Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 3

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Passò quest'anno per Milano il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini, che veniva di Francia[48]. Ne partì mal soddisfatto de' Torriani, e seco condusse alla corte pontificia _Ottone_ della nobil casa de' Visconti di Milano, che era allora solamente canonico nella terra di Desio; Ottone, dissi, che vedremo in breve arcivescovo di Milano. Giunto in Bologna esso cardinale[49], per commissione avutane dal papa, trattò della liberazion degli ostaggi romani; ed ottenutala, levò l'interdetto alla città, e restituì tutti i privilegii a quei cittadini. Fecero in quest'anno lega i nobili usciti di Milano col comune di Bergamo; nè solamente furono ammessi in quella città, ma insieme con essi, passato il fiume Adda, presero ed incendiarono Licurti castello de' Milanesi. Allora il popolo di Milano tutto in armi uscì in campagna, pieno di mal talento contra de' Bergamaschi, i quali, senza voler aspettare la lor visita, spedirono tosto per aver pace. L'ottennero, ma a condizione di rifar tutti i danni al popolo di Licurti, e di licenziare i nobili milanesi: il che ebbe effetto. Si ridussero molti di que' nobili a Brianza, ed occuparono il castello di Tabiago; ma corso colà Martino dalla Torre con buono sforzo di gente, obbligò i difensori alla resa, e tutti li condusse incatenati nelle carceri di Milano. In quest'anno Giacomazzo dei Trotti e parecchi altri, già stati della fazione di Salinguerra, fecero in Ferrara[50] una congiura contra di _Azzo VII marchese_ d'Este loro signore. Scoperta la trama, e presi, lasciarono il capo sopra il patibolo. Nella Cronica di Bologna ciò viene riferito all'anno seguente. Nella città d'Asti ebbe principio una fiera nimicizia tra i Solari e i Gruttuarii[51], due principali famiglie d'essa città, per cui seguirono molti omicidii, ed altri gravi sconcerti, che durarono anni parecchi. Essendosi il popolo di Piacenza[52] di già accordato col _marchese Oberto_ Pelavicino, in quest'anno gli diede la signoria della città per quattro anni avvenire, ed egli ne venne a prendere il possesso con grandioso accompagnamento, e poi se ne tornò a Cremona. Visconte Pelavicino suo nipote, lasciato da lui suo vicario in Piacenza, da lì a non molto ito con ischiere armate a Tortona, indusse quel popolo a mettersi nella stessa maniera sotto la signoria del marchese Oberto suo zio. Tolta fu in quest'anno ai Latini la città di Costantinopoli dai Greci[53]. Vi entrò _Michele Paleologo_, il quale s'era fatto proclamare imperador d'Oriente. _Baldovino imperadore_ latino sulle navi de' Veneziani fuggito, si ritirò a Negroponte. Nè si dee tacere una vergognosa azione dei Genovesi d'allora[54]. L'implacabile odio che essi aveano conceputo contra dei Veneziani per la rotta lor data ad Accon, congiunto coll'avidità del guadagno, li spinse a far lega con esso Paleologo, il qual diede loro in premio la città di Smirna con varie esenzioni e privilegii[55]. Un forte aiuto per questo di galee, navi e gente contribuirono essi Genovesi al Greco per debellare i Latini. Furono perciò scomunicati da papa Urbano; ma essi più che mai continuarono a far quanto di male poterono ai Veneziani. In Toscana[56] il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi, nel mese di settembre coi ghibellini toscani fece oste contra di Lucca, rifugio de' Guelfi sbanditi. Tolse a quel comune Castelfranco, Santa Maria a Monte e Calvoli; ma non potè aver per assedio Fucecchio. Non veggendo i suddetti fuorusciti fiorentini rimedio alcuno alle loro calamità, si avvisarono di spedire in Germania a chiamar _Corradino_, figliuolo del già re Corrado, acciocchè venisse in Italia, per opporlo al re Manfredi; ma non vi acconsentì la regina sua madre, tra per l'età troppo giovanile del figliuolo, e per la conoscenza della difficoltà dell'impresa. Benchè Dio avesse liberata la marca di Trivigi ossia di Verona, dalle barbariche mani della casa da Romano, pure i Veronesi[57] seguitavano la lor persecuzione contra di Lodovico conte di San Bonifazio. Ora questi nell'anno presente con altri fuorusciti di Verona, e il marchese Azzo Estense coi Ferraresi ostilmente si mossero, ed arrivarono fin cinque miglia presso a Verona, con credenza di poter entrare in quella città, dove probabilmente aveano delle intelligenze. Andò loro fallito il colpo. Nel tornarsene indietro s'impadronirono di Cologna, Sabbione, Legnago e Porto. Queste ultime due terre da lì a nove mesi tornarono sotto la signoria di Verona. Fu istituito in quest'anno in Bologna[58] l'ordine militare della B. Vergine Maria da Loteringo di Andalò e Gruamonte de' Caccianemici nobili bolognesi, da Schianca de' Liazari e Bernardino da Sesso, nobili reggiani, e da Rinieri degli Adelardi, nobile modenese, co' quali s'unirono molti altri nobili di esse città. Furono appellati dal popolo frati gaudenti, ossia godenti, perchè teneano le lor mogli e possedevano i lor beni senza fatica o pericolo alcuno, dandosi bel tempo, con godere intanto varii privilegii, diversamente da quel che praticavano i tre insigni ordini militari, istituiti in Terra santa. Col tempo venne meno quest'ordine, ma servì d'esempio ad istituirne degli altri, che tuttavia fioriscono ai nostri giorni.

