Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 19
Sì smisuratamente era portato papa _Niccolò IV_ all'amore e all'ingrandimento della nobil casa romana dalla Colonna, che, per attestato di fra Francesco Pipino[521], dipendeva tutto dal consiglio dei Colonnesi, e non si saziava di votar sopra loro le grazie sue: di modo che in un libro di questi tempi, intitolalo _Initium malorum_, egli fu dipinto chiuso in una colonna, fuori di cui appariva solamente il suo capo mitrato, con due colonne davanti a lui. Probabilmente son qui disegnati i due cardinali allora viventi di casa Colonna, cioè _Jacopo_ creato da Niccolò III, e _Pietro_ promosso al cardinalato dallo stesso Niccolò IV. Abbiamo dalla Cronica di Forlì[522] che anche _Giovanni_ dalla Colonna fu creato marchese d'Ancona; e questi nell'anno precedente venne a Rimini per metter pace fra quella città e Malatesta da Verucchio. Fece ben liberar dalle carceri molti prigioni, ma non potè conchiudere quell'accordo. Oltre a ciò, il papa, non mai sazio di beneficar quell'illustre famiglia, creò ancora conte della Romagna _Stefano_ dalla Colonna, signore di Ginazzano, con levar quel governo al Monaldeschi. Venne questo nuovo conte in Romagna, e perchè Corrado figliuolo di Dadeo, ossia Taddeo, conte di Montefeltro, aveva occupata la città d'Urbino, nè la volea rendere, coll'esercito colà condotto le diede un generale assalto, e l'obbligò alla resa. Fu poi onorevolmente ricevuto nelle città di Cesena, Rimini, Imola e Forlì, dove tenne un gran parlamento, e stabilì pace fra i Riminesi e Malatesta, mandando quest'ultimo a' confini nel suo castello di Roncofreddo. Ma nella stessa città di Rimini essendo insorta rissa fra quei di sua famiglia e i popolari, si fece un fiero conflitto colla morte di molti, e fu in pericolo lo stesso conte: perlochè egli dipoi privò di ogni onore quella città. Portossi ancora nel novembre a Ravenna, con pretendere tutte le fortezze di quella riguardevol città. _Ostasio_ e _Ramberto_ figliuoli di _Guido_ da Polenta, che erano come signori di Ravenna, se gli opposero; e, temendo poi che Stefano se ne risentisse contra di loro, passarono ad un'ardita risoluzione. Cioè, fatta venire molta cavalleria e fanteria de' loro amici romagnuoli in Ravenna[523], una notte mossero a rumore il popolo, e fecero prigione il suddetto conte Stefano con un suo figliuolo ed un suo nipote, che era maresciallo, e con tutti i suoi stipendiati, dopo aver tolto loro arme e cavalli. Gran rumore fece questa novità per quelle contrade, e diede moto a molte sollevazioni. In Imola le due fazioni degli Alidosi e Nordili vennero alle mani, e non pochi vi restarono morti; ma sopravvenuti i Bolognesi in soccorso dei Nordili, misero in fuga gli Alidosi, e poi spianarono tutti gli steccati, le fosse, ed ogni altra fortezza di quella città. Anche i _Manfredi_ s'impadroniron di Faenza; ma non andò molto che ne furono scacciati da _Maghinardo da Susinana_, e da _Ramberto da Polenta_, i quali presero il dominio della città medesima. Nè già stette in ozio _Malatesta da Verucchio_, perchè anch'egli, scacciato da Rimini il podestà messovi dal conte, si fece proclamar signore da quel popolo. E nel dì 20 di dicembre i suddetti _Maghinardo e Lamberto_, signori di Faenza, _Guido da Polenta_ coi Ravegnani, e _Malatesta_ con quei di Rimini, di Cervia, Forlimpopoli e Bertinoro, andarono a Forlì, e ne occuparono il dominio. Ecco se fieramente si sconvolse la Romagna in questi tempi. Da Girolamo Rossi[524] e dalla Cronica Forlivese[525] minutamente si veggono descritte colali rivoluzioni, le quali io per amor della brevità ho solamente accennate.
