Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 21
Tendendo in questi tempi i maneggi del _marchese Aldrovandino_ d'Este[579] alla rovina del _marchese Azzo VIII_ signor di Ferrara, Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il patriarca d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ con alcuni frati minori, si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino, e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di Veneze, ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i Padovani in lega con _Alberto dalla Scala_, era divenuto pericoloso il continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro da _Gherardo da Camino_ signor di Trivigi. Fece il suddetto marchese dipoi cavalieri il _marchese Francesco_ suo fratello, e cinquantadue altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue: il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi. Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non fece di meno il comune di Venezia[580]. Ora accadde che Marco Basilio con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore dei marinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia, per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella città in preda alle fiamme. Allorchè _Carlo II re_ di Napoli comandava le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse dalla Romagna[581] _Ildebrandino vescovo_ d'Arezzo; e in suo luogo fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini, Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed alcuni vi restarono prigioni con _Guido da Polenta_ capitano di quella città, e _Ramberto_ suo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino, Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville sommerse.
NOTE:
[570] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[571] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.
[572] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[573] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer. Ital.
[574] Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.
[575] Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.
[576] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob. Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in Hist.
[577] Corio, Istor. di Milano.
[578] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.
[579] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[580] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCV. Indizione VIII.
BONIFAZIO VIII papa 2. ADOLFO re de' Romani 4.
Una delle prime imprese di papa _Bonifazio VIII_, non per anche consecrato[582], fu quella di annullar tutte le grazie fatte da papa _Niccolò IV_ e da _Celestino V_. Poscia nel primo, oppure nel secondo giorno di gennaio del presente anno, senza far caso dell'aspra stagione, s'inviò alla volta di Roma. Aveva egli mandato innanzi accompagnato da più persone il già _papa Celestino_, tornato ad essere Pietro da Morrone. Ma questi una notte con un solo compagno se ne fuggì, per ritirarsi all'antica sua cella, e chi disse con pensiero di scappare in Grecia, acciocchè niuno il tenesse più per papa. Bonifazio, a questa nuova, s'inalberò non poco, e spedì gente sì egli, come il re Carlo, dappertutto a cercarlo. Ritrovato che fu, il papa apprendendo che se quel santo vecchio fosse lasciato in libertà, avrebbe per sua semplicità potuto lasciarsi indurre a riassumere il pontificato, e far nascere scisma, giacchè non mancavano persone che pretendevano nulla la di lui rinunzia, e seguitavano a venerarlo qual papa: il confinò nella rocca inespugnabile di Fumone, dove ben trattato, oppure, secondo altri, maltrattato in una stretta prigione, attese a vivere e a far delle orazioni, finchè nel dì 19 di maggio dell'anno 1296 diede fine alla sua santa vita, e glorificato da Dio con molti miracoli, fu poi solennemente messo nel catalogo de' santi da papa _Clemente V_. Si mostra il suo cranio, come trafitto da un chiodo; ma non è probabile che Bonifazio VIII, se l'avesse voluto levar dal mondo, avesse usata sì barbara maniera, e non piuttosto il veleno. Se si ha da credere a Giovanni Villani[583], per giugnere al papato col mezzo del re Carlo, avea Bonifazio detto ad esso re che il suo papa Celestino l'avea ben voluto servire per fargli ricuperare la perduta Sicilia, ma che non avea saputo farlo; laddove, s'egli fosse eletto papa, vorrebbe, saprebbe e potrebbe fargli ottenere l'intento. E gli mantenne la parola[584]. Confermò la concordia fatta per cura di papa _Niccolò IV_ fra il _re Carlo_ ed _Alfonso re_ di Aragona; e diede ordine a Bonifazio da Calamandrano, gran maestro de' cavalieri oggidì appellati di Malta, d'indurre allo stesso accordo e con più strette condizioni _Giacomo re_ d'Aragona, succeduto al fratello Alfonso. Per liberarsi dalla nemicizia dei re di Francia e di Napoli, Giacomo consentì, con cedere al re Carlo i suoi diritti sopra la Sicilia, prendere per moglie _Bianca_ figliuola di esso Carlo, benchè avesse già contratti gli sponsali con una figliuola del re di Castiglia; e con altri patti di pagamento di danari, di promesse della Sardegna e Corsica, e d'altri vantaggi spettanti a _Carlo di Valois_, il quale rinunziò anch'egli le sue pretensioni sopra il regno d'Aragona. Niccolò Speciale e il Villani scrivono che ora solamente furono posti in libertà i principi figliuoli del re Carlo, e questo ancora si deduce da un Breve di papa Bonifazio[585]; laonde non so come Tolomeo da Lucca scrivesse che furono liberati nell'anno precedente, e che passarono per Lucca.
