Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 24
Celebre fu l'anno presente per quello che noi chiamiamo ora giubileo universale, inventato e celebrato per la prima volta da papa _Bonifazio VIII_. S'era sparsa una voce in Roma, dilatata poi per gli altri paesi, che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le chiese romane nell'ultimo anno di ogni secolo[652]. Se ne cercarono i fondamenti, ma senza trovarne vestigio; nè si andò allora a pescarli nel Testamento vecchio, nè saltò fuori in que' tempi il nome di giubileo. Nel gennaio e febbraio si vide un prodigioso concorso di pellegrini in Roma; e ciò diede allora motivo a papa Bonifazio di formare una bolla, con cui concedeva indulgenza plenaria a chiunque visitasse in quell'anno le chiese di Roma ogni dì una volta nello spazio di quindici giorni per li forestieri, e di trenta per li Romani. E questo per soddisfare alla divozion dei popoli, divozione che tornava anche in sommo profitto del papa a cagion delle grandi limosine che spontaneamente si faceano dai pellegrini alle chiese, e andavano in borsa del papa[653]; siccome ancora del guadagno che ne ridondava ai Romani, i quali esitavano molto vantaggiosamente le lor grazie. Fin qui le indulgenze plenarie erano cose rare, nè si soleano guadagnare, se non nell'occasion delle crociate. Aperta questa maggior facilità di conseguirle, senza mettere a rischio la vita propria, senza viaggi lontanissimi e pericolosi, non si può dire che folla di gente da tutte le parti della cristianità concorresse nell'anno presente. Pareva una continua processione, anzi un esercito in marcia per tutte le vie maestre d'Italia; e Giovanni Villani, che andò per tale occasione a Roma, ci assicura che quasi non v'era giorno, in cui non si contassero in quell'alma città ducento mila forestieri, d'ogni sesso ed età, venuti a quella divozione. Ed in questo anno appunto diede esso Villani principio alla sua stimatissima Cronica. La pace fu quasi universale per l'Italia, grande l'abbondanza de' viveri in questo anno; e però dappertutto si viaggiava con sicurezza, e nulla mancava ai viandanti che aveano da potere spendere. Guglielmo Ventura, autore della Cronica di Asti[654], il quale si portò anch'egli a guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto essersi fatto il conto che ben due milioni di persone concorsero in quest'anno a Roma; e tanta essere stata la folla, che vide più volte uomini e donne conculcate sotto i piedi degli altri, ed essersi egli trovato in quel pericolo. Attesta anch'egli che abbondanza di pane, vino, carni, pesci e vena si trovò in Roma; carissimo era il fieno, carissimi gli alberghi. Poscia aggiugne: _Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem recepit, quia die ac nocte duo clerici stabant ad altare sancti Pauli, tenentes in eorum manibus rastellos, rastellantes pecuniam infinitam_. Fu istituita questa indulgenza per ogni centesimo anno da papa Bonifazio; ma i successori, per soddisfare alla divozion dei popoli, e al guadagno ancora de' Romani, fecero in ciò delle mutazioni, con istabilirla in fine ad ogni venticinque anni, come è oggidì.
