Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 25

Chapter 253,801 wordsPublic domain

In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri), e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino[686], questo, principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognato dal papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo. Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar di buon occhio _Alberto Austriaco_ re de' Romani, e a trovar buona l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo all'anno seguente.

In questo succedette la stravagante caduta di _Matteo Visconte_ da un alto in un miserabile stato[687]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente erano per lui i Parmigiani ed _Azzo marchese d'Este_, signor di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio contra di lui _Alberto Scotto_[688], perchè, avendo esso marchese Azzo destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla di lui rovina _Filippo conte_ di Langusco signor di Pavia, _Antonio da Fisiraga_ signor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia. Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia. Il peggio fu che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa forte lega[689]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina. Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato fuori. Inoltre _Corrado Rusca_ signor di Como, e genero d'esso Matteo, nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno, oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza, non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e caducità delle cose umane. _Galeazzo_ suo figliuolo fuggito a Bergamo, dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara con _Beatrice Estense_ sua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de' più gloriosi principi della casa Visconte, Entrarono in questo mentre i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo, e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani, Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi, Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte Bianca, cioè la ghibellina[690], i Fiorentini e Lucchesi con possente esercito si portarono allo assedio di quella città, guastando tutto il paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti furono condotti prigioni a Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobre _Federigo_ conte di Montefeltro, _Uguccion della Faggiuola_ cogli Aretini, e _Bernardino da Polenta coi Ravegnani_[691] fecero oste sopra Cesena, assediarono quella città, saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso fu il danno di quella città, e fu incolpato di tutto Mazzolino de' Mazzolini da Brescia lor podestà. Era in questi tempi governatore della Romagna _Rinaldo vescovo_ di Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì, gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città, un dì levarono rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte d'Italia.

NOTE:

[681] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[682] Continuator Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. eod.

[683] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.

[684] Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.

[685] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.

[686] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[687] Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.

[688] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[689] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[690] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.

Anno di CRISTO MCCCIII. Indizione I.

BENEDETTO XI papa 1. ALBERTO Austriaco re de' Romani 6.