Seguì poscia in Roma la solenne coronazione di papa Bonifazio nel dì 16 di gennaio. Leggesi diffusamente descritta in versi da _Jacopo Gaetano_ cardinale di San Giorgio[586] quella magnifica funzione, a cui forse una simile non s'era veduta in addietro. Vi assisterono i due re Carli, padre e figliuolo, con tener le redini del cavallo pontificio nella cavalcata, e con servirlo alla mensa. Scrive il Rinaldi, che in quest'anno mancò di vita il suddetto giovane re, cioè _Carlo Martello_, che portava il titolo di re d'Ungheria. Di ciò parleremo all'anno 1301. Attese in questi tempi con tutto vigore papa Bonifazio a far eseguire il trattato della pace fra il _re Carlo II_ e _Giacomo re_ d'Aragona per la restituzion della Sicilia; ma si cominciarono a trovare degl'intoppi dalla parte dei Siciliani stessi. Appena passò in quell'isola la voce di quell'accordo, e che il re Giacomo s'era impegnato di consegnarla al re Carlo, che, tenutosi un parlamento dalla _regina Costanza_, governatrice di quel regno, e da _don Federigo_ suo figliuolo, fu risoluto di inviar ambasciatori al re Giacomo in Catalogna per chiarirsi della verità del fatto. Andarono questi, e, udito che così stava la cosa, proruppero in lamenti, in preghiere e in proteste; e trovando il re fisso nel suo proposito, perchè più non potea tornare indietro, dopo essersi fatto dare in iscritto un atto autentico di tale rinunzia, se ne tornarono vestiti da corruccio in Sicilia, portando la dolorosa nuova, che fu una spada nel cuore a que' popoli, giacchè si vedeano sagrificati ai Franzesi, gente da essi odiata a morte e temuta. In questo tempo l'accorto papa Bonifazio desiderò che don Federigo, fratello del re Giacomo, venisse dalla Sicilia a trovarlo, per guadagnarsi il lui animo, ed impedire ch'egli non frastornasse la restituzion di quel regno. Venne lo spiritoso infante con una bella flotta, accompagnato da' suoi due ministri, _Giovanni da Procida_ e _Ruggieri di Loria_, e sbarcato si abboccò in Velletri col papa, che gli fece un affettuoso accoglimento, e con auree parole l'esortò a dar tutta la mano alla pace, offerendogli in moglie _Caterina_, unica figliuola di _Filippo_ imperadore, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, figlio del re Carlo II, con ricchissima dote, e coi diritti sopra l'imperio greco, di cui papa Bonifazio, come se l'avesse in pugno, gli dipigneva non solo facile, ma infallibile la conquista. Rispose saviamente il giovanetto principe che farebbe quanto fosse in suo potere; ma che conveniva intendersela ancora coi popoli; e, licenziatosi, se ne tornò colla sua flotta in Sicilia. Fu sentimento d'alcuni che in questa occasione Bonifazio traesse alle sue voglie il valoroso, ma ambizioso Ruggieri di Loria, con farlo principe dell'isole delle Gerbe e di Carchim in Africa, e con altre lusinghe. Ma forse per altri più tardi si staccò Ruggieri dal suo amore verso la Sicilia; ed egli in questi tempi, e molto più Giovanni da Procida inclinarono a dichiarare re di Sicilia _don Federigo_, e di voler piuttosto tentar la fortuna della guerra, che tornare sotto l'abborrito giogo dei Franzesi. Fu spedito in Sicilia dal pontefice il suddetto Giovanni di Calamandrano, per proferire a quei popoli quante mai grazie ed esenzioni sapessero immaginare. Ma gli fu detto che i Siciliani colla spada, e non già con delle carte pecore cercavano la pace; e che, se non isloggiava presto dalla Sicilia, vi avrebbe lasciata la vita. Di più non occorse per farlo tornar di galoppo indietro.
