Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 26

Chapter 263,678 wordsPublic domain

[704] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[705] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCIV. Indizione II.

BENEDETTO XI papa 2. ALBERTO Austriaco re de' Romani 7.

I pensieri del buon _papa Benedetto XI_ miravano tutti alla pace. Non era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinali _Jacopo_ e _Pietro_ Colonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati, nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che riguardavano _Filippo re_ di Francia, con rimettere quel re e regno in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte; laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava dappertutto[707]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona fortuna il cardinal _Matteo Rosso_ degli Orsini, capo di gran fazione, per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colà _Niccolò da Prato_ cardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività, e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti[708]. Andò il cardinale, trovò il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace. Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai scritto perchè i Bolognesi venissero, e li rimandasse indietro; pure s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti, potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno: spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta, o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato ad alcune case il fuoco[709], e questo, non trovando chi corresse a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furono non solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.

Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papa _Benedetto XI_, imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del presente anno passò a miglior vita[710]. Intorno al giorno della sua morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato, assassinio, scrive che ne fu data la colpa a _Filippo il Bello_ re di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli ad esso re, rapportati dal Rinaldi[711]. Se pur ha fondamento la di lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani: cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza, giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia, per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità; Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che pochi anni sono che _Benedetto XIII_ sommo pontefice il registrò nel catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal canonico Antonio Scotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese di marzo del presente anno _Alberto Scotto_ signor di Piacenza[712], dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella, e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana, cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani, e _Galeazzo_ figliuolo di _Matteo Visconte_. Erano usciti anche i Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli, e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerio e la città di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto. Sotto colore di sostenerlo accorse colà _Giberto da Correggio_ signore di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero di mano all'armi, gridando _popolo, popolo,_ e bisognò che Giberto si affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi a bacchetta in quella città _Giovanni marchese_ di Monferrato[713]; e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si raccomandò a _Carlo II_ re di Napoli, e a _Filippo di Savoia_ principe della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri, nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio, correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii, col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso della Italia ne' secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui, per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò ne seguirono zuffe ed ammazzamenti[714]; ma, per interposizione di amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto Vicentino[715] scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona[716] nel dì 7 di marzo diede fine a' suoi giorni _Bartolommeo dalla Scala_ signor di quella città, e succedette a lui nel dominio _Alboino_ suo fratello.

NOTE:

[706] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 68. Dino Compagni, lib. 3.

[707] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.

[708] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.

[709] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[710] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[711] Raynald., in Annal. Eccles.

[712] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[713] Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCV. Indizione III.

CLEMENTE V papa 1. ALBERTO Austriaco re de' Romani 8.

Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi divisi in due fazioni[717]. Capo dell'una il _cardinal Matteo Rosso_ degli Orsini con _Francesco Gaetano_ nipote di papa Bonifazio VIII, guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria d'esso Bonifazio. Capo dell'altra il _cardinale Napoleone_ degli Orsini dal Monte col _cardinale Niccolò da Prato_, tutti e due parziali del re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese, opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziati _Carlo II re_ di Napoli e_ Filippo il Bello re_ di Francia[718], e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi. Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva. Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi[719], creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di lista _Bertrando del Gotto_, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello a _Jacopo_ e _Pietro dalla Colonna_; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersi in capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice, non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano: ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor fallo i cardinali[720]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome di _Clemente V_), furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica, e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente coronato, e servito da _Filippo re_ di Francia, da _Carlo di Valois_ e da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata, per la gran calca della gente, si rovesciò un muro in vicinanza del papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di lui fratello[721]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro dalla Colonna.

Nel mese d'aprile di quest'anno _Azzo VIII marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio[722], condusse in moglie _Beatrice_ figliuola di _Carlo II re_ di Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione. Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede[723]. Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi, e gran tumulto ne succedette[724]. La peggio toccò alle nobili famiglie de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione. Da lì a non molto si scoprì il disegno d'alcuni nobili, di deporre dalla signoria di Parma _Giberto da Correggio_, e fu detto che il marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio, giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto, che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti. Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano, tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna, dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'anno _Giovanni marchese_ di Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli[725]. Lasciò erede de' suoi Stati _Jolanta_, ossia _Violanta_ sua sorella, imperadrice di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. Ora _Manfredi marchese_ di Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura[726], per linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi di Monferrato, senza voler attendere il testamento di Giovanni, entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma, secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia e con _Filippone conte_ di Langusco, signore di Pavia. E si vede che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse anche a Costantinopoli, che _Margherita di Savoia_, rimasta vedova del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo, il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la falsità di questa gravidanza, il greco imperadore _Andronico_ _Comneno_ Paleologo e _Jolanta_ sua moglie, chiamata _Irene_ dai Greci, presero la risoluzione d'inviare in Italia il _principe_ _Teodoro_ lor secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua persona. Era in questi tempi[727] la città di Pistoia un buon nido de' Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi, tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egli _Roberto duca_ di Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata da _Giacomo re_ d'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vi stettero sotto più mesi; e benchè il _cardinal Napoleone_ e quello da Prato, siccome ghibellini, inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti[728], perchè lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.

NOTE:

[714] Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.

[715] Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.

[716] Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[717] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.

[718] Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[719] S. Antonin., P. III, tit. 21.

[720] Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.

[721] Westmon. flosc., Histor.

[722] Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

[723] Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.

[724] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[725] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[726] Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.

[727] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCVI. Indizione IV.

CLEMENTE V papa 2. ALBERTO Austriaco re de' Romani 9.