Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 20
Qualor sussista la cronologia del Cronista di Forlì, il _conte Guido_ da Montefeltro in quest'anno con trecento uomini d'armi e due mila pedoni entrò nella città d'Urbino, e si diede a fortificarla con buone fosse e steccati, giacchè tutte le sue fortificazioni erano state smantellate negli anni addietro. Penso io che succedesse più tardi questa impresa del conte Guido, perch'egli nell'anno presente era capitano e signor di Pisa, e la difese contro gli sforzi de' Fiorentini. Nel mese di giugno usciti essi Fiorentini coi Lucchesi[558], ed aiutati dall'altre loro amistà, fatta un'armata di due mila e cinquecento cavalli e di otto mila pedoni, marciarono fino alle porte di Pisa, guastando e bruciando il paese. Fecero correre il pallio sotto le mura di quella città nella festa di san Giovanni Batista; nè potendo di più, se ne tornarono a riposare in Firenze. Il conte Guido si tenne alla difesa, e non ardì d'uscire, perchè trovò alquanto invilito il popolo di Pisa. Nel medesimo mese di giugno[559] _Ruggieri di Loria_ tornato di Catalogna a Messina colla squadra delle galee siciliane, siccome persona nemica dell'ozio, fece uno sbarco in Calabria, dove Guglielmo Stendardo, uffiziale del re Carlo, era venuto per ricuperar le terre già conquistate dai Siciliani. Si venne alle mani; furono rotti i Franzesi, e lo stesso Stendardo, portando seco più ferite, spronò forte per mettersi in salvo. Ruggieri per rallegrar la sua gente, ed anche per pagarle il soldo alle spese altrui, passò in Grecia alla città di Malvasia, e, col pretesto che que' cittadini dessero ricetto ai Franzesi nemici del re di Sicilia, sorprese di notte e saccheggiò quella città. Lo arcivescovo menato via prigione, fu obbligato a riscattarsi col pagamento di buona somma d'oro. Passò anche Ruggieri all'isola di Scio, e vi fece un buon bottino di mastice, e nel mese d'ottobre si restituì a Messina. Abbiam poi dalla Cronica di Parma[560], che dopo la morte di papa Niccolò IV fu in guerra la Marca d'Ancona. Il popolo della città di Fermo con quei di Ancona e Jesi diede il guasto a Cittanuova e al distretto d'Osimo. Due senatori eziandio furono creati in Roma a petizion delle due fazioni, cioè de' Colonnesi ed Orsini. L'un d'essi fu Stefano dalla Colonna e l'altro un nipote del _cardinal Matteo_ della famiglia Orsina. La loro elezione dovette quetare il popolo romano, il quale nel febbraio di quest'anno per le divisioni bollenti fra loro sbrigliatamente era venuto a battaglia, ed avea spogliate molte chiese con bruciamenti e saccheggi di varie case. In Genova[561] comparvero gli ambasciatori del re di Francia e di Carlo II re di Napoli, ed uno ancora spedito dal collegio de' cardinali, per impegnare i Genovesi contra della Sicilia, minacciando di scacciar dalla Francia, Aragona e Puglia tutta la lor nazione, se non acconsentivano. Destramente schivarono questa rete quei che aveano più senno in quella repubblica, e congedarono con buona maniera quegli ambasciatori.
NOTE:
[540] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.
[541] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[542] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[543] Platina, Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.
[544] Contin. Dandol., tom. 12 Rer. Ital.
[545] Raynald., in Annal. Eccl.
[546] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Continuator Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[547] Jacobus Cardin., in Vita Coelestin., P. I, tom. 3 Rer. Ital. Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucensis, et alii.
[548] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 150.
[549] S. Antonin., Hist., tom. 3, tit. 24.
[550] Albert. Argentin. Henricus Stero., Hist. Austriaca, et alii.
[551] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[552] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 351. Corio, Istor. di Milano.
[553] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[554] Gualv. Flamma, Manip. Flor. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.
[555] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[556] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[557] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[558] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 153. Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[559] Barthol. Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.
[560] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCIII. Indizione VI.
Santa Sede vacante. ADOLFO re de' Romani 2.