NOTE:

[42] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.

[43] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[44] Henric. Stero. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Nangius, et alii.

[45] S. Antonin., P. III, tit. 19.

[46] Raynald., in Annal. Eccles.

[47] Sabas Malaspina. Continuator Nicolai de Jamsilla. Barthol. de Neocastro.

[48] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 297.

[49] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[50] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[51] Guillelmus Ventur., tom. 16 Rer. Ital.

[52] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[53] Raynald., Annal. Eccles.

[54] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[55] Monach. Patavinus, in Chron.

[56] Ricord. Malaspina, cap. 171.

Anno di CRISTO MCCLXII. Indizione V.

URBANO IV papa 2. Imperio vacante.

Durava tuttavia la contesa dell'imperio fra _Riccardo conte_ di Cornovaglia ed _Alfonso re_ di Castiglia, eletti amendue re in discordia, senza che il papa sopra ciò prendesse risoluzione alcuna, per timore di disgustar l'uno, se favoriva l'altro[59]. Impazientatisi per così lunga e perniziosa vacanza alcuni principi di Germania, inclinavano già ad eleggere _Corradino_ di Suevia, figliuolo del re Corrado. Giuntane la notizia al pontefice _Urbano IV_, scrisse agli elettori delle forti lettere, affinchè non facessero questo passo, tanto abborrito dalla corte romana, con intimar la scomunica a chiunque contravvenisse. Altre misure prese nello stesso tempo per abbattere in Italia il _re Manfredi_. Leggesi una sua lettera a _Jacopo re_ d'Aragona, il quale avea scritto al papa per rimettere in grazia di lui esso Manfredi, giacchè questi, sì bramoso di pace, non trovava se non durezze nella corte pontificia. Urbano rigetta sopra di Manfredi tutta la colpa del non essersi fatta la pace, e si diffonde in iscreditarlo per quanto può, cominciandolo dagl'indecenti suoi natali, ad esagerando varie sue colpevoli azioni, vere o credute vere, con esortare infine il re ad astenersi dalle nozze della figliuola di Manfredi con suo figliuolo _don Pietro_, e a non proteggere un palese nemico della Chiesa romana. La lettera è scritta in Viterbo nel dì 26 di aprile; e da essa apparendo che non era per anche effettuato il matrimonio di _Costanza_ coll'infante don Pietro, è fallace chi lo riferisce all'anno 1260. Fece di più il pontefice. Cercò ancora di mandare a terra co' suoi maneggi la lega fatta da _Lodovico IX_, poi santo re di Francia, col suddetto re d'Aragona, e il progettato matrimonio d'_Isabella_ figliuola dell'Aragonese con _Filippo_ primogenito d'esso re Lodovico, quantunque con gran pompa ne fossero stati solennizzati gli sponsali. Il matrimonio nondimeno si fece, dappoichè furono date sicurezze al papa di non dar assistenza alcuna nè agli Aragonesi, nè a Manfredi in pregiudizio della santa Sede. Ma il maggior colpo di politica adoperato dalla corte romana fu di esibire a quella di Francia il regno della Sicilia. Pose il papa di nazion franzese gli occhi sopra _Carlo conte_ d'Angiò e Provenza, parendogli il più atto a questa impresa; e perocchè egli era fratello del re Lodovico, ne trattò a dirittura col re medesimo, con fargli gustare la bellezza e la facilità dell'acquisto. Da una lettera del papa si scorge che il re, siccome principe di delicata coscienza, non sapeva accomodarsi alla proposizione, per timor di pregiudicare ai diritti dell'innocente _Corradino_, discendente da chi avea con tanti sudori ricuperato quel regno dalle mani degl'infedeli, e agli altri diritti che avea acquistato _Edmondo_ figliuolo del re d'Inghilterra per l'investitura della Sicilia a lui data dal defunto papa _Alessandro IV_. Ma il pontefice gli levò questi scrupoli di testa, e andò disponendo anche l'animo di Carlo conte d'Angiò a così bella impresa.