Sempre più s'andava inasprendo la nemicizia fra _papa Bonifazio VIII_ e _Filippo il Bello_ re di Francia, principe che quantunque Dio l'avesse flagellato in questi tempi con delle vergognose rotte date alle armate sue dai Fiamminghi, pure più fiero diveniva ed altero. Si fortificò il pontefice in Germania contra gli attentati di questo re, con tirar dalla sua _Alberto re de' Romani_, e riconoscer ora per bella e buona la di lui elezione. Gli atti di questa riconciliazione, e della confermazione a lui data dal papa, son riferiti dal Rinaldi[692]. E tutto fatto per muovere l'armi di esso Alberto contra del re di Francia. Servì questo per maggiormente accendere lo sdegno del re Filippo, il quale, per far dispetto al papa, e non già perchè sia credibile ch'egli ciò credesse daddovero, pubblicò ventinove capi d'accusa contra di lui, la maggior parte calunnie patenti, e prive d'ogni colore di verisimiglianza, non che di verità. Cioè ch'egli non credea l'immortalità dell'anima, la real presenza del Signore nell'ostia consecrata, la fornicazione peccato; ch'egli era stregone, simoniaco, eretico, con altre simili nefande imputazioni, rimettendosi a provar tutto nel concilio generale, a cui egli appellava. Commosso da sì orrendo procedere papa Bonifazio, fulminò contra di Filippo le censure, dichiarò nulli tutti i suoi atti fatti e da farsi, assolvè i sudditi dal giuramento di fedeltà, con pretendere ancora dipendente nel temporale il regno di Francia dall'autorità e superiorità dei romani pontefici. Intanto il re Filippo, spirando solamente vendetta, spedì segretamente in Italia nel mese di marzo di questo anno Guglielmo da Nogareto suo emissario, uomo di sottilissimo ingegno e di forte stomaco, con un Fiorentino appellato messer Musciatto de' Franzesi, e con buone lettere di cambio. Fermatosi costui ad un castello d'esso Musciatto, si diede a far gente, e a spendere largamente danari e promesse, con inviar messi e lettere per corrompere i nobili della Campania romana e i cittadini d'Anagni. Allorchè fu all'ordine tutto il trattato, di cui non traspirò mai agli orecchi del papa alcun menomo avviso, trovandosi il medesimo pontefice senza sospetto in essa città d'Anagni co' suoi cardinali e con tutta la sua corte, una mattina per tempo nel dì 7 di settembre all'improvviso entrarono in quella città Guglielmo di Nogareto, Sciarra dalla Colonna, i nobili da Ceccano e da Supino, ed altri baroni, con trecento cavalieri e molta fanteria, e colle insegne del re di Francia, cominciando a gridare: _Viva il re di Francia. Muoia papa Bonifazio_. Anche il popolo d'Anagni, ingrato a tanti benefizii ricevuti dal papa, si unì con loro, e fu anche detto che alcuni dei cardinali fossero mischiati nel medesimo trattato, e fra gli altri il _cardinal Napoleone degli Orsini_[693]. Certo è ch'essi cardinali se ne fuggirono, o si nascosero tutti, lasciando il papa assediato nel suo palazzo. Fece la famiglia sua quella resistenza che potè; ma infine il palazzo fu preso. Allora il papa, tenendosi per morto, volle almen prepararvisi con magnanimità, e, fattosi abbigliare cogli abiti pontificii, colla sacra tiara in capo e colla croce in mano, assiso in una sedia stette aspettando i nemici. Dicono che Guglielmo da Nogareto gli dicesse d'essere venuto non per torgli la vita, ma per condurlo a Lione, dove si terrebbe un concilio generale, e che egli risponderebbe alle accuse pubblicate contra di lui. Certo è che Sciarra dalla Colonna il caricò di villanie e d'obbrobrii, ed anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò fermo in voler piuttosto morire che cedere. In così misero stato fu ritenuto per tre dì sotto buona guardia il pontefice, senza che volesse indursi a prendere cibo: tale e tanto era il suo sdegno mischiato col timore e colla sua confusione. Fors'anche dovea temer di veleno. Intanto fu dato il sacco al palazzo e agl'immensi tesori ed arredi del papa. Dopo i tre giorni il _cardinal Luca del Fiesco_, commiserando le disavventure e la prigionia del pontefice, tanto s'ingegnò, che mosse a rumore il popolo di Anagni, il quale cominciò con alte voci a gridare: _Viva il papa, e muoiano i traditori_. Allora fu che Sciarra, andato al papa gli parlò con riverenti e dolci parole, esibendogli la libertà, se pur voleva concedergli l'assoluzion dei misfatti, con altre richieste che non si sanno. Tutto gli accordò Bonifazio; e però, usciti della città quei masnadieri, restò libero. Non si è mai potuto intendere perchè costoro tenessero per tanto tempo in quell'agonia il misero pontefice. Se pensavano di condurlo vivo e sano a Lione, non dovevano tardar tanto a metterlo in viaggio, e poteano a man salva farlo sulle prime. Nè si capisce perchè papa Bonifazio, personaggio sì accorto, se voleano promesse, ed anche rinunzie, a tutto non condiscendesse; giacchè non sarebbe egli stato tenuto ad obbligazioni contratte con tanta e così empia violenza.