Nella notte del dì 8 di agosto del presente anno, venendo il dì 9, terminò i suoi giorni[587] _Ottone Visconte_ arcivescovo e signore di Milano, a cui dee la sua esaltazione la nobil casa de' Visconti Milanese. Lasciò egli _Matteo_, suo nipote in alto stato. Secondo Galvano Fiamma[588], alcuni nobili milanesi passarono a Lodi, e si acconciarono coi Torriani, i quali con quel popolo e coi Cremonesi andarono all'assedio di Castiglione; ma portatosi colà Matteo Visconte coi Piacentini e Bresciani, li fece ben tosto decampare. Nel mese di giugno, secondo il Corio[589], l'armata milanese andò fin sotto le porte di Lodi, danneggiando il paese; ma nel settembre fu fatta e gridata la pace, oppur la tregua fra Milano e Lodi. Di questi fatti ci assicura anche la Cronica di Parma[590]. Contrassero in quest'anno lega i Parmigiani coi Bolognesi, e seguirono poi delle funeste novità nella loro città. Era stato eletto arcivescovo di Ravenna _Obizzo da San Vitale_, vescovo allora di Parma: del che fu fatta grande allegrezza da quei della sua fazione. Ma nel dì 23 d'agosto la fazione contraria de' Correggeschi, facendo correre voce che il medesimo prelato macchinasse contro alla patria, ed avesse fatta massa d'armi nel suo palagio, mosse a rumore il popolo, e furiosamente con esso andò a quella volta. Il vescovo ebbe la sorte di salvarsi, e, fuggito a Reggio, si trasferì poscia a Ravenna. Furono mandati ai confini moltissimi seguaci della parte ghibellina; e i Bolognesi inviarono a Parma ducento uomini d'armi da tre cavalli l'uno con cinquecento pedoni. Più strepitosa ancora fu la sollevazione che si fece nella stessa città di Parma nella festa di santa Lucia, in cui amendue le fazioni vennero alle mani, e dopo lungo combattimento rimasero rotti i Sanvitali e posti in fuga, e il monistero di san Giovanni de' Benedettini fu messo a sacco, con altri non pochi disordini. Ritiraronsi gli usciti a Cuvriago, e vi si fecero forti coll'aiuto del marchese _Azzo VIII_ d'Este, il quale fu creduto che avesse mano in cotali turbolenze con disegno d'acquistare la signoria di Parma. Comunque sia, avendo presa il marchese la protezione di quei fuorusciti, guerra nacque fra lui e il popolo di Parma. _Alberto Scotto_, signor di Piacenza, spedì un suo nipote con soldatesche in aiuto de' Parmigiani. Colà parimente Milano inviò un buon rinforzo; e i Bolognesi, dopo avervi trasmessa di nuovo una compagnia di cento uomini d'armi, determinarono di far guerra per essi al marchese d'Este. Diede esso marchese[591] il passo per Modena e Reggio ai lor soldati ed ambasciatori, perchè protestarono di passare a Parma per rimettere la concordia fra que' cittadini e la parte del vescovo; ma si trovò poi burlato, ed anch'egli si diede a far gente in sua casa, e broglio in Romagna contra de' Bolognesi. Nel mese d'ottobre esso marchese Azzo nella sua terra di Rovigo fece cavaliere _Ricciardo_, figliuolo di _Gherardo_ da _Camino_ signore di Trivigi, _sic magnifice_, per attestato della Cronaca di Parma, _quod numquam auditum fuerat de aliquo, quod sic fieret_.