In quanto alla guerra di Sicilia, quattrocento e più uomini d'armi furono spediti da' Fiorentini in rinforzo di _Roberto duca_ di Calabria, e n'era capitano Rinieri de' Buondelmonti. Racconta Niccolò Speciale[655] che questi Toscani, arrivati a Catania, dove esso duca soggiornava, facevano dappertutto i tagliacantoni, vantandosi spezialmente di voler condurre in quella città prigione il generale dei Siciliani Blasco da Alagona. Ma che queste smargiassate andarono a finire in nulla; laonde derisi non men dai Franzesi che da' Siciliani, non passò il mese d'agosto che si dispersero, disertando la maggior parte. Toccò in questo anno una maledetta percossa ai Siciliani. Uscirono essi in corso colla lor flotta di ventisette galee comandata da Corrado Doria, per bottinare nelle riviere del regno di Napoli[656]. Giunsero baldanzosi sino all'isola di Ponza. _Ruggieri di Loria_, che era ito a Napoli per menare dei nuovi sussidii di gente e di legni al duca di Calabria in Sicilia, mise anch'egli in punto la sua flotta, con cui per buona ventura capitate sette galee genovesi de' Grimaldi nemici dei Doria, si vennero ad unire. Andò poscia in traccia dell'armata siciliana, la quale, contuttochè sapesse venire un sì prode ammiraglio con quarantotto galee, invece di ritirarsi, volle piuttosto azzardare una battaglia. Fu questa sanguinosa nel dì 14 di giugno, e, secondo il costume, i più vinsero i meno. Sette sole galee de' Siciliani scamparono; le altre tutte coll'ammiraglio Doria, Giovanni di Chiaramonte ed altri nobili, oltre ad una gran ciurma, vennero in potere di Ruggieri. Passato esso Ruggieri in Sicilia, seguirono varii altri fatti ora prosperi, ora contrarii. Roberto duca di Calabria assediò strettamente per mare Messina, di modo che quella città s'era omai ridotta per la mancanza de' viveri agli estremi. S'aggiunse a questo malore de' Messinesi l'altro dell'epidemia, che facea molta strage; eppure quel popolo piuttosto elesse, se occorreva, di perdere quante vite aveano, che darsi ai Franzesi: tanto era in orrore il loro nome in quelle contrade. _Don Federigo_, principe d'incredibil coraggio e senno, non mancò di portar più volte in persona all'afflitta città soccorso di vettovaglie, e di asportarne i poveri, ridotti in pelle ed ossa: finchè, entrata l'epidemia anche nell'armata del duca Roberto, si sciolse l'assedio. Allora fu che la duchessa _Violanta_, moglie d'esso duca e sorella di don Federigo, cominciò a trattare di tregua; e questa fu conchiusa per sei mesi, e nel lido di Siracusa si abboccarono il duca e don Federigo. Poscia Roberto, lasciata la moglie in Catania, passò a Napoli per ragguagliare il padre dello stato delle cose, e delle maniere di vincere la Sicilia.
Tutta fu nell'anno presente in festa la Lombardia per le soprammodo magnifiche nozze di _Beatrice_ Estense, sorella di _Azzo VIII_ marchese d'Este e signor di Ferrara, Modena e Reggio, e vedova del _conte Nino_ de' Visconti di Pisa, signore di Gallura, cioè della quarta parte della Sardegna, con _Galeazzo_ primogenito di _Matteo Visconte_ signor di Milano[657]. Certo è che nella festa di san Giovanni Batista di giugno dell'anno presente furono esse solennizzate in Modena, con avere il marchese fatto cavaliere esso Galeazzo Visconte; e però si riconosce sconvolta di un anno la cronologia di Galvano Fiamma[658] e degli Annali Milanesi[659], che ciò riferiscono all'anno precedente. Concordano tutti gli scrittori che straordinaria fu la magnificenza di tali nozze: sì grandi furono gli apparati, i conviti, le giostre, gli spettacoli, il concorso degli ambasciatori e della nobiltà di tutte le città di Lombardia e marca d'Ancona. Nè solo in Modena, ma anche in Parma, e massimamente in Milano, si replicarono gli addobbi, le feste e i bagordi con tale suntuosità, che memoria non v'era d'una somigliante in Italia, e neppur ne' regni vicini. Vennero in questo anno alle mani in Pavia la fazione di _Filippo conte_ di Langusco, appellato anche _Filippone_, e quella di Manfredi da Beccheria, e ne seguirono ammazzamenti, ruberie e prigioni[660]. Restò al di sotto Manfredi, e gli convenne andarsene ramingo, e il conte rimase signore della città. Matteo Visconte, volpe vecchia, si mischiò in questa discordia sotto colore di maneggiar l'accordo, e favorì il conte, al cui figliuolo ancora promise in moglie una sua figliuola; ma, scopertosi poi che Matteo sotto mano amoreggiava Pavia, si sciolse fra loro la amicizia, divenendo nemici giurati da lì innanzi. In quest'anno nel dì 25 di maggio[661], _Federigo conte_ di Montelfetro, figliuolo del fu _conte Guido, Uberto dei Malatesti_ e _Uguccione dalla Faggiuola_, allora podestà di Gubbio, di concordia scacciarono da quella città la parte guelfa. Avendo questa fatto ricorso a papa _Bonifazio VIII_, venne tosto ordine al _cardinal Napoleone_ degli Orsini, governatore del ducato di Spoleti, di assediar Gubbio. Fu eseguito il comandamento, e nel dì 25 di giugno, coll'aiuto de' Perugini, vi rientrarono i Guelfi, scacciandone i Ghibellini, e commettendo assaissimi saccheggi ed uccisioni[662].
