Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 30
Dava molto da pensare a _Roberto re_ di Napoli la disposizione di _Arrigo VII re_ de' Romani, di calar in Italia, ben prevedendo ch'egli sosterrebbe il partito dei Ghibellini amici dell'imperio con depressione de' Guelfi, de' quali egli era il capo. Gli parve dunque di non dovere maggiormente differire il suo ritorno dalla Provenza in Italia per dar sesto a' suoi affari. Coll'avere indotto il papa a fermare la sua residenza in Avignone, città della Provenza, e perciò di suo dominio, egli era divenuto come arbitro della corte pontificia. E fu in quest'anno[805] ch'egli ottenne il vicariato della Romagna e di Ferrara, ed inviò colà i suoi ministri a comandar le feste. Il pontefice Clemente intanto barcheggiava. Mostravasi egli tutto favorevole ad Arrigo VII, con approvar la sua venuta a prendere la corona imperiale; avea anche destinati i cardinali, che gliela dessero in Roma, e scrisse per lui lettere ai vescovi, principi e città d'Italia. Tuttavia gran cura avea di non disgustare il re Roberto, e non gli doveano dispiacere gli avanzamenti della fazione guelfa. Ora esso re Roberto nel dì 10 di giugno arrivò a Cuneo in Piemonte[806]. Visitò Montevico, Fossano, Savigliano, Cherasco ed Alba, terre di sua giurisdizione, _Filippo di Savoia_, che si trovava allora in Asti, fece un'imperiosa intimazione agli Astigiani di guardarsi dall'amicizia di quel re. Altrettanto fecero il vescovo di Basilea, _Luigi di Savoia_, ed altri ambasciatori del re Arrigo, ch'erano pervenuti in quella città, e passarono dipoi a Savona, Genova e Pisa, annunziando dappertutto, la venuta d'esso Arrigo alla corona. Di belle parole dissero gli Astigiani, ma poi, spediti ambasciatori ad Alba, fecero una specie di lega col suddetto re Roberto; e questi dipoi nel dì 9 di agosto venne ad Asti, ed ebbe ad un gran convito i grandi di quella città. Si fece allora le maraviglie Guglielmo Ventura, il quale vi si trovò presente, al vedere che tutti mangiarono e bebbero solamente in vasi d'argento, perchè un lusso tale era tuttavia incognito agl'Italiani. Passò Roberto nel dì 10 d'agosto ad Alessandria, e ne scacciò gl'Inviziati e i Lanzavecchi ghibellini, e si fece dar la signoria di quella città dai Guelfi. Ecco come il buon re andava stendendo l'ali alle spese del romano imperio. Ito poscia a Lucca e a Firenze, dove indarno si studiò di pacificare insieme i Guelfi disuniti, inviò al governo della Romagna Niccolò Caracciolo[807], il quale, arrivato colà nel mese d'ottobre, ebbe ubbidienza da quasi tutte quelle città, e procurò di mettere pace dappertutto con ridurre nelle lor patrie i fuorusciti. Su due piedi egli ascoltava le liti, e senza strepito di giudizio le decideva. Di uno di questi abbisognerebbe ogni città. Dovette trovare ne' Forlivesi qualche durezza[808], perchè ne fece spianar le fosse, e mise in prigione Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi, e alcuni dei Calboli e degli Argogliosi. Lasciò poi in libertà i Guelfi, e ritenne i Ghibellini. Ora, avendo Arrigo re de Romani stabilita la sua venuta in Italia, mandò varii ambasciatori a notificarlo alle città. Venne a Milano il vescovo di Costanza[809], e con bella orazione espose come il re era per prendere la corona del ferro dall'arcivescovo di Milano. Mostraronsi pronti i Milanesi a ricevere con tutto onore il sovrano; il solo _Guido dalla Torre_ signor della città buffava, nè volea che si parlasse di questo grande affare. Chiamò poi ad un parlamento il _conte Filippone_ da Langusco signor di Pavia, _Antonio da Fissiraga_ signor di Lodi, _Guglielmo Cavalcabò_ principal cittadino o signore di Cremona, e _Simone degli Avvocati_ da Colobiano cittadin primario o signore di Vercelli, per udir il loro parere. Tutti erano di fazion guelfa. Schiettamente disse Filippone fra i primi ch'egli non voleva essere ribello al re suo signore. Gli altri dissero che bisognava prendere consiglio sul fatto, ma che allora non si potea. Guido dalla Torre era di parere che tutti si unissero contra di questo Tedesco; e smanioso girava per le camere, borbottando e parlando da sè solo. Finì il parlamento senza conchiusione alcuna.