Nell'anno presente ancora si fecero delle novità in Brescia[592]; imperciocchè per maneggio di _Matteo Visconte_ tutti i partigiani della casa della Torre, cioè i Guelfi, furono scacciati dalla città e banditi col guasto di tutti i loro beni: perlochè si rifugiarono al marchese d'Este capo della parte guelfa. Per lo contrario, _Bardelone_ de' Bonacossi signore di Mantova[593] cavò dalle carceri _Taino_ suo fratello con un suo nipote, e li mandò a' confini; ed, oltre a ciò, rimise in Mantova due mila persone già bandite, cassando ogni statuto fatto contra di loro: del che dovette riportare gran lode. Ma non si può abbastanza spiegare, come lo spirito della bestial discordia si diffondesse in questi tempi per l'Italia. In Firenze il popolo superiorizzava, ed avea fatto degli statuti molto gravosi contra de' nobili e grandi[594], mosso specialmente da Giano della Bella, arditissimo popolano. Non potendo più sofferire i nobili questo aggravio, nel dì 6 di luglio, dopo aver fatta congiura, e ragunata di gran gente, fecero istanza che fossero cassate quelle ingiuste leggi. Per questo fu in armi tutta la città. Si schierarono i grandi colle lor masnade nella piazza di San Giovanni, e voleano correre la terra. Ma il popolo asserragliò e sbarrò le strade, acciocchè la cavalleria non potesse correre, e stette così ben unito e forte al palazzo del podestà, che i grandi non osarono di più. Prese da ciò maggior piede la gara e il mal animo dell'una contra dell'altra parte; e di qui cominciò la città di Firenze a declinare in malo stato con gravi sciagure, che andremo a poco a poco accennando. Anche in Pistoja, secondochè s'ha da Tolomeo da Lucca[595], in quest'anno ebbe principio una fiera discordia fra i nobili della casa de' Cancellieri, i quali si divisero in due fazioni. Bianchi e Neri, cadauna delle quali ebbe gran seguito. Ne succederono ammazzamenti, e si sparse dipoi questo veleno per le città di Firenze, di Lucca e d'altri luoghi, ne' quali cadauna d'esse fazioni trovò protettori e partigiani. Il Villani e la Storia Pistoiese pare che mettano il cominciamento di questa maledetta divisione all'anno 1300.