Mandò nel mese di ottobre il papa per governatore della Romagna il _cardinal Matteo_ d'Acquasparta: nel qual tempo Forlì, Faenza, Cesena ed Imola erano disubbidienti alla Chiesa. Cominciò egli con buona maniera a pacificar queste città. Ma in questi tempi fece gran progressi nella Toscana il veleno della discordia. Riferisce Giovanni Villani all'anno presente il principio delle rivoluzioni di Pistoia: Tolomeo da Lucca[663] le fa cominciate molto prima. In quella città si divise in due fazioni la potente famiglia de' Cancellieri, a cagion di brighe sopravvenute fra loro, e ne seguì un funesto sconvolgimento de' cittadini per le parzialità, con battaglie ed ammazzamenti. I Fiorentini, a' quali premeva che quella città stesse ferma nel partito guelfo, s'interposero allora con forza, e operarono che i principali tanto della parte Bianca come della Nera fossero mandati ai confini. I più si ridussero a Firenze, cioè i Neri in casa de' Frescobaldi, i Bianchi in quella de' Cerchi, tutte e due ricche e possenti famiglie. Era Firenze in questi tempi in alto stato, morbida per la gran popolazione, e più per le ricchezze. Descrive il Villani le delizie e sollazzi[664] che si praticavano allora in quella città; ma giacchè non aveano ora que' cittadini da spendere i lor pensieri intorno alla guerra, perchè si trovavano in pace co' vicini, cominciarono a gareggiare e riottar fra loro a cagione de' Pistoiesi, con prendere gli uni a favorire i Neri, e gli altri a proteggere i Bianchi. Perciò quasi tutte le famiglie fiorentine de' grandi s'impegnarono in queste scomunicate brighe. Capo della setta de' Neri fu Corso de' Donati, e Vieri de' Cerchi, capo dell'opposto, venendo perciò a dividersi tutta la città di Firenze. Nè si stette molto a prorompere in contese, zuffe ed amarezze mortali. Papa Bonifazio, avvertito di questo detestabil disordine, e pregato di rimedio, spedì colà il suddetto cardinal Matteo d'Acquasparta, uomo savio, con ordine di riformare la terra. Venne ben egli, e fece quanto potè; ma ritrovò tali durezze nelle teste ambiziose della parte Bianca, padrona allora del governo, che gli convenne tornarsene a Roma, con lasciar la città peggio che prima sconvolta: incendio che divampò dipoi in aperte sedizioni e scandali più gravi.
NOTE:
[652] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[653] Giovanni Villani, lib. 38, cap. 6.
[654] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[655] Nicolaus Specialis, lib. 5, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.
[656] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[657] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[658] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 338.
[659] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[660] Corio, Istor. di Milano.
[661] Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.
[662] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 43.
[663] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCI. Indizione XIV.
BONIFAZIO VIII papa 8, ALBERTO Austriaco re de' Romani 4.
Grandi erano in questi tempi le applicazioni di _papa Bonifazio_ per dar legge a tutti i principi della cristianità[665]. Voleva regolare a talento suo la succession del regno d'Ungheria; era dietro a detronizzare _Alberto Austriaco_ re de' Romani, trattandolo come reo di lesa maestà; ma egli si seppe ben difendere, ed atterrò chi era mosso dal papa contra di lui. Avea anche liti esso pontefice con _Filippo il Bello_ re di Francia, il quale, senza riguardo alcuno, opprimea le chiese e gli ecclesiastici del suo regno. Meditava inoltre esso pontefice la conquista dell'imperio greco. Ma, per tralasciar altre sue idee, il principal suo pensiero era quello di levar la Sicilia a _don Federigo_. A questo fine tornò a sollecitare _Giacomo re_ d'Aragona ed altri principi e le città d'Italia, concedendo liberamente le decime degli ecclesiastici da impiegarsi in questa santa impresa. Soprattutto immaginò egli di poter fare un bel colpo con far venire in Italia _Carlo di Valois_, fratello del re di Francia, il quale non so perchè venga chiamato da varii scrittori _Carlo senza terra_, quando egli era conte d'Angiò, ed è anche chiamato _Guercio_ nella Cronica di Cesena[666]. Gli diede Bonifazio speranza di crearlo re de' Romani dopo la deposizione dell'odiato re Alberto, e di mandarlo a prendere il possesso dello impero greco, giacchè egli, con avere sposata _Caterina di