Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 28
Vidersi ancora nell'anno presente di grandi rivoluzioni in Italia. Cominciarono i Modenesi a provare il frutto della lor ribellione alla casa d'Este[752]. A tradimento tolsero loro i Bolognesi la terra di Nonantola; e l'arciprete de' Guidoni (dal Morani è detto de' Guidotti, siccome ancora dal Gazata[753]) occupò l'altra del Finale. Inoltre menavano essi Bolognesi un trattato coi Guelfi modenesi d'impadronirsi della città di Modena, e vennero coll'esercito fino a Spilamberto. Ma scoperto il macchinato tradimento verso la festa di Pasqua, furono in armi le due interne fazioni, e riuscì a quei di Sassuolo, da Livizzano, da Ganaceto e ai Grassoni, tutti Ghibellini, di superare e cacciar fuori di città i Savignani, Rangoni, Boschetti, Guidoni, Pedrezzani ed altri Guelfi. L'autore della Cronica di Parma, vivente in questi tempi, fa qui un brutto elogio di Modena, con dire che essa[754] _semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum origo, ex antiguis odiis partium, scilicet guelfae et ghibellinae_: quasi che anche tant'altre città di Lombardia, Toscana, Romagna, ec. non fossero infette del medesimo morbo. Furono parimente non pochi rumori nel mese di marzo in Parma, dove s'era tramata una congiura per torre la signoria a _Giberto da Correggio_. Molti perciò furono presi e tormentati, ed altri, sì nobili che plebei, mandati ai confini. Scoprissi ancora nel mese di giugno un nuovo trattato contra d'esso Giberto; ed altri ne fuggirono, o furono confinati. Più strepito ancora fecero in questi tempi le rivoluzioni di Piacenza. _Alberto Scotto_ cogli altri usciti di quella città, e con gli usciti di Parma ed altri amici[755], dopo aver data una rotta ai Piacentini a Roncaruolo, entrò in castello Arquato, e in Fiorenzuola nella vigilia di san Jacopo. Nel dì seguente cavalcò alla volta di Piacenza, e gli fu data una porta, e però con tutti i suoi liberamente v'entrò. Ne fuggirono tutti i suoi avversarii, cioè Ubertino Lando, i Pelavicini, Anguissoli ed altre nobili famiglie ghibelline, e si ridussero in Bobbio. In tali occasioni compassionevole spettacolo era il veder anche le nobili donne coi loro figliuolini andarsene raminghe in esilio, e il mirar saccheggiate ed atterrate le case loro. Diedero poi essi fuorusciti una rotta ai Piacentini dominanti al luogo di Pigazzano. Questo avvenimento, secondo la Cronica di Piacenza, fece risolvere, sul fine dell'anno, quel popolo a prendere per due anni in suo capitano, difensore e signore Guido dalla Torre, poco prima divenuto signor di Milano, il quale mandò colà per podestà Passerino dalla Torre. Guerra grande fatta fu in quest'anno dai Mantovani, Veronesi, Bresciani e Parmigiani[756] al comune di Cremona. Perchè tanti si unissero contra de' Cremonesi, non l'accennano le storie. Probabilmente fu perchè essi si governavano a parte ghibellina, e Guelfi erano i cremonesi. In aiuto di Cremona mandò il comune di Milano[757] due mila fanti con molta cavalleria nel dì 24 d'agosto: nel qual tempo i Mantovani con grosso naviglio per Po, secondati da tutte le forze de' Parmigiani, entrati nel distretto cremonese, presero e diedero alle fiamme il ponte di Dosolo, Montesoro, Viadana, Portiolo, Casalmaggiore, Rivaruolo, Luzzara, Pomponesco ed altri luoghi. A Giberto da Correggio signor di Parma si arrendè Guastalla, ed egli ne fece spianar le fosse ed atterrar tutte le fortificazioni. Da gran tempo era Guastalla de' Cremonesi, e di qua apparisce fin dove si stendeva allora la giurisdizion di Cremona. I Veronesi dal canto loro presero e distrussero la terra di Piadena. Ed i Bresciani andarono a Rebecco, ed arrivarono sino alle porte di Cremona saccheggiando e bruciando dappertutto. Chi non dirà forsennati gli Italiani d'allora sempre inquieti, sempre torbidi, sempre rivolti a distruggersi l'un l'altro, disuniti in casa, e talvolta uniti co' vicini solamente per portare ad altri la rovina e la morte? Si rinnovò poi questo flagello anche nel settembre, con essere ritornati questi popoli ai danni del Cremonese. Vennero anche i Milanesi, Piacentini, Lodigiani e Pavesi con tutte le lor forze sino a Borgo San Donnino, e diedero il guasto a quei contorni, a e Soragna e ad altri luoghi. In favor di Cremona uscì ancora _Azzo marchese _d'Este co' Ferraresi[758], e con un buon corpo di Catalani a lui inviati dal _re Carlo II_ suocero suo, menando un copioso e possente naviglio per Po, col disegno di mettere l'assedio ad Ostiglia, terra allora de' Veronesi; ma quel presidio, senza volerlo aspettare, attaccò il fuoco alla terra, e se n'andò. Di là passò il marchese estense ad assalir Serravalle dei Mantovani; lo prese per forza, e ne tagliò il ponte, con poscia dirupare il castello, le torri e fortezze di quella terra. Ed allora fu ch'egli soggiogò tutte le navi armate de' Mantovani e Veronesi; fra le quali erano sei grosse galee, ed altre barche incastellate con battifredi da due ponti; e tutte con gran bottino le condusse a Ferrara.