Da moltissimi anni era anche divisa la città di Genova in due fazioni, cioè ne' Mascherati ghibellini, e ne' Rampini guelfi. Più che mai ciò non ostante, si accendeva la guerra fra quel popolo e i Veneziani. Questo bisogno del pubblico e la cura massimamente di _Jacopo da Varagine_ arcivescovo di Genova[596] portarono nel mese di gennaio alla pace e concordia gli animi loro divisi. E quivi vedendosi che in Venezia si faceva un terribile armamento di legni, col vantarsi alcuni di voler venire fino a Genova, stimolati dal punto d'onore e dall'antica gara i Genovesi, si misero anch'essi a farne uno più grande e strepitoso. S'interpose _papa Bonifazio_ nei mese di marzo, e chiamati a Roma i deputati di amendue le città, intimò una tregua fra loro sino alla festa di san Giovanni Batista, sperando intanto di ridurre queste due feroci nazioni a concordia; ma nulla si potè conchiudere. Mirabile e quasi incredibil cosa è l'udire, per attestato del suddetto Jacopo da Varagine, che i Genovesi giunsero ad armare ducento galee, che furono poi ridotte a sole cento cinquantacinque, cadauna delle quali aveva almeno ducento venti armati, altre ducento cinquanta, ed altre sino a trecento. Mandarono poscia a Venezia dicendo, che se i Veneziani aveano il prurito di venire a Genova per combattere, non s'incomodassero a far sì lungo viaggio; perchè i Genovesi con Uberto Doria loro ammiraglio andavano in Sicilia ad aspettarli, e che quivi li sodavano a battaglia[597]. Udita questa sinfonia, i saggi veneziani stimarono meglio di disarmare, e di lasciar che gli altri passassero, siccome fecero soli, a fare una bella comparsa ne' mari di Sicilia. Ma che? tornati che furono a casa i Genovesi pieni di boria, come se avessero annientata la potenza veneta, si risvegliò fra loro il non estinto fuoco delle fazioni per gare di preminenza e risse cominciate nell'armata suddetta[598]. Però sul finire dell'anno la parte guelfa, capi di cui erano i Grimaldi, venne alle mani colla ghibellina, onde erano capi i Doria e gli Spinoli, e cominciarono un'aspra guerra cittadinesca che impegnò tutto il popolo della città: del che parleremo all'anno seguente. In Romagna[599] nell'aprile di quest'anno fu inviato per conte e governatore _Pietro arcivescovo_ di Monreale, il qual fece alcune paci in quella provincia, tolse a _Maghinardo da Susinana_ l'ufficio di capitano di Faenza, e in Ravenna fece abbattere i palagi di _Guido da Polenta_ e di _Lamberto_ suo figliuolo. Dopo aver ridotto in Faenza i fuorusciti, si stette poco a sentire una sollevazione in quella città fra i conti di Cunio e i Manfredi dall'una parte, e Maghinardo, i Rauli ed Acarisi dall'altra. Si venne a battaglia, e andarono sconfitti i primi, obbligati perciò ad uscire di quella città, e restarono burlati i Bolognesi, i quali passavano d'intelligenza con essi per isperanza di tornar padroni di Faenza. Poco durò il governo del suddetto arcivescovo di Monreale, perchè nell'ottobre arrivò a Rimini _Guglielmo Durante_ vescovo mimatense, ossia di Mande in Linguadoca, eletto da papa _Bonifazio VIII_ marchese della marca di Ancona e conte della Romagna, celebre giurisconsulto, autore dello _Speculum_ _juris_, onde fu appellato _Speculator_, e di altre opere, il quale per molto tempo era stato pubblico lettore di leggi e canoni nella città di Modena. Fu ricevuto con onore da tutte le città della Romagna. Ma nel dì 19 di dicembre venne all'armi _Malatesta da Verucchio_ nella città di Rimini colla sua fazione guelfa contro la ghibellina di Parcità, e la spinse fuori colla morte di molti. _Guido conte_ di Montefeltro, rimesso in grazia del papa, venne in quest'anno a Forlì, e gli furono restituiti tutti i suoi beni. D'uomo tale par che facesse capitale papa Bonifazio per le sue occorrenze. Ma egli di lì a poco, cioè nell'anno seguente, o perchè si mutò il vento, oppure per vero desiderio di darsi alla penitenza de' suoi peccati, si fece frate dell'ordine francescano, e in quello terminò poi i suoi giorni, ma non sì presto.
NOTE:
[581] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[582] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[583] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6. Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[584] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.
[585] Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.
[586] Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 22, tom. 10 Rer. Ital.
[587] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[588] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 334.
[589] Corio, Istor. di Milano.
[590] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[591] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[592] Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[593] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[594] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 12.
[595] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[596] Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.
[597] Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.
[598] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14. Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital. Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.
[599] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCVI. Indiz. IX.
BONIFAZIO VIII papa 3. ADOLFO re de' Romani 5.