Andavano intanto alla peggio gli affari della cristianità in Soria[526]. Nel precedente anno presa fu dagl'infedeli l'importante città di Tripoli con altre terre. La stessa disavventura veniva minacciata alla ricca e mercantile città di Accon, ossia d'Acri. Perciò non ommise il pontefice _Niccolò_ premura e diligenza veruna per soccorrere que' cristiani, con far predicare la crociata non solamente per tutta l'Italia, ma anche per tutti i regni cristiani, e intimar decime, e somministrar egli quanto oro potè per quella sacra spedizione. Per attestato della Cronica Parmigiana, circa secento persone nella città di Parma presero la croce, e si mossero per passare in Levante. Così a proporzione fecero altre città. Armaronsi in Venezia venti galee pel trasporto di questa gente. Non si sa che i Genovesi si movessero punto per questa crociata, essendo essi unicamente intenti a pelare i Pisani. Di molto avrebbe potuto far _Giacomo re_ di Sicilia, siccome principe provveduto di molti legni e di un valente ammiraglio[527]; ed egli ancora, con ispedire alla corte pontificia Giovanni da Procida, fece l'esibizion di tutte le sue forze al papa, purchè potesse aver pace, ed essere rimesso in grazia della Chiesa romana. Ma restò senza frutto cotesta ambasceria, e gl'interessi particolari de' Franzesi e di _Carlo II re_ di Napoli guastarono ogni buon concerto per sostenere il pubblico della cristianità. Passando per Messina Giovanni di Grilliè Franzese, che era stato inviato dai cristiani di Soria al sommo pontefice per ottener soccorso, il re Giacomo gli diede sette galee ben armate di Siciliani, acciocchè per quattro mesi militassero in favor de' cristiani in Levante. Mancò di vita nel luglio di quest'anno[528] senza successione maschile Ladislao re d'Ungheria. Oltre al _re Ridolfo_, che pretendea quel regno con titolo di feudo dell'impero, e giunse anche ad investirne _Alberto duca d'Austria_ suo figliuolo, vi aspirava ancora _Carlo Martello_ primogenito di _Carlo II re_ di Napoli, siccome figliuolo di _Maria_ sorella dello stesso re Ladislao[529]. Ed infatti il re Carlo suo padre nel dì della Natività della Vergine il fece solennemente coronare da un legato del papa re d'Ungheria in Napoli. Ma _Andrea III_ figliuolo di Stefano, nato da _Andrea II re_ d'Ungheria e da _Beatrice_ Estense, che, dopo avere sposata Tommasina dei Morosini, soggiornava in Venezia, udita la morte di Ladislao, chiamato anche dai nazionali, volò in Ungheria, entrò in possesso di quel regno, e poscia acconciò i fatti suoi con Alberto duca d'Austria, col prendere in moglie una di lui figliuola. Fu in quest'anno guerra fra i Bresciani e Bergamaschi[530], e riuscì ai primi di prendere ai secondi la torre di Mura, e di dar loro qualche percossa; ma, frappostisi dei pacieri, ritornò la quiete fra loro. Se noi avessimo la storia romana di questi tempi, meglio s'intenderebbe una rilevante particolarità a noi conservata dall'autore della Cronica di Parma, degno di fede, perchè contemporaneo. Scrive egli che i Romani crearono loro signore _Jacopo dalla Colonna_, e il condussero per Roma sopra un cocchio a guisa degli antichi imperadori, con dargli anche il titolo di Cesare. Fecero oste di poi sopra Viterbo e contro altre terre, ma senza vedere effettuati i loro disegni. Come ciò fosse, e come il papa, sì forte portato a favorire i Colonnesi, sofferisse un tale attentato, lo tace la storia.
NOTE:
[510] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[511] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 329.
[512] Corio, Istoria di Milano.
[513] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[514] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[515] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[516] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[517] Ptolomaeus Lucens. Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Hist. Pisana, tom. 24 Rer. Ital.
[518] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 127.
[519] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[520] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[521] Franciscus Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Italic.
[522] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[523] Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[524] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[525] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[526] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[527] Bartholomaeus da Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.
[528] Bonfin., Rer. Hung., Dec. 2, lib. 9.
[529] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 134.
[530] Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXCI. Indizione IV.
NICCOLÒ IV papa 4. RIDOLFO re de' Romani 19.