Courtenai_, nipote di _Baldovino imperadore_, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, nudriva delle magre pretensioni su quelle contrade. Il disegno primario nondimeno del papa era di spignere questo principe contra della Sicilia, giacchè il _re Carlo II_ gli parea un dappoco, e non atto a ricuperar quel regno. Calò dunque in Italia Carlo di Valois, accompagnato da un corpo di soldatesche franzesi, per effettuare i grandiosi disegni del papa, e per essere il suo braccio destro, massimamente in Italia. Grande onore e bei regali gli fece il _marchese Azzo d'Este_ nel suo passaggio per Modena[667], e gli prestò assai danaro. Ito ad Anagni a baciar i piedi al papa, fu da lui creato conte di Romagna, capitano del Patrimonio e signore della marca d'Ancona[668]. La prima incumbenza che gli diede il papa, fu quella di passare a Firenze col titolo di paciere, per dar sesto a quella disunita e fluttuante città. Il servì di proposito questo principe[669]. Entrò egli in Firenze nella festa d'Ognissanti, ricevuto con grande onore, ma non senza grave sospetto della parte Bianca. Dimandò e volle la signoria e guardia della città, giurando di mantenerla in pacifico e buono stato. Ma nulla attenne di quanto avea promesso. Lasciò entrare in città Corso Donati con tutti gli sbanditi, con gran copia di ribaldi, che fecero per cinque dì ruberie immense ed incendii nella città e nel contado. Poscia atterrò la parte Bianca dominante, e diede il governo alla Nera. Venne appresso nel novembre stesso a Firenze il cardinal _Matteo d'Acquasparta_ legato del papa, per rimediare a tanta confusione, e fece far molte paci; ma volendo ancora accomunar gli uffizii colla parte Bianca, i Neri, che erano saliti in alto, e sostenuti da esso principe Carlo, non vollero udirne parola; di modo che il legato con isdegno si partì, lasciando la città interdetta e in istato assai compassionevole. Questo fu il primo bel servigio prestato da Carlo di Valois alle intenzioni, che parvero buone, di papa Bonifazio, ma non parvero così a Giovanni Villani[670], il quale attribuisce tutti questi mali allo sdegno di lui contra de' Cerchi e della parte Bianca. E Ferreto Vicentino[671] ci vorrebbe far credere che il papa fosse dietro ad insignorirsi della Toscana. Nel maggio di quest'anno la parte bianca di Pistoia coll'aiuto de' Bianchi, allora dominanti in Firenze, cacciò fuori della città i Neri, e disfece barbaramente tutte le lor case, palagi e possessioni. Tutta questa tragedia è diffusamente descritta da Dino Compagni, autor contemporaneo, nella sua Cronica. Passarono i Neri la maggior parte a Lucca, e servirono di un gran rinforzo alla parte nera, cioè guelfa di quella città; la quale, venuta all'armi, ne cacciò la parte ghibellina, cioè gl'Interminelli e i loro seguaci, e vi arsero più di cento case[672]. Così le maledette sette si andavano dilatando per tutta la Toscana. Risvegliossi di nuovo in Bergamo la gara delle fazioni di quella città, cioè tra i Coleoni, Soardi, Bongi e Rivoli, e si venne fra loro alle mani. Spedirono i Coleoni e Soardi a Milano con istanza, perchè _Matteo Visconte_ corresse colà, promettendogli il dominio di quella città. Non si fece egli pregare. L'arrivo suo con gente armata mise in fuga i Bongi e i loro aderenti, ed allora fu data ad esso Visconte la signoria di Bergamo. Ci fa sapere la Cronica di Parma[673] che quella città fu presa da Galeazzo, figliuolo di Matteo colla forza, e che le case dei Bongi e Rivoli e de' lor partigiani, dopo il sacco, furono date alle fiamme. Nel mese di marzo di quest'anno _Giovanni marchese di Monferrato_ cogli Avvocati, famiglia potente di Vercelli[674], cacciò fuori di quella città la parte de' Tizzoni, i quali si rifugiarono in Milano, giacchè durava la guerra fra Matteo Visconte e il suddetto marchese, collegato con _Filippo conte_ di Langusco signor di Pavia, e coi Novaresi e Vercellini. In quest'anno i Bolognesi, per tema del marchese Azzo d'Este, che facea grande armamento[675], stabilirono lega coi comuni d'Imola, Faenza, Forlì e Pistoia, e coi Bianchi fuorusciti di Firenze. Costituirono loro capitan generale Salinguerra, siccome gran nemico della casa d'Este. Scrivono gli storici napoletani[676] che in questo anno venne a morte _Carlo Martello_, primogenito di _Carlo II_ re di Napoli, già dichiarato re d'Ungheria, con dire eziandio ch'egli era andato in quel regno, vivente ancora il re Andrea. Egli lasciò dopo di sè