_Teodoro marchese_ di Monferrato coll'aiuto di _Filippone conte_ di Langusco e signor di Pavia, suo cognato[759], ricuperò in quest'anno la terra di Luy. Ma Rinaldo da Leto, siniscalco del re _Carlo II_, con _Filippo di Savoia_ e _Giorgio marchese_ di Ceva, ammassato un buon esercito, uscì in campo nel mese d'agosto contra di lui. Il conte di Langusco, dopo aver fatto ritirare Teodoro in luogo sicuro, andò, benchè inferiore di forze, arditamente ad azzuffarsi coi nemici, ed aspra fu la battaglia. Ma sbaragliati rimasero i Monferrini e Pavesi; e Filippone, fatto prigione, fu inviato al re Carlo, dimorante in Marsilia, che gli diede per carcere un castello della Provenza. _Obizzino Spinola_, capitano allora di Genova, e suocero d'esso Filippone e del marchese Teodoro, con promettere ad esso re il soccorso di un grande stuolo di galee genovesi per ricuperar la Sicilia, ottenne, dopo sei mesi, la libertà di esso suo genero. Fece anche cedere a sè stesso ogni pretensione che potesse avere il re sopra il Monferrato. Inoltre impetrò la restituzion delle terre di Moncalvo e Vignale, occupate al Monferrato, le quali egli ritenne per sè senza renderle al genero marchese Teodoro. Mancarono di vita in quest'anno nella città di Milano[760] Mosca e Martino dalla Torre. Capo di quella casa restò _Guido_ figliuolo di Francesco. Questi nel dì 17 di settembre nel pieno consiglio fu eletto capitano del popolo per un anno: il che vuol dire signore. E in questa cronologia sembra più fedele ed esatto il Corio storico milanese, che Galvano Fiamma e l'autor degli Annali di Milano. Consultò il primo migliori memorie che gli altri. Da lì a non molto, siccome ho detto, anche i Piacentini presero esso Guido per lor capitano. Passò in quest'anno dalla Romagna ad Arezzo il _cardinal Napoleone_ degli Orsini, legato pontificio[761], e siccome disgustato dei Fiorentini che non voleano prestargli ubbidienza alcuna, cominciò a fare una gran raunata di gente, tanto di terra di Roma, del ducato di Spoleti, della marca d'Ancona, quanto della Romagna e dei Ghibellini di Toscana. I Fiorentini, che vedeano prepararsi questo nuvolo contra di loro, nol vollero aspettare; e richiesti gli amici, misero insieme un'armata dì quindici mila fanti e tre mila cavalli, e con essa entrarono nel contado d'Arezzo, facendo ivi que' buoni trattamenti che solea far la guerra di que' tempi. Per consiglio dei saggi, uscì d'Arezzo il cardinale, facendo vista di andar pel Casentino alla volta di Firenze. Allora i Fiorentini, per timore che egli avesse delle intelligenze nella loro città, disordinatamente alzarono il campo, e chi più potea si affrettò per correre a Firenze. Se il cardinale era ben avvertito, li potea con facilità mettere in isconfitta. Andò egli poscia a Chiusi, e mandò innanzi e indietro ambasciate a' Fiorentini per ridurre gli usciti in Firenze[762]; ma nulla potè ottenere; di modo che, vedendo scemato il suo credito e potere, e sè stesso anche dileggiato, se ne tornò assai malcontento di là da' monti ad informar la corte pontificia della sua fallita legazione, che gli fu anche levata: tante furono le segrete cabale de' Fiorentini nella corte papale. Volle in quest'anno _Malatestino dei Malatesti_ tentare di ricuperar Bertinoro[763], e ne avea già ordito il tradimento con Alberguccio de' Mainardi. V'andò nel dì 6 d'agosto con parte della milizia di Rimini e con tutta quella di Cesena, ed ebbe una parte della terra, ma non il girone e la torre. Portatone l'avviso a Forlì, _Scarpetta degli Ordelaffi_, capitano di quella città, marciò in fretta con tutta la soldatesca, diede loro battaglia e li sconfisse. Si rifugiò parte de' Riminesi e Cesenati nel castello; ma da lì a due giorni, per difetto di vettovaglia, furono costretti a rendersi. Quasi due mila persone restarono prigioniere, e andarono a far penitenza nelle carceri di Forlì. Anche i Bolognesi fecero guerra a Faenza ed Imola[764], e s'impadronirono del castello di Lugo. In Roma si attaccò il fuoco alla sacra basilica lateranense, e tutta la bruciò, insieme colle case dei canonici: disgrazia che recò sommo dolore al popolo romano, e fu presa per presagio delle calamità che avvennero. Ma non passarono molti anni, che unitisi i buoni di Roma, uomini e donne, ed aiutati anche dal papa, la rifecero come prima[765]. Erano già più anni che Dulcino, nato in Val d'Ossela, diocesi di Novara, eretico della setta de' Catari ossieno Gazzeri, specie di Manichei[766], andava infettando la Lombardia co' suoi perversi errori. Si ridusse costui in una montagna del Vercellese co' suoi seguaci in numero di circa mille e trecento, dove, per mantenersi quella canaglia, altro ripiego non avea che di saccheggiare le ville vicine. Predicata contra di essi la crociata, furono essi assediati in quel monte, e finalmente nel dì 23 di marzo dell'anno presente obbligati per la fame a rendersi. Dulcino colla moglie Margherita ed altri pochi, senza volersi mai ravvedere, furono bruciati vivi: con che estirpata rimase la pestilente sua setta.