Lagrimevole fu quest'anno per la perdita della riguardevol città d'Accon, ossia d'Acri, fatta dai cristiani in Soria. Era questa città, dopo le disgrazie di Gerusalemme, divenuta un celebre emporio de' fedeli in quelle parti; ma nel suo governo non si mirava che confusione e discordia, perchè ogni nazione ed ognuno degli ordini de' cavalieri vi mantenevano una specie di comando, potendo condannare a morte i loro sudditi. Il lusso e la lussuria vi aveano posto un gran piede, e l'ultimo pensiero era quello della religione. Una man di pellegrini, arrivati di fresco colà, senza voler osservare la tregua stabilita col sultano d'Egitto[531], cominciò per divozione a spogliare i mercatanti saraceni, e fece anche delle scorrerie nel paese nemico. Allora il sultano inviò suoi ambasciatori, chiedendo la riparazion dei danni, e che se gli mandassero i malfattori. Con delle magre scuse fu risposto. Laonde egli nel dì 5 d'aprile con un'armata, per quanto si disse, di sessanta mila cavalli e di cento sessanta mila pedoni pose l'assedio a quella città, e nel dì 18 di maggio, dato un terribil generale assalto, i suoi v'entrarono vittoriosi[532]. Senza perdonar a sesso od età, si fece un orrido macello di que' cristiani che non poterono salvarsi colla fuga; e fra questi vi perì in una scialuppa, fuggendo, _Niccolò patriarca_ di Gerusalemme. Si fa ascendere a sessanta mila persone il numero de' morti e prigioni; ed immense furono le ricchezze trovate dai Saraceni in una città di tanto commercio. A così infausta nuova non credettero più d'essere sicuri i cristiani abitanti in Tiro, ed, abbandonata quella città, si ritirarono in Cipri. Baruto fu preso a tradimento. Così non restò più un palmo di terreno ai Latini in quelle parti, dopo tanto sangue sparso, e dopo tanti tesori consumati nello spazio di quasi cento anni per fare e mantener le conquiste di Terra santa. Trafitti dal dolore rimasero per tal disavventura gli animi dei cristiani europei, e specialmente se ne dolse il romano pontefice[533], il quale tornò con più vigorose lettere e patetiche esortazioni e promesse d'indulgenze a scuotere tutti i principi sì ecclesiastici che secolari, per muovergli a nuove crociate. Ma l'Europa cristiana aveva ormai dai passati successi e da molti inconvenienti, che non occorre riferire, assai conosciuto quello che si potea sperare per l'avvenire, e massimamente qual fosse la difficoltà di cominciar da capo, dopo aver perduto tutto. Perciò di belle parole vennero in risposta, ma niuno più si accinse daddovero a nuove spedizioni; e andò poscia in fascio ogni progetto e disegno per la morte del medesimo pontefice, e per la lunga susseguente vacanza della santa Sede: del che parlaremo all'anno seguente. Fu in quest'anno[534] nel dì 15 di luglio chiamato da Dio a miglior vita _Ridolfo re_ de' Romani, principe glorioso per le sue molte virtù, e più ancora glorioso per tanti illustri imperadori che da lui discesero, con venir finalmente meno la sua maschile discendenza con grave danno di tutta la cristianità nell'anno 1740, conservandosi la femminile in _Maria Teresa_ d'Austria regina di Ungheria e di Boemia, e gran duchessa di Toscana. Successore di Ridolfo nel ducato d'Austria e in altri Stati fu _Alberto I_ suo primogenito, e sino al seguente anno non si conchiuse l'elezione d'un nuovo re.