Teneva Martino dalla Torre[60] nelle carceri una gran copia di nobili milanesi, fatti prigioni nell'anno precedente. Fu messo in consiglio che si avesse a far di loro. Erano di parere alcuni de' popolari che, con levarli di vita, si togliesse lor l'occasione di far più guerra alla lor dominante fazione. Martino rispose: _Quanto a me, non ho mai saputo far un uomo, nè generar un figliuolo. Però neppur voglio ammazzare un uomo_. Seguendo questa onorata massima, li mandò tutti ai confini, chi a Parma, chi a Mantova e Reggio. Il popolo di Alessandria in questo anno si riconciliò coi suoi fuorusciti, e li rimise in città, con prendere per podestà il conte Ubertino Landi Piacentino[61]. Ma nel novembre la famiglia del Pozzo fu forzata ad uscire di quella città. I Sanesi[62], che nell'anno addietro si erano impadroniti di Montepulciano, e vi aveano fabbricato un cassero, cioè una fortezza, nel presente scacciarono dalla lor città la parte guelfa. Intanto il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi in Toscana[63], a petizione de' Pisani, e colle lor forze ancora, tornò a far oste sopra le terre de' Lucchesi. Prese Castigliano, sconfisse l'esercito lucchese e gli usciti di Firenze, e fece molti prigioni. Ebbe dipoi il castello di Nozzano, il ponte a Serchio, Rotaia e Sarzana. Negli Annali Pisani[64] si veggono diffusamente narrati i fatti de' Pisani contra de' Lucchesi, e non già sotto l'anno presente, ma bensì sotto il susseguente, per cagione probabilmente della differente era: il che vien anche attestato da Tolomeo da Lucca[65]. Perciò nell'anno, a mio credere, seguente, il comune di Lucca, al vedersi così spelato, e col timore anche di peggio, e inoltre per desiderio di riavere i suoi prigioni, molti de' quali, presi nella rotta di Monte Aperto, penavano tuttavia nelle carceri di Siena, segretamente cominciò a trattare col conte Guido di fare i suoi comandamenti. Si convenne dunque che Lucca riavesse i suo prigioni e le sue castella; che entrasse nella lega dei Ghibellini di Toscana; e che prendesse vicario, coll'obbligo di cacciar dalla città gli usciti di Firenze, ma non già alcuno de' suoi cittadini. Ciò accordato ed eseguito, non rimase, in Toscana città nè luogo che non si reggesse a parte ghibellina; e nulla giovò che il papa vi mandasse per suo legato il _cardinal Guglielmo_, con ordine di predicar la croce contra degli uffiziali del re Manfredi. Per questa cagione gli usciti Fiorentini colle lor famiglie dopo molti stenti si ridussero a Bologna, città che gli accolse con molto amore. Tolomeo da Lucca mette questi fatti all'anno seguente. L'esempio del _marchese Oberto_ Pelavicino, divenuto signore di Cremona, Brescia, Piacenza ed altre città, e quello di _Martino dalla Torre_, dominante in Milano, servì ai Veronesi per creare in quest'anno[66] capitano della loro città _Mastino della Scala_: dignità che portava seco la signoria. Così la famiglia della Scala diede principio al suo dominio in quell'illustre città. Deposero i Genovesi[67] nell'anno presente il loro capitano Guglielmo Boccanegra, venuto già in odio del popolo, perchè a guisa di tiranno s'era dato a governar la città; e presero per podestà Martino da Fano dottore di leggi. Essendo mancata in Guglielmo figliuolo di Paolo la potente e nobil casa da Traversara in Ravenna, e rimastavi una sola figliuola, per nome Traversana[68], _Stefano_, figliuolo di _Andrea re_ d'Ungheria e di Beatrice Estense, la prese per moglie, e n'ebbe in dote quell'ampia eredità. Stava questo povero principe[69] nella corte del marchese Azzo VII d'Este, suo zio materno, che il trattava da par suo, giacchè il _re Bela_ suo fratello barbaramente gli negava fino il vitto e il vestito. Si truova egli negli strumenti d'allora[70] intitolato _dux Sclavoniae_, e presso Girolamo Rossi[71] _dominus domus Traversariorum_. Toltagli poi questa moglie dalla morte, passò alle nozze con Tommasina della nobil casa Morosina di Venezia, che gli partorì _Andrea_; e questi poi fu re d'Ungheria.

