed incontrastabile fosse la sua elezione. Ma ciò non si potè persuadere all'emulo Federigo, e a chi era per lui: però si venne all'armi, e ne ebbe per molto tempo a piangere la Germania.

Dappoichè mancò di vita l'_imperadore Arrigo_, parea che avesse da fiorire il mondo per la fazion ghibellina d'Italia, stante il gran potere del _re Roberto_, che signoreggiava non solamente nel regno di Napoli e in Provenza, ma anche in Roma, in Firenze, in Lucca, in Ferrara, nella Romagna, in Pavia, Alessandria, Bergamo e in varii luoghi del Piemonte. _Giberto da Correggio_ gli avea anche suggettata Parma. Tuttavia diversi dall'opinion del volgo furono gli avvenimenti. Aveano, siccome abbiamo detto, i Pisani ghibellini preso per loro signore _Uguccion dalla Faggiuola_[914]. Questo accorto e vigilante capitano non perdè tempo a muover guerra ai Lucchesi con ispesse cavalcate e fieri saccheggi sino alle porte della loro città, dove nel dì 14 di novembre del precedente anno fu vicino ad entrarvi con loro gran paura e danno. Rinnovò nel presente le scorrerie, retrocedendo quando venivano in lor soccorso i Fiorentini; e subito, dappoichè s'erano ritirati, tornando al medesimo giuoco. Seguitò tanto questo doloroso flagello, che i Lucchesi discordi fra loro s'indussero a stabilir pace coi Pisani, a rimettere in città gl'Interminelli e gli altri fuorusciti ghibellini, e restituir Ripafratta con altri luoghi ai Pisani[915]. Ma che? non andò molto che n'ebbero un mal pagamento. Nel dì 14 di giugno essi Ghibellini mossero a rumore Lucca, e cominciarono battaglia coi Guelfi. Arrivò Uguccione coi Pisani, che erano di intelligenza, e fu ammesso per la Posterla del Prato in città. Andò a ruba l'infelice Lucca, e durò per otto dì il barbaro saccheggio. Ne fuggì Gherardo da San Lupidio, vicario del re Roberto, coi Guelfi; laonde i Pisani, sì dianzi abbattuti, crebbero di credito e potenza per l'acquisto di quella città. In così funesta congiuntura perì ancora il tesoro d'immenso prezzo, riposto in San Frediano, che _papa Clemente V_ vi aveva fatto portar da Roma e da altri Stati, avanti che Arrigo Augusto facesse guerra in Roma stessa colle genti del re Roberto. Non v'era memoria d'un così grosso bottino fatto in una sola città, come fu quello di Lucca. Per questo atroce colpo grande spasimo prese il cuor de' Fiorentini, massimamente perchè Uguccione cominciò a far guerra al loro distretto e a quel di Pistoia. Scrissero perciò efficaci lettere al re Roberto, ed egli mandò tosto in aiuto loro _Pietro_ suo fratello minore con trecento uomini d'armi, ricevuto a grande onore in Firenze nel dì 18 di agosto. Nello stesso mese, volendo il medesimo re oramai vendicarsi di _Federigo re_ di Sicilia, co' principi suoi fratelli _Filippo_ e _Giovanni_ (Raimondo Berengario è chiamato da Niccolò Speciale[916]) e con un'armata di centoventi galee, e quasi altrettanti legni grossi da trasportar cavalli e munizioni, conducendo seco due mila cavalieri e fanteria senza fine, veleggiò verso la Sicilia[917]. Impadronissi a tutta prima di Castellamare; e, credendosi di mettere il piede in Trapani per un precedente trattato, si trovò deluso. Lo stesso Federigo quegli era stato che avea ordita la trama, per fermar quivi le forze del re Roberto, siccome avvenne; perchè Roberto imprese l'assedio di quella città con sommo vigore. Ma questa era ben provveduta di viveri e di gente, che nulla tralasciò per una gagliarda difesa. Lo stesso Federigo, col corseggiar ne' contorni, andava pizzicando i nemici. Ora per le infermità e per la mortalità venne a scemarsi di molto l'armata del re Roberto. Sopraggiunse ancora un'orrida burrasca che mise in conquasso tutti i suoi legni, e impedì parimente che non seguisse un fatto d'armi con quei del re Federigo, giù usciti in mare, e battuti anch'essi dalla medesima tempesta. Veggendosi dunque Roberto a mal partito per la perdita di trenta galee, e per la mancanza delle vettovaglie, s'appigliò alla risoluzione di trattar qualche accordo; sicchè fu conchiusa tra loro una tregua di tre anni e due mesi e mezzo, e col favor d'essa nel finire dell'anno Roberto, malcontento di tante spese inutilmente fatte e della perdita di molta gente e di molte navi, se ne tornò a Napoli a macchinar degli altri disegni.