Trattossi alla gagliarda in quest'anno nella città d'Aix in Provenza la pace fra _Alfonso re_ d'Aragona e _Carlo II_ re di Napoli, coll'assistenza di due cardinali legati e degli ambasciatori aragonesi. Fu conchiuso, siccome apparisce dalla capitolazione riferita da Bartolommeo di Neocastro: che cesserebbe ogni guerra dei re di Francia e di Napoli contra dell'Aragona, e si restituirebbono gli ostaggi; che _Carlo di Valois_ rinunzierebbe a tutte le sue pretensioni sopra il regno aragonese: che Alfonso non darebbe alcun soccorso direttamente o indirettamente alla Sicilia, e andrebbe a militare in Terra santa, e poi procederebbe ostilmente contro la Sicilia, per farla restituire al re Carlo II. E per ottenere che Carlo di Valois, fratello di Filippo re di Francia, facesse quella rinunzia, il re Carlo II gli diede in moglie Margherita sua figliuola, e in dote le contee d'Angiò e del Maine. Tralascio il resto, per dire che l'esecuzione d'esso trattato rimase frastornata dalla morte del medesimo _re Alfonso_, succeduta circa il dì 18 di giugno dell'anno presente[535], mentre egli era in procinto di ricevere in moglie una figliuola del re d'Inghilterra. Gran doglia avea provato _Giacomo re_ di Sicilia all'avviso che il re Alfonso suo fratello avesse abbandonato tutti i di lui interessi per migliorar i proprii; e giacchè per lui non v'era pace, con quaranta galee passò in Calabria, dove s'impadronì della città di Gieraci e d'altre terre. Sopraggiuntagli poi la nuova della morte inaspettata del fratello re, in fretta se ne tornò a Messina; e, dichiarato suo vicario in Sicilia l'infante _don Federigo_ suo minor fratello colla _regina Costanza_ sua madre, s'imbarcò e fece vela verso la Catalogna. Approdò nelle spiagge di Valenza nel dì 6 d'agosto; passò dipoi a Barcellona, e prese il possesso de' regni paterni. Era intanto venuto il re Carlo II coi due cardinali nel mese di marzo a Genova[536], dove fermatosi qualche giorno, trattò con que' cittadini di ottener da essi un grosso rinforzo di galee per l'impresa di Sicilia, e trovò molti particolari che s'impegnarono al suo servigio[537], ma non già il comune. Però, divolgatosi in Sicilia un tale armamento più ancora di quel che era, l'infante don Federigo inviò un suo ambasciatore a Genova, pel cui maneggio esso comune ordinò che niuno ardisse di prendere parte negli affari della Sicilia. Abbiamo dagli Annali di Genova che in quest'anno i Pisani da Piombino passarono all'isola dell'Elba, e, preso il paese, s'applicarono all'assedio di quel castello, detenuto dai Genovesi. Vi accorse bensì Giorgio Doria con tre galee, un galeone ed altri legni per farli sloggiare; ma furono sì destri i Pisani, che riuscì loro di rimettersi in possesso di quella terra. Per valore eziandio del _conte Guido_ da Montefeltro, tolsero essi Pisani il castello di Pontedera ai Fiorentini[538]. Cessò nell'anno presente in Genova la capitaneria di _Oberto Spinola_ e di _Corrado Doria_, e fu dato quell'ufficio ad Antonio Lanfranco de' Soardi da Bergamo, anteponendo quel popolo il governo de' forestieri a quello dei suoi proprii cittadini. Era tuttavia nelle carceri di Ravenna _Stefano dalla Colonna_ conte della Romagna[539]. Il pontefice Niccolò, per rimediare al bisogno di quella provincia, dove già s'erano ribellate alla Chiesa romana varie città, dichiarò conte della Romagna _Ildobrandino da Romena_ vescovo di Arezzo, il quale nel mese di agosto venne a Castrocaro, e poscia a Faenza, dove fu onorevolmente ricevuto. Chiamati colà ad un parlamento gli ambasciatori di Rimini, Cesena, Forlì, Bologna e Firenze, si trattò della liberazione del suddetto Stefano, il quale fu rilasciato dai Polentani, condannati anche a pagare tre mila fiorini d'oro[540] in risarcimento de' danni a lui inferiti. Ma dipoi ebbe esso Ildobrandino delle liti col popolo di Cesena, che non voleva ricevere dalle di lui mani un podestà, e con quello di Faenza, che gli serrò le porte in faccia per timore che vi volesse introdurre i Manfredi. Tutto nondimeno si acconciò per la molta sua destrezza e pazienza. Per attestato della Cronica di Parma[541], in quest'anno _Bardelone_, figliuolo di _Pinamonte_ de' Bonacossi signore di Mantova, mal sofferendo che il padre lasciasse comandar le feste a _Carpio_, non so se suo fratello maggiore o minore, e l'avesse anche nel testamento dichiarato suo successore nel dominio, prese egli le redini del governo, cacciò in prigione esso suo padre col fratello e con altri molti, fece pace cogli Scaligeri signori di Verona, e lega coi Veneziani, Padovani e Bolognesi. La Cronica Estense[542] mette questo fatto sotto l'anno seguente, e chiama _Taino_ con più ragione l'imprigionato di lui fratello. Vien così nominato anche nelle Croniche di Roma, e da Bartolommeo Platina[543]. Finalmente in quest'anno nel dì 11 di novembre si diede fine alla lunga guerra, durata fin qui tra i Veneziani dall'una parte, e il patriarca d'Aquileia, il conte di Gorizia e i Triestini dall'altra[544].
