Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 27

Chapter 273,085 wordsPublic domain

Rivocò in quest'anno _papa Clemente_ le esorbitanti costituzioni di _papa Bonifazio VIII_, colle quali aveva asserito il re e regno di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani pontefici[729]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da _Carlo di Valois_. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi, occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice, s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno[730] ai segreti maneggi de' Bolognesi e di _Giberto da Correggio_ signor di Parma, di dare una fiera percossa ad _Azzo Estense_ signor di Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese. Ferreto Vicentino[731] si stende molto nella narrativa del fatto. A me basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa, perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani, animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città, da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse in questo tempo parentela con _Alboino dalla Scala_ signor di Verona, dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio[732] si strinsero in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia, tutte a' danni del _marchese Azzo_, con disegno di cacciarlo anche fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni[733]. Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi il popolo gridando: _Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi_. Per testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini, nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti, il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa, mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale _Bottesella dei Bonacossi_ signor di Mantova, _Alboino dalla Scala_ signor di Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio[734]. Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno dai Fiorentini[735] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il _cardinal Napoleone_ degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine la terra nel dì 10 d'aprile[736]. Niuna promessa fu loro attenuta; anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de' vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini[737], con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de' suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno[738] scomunicò i rettori ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure. Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da' Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica Forlivese[739], passò quella nobil terra in potere del comune di Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a _Pandolfo Malatesta_, che era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro, di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città. Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per attestato del Corio[740], _Matteo Visconte_ venne con un buon corpo di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma, accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto Vicentino[741] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò circa cinque anni. _Galeazzo_ suo figliuolo fu in questi tempi podestà di Trivigi.

In Genova[742] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina, presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino[743] diviso in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò in quest'anno a Genova _Teodoro_ figliuolo di _Andronico Comneno_ imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato[744], lasciatogli in eredità dal fu _marchese Giovanni_ suo zio. Ma trovò quegli Stati per la maggior parte occupati da _Manfredi marchese_ di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione _Obizzino Spinola_, uno de' capitani e come signori di Genova, per fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola d'esso Obizzino Spinola, maritata con _Filippone conte_ di Langusco e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto, venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore. Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio[745]. Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano in Piemonte, già possedute da _Carlo I re_ di Sicilia. Nell'anno precedente mandò il _re Carlo II_, nel mese di marzo, Rinaldo da Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco, Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì 7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole, terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli Astigiani, essendo capitato ad Asti _Filippo di Savoia_ principe della Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego, sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per lui, e l'altra per _Amedeo conte_ di Savoia suo parente. Fu in pericolo della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò. Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì _Filippo principe_ di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di quelle contrade.

NOTE:

[728] Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[729] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[730] Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens, tom. 11 Rer. Ital

[731] Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.

[732] Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.

[733] Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[734] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[735] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82.

[736] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[737] Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[738] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[739] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[740] Corio, Istor. di Milano.

[741] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[742] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[743] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[744] Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.

[745] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCVII. Indizione V.

CLEMENTE V papa 3. ALBERTO Austriaco re de' Romani 10.

Desiderando _Filippo re_ di Francia di fare un abboccamento col papa, fu scelta a questo effetto la città di Poitiers[746]. Quivi il re, non contento dell'avere dianzi il pontefice abolite le costituzioni di papa Bonifazio VIII pregiudiziali ai diritti dei re franzesi, tuttavia, pieno di livore, fece di forti istanze al papa perchè condannasse la memoria di papa Bonifazio, con ispacciarlo per simoniaco ed eretico. In prova di che, dicea d'aver testimonii degni di fede. Volle Dio che _Niccolò cardinale_ da Prato eludesse il mal talento del re[747] con suggerire al papa un ripiego atto a dilungare ed imbrogliar la faccenda. E fu quello di rispondere, che cosa di tanto momento, riguardante tutta la Chiesa, non si potea trattare e risolvere se non in un concilio generale. Al che non potendo di meno, acconsentì il re; e fu determinato di tenerlo in Vienna del Delfinato. Propose ancora il re in quel congresso di processare i cavalieri del Tempio, che, possedendo di grandi ricchezze e beni per tutta la cristianità, si erano dati forte al lusso e al libertinaggio, pretendendo giunta la depravazione dei lor costumi ai più abbominevoli ed enormi vizii, e sino a rinnegar la fede di Gesù Cristo. Altro io non dirò intorno a questa materia, se non che con mano forte si procedè contra d'essi Templari, imprigionati per tutta la Francia, e poscia per gli altri regni, il numero de' quali si fa ascendere da Ferreto Vicentino[748] a quindici mila. Costoro, se crediamo ai processi fatti in questo e nei susseguenti anni, furono trovati rei e convinti d'enormità inudite, d'apostasia e d'idolatria. Si sa che nel concilio di Vienna fu poscia abolito l'ordine, e confiscati gl'immensi lor beni a profitto del papa e dei re; la maggior parte de' quali fu venduta ai cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, con grande loro svantaggio nondimeno, perchè si caricarono di tanti debiti per denari presi ad usura affin di far sì grossi acquisti, che gran tempo ne languì l'ordine loro. Da molti fu quella sentenza tenuta per giustissima. Ma non si potè levar di capo ai più di que' tempi (e lo confessa il Villani[749] con altri Italiani, e sopra ciò s'è veduto anche ai dì nostri un libro di autore franzese) che quella non fosse un'iniqua invenzione di Filippo il Bello re di Francia per arricchirsi colle spoglie loro, siccome dianzi avea fatto delle tante ricchezze degli Ebrei che egli scacciò dal regno suo. Dicevano essi che non ci voleva molto ai re il far comparire con dei processi e tormenti colpevole chi era in loro disgrazia, o per vendicarsi di loro o per assorbire i loro beni; e che se fosse toccato al re Filippo di formar anche il processo a papa Bonifazio, egli sarebbe apparuto simile ai Templari, quando pure ognun sapeva essere false le imputazioni a lui date dal medesimo re. Noto è altresì che il gran maestro e tanti altri cavalieri del Tempio bruciati vivi, o in altra guisa giustiziati, protestaronsi sempre innocenti de' falli loro apposti, e però da molti furono creduti martiri della cupidigia di quel re, principe diffamato per altri suoi gravi eccessi. Il perchè le disavventure occorse a lui, e la mancanza della sua linea furono attribuite dagli speculativi de' giudizii di Dio a questi ed altri atti della prepotenza sua. Guglielmo Ventura[750] scrittore contemporaneo, santo Antonino[751] ed altri son da vedere intorno a questo argomento. Intanto a noi conviene il sospendere qui i giudizii nostri, lasciando a Dio solo, che non può ingannarsi, la cognizione della verità, bastando a noi d'avere inteso il fatto e le varie opinioni d'allora.