Comunque sia, Dio non permise che costoro facessero di peggio; e Bonifazio, rimesso in libertà, si affrettò per ritornarsene a Roma, dove giunse, incontrato con indicibil concorso e plauso del popolo romano[694]. Ma che? Sopravvisse ben egli parecchi giorni ancora, ma colla mente sconvolta, parendogli sempre di aver presenti uomini armati che gli volessero levar la vita, e agitato dai fantasmi degli obbrobrii ed oltraggi patiti, tanto più sensibili a lui, quanto che, per confessione di tutti, fu il più superbo uomo del mondo, e maggiormente per l'esecrabile affronto in lui fatto al tanto venerabil carattere di vicario di Cristo, e di capo visibile della Chiesa militante. Meditava egli bensì delle strepitose vendette e un concilio generale, per quivi esporre l'ingiuria ridondante sulla Chiesa tutta; ma, non reggendo allo sdegno ed al dolore, per cui s'infermò, fuori di sè spirò l'anima nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente. Racconta qui Ferreto Vicentino[695], autore vivuto in questi tempi, delle particolarità taciute dagli altri, le quali non mantengo per vere, ma che tuttavia non han ciera di favole, e forse furono soppresse da altri per non dispiacere a chi tradì lo stesso pontefice. Narra egli adunque che uscirono ad incontrare il papa con una frotta d'armati due dei cardinali Orsini, _Matteo Rosso_ e _Jacopo_, e il condussero a dirittura al palazzo del Vaticano. A me è noto che allora nella casa degli Orsini fiorivano due cardinali. Napoleone e Matteo Rosso. Nulla so di un Jacopo. Il Ciacconio v'aggiugne il terzo, cioè _Francesco_ cardinale Orsino, creato da papa Bonifazio. E Dino Compagni[696] anch'egli il chiama degli Orsini. Probabilmente parla Ferreto del cardinal _Jacopo Gaetano_ de' Stefaneschi, nipote degli Orsini, che ci diede la Vita di san Celestino V. Ora il papa, che s'era mezzo accorto dell'avere il suddetto cardinal Napoleone, e, per attestato del suddetto Dino Compagni, anche il cardinal Francesco avuta mano nella trama suddetta, con volto torvo cominciò a guatar gli Orsini. Perciò questi, guadagnate le guardie pontificie, cominciarono a tenerlo stretto: laonde Bonifazio determinò di levarsi dal Vaticano, per passare al palazzo del Laterano, credendosi in questa maniera sottrarsi alla potenza e alle frodi degli Orsini. Ciò risaputo, Matteo cardinale con altri suoi partigiani fu a pregarlo di non muoversi, col pretesto di nuovi pericoli dalla parte del re di Francia; e trovatolo fermo nel suo proposito, gl'intonò a visiera calata che non ne partirebbe, e che essi non voleano vedere de' nuovi scandali. Allora il papa diede in escandescenze; e tentando pure di voler eseguire il suo disegno, fu con buona copia di guardie rinserrato nella sua camera, facendosi intanto correre voce, come è credibile, che ciò si facea perchè il papa era fuor di cervello per la passata orrenda burrasca. Infine, chiedendo egli, se era prigione, gli fu risposto di sì; e che, se avea fatto finora a modo suo, da lì innanzi vivrebbe a modo altrui. A queste intimazioni si accorò l'infelice pontefice, diede nelle smanie, non volle più cibarsi, non potè più prendere sonno, ma furioso diede poi termine alla sua vita una notte, senza che se ne accorgessero i cortigiani suoi. Anche la Cronica di Parma[697] attesta questa nuova prigionia del pontefice. Ma forse procedette ciò dalla prudenza di quei cardinali in vedere il misero pontefice fuor di senno e nelle furie; laonde fu creduto necessario il tenerlo stretto, perchè non ne seguissero altre scandalose novità. E tal fu il fine di papa Bonifazio VIII, personaggio che nella grandezza dell'animo, nella magnificenza, nella facondia ed accortezza, e nel promuovere gli uomini degni alle cariche, e nella perizia delle leggi e dei canoni ebbe pochi pari; ma perchè mancante di quell'umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a chi esercita le veci di Cristo, maestro d'ogni virtù, e soprattutto di questa; e perchè pieno d'albagia e di fasto, fu amato da pochi, odiato da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò indietro diligenza alcuna per ingrandire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori, ed anche per vie poco lodevoli. Fu uomo pieno d'idee mondane, nemico implacabile de' Ghibellini, e li perseguitò per quanto potè; ed essi, in ricompensa, ne dissero quanto male mai seppero, e il cacciarono ne' più profondi buroni dell'inferno, come si vede nel poema di Dante[698]. Benvenuto da Imola parte il lodò[699], parte il biasimò, conchiudendo in fine ch'egli era _un magnanimo peccatore_; e divolgarono, aver _papa Celestino V_ detto che egli entrerebbe nel pontificato qual volpe, regnerebbe come lione, morrebbe come cane. Verisimilmente quel santo uomo non proferì mai queste parole. Piuttosto le inventarono i suoi malevoli, autorizzandole poi col metterle in bocca di un santo. Il frutto di chi non sa farsi amare è quello di farsi almeno lacerare, se non succede di peggio. Radunatisi alcuni giorni dopo la morte e sepoltura di papa Bonifazio i cardinali nel conclave, diedero da lì a poco, cioè nel dì 22 d'ottobre, per successore ad un papa mondano, turbolento e iracondo, un papa santo e pacifico[700]; cioè _Niccolò dell'ordine de' Predicatori_, cardinale e vescovo di Ostia, bassamente nato nel territorio di Trivigi, ma per le insigni sue virtù alzato ai primi onori, e dignissimo di sedere nella cattedra di san Pietro. Prese egli il nome di _Benedetto XI_, e fu coronato nella festa d'Ognissanti. Si trovò a quella funzione _Carlo II_ re di Napoli con _Roberto duca_ di Calabria e _Filippo principe_ di Taranto suoi figliuoli, essendovi egli accorso con molte milizie per assicurare la quiete di Roma. Fu detto che papa Bonifazio, perchè questo re gli avea negato l'aiuto dell'armi contra del re di Francia, se fosse vivuto, gli avrebbe fatto gran male; e che già se la intendeva per questo con _don Federigo_ re di Sicilia: dal che nondimeno esso don Federigo si mostrò alieno, e venne solamente con delle navi ad Ostia per dar soccorso al pontefice nelle ultime sue sciagure.