Sul fine d'ottobre arrivò a Susa, e poscia a Torino, il _re Arrigo_ colla _regina Margherita_ sua moglie, mille arcieri e mille uomini d'arme, dopo avere, mercè di un matrimonio, fatto divenir _Giovanni_ suo figliuolo re di Boemia. _Amedeo conte di Savoia, Filippo_ e _Luigi_ parimente di Savoia erano tutti per lui, e seppero ben fare il lor negozio con questo attaccamento. Nella corte d'esso re si contavano l'arcivescovo di Treviri _Baldovino_ suo fratello, _Teobaldo vescovo_ di Liegi, _Ugo delfino di Vienna_, il duca di Brabante ed altri principi e baroni. Andarono colà a fargli riverenza Filippone conte di Langusco, _Teodoro marchese di Monferrato_, i vescovi, i signori e gli ambasciatori di varie città, e nominatamente i romani, che comparvero con gran fasto. Tutti condussero gente armata per accompagnarlo. Per attestato di Albertino Mussato[810], mise un suo vicario in Torino: segno che quella era allora città libera. Nel dì 10 di novembre venne ad Asti[811], e v'introdusse i fuorusciti ghibellini. Gli fu data (malvolentieri nondimeno) la signoria di quella città, ed egli pose quivi un vicario, che cominciò molto bene ad aggravar quel popolo. Usava in corte d'esso re, ed era ben veduto da lui Francesco da Garbagnate[812], giovane milanese assai disinvolto, che gli avea più volte detto gran bene di _Matteo Visconte_ esiliato da Milano, con dipignerglielo pel più savio, attivo ed onorato uomo di Lombardia, e perciò capace di ben servirlo ne' correnti affari. Mostrò Arrigo voglia di vederlo. Il Garbagnate, che tenea buon filo col Visconte, gliel fece tosto sapere; e Matteo travestito per solitarii cammini si portò ad Asti, dove, datosi a conoscere, non vi fu cortesia che non ricevesse da quella corte, ed anche dal re. I soli magnati guelfi il guardarono con occhio bieco, e villanamente ancora parlarono di lui, ma senza ch'egli mostrasse di alterarsene punto. Il favorevole accoglimento a lui fatto da Arrigo cagionò bensì che molti Milanesi e Lombardi abbracciarono il suo partito. Ed essendo giunto colà anche l'arcivescovo di Milano _Gaston dalla Torre_, già esiliato, stabilì pace e lega con esso Matteo, a nome ancora de' suoi fratelli, alcuni dei quali erano tuttavia detenuti prigioni da Guido dalla Torre. Non si fidava molto Arrigo d'andare a Milano, siccome abbastanza informato delle cattive disposizioni di Guido dalla Torre; anzi diffidava non poco di tutti gl'Italiani, perchè sessant'anni correano che non aveano veduto imperadori o re de' Romani; ed avvezzati a vivere a lor modo, non amavano al certo di riconoscere superiore alcuno. Matteo Visconte, per conto di Milano, gli levò le apprensioni del cuore, ben conoscendo egli quanto se ne potea promettere. Il distornò ancora dal differir la sua entrata in Milano, al che l'andavano sotto varii pretesti esortando i capi de' Guelfi[813]. Passò dunque Arrigo a Casale, a Vercelli e a Novara, accolto con allegria da que' popoli. In Vercelli mise fine alla guerra civile fra i Tizzoni ed Avvocati, in Novara fra i Brusati e Tornielli. Ogni fuoruscito potè ritornare alla sua patria. Cavalcò poscia il re, ed, invece di andare a Pavia, dove il conte Filippone l'aspettava, per consiglio di Matteo Visconte, passato il Ticino, s'inviò alla volta di Milano, incontrato di mano in mano da varie schiere di nobili milanesi, tutti in festa e gala, che gli baciavano il piede: dal che s'avvide avergli il Visconte dato buon consiglio. L'ultimo a venirgli incontro fuori de' borghi di Milano fu Guido dalla Torre[814]. Lo sdegno e la superbia erano con lui. Laddove gli altri, all'appressarsi del re, abbassavano le loro insegne, Guido portava diritto la sua. Gl'insegnarono i Tedeschi le creanze ed il dovere, con buttargliela per terra. All'arrivo del re, smontò Guido da cavallo, e gli andò come incantato a baciare il piede. Arrigo, con volto umano riguardandolo, gli disse: _Guido, riconosci il tuo re, perchè duro è il ricalcitrar contro lo stimolo_. Entrò il re nel dì 23 di dicembre, e non già nel dì seguente, come scrivono alcuni[815], in Milano, e seco Gastone arcivescovo, Matteo Visconte ed ogni altro fuoruscito. Volle il dominio della città, che gli fu dato, e Guido dalla Torre andò a sedere: disgrazia per altro da lui preveduta, ma senza avere cercata, o, per meglio dire, trovata maniera di provvedervi. Fece poi far pace fra i Torriani e Visconti, e quetò le altre nemicizie, desiderando che tutti vivessero in pace e concordia. Attese dipoi a far le sue disposizioni per ricevere la corona del ferro, alla qual funzione fu destinato il dì dell'Epifania dell'anno seguente. Fece in quest'anno papa Clemente nelle quattro tempora del Natale una promozione di cinque cardinali, tutti Guasconi[816]: se con piacere degl'Italiani, Dio vel dica. Nè voglio tacere che i Ghibellini di Modena nel mese di luglio cacciarono fuori di città quei da Sassuolo, da Ganaceto e i Grassoni, tutti di fazione guelfa[817].