In Ferrara, che gli Annali Estensi[918] dicono donata da _Clemente V_ a _Sancia_ moglie del _re Roberto_, fu un trattato fra alcuni cittadini e fuorusciti ghibellini per levarla di mano ad esso re. Vennero costoro nel mese di giugno pel Po col naviglio de' Mantovani alla volta di quella città; ma, alzatasi una fortuna in esso fiume, andò a male il lor disegno. Molti ne furono presi e fatti giustiziare da Pino dalla Tosa, vicario ivi del re Roberto. Aspra guerra intanto seguitava fra i Padovani e _Cane dalla Scala_[919]; ma Padova, la quale più che mai abbisognava di concordia in sì pericoloso impegno, non la nudriva nel suo seno a cagion delle fazioni e prepotenze, frutti consueti delle repubbliche italiane d'allora. Quivi nel dì 24 d'aprile nata rissa fra la nobil famiglia da Carrara, terra sul Padovano, capi della quale erano allora Jacopo ed Ubertino, e quelle di Pietro Alticlino e Ronco Agolante, due potenti plebee di quella città: tutto il popolo vi si interessò. Vi fu della mortalità, e non pochi saccheggi, ma prevalsero i Carraresi. La casa di Albertino Mussato istorico andò anch'essa allora a sacco[920]. Continuò dipoi la guerra contro Cane dalla Scala, e nel settembre i Padovani con tutte le lor forze improvvisamente arrivarono sino alle porte di Vicenza[921] con tale baldanza, come se andassero a diporto ed avessero in pugno quella città. Presero il borgo di San Pietro, e gli diedero il sacco, con tutte le scelleraggini che accompagnano simili congiunture. Incredibile fu il terrore nella città, quando ecco inaspettatamente arrivar Cane da Verona. Al primo avviso dell'insulto de' Padovani, saltato a cavallo il furibondo Scaligero con un sol famiglio, si avviò alla volta di Vicenza[922]. Entrato nella confusa città, rimise il cuore in petto a quei cittadini; e, senza perdere tempo, nel dì 17 di settembre, fatto lor prendere l'armi[923], unitamente coi Tedeschi della guarnigione uscì per una porta addosso ai Padovani, con alle grida intonando tutti: _Viva Cane_[924]. Se ne stavano i buoni Padovani sparsi e senza guardie. Il nome temuto di Cane e l'ardire de' Vicentini furono fulmini che bastarono a mettergli in fuga. La strage d'essi fu grande, maggiore la copia de' prigionieri, che si fanno montare a mille e cinquecento, il bottino inestimabile. Jacopo e Marsilio da Carrara (che da Ferreto viene appellato dei Rossi, per errore del testo) ed Albertino Mussato restarono, oltre a tant'altri, in poter de' nemici. Questi, mentre Padova si trovava in una fiera costernazione, e Cane raunava da tutte le parti gente per passar sotto quella città, mossero parola di pace con esso Scaligero, che vi diede ascolto. Tanto finalmente si trattò coll'andare e venir corrieri da Padova, che questa fu conchiusa nel dì 20 d'ottobre, per cui fu ceduta da' Padovani a Cane ogni lor pretensione sopra Vicenza.