Continuò in quest'anno la vacanza del pontificato romano. Non solamente stavano divisi d'animo, ma anche di luogo i cardinali, chi in Roma, chi in Rieti, chi in Viterbo. Volle Dio che finalmente tutti s'accordassero di trasferirsi a Perugia nell'ottobre, per quanto pare, del presente anno, affine di trattare ivi concordemente dell'elezione d'un nuovo pontefice. _Jacopo cardinale_ scrive[562] che v'andarono _secundo vacationis anno_; ma passò anche il verno senza che si conchiudesse cosa alcuna. Verisimilmente contribuì non poco a questa dissipazione del sacro collegio l'incostanza ed animosità del popolo romano, il quale, in occasion di eleggere i nuovi senatori, sul principio dell'anno presente tornarono all'armi, e rinnovarono gl'incendii, i saccheggi e gli ammazzamenti, di modo che per sei mesi Roma non ebbe senatore. Finalmente furono eletti Pietro figliuolo di Stefano Gaetano, padre del suddetto _Jacopo cardinale_, che ci lasciò la Vita di san Celestino papa, scritta in versi, e Ottone da Santo Eustachio. Dallo stesso cardinale abbiamo che il popolo di Narni andò all'assedio del castello di Stroncone; ma, accorso colà con forti squadre d'armati il cardinale vescovo di Porto, li fece desistere dall'impresa. Galvano Fiamma[563] riferisce a questi tempi l'essere stato creato _Matteo Visconte_ capitano ossia signore di Novara. Altrettanto ha l'autore degli Annali di Milano[564]. Forse prima di quest'anno ciò avvenne. Comunque sia, vi mise egli per podestà _Galeazzo_ suo primogenito, allora assai giovinetto. Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente[565] venne a morte _Obizzo marchese_ d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio, con lasciar dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè _Azzo VIII, Aldrovandino_ e _Francesco_. Succedette in tutti i suoi Stati Azzo il primogenito, o per volontario, o per forzato consentimento degli altri due fratelli. Ma ossia che il padre nel suo testamento avesse ordinato, come corse voce, che si dividessero gli Stati, e toccasse Modena ad Aldrovandino, e Reggio a Francesco; oppure che Aldrovandino pretendesse Modena, perchè avea in moglie Alda dei Rangoni, il qual matrimonio avea o facilitato, o prodotto al marchese Obizzo l'acquisto di Modena: certo è che insorse da lì a non molto discordia tra i fratelli, e questa si tirò dietro, secondo il solito, delle gravi disgrazie della casa d'Este. In questo medesimo anno fuggito da Ferrara Lanfranco Rangone, e venuto a Modena[566] coi Boschetti ed altri della sua fazione, mosse a rumore la città. Ma quei di Sassuolo, i Savignani e Grassoni, capi dell'altra parte, fecero testa e sostennero la signoria del marchese Azzo, obbligando i Rangoni coi lor seguaci a prendere la fuga: perlochè furono condannati e banditi. Il marchese Aldrovandino anch'egli si ritirò a Bologna, dove ben ricevuto cominciò a far delle pratiche contro al fratello Azzo tanto ivi[567] che in Padova e Parma. Aveva esso marchese Azzo, se pur non fu suo padre, mandato in quest'anno a donar un lione vivo ai Bolognesi. Allora il marchese Azzo corse a Modena, e rinforzò di gente e di fortificazioni questa città. Gli usciti di Pontremoli fecero nel presente anno gran guerra alla loro patria, finchè, stabilita pace col popolo dominante, tutti d'accordo si sottomisero al comune di Lucca, e cominciarono a ricevere un podestà da quella città, laddove in addietro il prendevano da Parma.