NOTE:

[57] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[58] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna nell'indice.

[59] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[60] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 298. Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[61] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[62] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[63] Ricordano Malaspina, cap. 173.

[64] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[65] Ptolomeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXIII. Indizione VI.

URBANO IV papa 3. Imperio vacante.

Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità[72]. In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari e i Saraceni desolavano quel poco che loro restava, e colle scorrerie giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque rimedio a tanti malanni, il pontefice _Urbano_ scriveva caldissime lettere al santo re di Francia _Lodovico_, richiedeva, ed anche minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti, che il papa, col non volere dar pace al _re Manfredi_ in Italia, nè permettere l'esaltazione di _Corradino_ in Germania (mentre _Alfonso re_ di Castiglia e _Riccardo_ d'Inghilterra contendevano tuttavia fra di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa citò di nuovo Manfredi a comparire[73], per giustificarsi, se potea, di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno; ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la fortuna di essere ascoltate[74]. Anzi furono interpretati per frodi ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva con lui; e intanto, secondo la Cronica di Reggio[75], con cui va d'accordo Giovanni Villani[76], o era conchiuso, o certamente era vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e Puglia a _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia. Accomodossi anche a tal contratto il buon re di Francia _Lodovico IX_, perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello, dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia. Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancora _Beatrice_ sua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante impresa. Secondo gli Annali di Genova[77], la flotta genovese, composta di trentotto galee, siccome collegata con _Michele Paleologo_, nuovo imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli; e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal Dandolo[78], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro galee de' Genovesi. Mancò di vita nell'anno presente, per attestato di Galvano Fiamma[79], _Leone da Perego_ arcivescovo di Milano nella terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesse _Raimondo dalla Torre_, fratello di _Martino_ signore di Milano, che era allora arciprete di Monza, e l'altra _Uberto da Settala_ canonico ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi, con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte pontificia era il governo e dominio dei Torriani e del _marchese Oberto_ Pelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però trovandosi col cardinale Ottaviano degli Ubaldini _Ottone visconte_, ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano: cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che non s'ingannò. Gli Annali Milanesi[80] ed altri autori mettono prima di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.

Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone in Lombardia[81], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato[82]. Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo milanese elesse in suo signore il di lui fratello _Filippo_. Morì poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero dominio anche di quella città. Parimente in Verona[83] _Mastino dalla Scala_ maggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa; nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare, per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna[84], per le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditi più di ducento tra nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de' Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città, con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano, il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de' Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna, vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio[85] che anche in Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi[86], vegniamo a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processi _contra Ubertum Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam nobiles ac magnates provincia e Lombardiae_, cioè contra le città e i principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi era della parte guelfa.