NOTE:
[531] S. Antonin., Hist., tom. 3. Sanutus, Histor., lib. 3. Ptolom., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.
[532] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 120, tom. 13 Rer. Ital.
[533] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[534] Albertus Argentin. Siero, in Histor. Ptolomaeus Lucensis, Giovanni Villani ed altri.
[535] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 2, cap. 17, tom. 10 Rer. Ital.
[536] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.
[537] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 119, tom. 13 Rer. Ital.
[538] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 147.
[539] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXCII. Indizione V.
Santa Sede vacante. ADOLFO re de' Romani 1.
Nel mentre che il sommo pontefice _Niccolò IV_ era tutto immerso ne' pensieri di nuove crociate contra gl'infedeli, venne la morte a rapirlo, secondo il Rinaldi[545], nel dì 4 d'aprile dell'anno presente in Roma. Il Cronista di Parma[546] il fa mancato di vita nel dì 2 del mese suddetto ma anche il Continuatore di Caffaro mette la morte sua nel dì 4 di aprile[547]. La sua umiltà, la sua rettitudine, il suo zelo ecclesiastico, fecero restare la sua memoria in benedizione. Io non so perchè Giovanni Villani[548] cel rappresenti come ghibellino. Così dovette parere ai Guelfi, perchè egli non fulminò tutto di scomuniche ed interdetti contra ai Ghibellini, come avea fatto qualche suo predecessore. Certamente non apparisce dalle azioni sue questa parzialità verso d'essi Ghibellini, contraria alla professione della corte pontificia d'allora. Dopo la sua morte ne' dodici cardinali che si raunarono per l'elezione di un nuovo pontefice, più del solito entrò la discordia. Erano sei romani, quattro italiani e due francesi. Diviso in due fazioni il sacro collegio, dell'una era capo il cardinal _Matteo Rosso_ degli Orsini, che voleva un papa affezionalo al _re Carlo_ di Napoli. Capo dell'altra era il cardinal _Jacopo dalla Colonna_, di sentimenti affatto contrarii[549]. Per questi fini politici e private passioni, abborrite da Dio, dove si tratta del pubblico ben della Chiesa, restò più di due anni vacante la cattedra di san Pietro, non senza grave scandalo di tutti i fedeli. Gran dissensione ancora fu in Germania per l'elezione di un nuovo re de' Romani. _Alberto duca_ d'Austria, imparentato co' primi principi della Germania, e _Venceslao re_ di Boemia erano i principali concorrenti a quella corona[550]. L'arcivescovo di Mangonza, in cui fu rimessa la facoltà di eleggere, tutti li burlò col nominare al regno _Adolfo conte_ di Nassau, principe giovane d'età, vecchio per la prudenza, magnanimo e valoroso, ma di troppo angusta potenza, e povero di parentele e di pecunia. Secondo gli autori tedeschi, l'elezione sua accadde nel dì primo di maggio. Tolomeo da Lucca scrive[551] che fu eletto vivente ancora papa Niccolò IV, e v'ha chi ciò riferisce al principio di quest'anno. Certo è bensì ch'egli nella festa di san Giovanni Batista di giugno fu coronato in Acquisgrana. Defraudato di sua speranza Alberto duca d'Austria, non ebbe mai buon cuore verso di questo re, e gliel fece anche conoscere col negargli in moglie una sua figliuola. _Matteo Visconte_, capitano dei Milanesi, Vercellesi e Novaresi, andava ogni dì più crescendo in potere[552]. Avvenne gran dissensione tra il popolo di Como e il loro vescovo _Giovanni_. Cavalcò Matteo a quella volta con assaissime squadre d'armati nel gennaio dell'anno presente, e parte per amore, parte per forza, fu eletto da amendue le fazioni per capitano di quella città per cinque anni avvenire. E contuttochè nel giugno seguente tornassero all'armi i Rusconi e Vitani, e seguissero quivi di molte rivoluzioni, pure Matteo confermato nel dominio vi tornò a signoreggiare.