Stanco per le tante guerre e perdite il popolo di Pisa[568], segretamente trattò con quello di Firenze per aver pace. Vi acconsentirono i popolari fiorentini per desiderio di abbassare i lor grandi, che profittavano delle guerre, purchè i Pisani licenziassero _Guido conte_ di Montefeltro, la cui sagacità e valore teneva in apprensione tutti i vicini. Concorsero in questa pace anche i Sanesi, Lucchesi e l'altre terre guelfe della Toscana, con alcune condizioni ch'io tralascio. Penetrata questa mena, il conte Guido, parendogli d'essere trattato con somma ingratitudine dai Pisani, s'alterò forte, e ne fece di gravi risentimenti contra di chi gridava pace; ma infine fu costretto a cedere, dopo avere renduto buon conto a quel comune di tutto il suo operato, e de' vantaggi a lui procurati. In Romagna[569] non si sa che avvenisse in questo anno novità alcuna degna d'osservazione; se non che Maghinardo da Susinana, che era come signor di Faenza, con Bernardino conte di Cunio, prese il castello e la fortezza di Monte Maggiore, dove erano in guardia le genti del conte Alessandro da Romena, non so se fratello o nipote del vescovo _Ildebrandino_ conte della Romagna, ma poco stimato, il conte Bandino da Modigliana, dichiarato capitan generale della lega de' Romagnuoli, pose la sua stanza in Forlì. Durava tuttavia la tregua fra i Veneziani e Genovesi[570]. Accadde che nel mese di luglio sette galee di mercatanti genovesi, navigando ne' mari di Cipri, si scontrarono in quattro veneziane, e siccome i Genovesi non si faceano scrupolo ne' barbarici tempi, se veniva loro il destro, di esercitare il mestier de' corsari, le presero colla morte di più di trecento Veneziani. Ravvedutisi dipoi del fallo commesso, le lasciarono andare al loro viaggio, e restituirono, per quanto pretesero, tutta la roba. Saputosi in Genova, all'arrivo d'esse galee, il fatto, n'ebbero i savii gran dispiacere, e spedirono tosto dei frati predicatori a Venezia a scusare il fallo, e a farsi conoscere pronti alla soddisfazione: al quale effetto richiesero che si tenesse un congresso de' comuni ambasciatori in Cremona. Fu questo tenuto, e per tre mesi si andò disputando, ma senza poter conchiudere accordo alcuno. Il perchè si cominciò a pensare alla guerra; e come essa fosse rabbiosa, l'andremo vedendo negli anni seguenti. Per cagion di essa, e per la pace fatta coi Guelfi di Toscana, cominciò a respirare la città di Pisa, governandosi a parte ghibellina, e soccombendo ivi affatto la parte guelfa.
NOTE:
[561] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[562] Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini, P. I, tom. 3, Rer. Ital.
[563] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 332.
[564] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[565] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[566] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[567] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.
[568] Giovanni Villani, lib. 8, cap. 2.
[569] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCIV. Indizione VII.
CELESTINO V papa 1. BONIFAZIO VIII papa 1. ADOLFO re de' Romani 3.
Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca[571] e dalla Cronica Sanese[572] abbiamo che nell'anno 1293 _Carlo II re_ di Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del Monferrato _Giovanni_, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendo dalla Provenza. Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il 1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne poscia _Jacopo cardinale_ di San Giorgio[573], che gli era andato incontro _Carlo Martello_, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea, attesta[574] ch'egli _dura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani_, che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un giovane, fratello del _cardinal Napoleone_ degli Orsini, cominciò il cardinal tuscolano _Giovanni Boccamazza_ a parlar delle burle che fa la morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi, predendo motivo da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa. Aggiunse il cardinale _Latino Malabranca_ vescovo d'Ostia, essere stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale Benedetto Gaetano, disse: _E' forse questa una delle visioni di Pietro da Morrone? Signor sì_, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e tanti altri vi concorsero, che _Pietro da Morrone_, povero, ma santo romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone, fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì, e prese il nome di _Celestino V_. Sparsa questa nuova, empiè di stupor tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica cristiana. Vi accorse ancora il _re Carlo II_ col _re Carlo Martello_ suo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato, senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto. Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni non abbastanza caute di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato cardinal_ Benedetto Gaetano_. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come osservò Tolomeo da Lucca.
Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente che _Jacopo da Varagine_ arcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a dire[575] che Celestino fece molte cose _de plenitudine potestatis_, ma molt'altre più _de plenitudine simplicitatis_. Il peggio fu che, lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di abbandonare il pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa, e il pericolo dell'anima sua. _Celestino_, in cuore di cui non era punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene l'orecchio[576]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa, pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di un nuovo papa; e giacchè il cardinal _Benedetto Gaetano_ da Agnani, personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale, e, preso il nome di _Bonifazio VIII_, si mise poi in viaggio verso Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser ivi consecrato. Studiavasi sempre più _Matteo Visconte_, capitano di Milano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza sua[577]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro presso _Adolfo_, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil giuramento di fedeltà[578]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.