NOTE:
[799] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[800] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 113.
[801] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.
[802] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[803] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[804] Giovanni Villani, lib. 9, cap. 5.
[805] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[806] Chron. Astens., cap. 53, tom. 11 Rer. Ital.
[807] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[808] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[809] Johannes de Cermenat., cap. 10, tom. 9 Rer. Ital.
[810] Albertinus Mussatus, lib. 1, cap. 6.
[811] Chron. Astense, cap. 58, tom. 11 Rer. Ital.
[812] Corio, Istor. di Milano. Bonincon. Morigia, Chron. tom. 12 Rer. Ital.
[813] Dino Compagni, tom. 9 Rer. Ital.
[814] Johan. de Cermenat., cap. 13, tom. 9 Rer. Ital.
[815] Gualvan. Flamma, cap. 349. Chron. Astense, cap. 39, tom. 11 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCXI. Indizione IX.
CLEMENTE V papa 7. ARRIGO VII re de' Romani 4.
Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi al _re Arrigo_, tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro ambasciatori a Milano[818], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signore _Roberto re_ di Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri di Toscana[819] aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori, per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi, attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar crescere la potenza di Arrigo, credendola di troppo pregiudizio ai loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi. In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario imperiale[820]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu colla _regina Margherita_ coronato in santo Ambrosio di Milano per le mani dell'arcivescovo milanese _Gastone dalla Torre_. Pretesero il popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei sacri chiodi della croce del Signore[821]: cosa ignorata ne' secoli precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione, siccome altre volte s'era fatto[822], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza. In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise in Modena[823] per vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fu _Matteo Maggi_ signore di Brescia, di fazion ghibellina[824], non già per poco affetto al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[825]. Seguì pertanto uno strumento di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.
Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro. Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea conveniente donarne anche dieci mila alla regina. Allora Guido dalla Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse: _E perchè non se ne danno cento mila? questo numero è più perfetto_. Perciò i ministri del re scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino; ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e toccarsi la mano nel congedarsi[826]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere, e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche Matteo Visconte e Galeazzo suo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea scoppiar la mina[827]. Ma i più credettero, e con fondamento, che questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate, fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi allontanato da lui un sì savio consigliere[828], cagion fu che Arrigo nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.
Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de' Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani, i Fiorentini e Bolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma, ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e, per mezzo della regina e di _Amedeo conte di Savoia_, l'ottenne. Mandò Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto; e ciò per la prepotenza di _Guglielmo Cavalcabò_ capo della fazione guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo, inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona, non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[829], che restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re fornito di tante virtù, pel terrore che diedero a tutti, rompessero affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la sua fazione[830]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò sola al dominio. Albertino Mussato[831] scrive che i Maggi furono i primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo Malvezzo[832] ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo avere il re tentato, col mandare innanzi _Valerano_ suo fratello, se i Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[833], tutto sdegno nel mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona, continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e fanteria milanese. _Giberto da Correggio_, oltre all'aver condotto colà la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona di _Federigo II_ Augusto, presa allorchè quell'imperadore fu rotto sotto Parma. Per questo egli, se crediamo al Corio[834], ottenne il vicariato di quella città. Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina. Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de' Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad un'ostinata difesa. In un incontro anche _Valerano_ fratello del re, mortalmente ferito, cessò di vivere.