Tentò in quest'anno _Matteo Visconte_ di ritornar in Milano, e fece de' negoziati con _Alberto Scotto_ signore di Piacenza[701], quel medesimo che l'avea poco anzi tradito. Era lo Scotto uomo volubile, e forse mal soddisfatto de' Torriani, laonde infatti s'accordò col Visconte. Ritiratosi dunque dalla lega suddetta, uscì in campagna nel mese d'ottobre, menando un grosso esercito unito cogli Alessandrini e Tortonesi, affine di ricondurre Matteo col figliuolo Galeazzo in Milano. Fu secondato ancora dai Parmigiani, i quali inviarono gente a far le guardie a Piacenza. Dal canto loro si mossero ancora i Veronesi e Mantovani in favore del Visconte. Ma i Torriani coi Milanesi, Bergamaschi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Cremaschi, Pavesi, Vercellini e Novaresi, potentemente anche essi fecero oste per impedire i tentativi de' nemici[702]; e venne in persona _Giovanni marchese_ di Monferrato a Milano, siccome antico nemico de' Visconti, per contrastar loro ogni avanzamento. Per così gagliarda opposizione nulla potè fare Alberto Scotto; e Matteo Visconte, che si era impadronito di Bellinzona, Lugano, Varese e del Borgo di Vico, e teneva come assediata la città di Como, al vedere che si facea un gran preparamento di armi per isnidarlo da que' paesi, si ritirò anch'egli, e venne ad assicurarsi in Piacenza. Negli anni addietro la città di Brescia[703] si trovava in somma disunione per varie fazioni interne e per li Ghibellini fuorusciti. Nel marzo dell'anno 1298 presero que' cittadini il salutevol consiglio di riunirsi, e di richiamare in città i nobili sbanditi. Il che fatto, per ischivar le preminenze e gare nel governo, costituirono per loro governatore _Bernardo de' Maggi_ vescovo della città per cinque anni avvenire. Terminava in questo anno la giurisdizione sua; ma avendo egli assaggiato il dolce del comando, e volendo continuar nella signoria, perchè se gli opponeva Tebaldo de' Brusati, uno de' più potenti nobili, guelfo di professione, coll'adoperar la forza, il cacciò in esilio con altre nobili famiglie, e massimamente i Griffi, Gonfalonieri ed Ugoni. Questo Tebaldo fu poi nell'anno seguente mandato[704] per conte ossia governator della Romagna da _papa Benedetto XI_. Anche in Parma[705] fu proposto di rimettere in città tutti gli usciti, cioè la parte del vescovo. _Ghiberto da Correggio_ quegli era che più degli altri si sbracciava per questa pace. Non mancavano contradditori, e si fu alla vigilia d'una battaglia fra loro; ma, per cura di _Cavalcabò marchese_ di Viadana e d'altri Cremonesi, cessò l'animosità e il rumore, e finalmente, accettata la concordia, nella festa di san Jacopo di luglio rientrarono in Parma tutti gli usciti con ghirlande in capo, e non ne seguì contrasto alcuno. Si venne allora a conoscere il perchè Giberto da Correggio si fosse cotanto scaldalo per questa concordia. Dopo la nona del giorno stesso i medesimi usciti già guadagnati, unitisi cogli amici e fautori d'esso Giberto, cominciarono con alte voci a gridare: _Viva, viva il signor Giberto_. Tumultuariamente per questo si tenne consiglio, e in esso fu data al medesimo Giberto la signoria della città. Fecesi in quest'anno sentire un fiero tremuoto nella marca d'Ancona, nella Romagna, in Venezia e Schiavonia, per cui spezialmente in Fano e Sinigaglia caddero a terra molte torri e case. In Firenze[706], per la prepotenza di Corso Donati, capo della parte nera, cioè guelfa, si venne a tal rottura fra i cittadini, che era per succederne lo sterminio della città, se non accorrevano i Lucchesi con grosso nerbo di cavalleria e fanteria per mettere pace. Loro fu conceduta per questo molta balia, ed essi pubblicarono varii bandi, tanto che si quetò la terra per allora.

NOTE:

[691] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[692] Raynaldus, in Annal. Eccles. Annal. Colm.

[693] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[694] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[695] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.

[696] Dino Compagni, lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.

[697] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[698] Nell'Inferno.

[699] Benevenutus de Imola, Comment. in Dant.

[700] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 66. Ptolomaeus Lucensis, Histor. Bernardus Guido, et alii.

[701] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[702] Corio, Istor. di Milano.

[703] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.