All'infelice sua vita diede fine in questo anno nel dì 6 di febbraio _Guglielmo Spadalunga_, marchese di Monferrato, dopo quasi due anni di prigionia in Alessandria[553]. Quel popolo, cui per quante offerte e maneggi fossero stati fatti, mai non avea voluto rilasciarlo, neppur fidandosi di lui dopo morte, volle ben accertarsi che veramente l'anima di lui fosse separata dal corpo, e ne fece la pruova con gocciargli addosso del lardo bollente e del piombo disfatto. Gli fu data onorevol sepoltura nella badia di Lucedio. Colla sua morte liberi restarono molti dal timore, e fra gli altri Matteo Visconte cercò allora di vendicarsi di questo nemico contra i di lui Stati, giacchè _Giovanni marchese_ di Monferrato suo figliuolo, oltre alla sua verde età di quindici anni, si trovava anche passato alla corte di _Carlo II re_ di Napoli, nè potea fargli contrasto. Adunque, secondo gli storici milanesi[554], Matteo, raunato un possente esercito, passò nel Monferrato. S'impadronì colla forza della terra e castello di Trino, del ponte della Stura e di Monte Calvo. Entrò in Casale di Santo Evasio, e tal terrore portò in quelle contrade, che i popoli convennero di dichiararlo capitano del Monferrato coll'annuo salario di tre mila lire, moneta d'Asti. Poco durò la quiete nella Romagna. Troppo erano i grandi di quella contrada avvezzi a signoreggiare, nè sapeano sottomettersi, se non con parole, agli uffiziali che vi spedivano i papi. Secondo la Cronica di Parma[555], e per attestato di Girolamo Rossi[556], nel dì 5 di giugno dell'anno presente _Ildobrandino vescovo_ d'Arezzo e conte di essa Romagna fu scacciato da Forlì, e furono ritenuti prigioni Aginolfo suo fratello e due nipoti. Manipolatori di questa insolenza furono Maghinardo da Susinana e i Calboli potente famiglia di Forlì. Con esso loro tenevano le città d'Imola, Faenza, Cesena, Rimini e molte castella. Abbiamo dalla Cronica di Forlì[557] che i Bolognesi spedirono varie ambasciate ai Forlivesi, per trattar di concordia fra essi e il conte suddetto, richiedendo che fosse fatto compromesso in loro; ma nè il popolo di Forlì, nè quelli di Faenza e Cervia, per segrete insinuazioni del sopraddetto Maghinardo, vollero mai consentirvi. E perciocchè si sentiva che i Bolognesi faceano armamento, con apparenza di voler cavalcare addosso a Faenza, Maghinardo, che comandava in quella città, fatto un dì dare campana a martello, raunò il popolo, e tutti disperatamente si misero a cavar le fosse della lor città, già spianate dai Bolognesi, e a rimettere lo steccato e le altre fortificazioni. Per sostenere questa risoluzion dei Faentini, che fu con rabbia intesa dai Bolognesi e dal conte della Romagna, corsero a Faenza tutte le milizie di Forlì, e quelle di Cesena comandate da Malatestino lor podestà, e quelle di Cervia con Bernardino da Polenta lor podestà, e quelle di Ravenna con Ostasio da Polenta lor podestà, e quelle di Rimini condotte da Giovanni de' Malatesti. Vi concorsero anche quei di Bertinoro, Castrocaro e Bagnacavallo, e Bandino conte di Modigliana: di maniera che si trovarono in Faenza circa trenta mila pedoni, oltre alla cavalleria di varii paesi. Fu ben assicurata quella città, ed avendo i Bolognesi fatto venire il podestà e gli ambasciatori di Firenze, acciocchè maneggiassero pace fra Bologna e le città della Romagna, con esigere che si rasassero le fortificazioni e si spianassero le fosse di Faenza, come fatte in loro ingiuria, i Romagnuoli se ne risero, e con sole belle parole li rimandarono a casa.