un figliuolo, dicono appellato Cariberto, quasi Carlo Roberto, ma chiamato Carlo Uberto da Ferreto Vicentino, il qual poi fu solamente appellato Carlo, ed entrò finalmente in possesso del regno d'Ungheria, con propagar la linea di quei re della casa reale di Francia. Il Rinaldi, all'incontro, insegna[677] che questo principe mancò di vita nell'anno 1295. Il Bonfini[678] lascia imbrogliato questo punto. Per me credo che deggia prevalere la sentenza di Rinaldi, e che gli scrittori moderni abbiano preso equivoco nel nome di Carlo, comune al Martello padre e al figliuolo. L'autore anonimo, ma contemporaneo, della Cronica di Parma chiaramente scrive al suddetto anno 1295[679]: _Eodem anno dominus Carolus rex Hungariae, et uxor ejus in civitate Neapoli obierunt, et dictum fuit, quod erant tossicati_. Il sospetto di questo veleno andò addosso a Roberto duca di Calabria, secondogenito del re Carlo II e suo fratello, per isregolata voglia di succeder egli al padre nel regno di Napoli. Essendo morto Andrea re d'Ungheria senza figliuoli, nacque nell'anno presente controversia per la succession di quel regno. _Vincislao re_ di Boemia fece coronare re d'Ungheria Vincislao suo figliuolo; ma un'altra parte de' principi tenne per _Carlo_, figliuolo del re Carlo Martello. _Regem Carolum filium Caroli Martelli nati de Ungara, similiter coronari procuravit_: sono parole di Tolomeo da Lucca[680], scrittor di questi tempi. Ed appunto questo Carlo, e non già suo padre Carlo Martello, quegli fu che, assistito dal papa e dai Cumani e Tartari, arrivò ad essere re d'Ungheria. Mandò nell'anno presente Carlo di Valois per suo vicario nella Romagna _Jacopo Pagano_ vescovo di Rieti[681], il qual poscia per li suoi cattivi portamenti fu privato del vescovato da papa Bonifazio, e da lì a non molto vergognosamente terminò i suoi giorni nella corte di Roma. Anche _Alberto dalla Scala_ signor di Verona mancò di vita in quest'anno, e succedette a lui nel dominio di quella città _Bartolommeo_ suo primogenito[682] che per due anni e mezzo in molta grazia di quel popolo tenne il governo.
NOTE:
[664] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 38.
[665] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[666] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[667] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[668] Ptolom. Lucens., Annal. brev. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[669] Dino Compagni, lib. 2, tom. eod.
[670] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 48.
[671] Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[672] Ptolom. Lucens., Annal. brev.
[673] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[674] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[675] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[676] Costan. Summonte, et alii.
[677] Raynaldus, Annal. Eccles., ad annum 1295.
[678] Bonfin., de Reb. Hungaric.
[679] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[680] Ptolom. Lucens., Annal. Brev.
Anno di CRISTO MCCCII. Indizione XV.
BONIFAZIO VIII papa 9. ALBERTO Austriaco re de' Romani 5.
L'anno fu questo in cui _papa Bonifazio_ e _Carlo II re_ di Napoli si credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere il comando di sì bell'armata _Carlo di Valois_, principe già rinomato pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani[683], a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i sottili[684]. Imbarcatosi con _Roberto duca_ di Calabria e Raimondo Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio alla terra di Sacca; e intanto _don Federigo_, non avendo forze da poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli, e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi, e fu concordato che don Federigo prendesse in moglie _Leonora_ terzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale, in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto[685]: _Che Carlo era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace_. Furono messi in libertà i prigioni, fra' quali _Filippo principe_ di Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà. Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura con _Filippo il Bello re_ di Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì nell'anno seguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro, con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo, cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.