NOTE:
[746] Raynald., in Annal. Eccl.
[747] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 91.
[748] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.
[749] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 92.
[750] Guillel. Ventura, Chron. Astense, cap. 27, tom. 11 Rer. Ital.
[751] S. Anton., P. III, tit. 21, Istor. Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital., pag. 518.
[752] Annales Veteres Mutinenses, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Italic.
[753] Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.
[754] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[755] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[756] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[757] Corio, Istor. di Milano.
[758] Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[759] Chron. Astense, cap. 44, tom. 11 Rer. Ital.
[760] Corio, Istoria di Milano.
[761] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 89.
[762] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[763] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCVIII. Indizione VI.
CLEMENTE V papa 4. ARRIGO VI, detto VII, re dei Romani 1.
Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta di _Alberto Austriaco_ re de' Romani[767]. Grande odio gli portava Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi da Baden il re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita. Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' quali _Federigo_ fu duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia fra gli elettori, si mise allora in pensiero _Filippo il Bello_ re di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo fratello, che ne avea già avuto promessa da _papa Bonifazio VIII_[768]. Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa. Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese del suo parere l'accortissimo _cardinale Niccolò da Prato_. Questi il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio, ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir loro ancora che _Arrigo conte_ di Lucemburgo, principe pio, savio e ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale. Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa Caterina[769], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre, e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa inaspettata elezione alla corte del re di Francia, mentre egli si apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira,_ Amedeo conte_ di Savoia _Guido conte_ di Fiandra, _Giovanni Delfino_ di Vienna, ed altri baroni[770], per ottenere il consenso pontificio: il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente, e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu questo _Arrigo_ il _sesto_ fra gl'imperadori, ma comunemente vien chiamato _Arrigo settimo_, perchè tale nell'ordine dei re di Germania di tal nome.
Cadde infermo in quest'anno ancora _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno di Napoli[771]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i suoi due fratelli _Francesco_ e _Aldrovandino marchesi_. Ma quivi nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alte idee, ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[772] ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro. Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a tumultuar più che mai contra di Fresco[773]. Veggendo la mal parata, fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii patti quella città. Niuna fatica si durò perchè essi accettassero la proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche, le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte, e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire il papa[774] di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella città, gridando invano il popolo: _Viva il marchese Francesco_; e ne presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.
In Parma non furono minori le rivoluzioni[775]. Nel dì 24 di marzo cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente si rinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza. Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi, in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli, fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai banditi di Bologna, e dal _marchese Francesco Malaspina_ co' suoi di Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[776]. Dopo la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora. V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione di _Anselmo abbate_ di San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore, e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di Galvano Fiamma[777], _Francesco da Parma_ arcivescovo di Milano, fu in suo luogo eletto _Castone_ ossia Gastone, comunemente appellato _Cassone dalla Torre_, figliuolo di Mosca[778], e la sua elezione fu approvata dal _cardinal Napoleone_ legato apostolico. Poscia nel dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi concordemente fu eletto perpetuo signor di Milano _Guido dalla Torre_. Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del presente anno _Berardo de' Maggi_, vescovo d'essa città, dopo esserne stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella chiesa _Federigo de' Maggi_[779]. Inoltre _Maffeo_, ossia _Matteo de' Maggi_, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città. Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[780], che lieti rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[781] il conte di Cunio con altri suoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi, la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra, colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran commozione di popolo[782]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante, voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa; infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.
NOTE:
[764] Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[765] Bernard. Guid., in Vit. Clementis V.
[766] Historia Dulcini, tom. 9 Rer. Ital. Bernardus Guid., Giovanni Villani, et alii.
[767] Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.
[768] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.
[769] Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard. Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.